patriarcali e mise a sacco i dintorni di S. Daniele, nel settembre
successivo Rodolfo IV ed i Goriziani, presi Manzano e Buttrio, si
diressero contro Udine. Le condizioni del Patriarca eran così disperate,
che il disgraziato dovette consentire a recarsi a Vienna insieme a
Francesco Savorgnan e Simone di Valvason i principali capi della sua
parte. Il Patriarca divenuto ostaggio in mano del duca, fu liberato
soltanto nel 1362 per l'intervento dell'Imperatore; nell'anno successivo
il suo partito riprese forza in Friuli perchè Carlo IV, impensierito
della minacciosa potenza austriaca, gli diede aiuto e più ancora perchè
il Patriarca potè, a duri patti, ottener pace dai Goriziani irritati
contro Rodolfo che aveva nel contempo carpita l'eredità del duca del
Tirolo loro congiunto. I patriarcali ebbero in breve il sopravvento;
spianarono i due castelli feudali che dai prossimi colli minacciavano
Cividale, cioè Zuccola e Urusbergo (settembre-novembre 1364) e
perseguitarono gli Spilimbergo fin dentro il loro borgo. Il Patriarca
nel contempo venne a morte, ma pochi giorni prima aveva chiusi
improvvisamente i suoi giorni anche Rodolfo; Francesco Savorgnan rannodò
i suoi partigiani e continuò la lotta e gli riuscì finalmente a Fagagna
di dare una rotta definitiva agli Spilimbergo ed alle truppe del partito
austriaco. Venzone aprì le porte al Savorgnan che chiuse così
gloriosamente questa prima êra dell'influenza austriaca in Friuli.
=Il Patriarcato di Marquardo.= La nomina di Marquardo di Randek, già
cancelliere imperiale, ricondusse la pace nella regione e colla pace la
vita normale delle istituzioni. Il Parlamento ebbe di nuovo riunioni
regolari e si potè in breve condurre a termine l'opera cospicua delle
_Constitutiones Patriae Foriuli_, corpo di leggi in gran parte civili e
procedurali che formò il nucleo principale del diritto friulano sino
alla caduta della Repubblica veneta[306]. Le _constitutiones_ sono
dovute in gran parte alla raccolta ed alla coordinazione delle
costituzioni precedentemente emanate dal Parlamento, e dei principî
giuridici stabiliti dalle sentenze di questo; tuttavia vi si trovano
notevoli progressi. La linea femminile fu equiparata alla maschile nella
successione, si proclamò la libertà di tutti i Friulani, si cercò di dar
vita alla tutela romana ecc.
Oltre al regolare la vita del diritto, Marquardo protesse le arti ed a
lui si deve la splendida ricostruzione del duomo di Aquileja[307]. Egli
cercò pure di rialzare il commercio; accolse nei suoi stati i toscani
perseguitati dalle scomuniche pontificie e la loro affluenza fu tale che
nel 1369 Gemona potè costruire il suo palazzo civico con la gabella
pagata dai toscani che tenevano bottega nelle sue mura. Lo sforzo
principale che Marquardo durò per ristorare la vita economica del Friuli
sta poi nel tentativo di assicurare per sempre alla nostra regione il
suo porto naturale, Trieste. Per questo, l'energico prelato fece
adesione alla lega contro Venezia e prese parte alla così detta guerra
di Chioggia. Trieste fu dopo il 1369 presa e ripresa più volte dal
Patriarca e dai Veneziani; Marquardo non aveva però la forza necessaria
per assicurarsene il dominio contro i potenti nemici palesi o coperti
che agognavano il possesso del porto adriatico: dissipato colla pace di
Torino il pericolo veneziano, si fece innanzi il duca d'Austria il quale
seppe così abilmente disporre le sue reti che nel 1382 gli riuscì
d'impossessarsi pacificamente della città.
La perdita definitiva di Trieste fu fatale per il Patriarcato, dacchè
ormai il commercio friulano doveva di necessità rivolgersi verso Venezia
e raddoppiarsi così i legami che stringevano la borghesia e buona parte
della feudalità della regione alla grande repubblica uscita ormai
vincitrice dalle strette dei genovesi, di F. da Carrara, del Re
d'Ungheria e del Patriarca uniti insieme.
=Le ultime vicende del dominio dei patriarchi.= Il periodo veramente
glorioso di Marquardo è l'ultima luce del secolare principato
patriarcale. I suoi successori, insidiati dai potenti vicini che
suscitavano di continuo fazioni e ribellioni, stremati nelle finanze, e
per di più inetti, conducono lo stato a pieno sfacelo. I Savorgnan si
accostano sempre più a Venezia, e con essi sta Udine e parecchie altre
comunità e castelli; dall'altra parte sta Cividale che ha l'aiuto del Re
d'Ungheria e di Francesco da Carrara signore di Padova e principale
avversario dei Veneziani. Il primo cozzo delle due parti avverse avviene
durante l'effimero reggimento del principe francese Filippo d'Alençon
parente del Re di Francia cui era stato dato il Patriarcato in commenda
ed era difeso da Cividale. Nel 1384 i Patriarcali hanno il di sopra in
una battaglia presso Rubignacco, poi nel 1385 riprendono il sopravvento
i collegati e, dopo la caduta di Gemona, Alençon dovette abbandonare il
Friuli.
I Savorgnani trionfano e dal loro stesso trionfo son tratti
irresistibilmente a idee di predominio. Qui sta, in gran parte, il
motivo dell'aspro conflitto che nel penultimo decennio del secolo XIV
scoppia fra il violento e dissoluto Patriarca Giovanni di Moravia,
figlio naturale, come dicesi, dell'Imperatore Carlo IV, e Federico di
Savorgnan. Il Patriarca volendo liberare d'un tratto lo stato Aquilejese
da questa interna minaccia, fece il 15 febbraio 1389 sorprendere ed
uccidere dai suoi sicarî il Savorgnan. Il sangue chiamò, al solito,
altro sangue; Udine e il giovane figlio di Federico, Tristano, strinsero
ancora più forte gli accordi segreti con Venezia e d'ora innanzi la
repubblica giocherà la prima parte nella politica friulana ed,
abbandonate le prudenti riserve dei suoi antichi padri, cercherà di
ingrandire il suo dominio di terraferma annettendovi il Friuli. Il
Patriarca cercò di rafforzarsi contro i nemici esterni ed interni col
circondarsi di soldati tedeschi, col mutare le magistrature delle
comunità per porvi suoi partigiani, e col tentativo di attentare alle
libertà del paese per ridurlo ad assoluto principato. Udine però si
mantenne sempre ostile, e Tristano Savorgnan andava tessendo congiure e
macchinazioni contro l'uccisore di suo padre: il 13 ottobre 1394 il
giovane signore di Udine uccise di sua mano il Patriarca.
Lo sparire del sanguinario prelato non diede, tuttavia, immediata
vittoria al partito veneziano ed ai Savorgnan; per un certo tempo ancora
ebbe prevalenza Cividale col partito opposto che, riceveva aiuti da
Francesco da Carrara, dagli imperiali e dal Re d'Ungheria: son gli
antichi legami stretti da Marquardo che ancora sorreggono il vacillante
Patriarcato. Ma dopo il breve periodo in cui il romano Antonio Caetani
resse con sufficiente tranquillità il Friuli, il partito veneziano ebbe
finalmente il suo eletto nel Patriarca Antonio Pancera di Portogruaro.
Come si poteva prevedere, Cividale dopo essere stata per poco tempo in
pace col Patriarca, gli suscitò contro l'antica fazione carrarese. A
rinfocolare la resistenza contro il Pancera giunse in Friuli Gregorio
XII che cercava scampo dai Cardinali suoi avversarî che lo volevano
deposto ed ai quali aderiva il Patriarca[308]. A Cividale si riunì il
concilio bandito da Gregorio contro l'emulo Alessandro V. Gemona, gli
Spilimbergo, i Prata e la maggior parte dei feudali aderivano agli
avversari del Pancera; Udine sembrò prendere per un istante il
sopravvento quando alla partenza del Papa le riuscì di sorprenderne la
comitiva e di toglierle denaro e salmerie, ma tosto Cividale ed i suoi
collegati ricevettero soccorso di buon nerbo di truppe dall'Imperatore e
con ciò ebbero vittoria definitiva. Ad un tratto parve che le speranze
del partito veneziano cadessero così interamente; nel 1411 Filippo
Scolari generale di un esercito di Re Sigismondo d'Ungheria che aveva
nel contempo ottenuta la corona imperiale, entrò a Udine e vi pose un
capitano sfrattandone Tristano Savorgnan ed i principali suoi aderenti;
il rivolgimento fu completo: gli avversari di Savorgnan ebbero per un
decennio il governo di Udine ed i beni dei banditi furono posti
all'incanto. Il nuovo Patriarca Ludovico duca di Teck e cognato del duca
di Ortemburg rappresentante imperiale in Friuli sembrava saldamente
assiso sul trono.
Il dominio di Venezia. Pochi anni bastarono però a mutare radicalmente
la situazione. Tristano Savorgnan, da Venezia che gli aveva dato
ospitalità e larghi aiuti, non posava; egli conservava ancora in Friuli
castelli, amici e ricchezze e potenti aderenze in Italia e fuori che
procurarono a suo favore perfino un voto del concilio di Costanza.
Quando al Patriarca nel 1418 venne a mancare l'aiuto del Re ed
Imperatore Sigismondo, egli non fu più in grado di sostenersi contro il
partito veneziano che prendeva apertamente l'offensiva; il paese era
d'altronde stremato di forze e il governo patriarcale era affatto senza
denari, i feudali indebitati e in buona parte già avvinti di segreti
patti con Venezia, le comunità rovinate nei commerci dalle guerre
continue. Cividale che era già stata principale sostegno del governo
patriarcale, e vedeva ora la rivale Udine in grazia presso il tedesco
Patriarca, era tratta nelle spire del partito veneziano dalla speranza
di poter ricuperare sotto il dominio di S. Marco l'antico fervore dei
suoi traffici caduti in grave decadenza. Nell'11 luglio 1419 Cividale si
arrese spontaneamente al generale Filippo d'Arcelli che comandava il
corpo di occupazione veneziano e molte altre comunità e famiglie
parlamentari ne seguiron l'esempio; così il 14 agosto Sacile e nella
seconda metà dello stesso mese buona parte delle terre oltre Tagliamento
ad eccezione di Prata che, dopo valida resistenza fu rasa al suolo il 23
settembre. Tristano Savorgnan tentò invano all'11 settembre l'assalto di
Udine; la città doveva resistere ancora fino all'anno successivo.
Nella primavera del 1420 il Patriarca Ludovico tentò la riscossa con
ausiliarî ungheresi e tedeschi, ma la resistenza di Cividale, cui pose
l'assedio insieme agli udinesi, sventò il tentativo: anzi gli assediati
in vigorosa sortita sgominarono le truppe patriarcali e presero prigione
il conte di Gorizia. Questa vittoria dei cividalesi diede il segnale
della resa anche alle terre che ancora serbavano fede al Patriarca. Il 6
giugno 1420 gli udinesi si acconciarono ad aprir le porte ai veneziani,
e rientrò solennemente nella città, dopo dieci anni d'esilio, il
Savorgnano. Seguirono l'esempio di Udine il 3 luglio i gemonesi ed il 16
quelli di S. Daniele e con ciò tutta la provincia fu in mano di Venezia.
Il Patriarcato aquilejese, dopo tre secoli e mezzo di governo, cessava
di esistere come potenza politica[309].
Il tramonto del potere patriarcale costituisce un fatto di grande
importanza storica per il Friuli non tanto per il cessare del governo
del prelato aquilejese la cui influenza a ben guardare era, nel
complesso, così debole che il paese si può quasi dir retto da
un'oligarchia repubblicana rappresentata dai membri parlamentari, quanto
perchè a questo vacillante potere si sostituisce la poderosa e
consapevole potenza di Venezia. Con ciò il Friuli che sin allora era
stato di continuo, campo disputato delle influenze degli Imperatori, del
Re d'Ungheria, del duca d'Austria, dei principi stiriani o boemi, del
conte di Gorizia, dei Carraresi, di Venezia, è ridotto per sempre
nell'orbita della politica italiana non solo per coercizione esterna, ma
anche perchè tale era divenuto il volere della parte più influente della
popolazione. Come vedremo, quasi un secolo dopo la dedizione, il Friuli
è corso ancora una volta per parecchi anni dalle truppe austriache del
Re Massimiliano, ma per quanto il soverchiare degli assalitori costringa
talvolta gli abitanti a cedere alla violenza, è forza tuttavia
riconoscere che, dove poterono, i Friulani si difesero con accanimento
dall'assalto imperiale e che, dove pure dovettero cedere, rialzarono,
appena fu possibile, il vessillo di S. Marco in gran fretta. Ciò
contrasta di molto con i continui mutamenti di partito, colle frequenti
leghe collo straniero, che son caratteristici nella politica friulana
anteriore al 1420.
=Lo sviluppo delle arti e delle scienze. Il prevalere della borghesia.=
Nè la trasformazione si manifesta in soli fatti politici: in tutta la
vita friulana si fan più saldi quei legami che l'avvincevano già prima
all'Italia, ma che subivano le alterne vicende degli avvenimenti
guerreschi. Nel mezzo secolo di pace che il Friuli gode dalla conquista
veneta alle prime avvisaglie delle incursioni turchesche esso matura in
sè un rivolgimento che della travagliata provincia contesa fra germani,
ungheresi, slavi, veneziani, fa un centro, non ultimo per importanza,
della cultura italiana e questo centro si costituisce per eccellenza
proprio nella parte del Friuli cui si riferiscono queste note. Non che
pur nel periodo precedente non vi fossero testimoni di arti e di
lettere, ma son scarsi e deboli e spesso lontani dalle correnti
italiane. Il bellissimo duomo di Gemona ha caratteri quasi prettamente
teutonici, le chiesette sparse nelle vallate del Natisone e del Torre
sono dovute ad architetti slavo-tedeschi che continuano la loro attività
sino alla fine del secolo XVI, bellissimi trittici in legno dorato,
preziosi pezzi di oreficeria dei tesori di S. Daniele e Cividale son
pure dovuti ad artisti austriaci: lo stesso magnifico ponte di Cividale
è opera di un architetto carinziano: accanto a questi si trovano opere
di artisti italiani come le chiese francescane, i palazzi comunali di
Venzone, Gemona, Cividale, di più antichi monumenti romanici si
conservano traccie persino nella romita valle di Lusevera ed alcune
antiche pitture hanno carattere così prettamente italiano da essere
state attribuite a pennelli toscani[310], ma certamente esse non si
possono neppur da lontano paragonare alle belle fioriture del secolo XIV
delle città venete. Più tardi invece, nei due secoli successivi, il
paragone non è affatto sfavorevole al Friuli.
Lo stesso accade per le lettere. Nel grande movimento umanistico del
trecento si cercherebbero invano nomi di friulani cospicui e quei pochi
che salirono in rinomanza l'ebbero fuor di patria come il medico Mondino
di Cividale, il poeta Pace, il filosofo Paolo Veneto[311], e qualche
altro: conforme alla natura bellicosa del nostro paese è invece il fatto
che la celebre scuola di scherma italiana del medioevo deva al Friuli il
nome e l'opera del notissimo Fiore di Premariacco.
Dalla metà del '400 invece tutto il movimento artistico-letterario
dimostra una vitalità intensa nella regione. Sono soltanto principî,
però interessanti. La scuola dei Da Tolmezzo che coprì d'affreschi e di
belle pale intagliate tante chiese del Friuli, il Belunello che ne
illustrò altre, sono i primi rappresentanti di un movimento che dà poi
nel '500 meravigliosi risultati.
Per le lettere si ponno ricordare per la nostra zona il cividalese
Antonio Cremense che fu fra i precettori di Carlo V, il _dictator_
Giovanni de Pitacolis di Venzone, e l'antiquario e bibliofilo Guarnerio
d'Artegna che fondò a S. Daniele, col suo testamento del 1477, una
biblioteca pubblica ricca di preziosissimi codici ed altri. E non
dobbiamo dimenticare che l'arte della stampa s'introduce abbastanza
presto: Cividale ebbe i primi libri a stampa del Friuli dallo stampatore
girovago Girardo di Fiandra nel penultimo decennio del '400. Questo
movimento ha in sè tale energia da non esser arrestato neppure dai
terribili guasti delle invasioni turchesche, nè dalla lunga e disastrosa
guerra derivata dalla lega di Cambray, nè dai rivolgimenti sociali del
1511: anzi è nella seconda metà del sec. XVI, al cessare di questi
fatti, che esso ci dà i suoi più bei frutti. Egli è che esso ha la sua
radice in un profondo mutamento sociale. Il regno dell'aristocrazia
feudale finisce, e comincia quello delle borghesie cittadine. Il governo
di Venezia che toglie ogni funzione politica ai castellani, toglie anche
la ragione della loro supremazia; costretti a deporre le armi, essi
emigrano alle corti straniere o se rimangono in città, vi imprendono una
gara di lusso con la borghesia in cui hanno facile vittoria i mercanti
arricchiti coi commerci che rifioriscono sotto la ferma e pacifica
signoria veneziana. Ma questo ci spiega anche perchè le arti che si
accompagnano a tale fastosità siano prettamente italiane, dacchè se
l'aristocrazia feudale aveva ancora seguíti rapporti feudali, politici
ed anche famigliari con genti d'oltr'alpe, la borghesia invece traeva la
sua radice dalla Lombardia, dalla Toscana o dalle provincie venete o dal
basso popolo friulano e perciò latino. La vittoria del partito veneziano
conduce, in fondo, alla vittoria di questo elemento. La prevalenza della
borghesia udinese nel parlamento divien così forte che l'emula Cividale
nel 1553 domanda ed ottiene il suo distacco e la costituzione di un
territorio separato, e più tardi sorgono violente e interminabili
dispute nel parlamento stesso per la precedenza pretesa dai
rappresentanti di Udine su tutti gli altri membri. A questo mutarsi
delle condizioni sociali si accompagnano nella nostra regione gravi
cambiamenti nei rapporti fra le plebi e le classi dominatrici. I nuovi
bisogni rendono queste più avide di denaro e desiderose di nuove forme
economiche che lo procaccino, d'onde continui attentati all'antico
assestamento consuetudinario. D'altra parte le plebi, nel contempo,
avevano acquistata maggior coscienza di sè: avevano militato nella
milizia paesana (cernide), erano state accarezzate dai partiti politici
ed aizzate contro gli avversarî, avevano visti antichi dominatori cader
di sella e salire di nuovi. Così si accende una sorda lotta fra rustici
e feudali, fra plebei e borghesi.
=Le invasioni dei Turchi.= Il disagio delle plebi è reso ancor più forte
poi dalle sventure che travagliarono il paese fra la fine del secolo XV
e il principio del XVI.
Prima fra queste fu l'invasione dei Turchi che, imbaldanziti per le
continue vittorie riportate nei Balcani, dopo aver già minacciati i
confini friulani nel 1415[312], si spinsero nel 1472 fino all'Isonzo, ma
poi nel 1477, sconfitto il generale veneziano Giovanni Novello,
devastarono, orribilmente, tutti i villaggi fra l'Isonzo e la Livenza
del basso Friuli, guastando persino i dintorni di Udine e di Cividale;
ancora più terribile fu poi l'incursione del 1499 in cui per la viltà di
Andrea Zantani comandante delle truppe veneziane furono lasciati
scorazzare per la pianura friulana fino a Porcia. Sanudo riferisce che
bruciarono 132 villaggi d'onde portaron via robe e prigioni; a Valvasone
una banda di ottocento villani armati cercò di far loro fronte, ma
invano, e poterono ripartire indisturbati con le loro prede. La
repubblica cercava di provvedere alle difese: nel 1478 aveva costruiti
ripari fra Lucinico e Gradisca cui concorsero tutte le città di
Terraferma: nel 1500, temendosi nel marzo una nuova discesa dei barbari,
mandò Leonardo da Vinci nelle valli del Vipacco e dell'Isonzo per
studiare un piano di difesa e sembra che il grande ingegnere proponesse
un sistema di briglie per alzare il livello dell'acqua in quei nostri
fiumi[313].
=Lotte fra Venezia e l'Impero. La difesa di Osoppo.= La guerra di
Gradisca. Appena rimesse un po' le popolazioni dal terribile rovescio,
nuovi danni preparavano loro le discordie suscitate dalla morte
dell'ultimo conte di Gorizia, Leonardo, fra la repubblica veneta e
l'Impero. I Goriziani avevano ricevuta dal Doge l'investitura dei loro
feudi in Friuli, dopo la caduta del governo patriarcale, ma Leonardo, in
esecuzione delle convenzioni di famiglia intercorse fra la casa di
Gorizia e quella d'Austria lasciò erede nel 1497 quest'ultima di tutti i
suoi beni e diritti. La Repubblica protestò, ma gli austriaci che già
possedevano nel cuore del Friuli la contea di Pordenone, vennero in
possesso tranquillamente dei vasti domini della casa di Lurn. Ciò fu
semente di una lunga guerra e causa non ultima della celebre lega di
Cambray. Nel 1508 la repubblica che era all'apogeo della sua potenza
credette, con rapida mossa, di poter rivendicare i suoi diritti. Il suo
generale Bartolaneso d'Alviano sconfisse i tedeschi nel Cadore
prendendoli in mezzo, a Pieve, fra due colonne venete provenienti l'una
dalla Mauria, l'altra da Belluno, e poi attraversata con le truppe
vittoriose la Carnia scese al piano, espugnò e mise a sacco Cormons,
occupò Gorizia e, coll'aiuto della flotta, rivolgendo l'assalto dal lato
di Prosecco, prese infine Trieste.
Il 4 Dicembre 1508 fu stretta la lega detta di Cambray fra Impero,
Francia, Spagna e il Papa e in primavera, sconfitto l'esercito veneziano
alla Ghiara d'Adda, quasi tutta la terra ferma, meno Treviso e il
Friuli, cadde in potere dei nemici di S. Marco. Nel Luglio 1509 le
truppe imperiali attaccarono dai due lati il Friuli ma, a nord, la
gloriosa resistenza di Chiusaforte, e nel basso Friuli quella non meno
valida di Monfalcone permisero ai Veneti di organizzare la difesa[314].
L'esercito austriaco, guidato dal Duca di Brunswik fece un tentativo
contro Udine fra il 26 ed il 28 di Luglio fors'anche per soccorrere
Pordenone che però fece dedizione a Venezia il 26; saputo questo il Duca
si ritirò e rivolse invece tutte le sue forze contro Cividale. Fra il 28
e il 30 l'esercito austriaco abbruciò tutti i villaggi fra Cormons e il
Natisone e smantellò la rocca di Rosazzo e poi si accampò sotto le mura
di Cividale. La città, che aveva debole presidio capitanato da Federico
Contarini, e fu poi soccorsa da una piccola ma valorosa schiera guidata
da Antonio da Pietrasanta, venne bombardata per due giorni, e oppose
validissima resistenza, non solo per la gagliardia del presidio, ma ben
anche per la intrepidezza dei cittadini fra cui si distinsero Zenone de
Portis, Annibale Salone e Girolamo Locatelli. Il 1.º Agosto Giampaolo
Gradenigo provveditor generale dell'esercito veneziano in Friuli tentò
di soccorrere la città movendo da Udine con un certo numero di
stradiotti, la cavalleria castellana comandata da Tiberio Porcia, e le
cernide di Antonio Savorgnan, ma, presso Remanzacco, fu sconfitto dal
Co. Cristoforo Frangipane di Veglia. Intanto gli austriaci tentavano
l'assalto per una breccia aperta dalle loro artiglierie. I difensori con
disperata energia respinsero tre volte i nemici e l'ultima, usciti fuori
dalla breccia li posero in tale rotta che l'indomani levarono il campo e
si ritirarono verso Cormons. Difesa questa la cui fama si diffuse in
tutta l'Europa.
La vittoria fu molto benefica a Venezia per la quale rappresentò un
primo raggio di luce dopo i disastri dei mesi precedenti. Cividale però
non ne trasse profitto dacchè, malgrado i suoi sforzi, perdette fra
l'Agosto e il Settembre le chiuse di Plezzo (Flitsch) e Tolmino,
possessi per lei importantissimi che le assicuravano il commercio della
via del Predil. Tale perdita fu l'ultimo colpo alla prosperità
dell'antica città friulana.
[Illustrazione: Fig. 26ª. — Una delle torri (la toratte) delle mura
di Venzone.]