Nell'agosto 1361 Gualtierpertoldo di Spilimbergo sconfisse a Barbeano i

patriarcali e mise a sacco i dintorni di S. Daniele, nel settembre

successivo Rodolfo IV ed i Goriziani, presi Manzano e Buttrio, si

diressero contro Udine. Le condizioni del Patriarca eran così disperate,

che il disgraziato dovette consentire a recarsi a Vienna insieme a

Francesco Savorgnan e Simone di Valvason i principali capi della sua

parte. Il Patriarca divenuto ostaggio in mano del duca, fu liberato

soltanto nel 1362 per l'intervento dell'Imperatore; nell'anno successivo

il suo partito riprese forza in Friuli perchè Carlo IV, impensierito

della minacciosa potenza austriaca, gli diede aiuto e più ancora perchè

il Patriarca potè, a duri patti, ottener pace dai Goriziani irritati

contro Rodolfo che aveva nel contempo carpita l'eredità del duca del

Tirolo loro congiunto. I patriarcali ebbero in breve il sopravvento;

spianarono i due castelli feudali che dai prossimi colli minacciavano

Cividale, cioè Zuccola e Urusbergo (settembre-novembre 1364) e

perseguitarono gli Spilimbergo fin dentro il loro borgo. Il Patriarca

nel contempo venne a morte, ma pochi giorni prima aveva chiusi

improvvisamente i suoi giorni anche Rodolfo; Francesco Savorgnan rannodò

i suoi partigiani e continuò la lotta e gli riuscì finalmente a Fagagna

di dare una rotta definitiva agli Spilimbergo ed alle truppe del partito

austriaco. Venzone aprì le porte al Savorgnan che chiuse così

gloriosamente questa prima êra dell'influenza austriaca in Friuli.

=Il Patriarcato di Marquardo.= La nomina di Marquardo di Randek, già

cancelliere imperiale, ricondusse la pace nella regione e colla pace la

vita normale delle istituzioni. Il Parlamento ebbe di nuovo riunioni

regolari e si potè in breve condurre a termine l'opera cospicua delle

_Constitutiones Patriae Foriuli_, corpo di leggi in gran parte civili e

procedurali che formò il nucleo principale del diritto friulano sino

alla caduta della Repubblica veneta[306]. Le _constitutiones_ sono

dovute in gran parte alla raccolta ed alla coordinazione delle

costituzioni precedentemente emanate dal Parlamento, e dei principî

giuridici stabiliti dalle sentenze di questo; tuttavia vi si trovano

notevoli progressi. La linea femminile fu equiparata alla maschile nella

successione, si proclamò la libertà di tutti i Friulani, si cercò di dar

vita alla tutela romana ecc.

Oltre al regolare la vita del diritto, Marquardo protesse le arti ed a

lui si deve la splendida ricostruzione del duomo di Aquileja[307]. Egli

cercò pure di rialzare il commercio; accolse nei suoi stati i toscani

perseguitati dalle scomuniche pontificie e la loro affluenza fu tale che

nel 1369 Gemona potè costruire il suo palazzo civico con la gabella

pagata dai toscani che tenevano bottega nelle sue mura. Lo sforzo

principale che Marquardo durò per ristorare la vita economica del Friuli

sta poi nel tentativo di assicurare per sempre alla nostra regione il

suo porto naturale, Trieste. Per questo, l'energico prelato fece

adesione alla lega contro Venezia e prese parte alla così detta guerra

di Chioggia. Trieste fu dopo il 1369 presa e ripresa più volte dal

Patriarca e dai Veneziani; Marquardo non aveva però la forza necessaria

per assicurarsene il dominio contro i potenti nemici palesi o coperti

che agognavano il possesso del porto adriatico: dissipato colla pace di

Torino il pericolo veneziano, si fece innanzi il duca d'Austria il quale

seppe così abilmente disporre le sue reti che nel 1382 gli riuscì

d'impossessarsi pacificamente della città.

La perdita definitiva di Trieste fu fatale per il Patriarcato, dacchè

ormai il commercio friulano doveva di necessità rivolgersi verso Venezia

e raddoppiarsi così i legami che stringevano la borghesia e buona parte

della feudalità della regione alla grande repubblica uscita ormai

vincitrice dalle strette dei genovesi, di F. da Carrara, del Re

d'Ungheria e del Patriarca uniti insieme.

=Le ultime vicende del dominio dei patriarchi.= Il periodo veramente

glorioso di Marquardo è l'ultima luce del secolare principato

patriarcale. I suoi successori, insidiati dai potenti vicini che

suscitavano di continuo fazioni e ribellioni, stremati nelle finanze, e

per di più inetti, conducono lo stato a pieno sfacelo. I Savorgnan si

accostano sempre più a Venezia, e con essi sta Udine e parecchie altre

comunità e castelli; dall'altra parte sta Cividale che ha l'aiuto del Re

d'Ungheria e di Francesco da Carrara signore di Padova e principale

avversario dei Veneziani. Il primo cozzo delle due parti avverse avviene

durante l'effimero reggimento del principe francese Filippo d'Alençon

parente del Re di Francia cui era stato dato il Patriarcato in commenda

ed era difeso da Cividale. Nel 1384 i Patriarcali hanno il di sopra in

una battaglia presso Rubignacco, poi nel 1385 riprendono il sopravvento

i collegati e, dopo la caduta di Gemona, Alençon dovette abbandonare il

Friuli.

I Savorgnani trionfano e dal loro stesso trionfo son tratti

irresistibilmente a idee di predominio. Qui sta, in gran parte, il

motivo dell'aspro conflitto che nel penultimo decennio del secolo XIV

scoppia fra il violento e dissoluto Patriarca Giovanni di Moravia,

figlio naturale, come dicesi, dell'Imperatore Carlo IV, e Federico di

Savorgnan. Il Patriarca volendo liberare d'un tratto lo stato Aquilejese

da questa interna minaccia, fece il 15 febbraio 1389 sorprendere ed

uccidere dai suoi sicarî il Savorgnan. Il sangue chiamò, al solito,

altro sangue; Udine e il giovane figlio di Federico, Tristano, strinsero

ancora più forte gli accordi segreti con Venezia e d'ora innanzi la

repubblica giocherà la prima parte nella politica friulana ed,

abbandonate le prudenti riserve dei suoi antichi padri, cercherà di

ingrandire il suo dominio di terraferma annettendovi il Friuli. Il

Patriarca cercò di rafforzarsi contro i nemici esterni ed interni col

circondarsi di soldati tedeschi, col mutare le magistrature delle

comunità per porvi suoi partigiani, e col tentativo di attentare alle

libertà del paese per ridurlo ad assoluto principato. Udine però si

mantenne sempre ostile, e Tristano Savorgnan andava tessendo congiure e

macchinazioni contro l'uccisore di suo padre: il 13 ottobre 1394 il

giovane signore di Udine uccise di sua mano il Patriarca.

Lo sparire del sanguinario prelato non diede, tuttavia, immediata

vittoria al partito veneziano ed ai Savorgnan; per un certo tempo ancora

ebbe prevalenza Cividale col partito opposto che, riceveva aiuti da

Francesco da Carrara, dagli imperiali e dal Re d'Ungheria: son gli

antichi legami stretti da Marquardo che ancora sorreggono il vacillante

Patriarcato. Ma dopo il breve periodo in cui il romano Antonio Caetani

resse con sufficiente tranquillità il Friuli, il partito veneziano ebbe

finalmente il suo eletto nel Patriarca Antonio Pancera di Portogruaro.

Come si poteva prevedere, Cividale dopo essere stata per poco tempo in

pace col Patriarca, gli suscitò contro l'antica fazione carrarese. A

rinfocolare la resistenza contro il Pancera giunse in Friuli Gregorio

XII che cercava scampo dai Cardinali suoi avversarî che lo volevano

deposto ed ai quali aderiva il Patriarca[308]. A Cividale si riunì il

concilio bandito da Gregorio contro l'emulo Alessandro V. Gemona, gli

Spilimbergo, i Prata e la maggior parte dei feudali aderivano agli

avversari del Pancera; Udine sembrò prendere per un istante il

sopravvento quando alla partenza del Papa le riuscì di sorprenderne la

comitiva e di toglierle denaro e salmerie, ma tosto Cividale ed i suoi

collegati ricevettero soccorso di buon nerbo di truppe dall'Imperatore e

con ciò ebbero vittoria definitiva. Ad un tratto parve che le speranze

del partito veneziano cadessero così interamente; nel 1411 Filippo

Scolari generale di un esercito di Re Sigismondo d'Ungheria che aveva

nel contempo ottenuta la corona imperiale, entrò a Udine e vi pose un

capitano sfrattandone Tristano Savorgnan ed i principali suoi aderenti;

il rivolgimento fu completo: gli avversari di Savorgnan ebbero per un

decennio il governo di Udine ed i beni dei banditi furono posti

all'incanto. Il nuovo Patriarca Ludovico duca di Teck e cognato del duca

di Ortemburg rappresentante imperiale in Friuli sembrava saldamente

assiso sul trono.

Il dominio di Venezia. Pochi anni bastarono però a mutare radicalmente

la situazione. Tristano Savorgnan, da Venezia che gli aveva dato

ospitalità e larghi aiuti, non posava; egli conservava ancora in Friuli

castelli, amici e ricchezze e potenti aderenze in Italia e fuori che

procurarono a suo favore perfino un voto del concilio di Costanza.

Quando al Patriarca nel 1418 venne a mancare l'aiuto del Re ed

Imperatore Sigismondo, egli non fu più in grado di sostenersi contro il

partito veneziano che prendeva apertamente l'offensiva; il paese era

d'altronde stremato di forze e il governo patriarcale era affatto senza

denari, i feudali indebitati e in buona parte già avvinti di segreti

patti con Venezia, le comunità rovinate nei commerci dalle guerre

continue. Cividale che era già stata principale sostegno del governo

patriarcale, e vedeva ora la rivale Udine in grazia presso il tedesco

Patriarca, era tratta nelle spire del partito veneziano dalla speranza

di poter ricuperare sotto il dominio di S. Marco l'antico fervore dei

suoi traffici caduti in grave decadenza. Nell'11 luglio 1419 Cividale si

arrese spontaneamente al generale Filippo d'Arcelli che comandava il

corpo di occupazione veneziano e molte altre comunità e famiglie

parlamentari ne seguiron l'esempio; così il 14 agosto Sacile e nella

seconda metà dello stesso mese buona parte delle terre oltre Tagliamento

ad eccezione di Prata che, dopo valida resistenza fu rasa al suolo il 23

settembre. Tristano Savorgnan tentò invano all'11 settembre l'assalto di

Udine; la città doveva resistere ancora fino all'anno successivo.

Nella primavera del 1420 il Patriarca Ludovico tentò la riscossa con

ausiliarî ungheresi e tedeschi, ma la resistenza di Cividale, cui pose

l'assedio insieme agli udinesi, sventò il tentativo: anzi gli assediati

in vigorosa sortita sgominarono le truppe patriarcali e presero prigione

il conte di Gorizia. Questa vittoria dei cividalesi diede il segnale

della resa anche alle terre che ancora serbavano fede al Patriarca. Il 6

giugno 1420 gli udinesi si acconciarono ad aprir le porte ai veneziani,

e rientrò solennemente nella città, dopo dieci anni d'esilio, il

Savorgnano. Seguirono l'esempio di Udine il 3 luglio i gemonesi ed il 16

quelli di S. Daniele e con ciò tutta la provincia fu in mano di Venezia.

Il Patriarcato aquilejese, dopo tre secoli e mezzo di governo, cessava

di esistere come potenza politica[309].

Il tramonto del potere patriarcale costituisce un fatto di grande

importanza storica per il Friuli non tanto per il cessare del governo

del prelato aquilejese la cui influenza a ben guardare era, nel

complesso, così debole che il paese si può quasi dir retto da

un'oligarchia repubblicana rappresentata dai membri parlamentari, quanto

perchè a questo vacillante potere si sostituisce la poderosa e

consapevole potenza di Venezia. Con ciò il Friuli che sin allora era

stato di continuo, campo disputato delle influenze degli Imperatori, del

Re d'Ungheria, del duca d'Austria, dei principi stiriani o boemi, del

conte di Gorizia, dei Carraresi, di Venezia, è ridotto per sempre

nell'orbita della politica italiana non solo per coercizione esterna, ma

anche perchè tale era divenuto il volere della parte più influente della

popolazione. Come vedremo, quasi un secolo dopo la dedizione, il Friuli

è corso ancora una volta per parecchi anni dalle truppe austriache del

Re Massimiliano, ma per quanto il soverchiare degli assalitori costringa

talvolta gli abitanti a cedere alla violenza, è forza tuttavia

riconoscere che, dove poterono, i Friulani si difesero con accanimento

dall'assalto imperiale e che, dove pure dovettero cedere, rialzarono,

appena fu possibile, il vessillo di S. Marco in gran fretta. Ciò

contrasta di molto con i continui mutamenti di partito, colle frequenti

leghe collo straniero, che son caratteristici nella politica friulana

anteriore al 1420.

=Lo sviluppo delle arti e delle scienze. Il prevalere della borghesia.=

Nè la trasformazione si manifesta in soli fatti politici: in tutta la

vita friulana si fan più saldi quei legami che l'avvincevano già prima

all'Italia, ma che subivano le alterne vicende degli avvenimenti

guerreschi. Nel mezzo secolo di pace che il Friuli gode dalla conquista

veneta alle prime avvisaglie delle incursioni turchesche esso matura in

sè un rivolgimento che della travagliata provincia contesa fra germani,

ungheresi, slavi, veneziani, fa un centro, non ultimo per importanza,

della cultura italiana e questo centro si costituisce per eccellenza

proprio nella parte del Friuli cui si riferiscono queste note. Non che

pur nel periodo precedente non vi fossero testimoni di arti e di

lettere, ma son scarsi e deboli e spesso lontani dalle correnti

italiane. Il bellissimo duomo di Gemona ha caratteri quasi prettamente

teutonici, le chiesette sparse nelle vallate del Natisone e del Torre

sono dovute ad architetti slavo-tedeschi che continuano la loro attività

sino alla fine del secolo XVI, bellissimi trittici in legno dorato,

preziosi pezzi di oreficeria dei tesori di S. Daniele e Cividale son

pure dovuti ad artisti austriaci: lo stesso magnifico ponte di Cividale

è opera di un architetto carinziano: accanto a questi si trovano opere

di artisti italiani come le chiese francescane, i palazzi comunali di

Venzone, Gemona, Cividale, di più antichi monumenti romanici si

conservano traccie persino nella romita valle di Lusevera ed alcune

antiche pitture hanno carattere così prettamente italiano da essere

state attribuite a pennelli toscani[310], ma certamente esse non si

possono neppur da lontano paragonare alle belle fioriture del secolo XIV

delle città venete. Più tardi invece, nei due secoli successivi, il

paragone non è affatto sfavorevole al Friuli.

Lo stesso accade per le lettere. Nel grande movimento umanistico del

trecento si cercherebbero invano nomi di friulani cospicui e quei pochi

che salirono in rinomanza l'ebbero fuor di patria come il medico Mondino

di Cividale, il poeta Pace, il filosofo Paolo Veneto[311], e qualche

altro: conforme alla natura bellicosa del nostro paese è invece il fatto

che la celebre scuola di scherma italiana del medioevo deva al Friuli il

nome e l'opera del notissimo Fiore di Premariacco.

Dalla metà del '400 invece tutto il movimento artistico-letterario

dimostra una vitalità intensa nella regione. Sono soltanto principî,

però interessanti. La scuola dei Da Tolmezzo che coprì d'affreschi e di

belle pale intagliate tante chiese del Friuli, il Belunello che ne

illustrò altre, sono i primi rappresentanti di un movimento che dà poi

nel '500 meravigliosi risultati.

Per le lettere si ponno ricordare per la nostra zona il cividalese

Antonio Cremense che fu fra i precettori di Carlo V, il _dictator_

Giovanni de Pitacolis di Venzone, e l'antiquario e bibliofilo Guarnerio

d'Artegna che fondò a S. Daniele, col suo testamento del 1477, una

biblioteca pubblica ricca di preziosissimi codici ed altri. E non

dobbiamo dimenticare che l'arte della stampa s'introduce abbastanza

presto: Cividale ebbe i primi libri a stampa del Friuli dallo stampatore

girovago Girardo di Fiandra nel penultimo decennio del '400. Questo

movimento ha in sè tale energia da non esser arrestato neppure dai

terribili guasti delle invasioni turchesche, nè dalla lunga e disastrosa

guerra derivata dalla lega di Cambray, nè dai rivolgimenti sociali del

1511: anzi è nella seconda metà del sec. XVI, al cessare di questi

fatti, che esso ci dà i suoi più bei frutti. Egli è che esso ha la sua

radice in un profondo mutamento sociale. Il regno dell'aristocrazia

feudale finisce, e comincia quello delle borghesie cittadine. Il governo

di Venezia che toglie ogni funzione politica ai castellani, toglie anche

la ragione della loro supremazia; costretti a deporre le armi, essi

emigrano alle corti straniere o se rimangono in città, vi imprendono una

gara di lusso con la borghesia in cui hanno facile vittoria i mercanti

arricchiti coi commerci che rifioriscono sotto la ferma e pacifica

signoria veneziana. Ma questo ci spiega anche perchè le arti che si

accompagnano a tale fastosità siano prettamente italiane, dacchè se

l'aristocrazia feudale aveva ancora seguíti rapporti feudali, politici

ed anche famigliari con genti d'oltr'alpe, la borghesia invece traeva la

sua radice dalla Lombardia, dalla Toscana o dalle provincie venete o dal

basso popolo friulano e perciò latino. La vittoria del partito veneziano

conduce, in fondo, alla vittoria di questo elemento. La prevalenza della

borghesia udinese nel parlamento divien così forte che l'emula Cividale

nel 1553 domanda ed ottiene il suo distacco e la costituzione di un

territorio separato, e più tardi sorgono violente e interminabili

dispute nel parlamento stesso per la precedenza pretesa dai

rappresentanti di Udine su tutti gli altri membri. A questo mutarsi

delle condizioni sociali si accompagnano nella nostra regione gravi

cambiamenti nei rapporti fra le plebi e le classi dominatrici. I nuovi

bisogni rendono queste più avide di denaro e desiderose di nuove forme

economiche che lo procaccino, d'onde continui attentati all'antico

assestamento consuetudinario. D'altra parte le plebi, nel contempo,

avevano acquistata maggior coscienza di sè: avevano militato nella

milizia paesana (cernide), erano state accarezzate dai partiti politici

ed aizzate contro gli avversarî, avevano visti antichi dominatori cader

di sella e salire di nuovi. Così si accende una sorda lotta fra rustici

e feudali, fra plebei e borghesi.

=Le invasioni dei Turchi.= Il disagio delle plebi è reso ancor più forte

poi dalle sventure che travagliarono il paese fra la fine del secolo XV

e il principio del XVI.

Prima fra queste fu l'invasione dei Turchi che, imbaldanziti per le

continue vittorie riportate nei Balcani, dopo aver già minacciati i

confini friulani nel 1415[312], si spinsero nel 1472 fino all'Isonzo, ma

poi nel 1477, sconfitto il generale veneziano Giovanni Novello,

devastarono, orribilmente, tutti i villaggi fra l'Isonzo e la Livenza

del basso Friuli, guastando persino i dintorni di Udine e di Cividale;

ancora più terribile fu poi l'incursione del 1499 in cui per la viltà di

Andrea Zantani comandante delle truppe veneziane furono lasciati

scorazzare per la pianura friulana fino a Porcia. Sanudo riferisce che

bruciarono 132 villaggi d'onde portaron via robe e prigioni; a Valvasone

una banda di ottocento villani armati cercò di far loro fronte, ma

invano, e poterono ripartire indisturbati con le loro prede. La

repubblica cercava di provvedere alle difese: nel 1478 aveva costruiti

ripari fra Lucinico e Gradisca cui concorsero tutte le città di

Terraferma: nel 1500, temendosi nel marzo una nuova discesa dei barbari,

mandò Leonardo da Vinci nelle valli del Vipacco e dell'Isonzo per

studiare un piano di difesa e sembra che il grande ingegnere proponesse

un sistema di briglie per alzare il livello dell'acqua in quei nostri

fiumi[313].

=Lotte fra Venezia e l'Impero. La difesa di Osoppo.= La guerra di

Gradisca. Appena rimesse un po' le popolazioni dal terribile rovescio,

nuovi danni preparavano loro le discordie suscitate dalla morte

dell'ultimo conte di Gorizia, Leonardo, fra la repubblica veneta e

l'Impero. I Goriziani avevano ricevuta dal Doge l'investitura dei loro

feudi in Friuli, dopo la caduta del governo patriarcale, ma Leonardo, in

esecuzione delle convenzioni di famiglia intercorse fra la casa di

Gorizia e quella d'Austria lasciò erede nel 1497 quest'ultima di tutti i

suoi beni e diritti. La Repubblica protestò, ma gli austriaci che già

possedevano nel cuore del Friuli la contea di Pordenone, vennero in

possesso tranquillamente dei vasti domini della casa di Lurn. Ciò fu

semente di una lunga guerra e causa non ultima della celebre lega di

Cambray. Nel 1508 la repubblica che era all'apogeo della sua potenza

credette, con rapida mossa, di poter rivendicare i suoi diritti. Il suo

generale Bartolaneso d'Alviano sconfisse i tedeschi nel Cadore

prendendoli in mezzo, a Pieve, fra due colonne venete provenienti l'una

dalla Mauria, l'altra da Belluno, e poi attraversata con le truppe

vittoriose la Carnia scese al piano, espugnò e mise a sacco Cormons,

occupò Gorizia e, coll'aiuto della flotta, rivolgendo l'assalto dal lato

di Prosecco, prese infine Trieste.

Il 4 Dicembre 1508 fu stretta la lega detta di Cambray fra Impero,

Francia, Spagna e il Papa e in primavera, sconfitto l'esercito veneziano

alla Ghiara d'Adda, quasi tutta la terra ferma, meno Treviso e il

Friuli, cadde in potere dei nemici di S. Marco. Nel Luglio 1509 le

truppe imperiali attaccarono dai due lati il Friuli ma, a nord, la

gloriosa resistenza di Chiusaforte, e nel basso Friuli quella non meno

valida di Monfalcone permisero ai Veneti di organizzare la difesa[314].

L'esercito austriaco, guidato dal Duca di Brunswik fece un tentativo

contro Udine fra il 26 ed il 28 di Luglio fors'anche per soccorrere

Pordenone che però fece dedizione a Venezia il 26; saputo questo il Duca

si ritirò e rivolse invece tutte le sue forze contro Cividale. Fra il 28

e il 30 l'esercito austriaco abbruciò tutti i villaggi fra Cormons e il

Natisone e smantellò la rocca di Rosazzo e poi si accampò sotto le mura

di Cividale. La città, che aveva debole presidio capitanato da Federico

Contarini, e fu poi soccorsa da una piccola ma valorosa schiera guidata

da Antonio da Pietrasanta, venne bombardata per due giorni, e oppose

validissima resistenza, non solo per la gagliardia del presidio, ma ben

anche per la intrepidezza dei cittadini fra cui si distinsero Zenone de

Portis, Annibale Salone e Girolamo Locatelli. Il 1.º Agosto Giampaolo

Gradenigo provveditor generale dell'esercito veneziano in Friuli tentò

di soccorrere la città movendo da Udine con un certo numero di

stradiotti, la cavalleria castellana comandata da Tiberio Porcia, e le

cernide di Antonio Savorgnan, ma, presso Remanzacco, fu sconfitto dal

Co. Cristoforo Frangipane di Veglia. Intanto gli austriaci tentavano

l'assalto per una breccia aperta dalle loro artiglierie. I difensori con

disperata energia respinsero tre volte i nemici e l'ultima, usciti fuori

dalla breccia li posero in tale rotta che l'indomani levarono il campo e

si ritirarono verso Cormons. Difesa questa la cui fama si diffuse in

tutta l'Europa.

La vittoria fu molto benefica a Venezia per la quale rappresentò un

primo raggio di luce dopo i disastri dei mesi precedenti. Cividale però

non ne trasse profitto dacchè, malgrado i suoi sforzi, perdette fra

l'Agosto e il Settembre le chiuse di Plezzo (Flitsch) e Tolmino,

possessi per lei importantissimi che le assicuravano il commercio della

via del Predil. Tale perdita fu l'ultimo colpo alla prosperità

dell'antica città friulana.

[Illustrazione: Fig. 26ª. — Una delle torri (la toratte) delle mura

di Venzone.]

Guida delle Prealpi Giulie Distretti di Gemona, Tarcento, S. Daniele, Cividale e S. Pietro · 第 20 / 26 段