che si avverte in buona parte d'Italia, l'economia naturale andava
trasformandosi e divenendo più complessa. Vediamo alcuni nobili friulani
che nei secoli precedenti non avrebbero saputo far altro che maneggiare
la spada o angariare i loro dipendenti, farsi arditi speculatori
commerciali e commettere a cantieri navali del basso Friuli la
costruzione di navi con cui essi stessi poi esercitavano in lucrose
imprese il trasporto dei pellegrini di Terrasanta. Le nostre città
divenivano luoghi di scambio per i mercanti che vi accorrevano numerosi
da tutta Italia. Fra queste colonie la più notevole fu quella dei
prestatori toscani che aprirono a Cividale, a Gemona, a Udine, ad
Aquileja filiali delle banche fiorentine e senesi che, come si sa,
avevano allora il monopolio del denaro nell'Europa intera[302].
Questa preponderanza della vita commerciale ha grande importanza nello
svolgersi degli ordinamenti dello Stato Aquilejese dacchè vi fa prender
notevole posizione alle città. Da Popone, il quale, come si disse, cercò
di ravvivare Aquileja, in poi, è un continuo succedersi, prima lento e
poi sempre crescente, di diplomi di franchigia a favore di mercati
permanenti (_fora_) dove valevano di continuo le libertà che già in
antico erano concesse alle fiere occasionali (_nundinae_). Ivi in
giudizio speciale decidevan con procedura più spiccia le liti insorte,
ivi liberi e servi erano uguali, e le pretese del padrone o del
creditore si arrestavano di fronte all'immunità del luogo. Alla metà del
secolo XII il diritto di foro è concesso a Cividale, nell'istesso tempo
l'ebbe di certo Gemona, alla fine l'ottenne Sacile ed alla metà del XIII
troviamo poi comparire in questa serie di documenti una nuova unità che
in breve acquisterà grande importanza e cioè Udine. Castello importante
nel X secolo, luogo di riunioni giudiziarie nell'XI, documenti del XII
ci mostrano come esso fosse uno dei centri amministrativi a cui
affluivano le derrate dovute al Patriarca per le imposte e pei censi,
uno dei _Palatia_ a cui facevano capo i vastissimi dominî della chiesa
Aquilejese nella provincia[303]. Da ciò e dall'esser situato lungo la
via di Germania, ognor più frequente di traffici, il sorgere del mercato
che fiorì in breve tempo così da consigliare il Patriarca Pertoldo a
dargli privilegi cittadini e foro stabile. _Palatium_ fu pure Gemona e
così S. Daniele. L'elemento cittadino sorge così di fronte all'elemento
feudale che aveva, sino allora coperto, come già si disse, con una serie
inestricabile di rapporti beneficiari e vassallatici quasi tutta la
regione e riducendo a ben poche le terre libere e trasformando gli
antichi liberi, gli arimanni, incensiti, quasi coloni del Patriarca o
dei grandi signori laici ed ecclesiastici.
=Il parlamento della Patria. Comuni rurali e città.= La costituzione del
Friuli in salda unità territoriale trova la sua espressione nelle
istituzioni parlamentari che sono precipuo vanto della sua storia[304].
Il parlamento sorge in Friuli, come nelle Marche, in Piemonte, in
Sicilia e in molte regioni francesi e tedesche, dovunque poterono
costituirsi dei vasti territorî amministrativi. Le sue principali
funzioni sono quelle di fissare per accordo fra i baroni ed il principe
l'ammontare del contributo di denaro e di milizie dello stato.
V'intervengono pertanto i capi delle grandi circoscrizioni feudali, i
prelati e monasteri che non potevano esser aggravati di nuovi carichi se
non per loro consenso in seguito alle antiche immunità e privilegi, e i
comuni più importanti da Pertoldo in poi. Questa competenza è comune a
tutti i parlamenti provinciali, ma l'assemblea friulana ha poteri molto
più estesi; si concentrano in essa le antichissime riunioni provinciali
giudiziarie, militari, legislative a cui i dignitarî della contea o
della marca prendevano parte dall'età più remote. Perciò il parlamento
friulano è in pari tempo il maggior tribunale d'appello, l'assemblea
legislativa, vi si tratta la pace o la guerra ed un po' alla volta
diviene anche supremo tribunale amministrativo. In seno ad essa si
costituisce nei sec. XIII e XIV una giunta, che tratta gli affari
correnti e sta costantemente a lato del principe con cui divide il
governo degli stati aquilejesi, ed è eletta dall'assemblea con diritto
di approvazione da parte del Patriarca. I luoghi dove il parlamento si
riunisce sono Cividale, capitale della provincia, Campoformido dove
avean luogo le mostre della milizia, e S. Daniele uno dei centri
dell'amministrazione demaniale aquilejese, più tardi poi si fissa
stabilmente a Udine.
La provincia si divideva in varie circoscrizioni di cui la maggior parte
era retta da feudali, altre invece erano amministrate da ufficiali
patriarcali detti, alla longobarda, gastaldi. Anche le città erano
sottoposte a questi gastaldi che vi tenevano la giurisdizione criminale
maggiore e la civile e stavano nei consigli cittadini accanto ai consoli
o provveditori. Il comune, anche cittadino, è presso di noi in uno
stadio arretrato di svolgimento se lo si confronti coi comuni del
rimanente d'Italia; oltre alle parti più importanti della giurisdizione
gli sfugge il potere di pace e di guerra e l'esercito generale che
dipendono dal Parlamento dove esso però manda i suoi rappresentanti. La
città si distingue dal comune rustico soltanto per l'organizzazione
militare diretta alla difesa delle mura, per le pene elevate che
difendono l'ordine pubblico nella sua cerchia, per i privilegi di quel
riparto speciale che è il mercato. Le sue magistrature sorgono a poco a
poco dalla riunione di tutti i cavalieri e pedoni pertinenti alla sua
difesa, assemblea che certo si dovette riunire in tempi antichissimi
anche sotto il governo del conte. L'assemblea generale è l'_arrengo_
dove si trattano soltanto gli affari più gravi; al governo provvede il
consiglio composto per metà dai nobili (_equites_) e per metà dai plebei
(_pedites_), agli affari quotidiani provvedono poi i consoli o
provveditori. Lo statuto abbraccia gli argomenti di competenza di tali
magistrature: i provvedimenti per la difesa, le misure di polizia e
d'annona, il regolamento delle cariche, dei beni comuni e le norme per
il mercato.
Accanto ai comuni cittadini vi son poi le comunità rustiche che però
vivono all'ombra di un signore. Questi comuni son formati dalla gran
massa degli antichi servi, da coloni, dagli aldioni, e anche dai liberi,
che si chiamano, tutti insieme, la _contadinanza_, in cui la
consuetudine ha fissati obblighi e diritti di fronte al padrone, di
guisa che la situazione secolare non può esser mutata nè dagli uni, nè
dagli altri, se non con accordi reciproci. Espressione di questa
situazione è lo statuto rurale in cui si fissano appunto le consuetudini
del gruppo rusticano.
Certamente già nel sec. XIII e più poi nei successivi, la maggior vita
economica rese più gagliarde queste plebi così cittadine come rustiche,
e se ne vedono le prove prima di tutto nelle concessioni che essi
ottengono dai lor signori: principale quella dei Patriarchi che
concessero ai lor censuali il diritto di testare liberamente dei lor
beni, e poi nelle affrancazioni di servi che divengon sempre più
numerose e di solito son comprate da costoro coi lor peculî acquistati
nell'agricoltura o nei traffici. Questo ascendere delle plebi è poi
vittoria dell'elemento romano sul germanico, specialmente nel nostro
Friuli ove, dopo tre secoli e mezzo di principato quasi sempre tenuto da
tedeschi, la cultura germanica aveva certo preso piede nelle classi più
elevate; Tomasino de' Cerchiari appartenente ad una delle principali
famiglie cividalesi era certamente italiano di lingua e di cultura,
nondimeno poetava anche in tedesco[305]. Il popolo era invece (se si
faccia astrazione dalle poche isole slave) interamente latino e si
serviva o del volgare romanzo, il dialetto friulano, o della lingua
letteraria comune a quasi tutta l'Italia settentrionale e cioè il
veneto. L'affluire dei commercianti toscani, lombardi, veneziani, la
potente immissione di sangue italiano che segue coi patriarchi
successori di Pertoldo, come diremo, decidono la definitiva vittoria del
popolo sull'aristocrazia feudale e dànno prevalenza assoluta al
linguaggio friulano-veneto.
Punto saliente di questa trasformazione si può considerare il periodo
che abbraccia in sè gli ultimi anni del Patriarcato di Pertoldo di
Andechs, e quello di Gregorio da Montelongo.
=Il patriarcato di Pertoldo e dei suoi successori.= Mentre nel periodo
in cui le armi di Federico II brillavano nel loro più vivo splendore, il
Friuli fu una vera porta aperta fra la Germania e l'Italia e grandi
assemblee di principi tedeschi ed italiani si riunirono a Cividale e ad
Aquileia, come quella che nel 1231 condusse alla riconciliazione
dell'Imperatore col suo figlio ribelle Enrico, di cui fu mediatore il
Patriarca Pertoldo insieme ad altri principi, nel periodo successivo,
dopo il concilio di Lione (1245) in cui lo Svevo fu deposto e
scomunicato, l'indirizzo della politica friulana cambia improvvisamente
e comincia per il nostro paese una nuova era guelfa, in perfetta
opposizione col periodo precedente che fu quasi sempre ghibellino.
Diverse furono le cause che ci riesce di cogliere per questo mutamento.
Non vi dovettero essere estranee le difficoltà finanziarie del
Patriarcato e perciò l'influenza dei banchieri fiorentini che, come
vedemmo, avevano poste salde radici in Friuli, ed erano segretamente
avvinti alla politica papale; grande importanza vi ebbe pure l'azione
personale del legato pontificio Gregorio da Montelongo che dimorò per
lungo tempo nel basso Friuli e dovette stendervi sottili intrighi fra il
clero contro l'amico di Federico II, il Patriarca Pertoldo; ma forse
decisiva fu la minaccia di Ezzelino da Romano che, signore ormai
dell'intera marca trivigiana e di buona parte della Lombardia, non
mancava di occhieggiare con cupido sguardo anche la ricca regione
friulana ed era aiutato dalla potente casa di Prata a lui stretta da
vincoli di parentela e principale fra quei liberi che già vedemmo
riottosi nel piegar di capo al Patriarca. Si rinnovavano così i tristi
giorni che funestarono gl'inizî del Patriarcato di Pertoldo. Ezzelino
invase a più riprese il Friuli dove aveva numerosi partigiani fino fra
gli ecclesiastici; nel 1250-51 troviamo decreti patriarcali e pontifici
diretti contro Ulvino di Sbrojavacca, e contro il parroco Rizzardo di
Fagagna e l'arcidiacono di S. Pietro in Carnia che avevano data man
forte al ghibellino assalitore. I due ecclesiastici furono destituiti e
la pieve di Fagagna fu sottoposta al Capitolo di Cividale. Davanti al
pericolo, il Patriarca dovette per necessità cercar aiuto nel partito
avversario, visto che l'Imperatore ormai stremato di forze non aveva
autorità sufficiente per tener in freno il suo violento ed ambizioso
vicario: di qui la lega che unì Pertoldo al Marchese d'Este, ai
bresciani ai mantovani a tutto il partito guelfo insomma, di cui era
anima il legato pontificio Gregorio di Montelongo.
Il 23 Maggio 1251 morì il Patriarca Pertoldo e gli successe nella sede
aquilejese lo stesso Montelongo. Il Friuli divenne così, con quest'uomo,
uno dei punti strategici più importanti della lega guelfa e continuò ad
esser tale per lungo tempo anche coi successori di Gregorio, i Turriani:
per un secolo dal 1250 fino al 1350 il patriarcato, che sino allora era
stato costantemente in mani tedesche, passa in mani italiane: ciò che è
dovuto specialmente ai mutamenti arrecati alla costituzione del capitolo
aquilejese cui spettava la presentazione, ed alla politica fieramente
ostile ai Cesari tedeschi della sedia Papale che aveva, già fin dai
tempi di Onorio III, rivendicata a sè la definitiva elezione del
Patriarca.
=I nemici dei patriarchi.= Non che però la vittoria fosse definitiva;
tutt'altro! Nel seno della regione stessa covava un nemico ambizioso e
gagliardo cui facevano capo i feudali a lui legati da rapporti di
vassallaggio per feudi concessi, o che addirittura risiedevano in sue
terre, e cioè il conte di Gorizia. Ma non questi soltanto stendeva la
mano sul Friuli; il germanesimo vi penetrava anche per un'altra via:
Pordenone, che se da Pertoldo, nei tempi della sua maggiore potenza, era
stato tenuto come proprio, era poi al tempo del Montelongo ricaduto in
mano dei duchi di Stiria che per un certo tempo esercitano una notevole
supremazia in Friuli specialmente quando vengono in potere del retaggio
dei duchi di Carinzia. Più tardi vedremo poi un altro potente signore
tedesco, il duca d'Austria intromettersi violentemente nelle cose del
Patriarcato.
Ma se i nemici tedeschi insidiavano così l'indipendenza e la nazionalità
stessa del Friuli, altri nemici italiani stavano in vedetta minacciando
il potere politico del Patriarca: tali i Caminesi che fra la fine del
sec. XIII e il principio del XIV fanno ripetuti e gagliardi tentativi
per impossessarsi della provincia, e Venezia che non cessa mai di
insidiare il Patriarcato, agognando nei primi tempi i dominî aquilejesi
della sponda orientale dell'Adriatico, e poi lo stesso Friuli. I
Veneziani sin dal XIII sec. tenevano loro ufficiali ad Aquileja e
cercavano di stringere a sè, con rapporti di vassallaggio, i fedeli del
Patriarca: più tardi poi, come vedremo, avvincono alla propria politica
con denaro e con la fine arte diplomatica di cui erano maestri, famiglie
potenti e comuni principali del Friuli. Certo, per essi la regione
friulana-istriana rappresentava da un lato uno strumento importantissimo
per la prosperità del loro commercio facendovi capo alcune delle strade
di Germania, dall'altro una continua minaccia perchè i porti del basso
Friuli, e Trieste in special modo, potevano esser, alla potenza Veneta,
formidabili concorrenti.
Nella storia del Friuli convien considerare quindi sempre il giuoco di
questi fattori esterni che molte volte, più che gl'interni, determinano
gli avvenimenti. E la storia del Friuli è in questi secoli un seguito
continuo di guerricciuole, di assalti di fendatarî contro comuni, di
comuni contro castelli, discordie sanguinose, il più delle volte
fomentate dai pretendenti esterni.
Alla morte del Patriarca Gregorio che era stato imprigionato dal Conte
di Gorizia e liberato soltanto per l'intromissione del Re di Boemia
Ottocaro, Cividale vien ferocemente contesa fra i partigiani di questo e
quelli di Filippo duca (o almeno pretendente) di Carinzia. La lotta fra
i due contendenti fu poi interrotta dopo la elezione del Patriarca
Raimondo della Torre per la morte di Filippo e per le ostilità scoppiate
fra il Re tedesco Rodolfo I, ed Ottocaro. Il Patriarca Raimondo, anche
per la notevole forza della sua casa, tenne abbastanza saldamente il
potere e cercò di riconquistare sui veneziani i dominî che questi
avevano tolto al Patriarcato da Duino all'Istrie. Per questo egli cercò
di tenersi amico il Conte di Gorizia e con una politica poco
antiveggente consentì alla cessione, che la casa di Mels fece a questi,
di Venzone, la vera chiave, in quei tempi, del Friuli settentrionale
(1288), preparando così una serie di asprissime lotte alla chiesa
aquilejese ed al Friuli.
L'accrescimento di potere del conte di Gorizia e le continue minacce dei
Da Camino condussero più tardi ad una vera egemonia dei Goriziani in
Friuli. Già la forza dell'esercito patriarcale, abbastanza esigua, si
vedeva diminuita dalle sanguinose discordie scoppiate verso la fine del
secolo XIII fra la casa di Zuccola, detta così dal castello presso
Cividale di cui esistono oggi appena le ruine, e quella di Castello
(Frangipani di Tarcento) per la eredità del gran barone Walterpertoldo
di Spilimbergo, discordie che diedero nuovo modo ai Caminesi ed ai
Goriziani d'intromettersi nelle interne faccende del paese. Durante i
tempestosi patriarcati di Pietro Gera (1299-1301) e di Ottobono de'
Razzi (1302-1315) le nostre pianure furono corse in guerra quasi di
continuo.
È interessante notare come ora le comunità prendano una parte sempre
maggiore nella politica del paese. Dal 1299 al 1307 si può dire che le
comunità lottino di continuo contro i feudali per impedire l'egemonia
del conte di Gorizia nella provincia. E contro di esse si dirige poi il
maggior sforzo dei collegati diretti da W.P. di Zuccola-Spilimbergo, in
questo tempo principale feudatario della regione, quando si riprendono
le ostilità. Nel 1308 le truppe assalitrici degli spilimberghesi
giungono fino nel cuore di Cividale ed a mala pena i cittadini riescono
a respingerle, nell'anno successivo Walterpertoldo trova poi la morte in
un asprissimo tentativo di scalata alle mura di Udine in cui è assistito
da Gerardo Da Camino. Il Patriarca per cercar salvezza deve piegare
intieramente alle pretese del Conte di Gorizia; dal 1310 fino alla
venuta del patriarca Pagano questi sia il vero signore del Friuli;
risiedeva a Cividale, aveva posti suoi ufficiali nelle gastaldie
patriarcali, nel 1313 Gemona gli aprì le porte, e il Patriarca a mala
pena poteva tenere Udine.
Soltanto il ritorno al governo del Friuli della potente e ricca
consorteria dei Turriani potè liberare il paese, per un lungo periodo,
dal Conte di Gorizia; nel 1319 Pagano sborsò 6000 marche di denaro
(circa 4 milioni di valuta odierna), per aver di ritorno i luoghi
occupati dal Goriziano e dovette lasciargli in pegno ancora le valli
slave (capitanato di Arisperg) e quelle carniche. Il governo di Pagano è
uno dei periodi più notevoli della storia friulana; tenuto in rispetto
il conte di Gorizia che era occupato nel governo di Treviso, posto un
freno ai feudatarî, il commercio potè espandersi, e i mercanti
fiorentini e lombardi sotto il patronato dei ricchi Turriani che, dopo
la rotta di Vaprio, si rifugian tutti dalla Lombardia in Friuli, hanno
libero campo ai loro traffici. In questo periodo si organizza più
saldamente il parlamento e si disegna in particolar modo il potere del
_Consiglio_ del parlamento che, come già si vide, costituiva una specie
di ministero della repubblica friulana.
=L'importanza acquistata da Udine. I Savorgnano. Il patriarca
Bertrando.= L'aumento di traffico che, con la pace, ha luogo nella
regione, accresce l'importanza delle città e in particolar modo di Udine
che va eguagliando rapidamente Cividale, in attesa di superarla alla
metà del sec. XIV. A Udine aveano fatto la lor sede principale le
società bancarie toscane, e anche i nobili prendevano parte alle loro
operazioni e in particolar modo i Savorgnan che, dal loro castello
presso Tarcento, vi avevano fissata stabile dimora. Nei documenti del
tempo ci restan memorie di colossali operazioni finanziarie che questi
grandi signori conducono a termine col Patriarca, e coi principati
germanici insieme a potenti case toscane come i Soldonieri.
Dal tempo di Pagano sembra datare anche l'assoluta preponderanza che la
casa Savorgnana esercita a Udine dove dopo lotte sanguinose riesce,
coll'aiuto di Pagano e dei Cividalesi, a sopprimere i proprî rivali. Nel
breve periodo che corre dal 1320 al 1333 i Savorgnan stesero il loro
dominio sui Forni della Carnia, su Osoppo, Cergneu e Flagogna contesa
aspramente loro dai di Castello. Poi con Bertrando furono strumento
principale dell'aspra lotta con cui questi cercò di liberare il paese
dalle preponderanze straniere e continuarono la sua politica anche
quando quello cadde sotto i colpi dei congiurati alla Richinvelda.
Quanto c'entrasse Venezia in questa politica di Udine e dei suoi signori
non si può dire con sicurezza: però alcuni documenti ci mostrano come i
rapporti fra Francesco Savorgnan e la Serenissima dovessero esser molto
stretti. In ogni modo è su di un nuovo e poderoso elemento che si deve
contare d'ora innanzi nella storia friulana. La borghesia industriosa e
commerciale di Udine si faceva innanzi nella politica friulana e vi
prendeva una posizione eminente, ed i Savorgnan ne erano i vessilliferi.
Venezia verso la quale, come il prossimo gran centro commerciale, questa
borghesia Udinese non poteva a meno di gravitare, doveva più tardi
farsene scudo a conquistare il Friuli.
Bertrando fu certamente una fra le più grandi e belle figure che ci
offrano i Patriarchi aquilejesi: il suo duro genio ebbe grandiosità di
concezioni ed energia implacabile nel porle in opera. Le truppe friulane
che sino allora s'erano acquistate buon nome combattendo assoldate in
paesi lontani, oppure in guerre fratricide, furono da lui condotte
risolutamente contro i secolari nemici del Patriarcato. Rizzardo da
Camino, ultimo della sua casa, cadde combattendo a S. Vito, i fautori
della contessa di Gorizia capitanati da W. P. di Spilimbergo furon
sbaragliati a Braulins il 24 agosto 1336 e Venzone aprì le porte al
vincitore che in pari tempo estendeva oltre Conegliano le frontiere del
suo principato e spingeva poi le sue armi vittoriose fin sotto il
castello di Gorizia (1340). E in pari tempo poneva le basi di nuovi
ordinamenti amministrativi dividendo la provincia in quattro quartieri
di qua del Tagliamento e uno di là, aumentava le difese, aiutando le
comunità a riattare le proprie fortificazioni, si adoperava (1339, 1343,
1344) per dar vita ad uno Studio generale a Cividale, cercava di
correggere i costumi e di frenare le usure.
L'azione di Bertrando poteva riuscire efficacissima per ricostituire
saldamente lo stato patriarcale, ove non fosse stata di inceppo, da un
lato la stessa indole del prelato troppo violenta e severa, dall'altro
le segrete intelligenze che univano Cividale e molti nobili friulani ai
conti goriziani. I due ultimi anni del suo reggimento furon turbati da
gravi torbidi e la sorda lotta fra i Savorgnan e il Patriarca da un
lato, e i Goriziani dall'altro giunse al punto di dar origine alla
congiura macchinata da costoro, dai Portis di Cividale, dagli
Spilimbergo e da altri, per la quale il prelato fu assassinato alla
Richinvelda il 6 giugno 1350.
=Le lotte col duca d'Austria.= Gli successe Nicolò di Lussemburgo
fratello illegittimo dell'Imperatore Carlo IV che trasse atroce vendetta
dell'eccidio squartando e martoriando i congiurati che potè aver fra le
mani. La protezione imperiale rendeva abbastanza sicuro il governo del
lussemburghese; tuttavia anch'esso non riuscì a domare i riottosi
feudali, e dovette spesso rifugiarsi nella tranquilla solitudine di
Soffumbergo, la bella villeggiatura patriarcale presso Faedis, lasciando
che le frazioni nemiche si combattessero a lor posta, mettendo a ferro e
fuoco il paese.
Un terribile nemico si disegnava intanto sull'orizzonte friulano e
doveva porre in forse la dominazione patriarcale, il duca Rodolfo IV
d'Austria che per il continuo dilatarsi dei suoi dominî stava ormai
minaccioso ai confini settentrionali del Friuli. Il pericolo divenne
grandissimo quando il Patriarca Nicolò morì e mancò quindi al Friuli la
protezione che Carlo IV largiva al fratello. Il nuovo principe Ludovico
della Torre era energico ed avveduto e cercò di riunire intorno a sè
tutte le forze friulane per l'impari lotta. A tal fine mutò il governo
di Cividale per rompere i legami che univano l'antica aristocrazia
cividalese al partito feudale e cercò di farvi trionfare nuovi elementi
democratici. Tuttavia malgrado l'unione delle comunità, dei Turriani,
dei Savorgnan, la lotta contro il duca d'Austria non fu, nei primi
tempi, meno disgraziata.
Movente occasionale furon differenze insorte fra mercanti tedeschi ed i
gemonesi che per rappresaglia diedero l'assalto a Venzone ed alla
Chiusa; S. Daniele aggiunse esca al fuoco assaltando le terre dei
signori di Varmo parenti degli Spilimbergo principali sostenitori,
questi, dei Goriziani e degli Habsburg in lega fra loro.