Paolo Diacono, Andrea di Bergamo, l'esercito friulano insieme al
vicentino, e al trevisano avrebbe dato battaglia ai franchi, già
vittoriosi a Pavia ed a Verona, al ponte della Livenza e li avrebbe
rotti, ma poi per le callide arti di alcuni grandi che erano stati
corrotti da Carlo magno, la resistenza sarebbe stata troncata e il duca
friulano Rotgaudo avrebbe piegato alla nuova signoria. Ma Rotgaudo erasi
sottomesso soltanto apparentemente: il fiero leone longobardo fremeva
sotto la signoria dell'odiato franco e nell'inverno 775-76, cogliendo
l'occasione che Carlo era impegnato coi sassoni, i friulani sotto la
guida del loro duca, e di suo suocero Stabilino, forse un romano,
divenuto duca di Treviso, levarono la bandiera della ribellione, cui
parteciparono anche i duchi di Spoleto e di Benevento, e l'arcivescovo
di Ravenna. Rotgaudo, come sembra, era destinato ad occupare il trono
d'Italia. Carlo, cercò dividere i congiurati promettendo maggiore
indipendenza ai duchi meridionali i quali, colla solita perfidia, se ne
stettero colle mani in mano attendendo l'esito della lotta. Dove
avvenisse la battaglia fra Rotgaudo e Carlo non è dato di sapere: forse
al Brenta. Questa volta fu nemica la fortuna. L'esercito friulano fu
rotto, e perì colle armi alla mano, insieme al fiore della nobiltà, il
duca che solo fra tutti i longobardi, aveva osato sostenere
l'indipendenza italiana contro i franchi. Fra i nomi degli uccisi è
ricordato Waldando figlio di Mino di Lavariano. i due fratelli Ratgaudo
e Felice di Cividale: fra i prigioni i cui beni, come quelli degli
uccisi, furono, senza pietà, confiscati, è celebre Arechi il fratello di
Paolo Diacono: altri fuggirono fra gli ávari od in Baviera come il
nobilissimo Ajone che più tardi rientrò nelle grazie di Carlo ed ebbe da
questi restituite le vaste possessioni in Friuli[297].
=La dominazione franca. Berengario. Le invasioni degli Ungari.= Così,
con la oppressione della nobiltà friulana, colla nomina di Paolino,
friulano di nascita, ma fidatissimo a Carlo, a Patriarca
aquileiese[298], colla imposizione di guarnigioni franche, di un duca
franco al Friuli, e certo con la concessione di numerose terre date in
benefizio a vassalli franchi, la dominazione carolingia era assicurata
in Friuli.
Ma benchè la supremazia longobarda fosse finita e con essa la speranza
di una stabile signoria nazionale, l'importanza del Friuli per la
politica generale non fu per questo diminuita; anzi essa crebbe dacchè
la nostra regione, affidata al valoroso Eric di Strasburgo divenuto
conte della marca friulana (e detto anche duca) fu designata come il
centro dell'espansione dell'impero franco verso oriente, e divenne il
punto di partenza delle spedizioni carolingie contro gli ávari. Da
questo momento deriva probabilmente la denominazione di Cividale, che
fin allora era chiamata _Forum Juli_, come _Civitas Austriae_, ossia
centro della regione più australe (orientale) del regno franco,
denominazione che è affatto estranea al racconto di Paolo Diacono.
Nel 791 gli ávari discesero con la solita irruenza verso la Baviera e
verso il Friuli; le due colonne furono affrontate e sconfitte l'una da
Carlo stesso che lor mosse incontro da occidente, l'altra dal Re
d'Italia Pipino che li respinse dal Friuli, penetrando nella Pannonia
Inferiore. Quattro anni più tardi Erico, cui era stato affidato il
comando delle tre contee del confine (Friuli, Istria, Treviso) sconfisse
completamente gli ávari penetrando nella lor capitale, il Ring, le cui
ricchezze furon tratte ad Aquisgrana. Finchè durò il suo governo, il
Friuli fu centro d'un vasto territorio i cui confini si estendevano sino
alla Drava. Anche l'amministrazione ecclesiastica aquilejese si estese
di molto nei paesi nuovamente conquistati e i suoi confini vennero poi
limitati, al tempo del Patriarca Orso successore di Paolino, al corso
della Drava. Quando la dominazione carolingia fu stabilmente assicurata,
anche l'antico commercio della Pannonia e del Norico col mare dovette
risorgere, ed a questo suo rifiorire son coordinate probabilmente le
intraprese commerciali della chiesa di Grado ed i privilegi che alle
navi del Patriarca Fortunato concesse Carlomagno.
L'unità della marca friulana fu in questi tempi più volte rotta e poi
ricomposta per necessità di difesa[299]. La tenne intera probabilmente
Eberardo, discendente da potente ceppo franco della Mosa e marito ad una
figlia di Ludovico il bonario, che resse i nostri paesi dall'836 sino
all'866. Cividale fu allora centro notevole di cultura e d'insegnamento
non solo per la regione friulana e per l'Istria, ma anche per Treviso e
per i paesi conquistati sugli ávari. La corte di Eberardo fu splendida
per l'ospitalità largita a dotti nostrali e forestieri; vi fu ospite
quel Godescalco, famoso poeta sassone del IX secolo, che cantò in teneri
versi la munificenza del duca che lo proteggeva dai suoi persecutori, e
le vicende ora liete ora tristi della splendida progenie di Eberardo.
[Illustrazione: Fig. 22ª. — S. Giovanni d'Antro.]
A questa famiglia il Friuli doveva molta gloria, ma pure anche
grandissime sventure. Dopo il breve reggimento di Unroco, il maggior
figlio di Eberardo, successe Berengario che dall'874 all'888 fu
Marchese-Duca friulano e, dopo la morte di Carlo il Grosso e
l'estinzione dei legittimi carolingî divenne re e quindi imperatore. Il
Friuli e la contea di Verona fornirono costantemente il nucleo dei
fedeli a Berengario che di qui partì in guerra, considerato come re
difensore dell'elemento italiano avverso ai franchi, contro a Guido di
Spoleto, qui si rifugiò quando questi col denaro e colla corruzione
riuscì a superarlo, e di qui partì poi nell'897 dopo la morte di Guido e
dell'imperatore Arnolfo per cingere la corona imperiale. Ma se queste
terre gli furono costantemente fedeli, pure egli non seppe difenderle
quando nell'899 calarono i ferocissimi ungari, mettendo a ferro e fuoco
il paese. Le incursioni ungariche si rinnovellarono poi nel 904, nel 923
e nel 942; fin dove giungessero, quali borghi distruggessero non ci è
dato sapere. Dai diplomi degli Ottoni parrebbe che le devastazioni
maggiori fossero da loro compiute lungo la così detta Strad'alta:
_Vastata Hungarorum_ nel basso Friuli, ma certo anche la parte alta
dovette sentirne gravissimi danni: il commercio che era andato
rifiorendo fu tronco, la maggior parte dei vassalli imperiali, che
quantunque d'origine straniera s'erano ormai quasi confusi coi nativi,
fu uccisa, la luce di cultura e di gentilezza che si era accesa in
Friuli fin dall'ultimo secolo del regno longobardo e s'era mantenuta fin
a questo tempo spenta, tutto questo fu conseguenza delle orribili
devastazioni ungariche per le quali il Friuli perdette d'un tratto il
posto eminente che aveva acquistato in Italia e cadde in una tale
oscurità che a mala pena se ne conoscono le vicende durante il secolo
che seguì.
=La decadenza del Friuli. I feudatarî tedeschi.= Tutto bisognava
ricominciare da capo: erigere fortilizii, ripopolare di difensori le
mura, restituire ai campi i loro coltivatori. In queste condizioni non
ci dobbiamo meravigliare se il Friuli perdette, in certo modo, la
propria individualità e se ci troviamo dinanzi a due fatti di grande
importanza per la nostra storia: l'assoggettamento del paese, divenuto
semplice contea, alla Marca di Verona, forse già col regno di Berengario
II[300], l'abbiatico dell'imperatore friulano, e il rapidissimo
ingrandirsi della potenza secolare della chiesa aquilejese.
Il primo fatto acquista un peso anche maggiore quando si pensi che la
Marca veronese fu poi dagli Ottoni resa dipendente, insieme alla
Carinzia, del ducato di Baviera, e dopo il 976, del ducato Carinzia. Si
inferì da questo fatto che tali paesi d'Italia, ossia l'antica
«_Austria_» longobarda, venissero in tal modo staccati dal regno italico
e congiunti colla Germania, però la supposizione non è attendibile,
perchè mai troviamo i nostri nobili frequentare i giudizî d'oltr'alpe e
i documenti, e le stesse infeudazioni parlano sempre di paesi situati
«_nel regno italico_». Si tratta dunque di unione personale, meditata
dagli imperatori sassoni allo scopo di tener maggiormente soggetta la
parte d'Italia che era stata culla della dinastia nazionale dei
Berengarii ed aveva mostrato maggiori velleità d'indipendenza ed
assicurare così la propria discesa nella penisola in ogni occasione.
Convien però anche confessare che gravi e durature furono le conseguenze
di quest'unione perchè per essa molte grandi famiglie d'oltr'alpe
ottennero possessi allodiali, feudi e diritti in Friuli, beni che
essendo posseduti da feudatarî dipendenti dal duca di Carinzia o anche
diretti dell'Impero, costituirono, anche quando il Friuli riebbe, coi
Patriarchi, la sua piena indipendenza, dei territorî separati, delle
vere isole politiche e giurisdizionali che pur essendo teoricamente
comprese nel regno italico, in pratica erano appendici del regno
germanico e lo furono purtroppo per sempre alcuni, altri per molto
tempo. Così Pordenone, Cordenons, e la bassa valle del Fella (Venzone)
appartenenti prima agli Eppenstein, poi agli Ottocari, infine agli
Habsburg. Così Salcano e Gorizia prima forse degli Eppenstein e poscia
dei Peilstein ed infine dei Conti di Gorizia che da costoro li
ricevettero in feudo insieme all'avvocazia della chiesa d'Aquileja, di
Cividale e di Udine; così Tarcento dei Machland-Perg e poi degli
Hohenzollern; così Madrisio dei Treven e poscia dei Lechsemunde; così
Attimis ed altri castelli e terre senza contare numerosi possessi di
monasteri tedeschi. Si formò così all'oriente quella Contea di Gorizia
che, nell'esteriorità politico-amministrativa, doveva rompere
irrimediabilmente l'unità friulana, e ristretta dapprima alla sinistra
dell'Isonzo, doveva poi estendersi anche sulla destra.
Oltre a questa, altre conseguenze scaturirono probabilmente da
quell'unione: ad essa son dovute certo in buona parte le origini di
parecchie fra le nostre famiglie feudali: i _liberi_ in particolar modo
come, per il territorio fra l'Isonzo e il Tagliamento, i di Castello
(Tarcento-Frangipane), Villalta, Caporiacco, ed anche alcuni fra i
ministeriali, come gli Spilimbergo, i Ragogna, i visconti di Mels, i
Prampero ed altri. Pochi, di certo, sono fra i nostri quelli che
rimontino ad anteriori età: soli, per i quali si può supporlo, con
qualche fondamento, sono i Savorgnan. D'altronde questa origine
post-ottoniana dei nobili friulani si accorda benissimo colla strage
degli antichi militi carolingi che sappiamo esser avvenuta nelle
battaglie ungariche e nelle lunghe ed atroci dissensioni dell'epoca dei
Re d'Italia. Oltre a ciò a quest'epoca si deve probabilmente
l'introduzione da parte dei feudatari stranieri di un certo numero di
slavi che furono destinati a ripopolare alcuni paesi della pianura e del
pedemonte friulano devastati dalla guerra. Il riferimento a quest'epoca
riesce certo quando si osservi che tali paesi sono disseminati
precisamente intorno alla strada detta ungaresca, come Grorizzo e
Gorizzizzo, Virco, Sclaunicco, S. Maria di Sclaunicco ecc.
=Il dominio della chiesa di Aquileja.= Di fronte a questo fatto ed alle
sue conseguenze, sta l'altro che si può, per certi rispetti, considerare
il suo contrapposto, l'ingrandirsi cioè della chiesa Aquilejese come
potenza politica.
Dopo la discesa degli ungari, la desolazione che questi avevano recata,
l'uccisione dei feudatarî principali, lo sparire del marchese friulano e
la sua sostituzione con un semplice conte il cui territorio fu molto
ristretto, certamente la Chiesa Aquilejese aveva forte preponderanza in
Friuli, arricchita come si era per lungo decorso di anni con le
donazioni degli Imperatori, dei Marchesi e dei maggiorenti friulani. A
lei quindi, come accadde per le altre chiese vescovili, e per le badie
nel resto dell'Italia settentrionale, venne il carico di riorganizzare
la difesa del paese in tutti i vasti territorî che le spettavano, ed
essa profittò della circostanza per riedificare molti villaggi e
distretti i cui signori eran periti; gl'Imperatori ed i Re favorirono
questo compito della chiesa, concedendole territorî e luoghi importanti
per la lor posizione e munizioni interessanti. Dal 900 in poi
s'incontrano di frequente tali concessioni. Così la chiesa ebbe (904) la
porta di S. Pietro di Cividale, (900 e 931) il fiume Natissa col placito
di Ampliano, (964) il castello di Incisas sopra Cormons, (967) il
castello di Farra e il territorio fra la Livenza e la strada di Ungari e
il fiume delle due sorelle, (983) i castelli di Udine, Buia, Fagagna e
Brazzano, (1001) la metà del territorio di Gorizia. Che buona parte dei
paesi distrutti dagli Ungari sia stata riedificata dalla chiesa
d'Aquileja lo dice il diploma di Ottone III del 1001 al Patriarca
Giovanni in cui concede alla Chiesa stessa la giurisdizione delle ville
riedificate da questa nei proprî beni ed in quelli dei _boni homines_
morti senza eredi _post Hungarorum nefandam devastationem_, e del
terreno d'intorno nel raggio di un miglio.
[Illustrazione: Fig. 23ª. — Castelli di Zucco e Cuccagna (Faedis).]
Da questa vasta azione della chiesa aquilejese trae le sue origini, in
gran parte, la fitta rete di rapporti feudali che copre durante tutto il
M. E. ed anche nei tempi posteriori la nostra regione. Il sistema
beneficiario che la chiesa adoperava già per le necessità interne della
sua amministrazione, si estende a sostenere tutti i servizî d'indole
pubblica che essa deve organizzare nei vasti territorî a lei sottoposti.
Dall'obbligo dei castellani di militare a cavallo nelle soldatesche
patriarcali, a quello degli _habitatores_ di difender le mura di un
borgo o un vallo incastellato, dall'amministrazione della giustizia alla
riscossione delle imposte, dal trasporto delle derrate del principe
all'obbligo di prestare i materiali per il riatto delle vie e delle mura
pubbliche, tutto ciò si organizza col sistema benefiziario su cui si
innesta la fedeltà vassallatica: si concedono terre e redditi
coll'obbligo di prestare al Signore fedeltà e servigî determinati. Così
accanto agli ultimi resti dell'aristocrazia longobarda e dei militi
carolingî, a lato della riottosa feudalità imperiale del Conte friulano,
s'allinea la caterva di feudali della chiesa aquilejese, derivanti in
gran parte da antichi dipendenti che abitavano nei dominî della chiesa
stessa, oppure dalla familia dei vari Patriarchi. Questi feudali, quasi
tutti d'origine non libera, costituiscono il nerbo dello stato che i
Patriarchi andavano, a poco a poco, costituendo.
Questi fatti ebbero grande importanza per l'avvenire, dacchè la potenza
della chiesa aquilejese ne crebbe a dismisura. Ciò si vide in particolar
modo quando venne al Patriarcato l'energico Popone appartenente alla
potente dinastia stiriana di Traungau. Nei ventisei anni (1019-1045) in
cui questi ebbe la sedia Aquilejese, non solo ottenne col mezzo
dell'Imperatore Corrado II di cui fu famigliare e fra i principali
ministri, di fissar meglio le immunità del grande possesso della sua
Chiesa di fronte al Duca di Carinzia e Marchese di Verona, e di vincere
la lunga lotta di supremazia contro Grado, ma cercò poi di rassodare il
suo potere col restaurare Aquileja e di ristabilire le vie commerciali
che dalla Germania, attraverso il Friuli, mettevano al mare. A tal fine
dotò riccamente i canonici Aquilejesi e li interessò al risorgimento
commerciale di Aquileja concedendo loro parte del suolo dell'antica
città per erigervi delle stationes ossia depositi di mercanti, ed
altrettanto fece per il porto marino di Pilo a cui faceva capo il
commercio aquilejese. Ad ambedue questi scopi, commerciale cioè e di
supremazia religiosa, si deve probabilmente il suo tentativo di
annientare addirittura Grado con una violenta incursione nella isoletta
adriatica.
Questo risorgere del commercio, non potè a meno di esser legato al
ristabilimento delle vie che attraverso i passi delle Alpi conducevano
al mare: dovette quindi, da quel punto, cominciare per le città e per le
borgate friulane situate su quelle: Venzone, Gemona, Udine e,
naturalmente, anche per Cividale una nuova vita, e rompersi il cerchio
di ferro che aveva cinto il Friuli durante tutto il periodo che comincia
dalle prime incursioni ungariche e va fino al principio del secolo XI.
Anche le arti dovettero riprendervi vigore e come si vede da ciò che ci
rimane del duomo poponico in Aquileja, queste arti subirono l'influsso
veneto-orientale e non, come si sarebbe potuto credere, quello
germanico. Le pitture aquilejesi arieggiano infatti (e di molto) i
mosaici ravennati e veneziani. Questo si rannoda benissimo col risorgere
del commercio per le vie friulane, che doveva portare fra noi
l'influenza dei paesi dove, proprio in quei tempi, l'arte aveva un
rigoglioso risveglio. Il rinvenimento di un denaro di Popone in Polonia,
avvenuto qualche anno fa, ci permette appunto di constatare con certezza
come le carovane dei mercanti provenienti, attraverso la penisola,
dall'oriente attraversassero il Friuli: il tesoretto con tutta
probabilità pertinente ad un mercante, contiene infatti non solo monete
di zecche polacche, tedesche e boeme, ma anche lucchesi ed arabe, ed,
insieme a queste, il prezioso esemplare del denaro di Popone cui allora
allora Corrado II aveva concesso il diritto di batter moneta[301].
Mercè l'attiva politica poponica la Chiesa Aquilejese era divenuta così
l'effettiva padrona del Friuli, al cui conte restava soltanto la
porzione, abbastanza limitata, del territorio in mano di suoi vassalli e
di arimanni, mentre nella stessa Cividale una buona parte doveva
appartenere al Patriarca come la porta di S. Pietro, tutto il terreno e
le case pertinenti al Monastero di S. Maria in Valle e allo Xenodochio
di S. Giovanni, che eran proprietà del Patriarca senza contare le vaste
case patriarcali. Agli Imperatori quindi, fu di sommo interesse il
mantenere il Patriarcato in mani lor fedeli. La elezione patriarcale,
nelle mani dei canonici aquilejesi, cadde da quel giorno, sino al secolo
XIII, sempre su tedeschi: ciò dipese probabilmente dalla originaria
composizione poponica del Capitolo che lo legò strettamente alla
politica imperiale.
[Illustrazione: Fig. 24ª. — Castello di Partistagno.]
I Patriarchi appartennero quasi sempre a potentissime famiglie; basterà
ricordare fra essi Gotepoldo, zio dell'Imperatore Enrico III. Il motivo
di questo interesse imperiale per la sedia aquilejese stava certamente
nella necessità d'assicurarsi i passi delle Alpi: tale necessità divenne
anche maggiore per Enrico IV quando gli si schierarono di contro i duchi
di Svevia, di Baviera e di Carinzia, marchesi di Verona oltre a molti
vescovi tedeschi e Gregorio VII, appoggiato alla potente casa di Canossa
di cui Matilde era l'ultima rappresentante, gli oppose una formidabile
resistenza dalla Toscana sino a Mantova. Di questa condizione di cose è
frutto il diploma dato a Pavia il 3 aprile 1077 in cui Enrico IV concedè
al suo fedelissimo Patriarca Sigeardo dei conti di Plaien, la contea del
Friuli colle prerogative ducali e ciò, si noti, pochi giorni dopo che la
dieta di Forcheim a cui aveva preso parte anche il duca di Carinzia,
Bertoldo, aveva dichiarato deposto Enrico, e aveva nominato Rodolfo di
Svevia quale anti-re. Nel maggio l'Imperatore fece ritorno in Germania,
attraversò il Friuli, perchè il duca di Carinzia da lui destituito gli
aveva chiusi tutti gli altri passi delle Alpi.
Dalla concessione di Enrico IV in poi, la chiesa aquilejese ebbe quindi
il compito, non facile di certo, di organizzare una stabile dominazione
in Friuli e dovette perciò comprimere la riottosa nobiltà che il
marchese di Verona le aveva trasmesso, sostenere un'aspra lotta di
supremazia col conte di Gorizia che non solo possedeva direttamente
dall'Impero una vasta porzione della provincia, ma nell'interno di essa,
per essere avvocato della chiesa, amministrava la giustizia criminale ed
era il vero capo della feudalità, e cercar di eliminare o almeno di
neutralizzare le tante isole straniere che, come vedemmo, si eran
costituite nella regione nostra, e formare insomma quel saldo
territorio, politicamente unito, cui risponde il nome di _patria_ che
dall'XI secolo sta a designare il Friuli. Cessa in ogni modo l'era dei
grandi rivolgimenti politici per le città e le borgate friulane, dacchè
i Patriarchi tengono con mano ferma il paese ed hanno quasi sempre dai
legami di parentela, che li stringon a potenti famiglie di confine, o
per stretti rapporti colla casa imperiale, forza sufficiente per far
fronte ai nemici interni. Dal 1077 al 1251, quando l'ultimo Patriarca
tedesco venne a morte, pochi fatti di rilevante importanza militare e
politica si ponno ricordare per la nostra regione. Nemico principale era
sempre il conte di Gorizia e la sua nimistà per il Patriarcato giunse al
punto di far prigione il Patriarca Pellegrino I nel 1149. Argomento
delle discordie erano naturalmente l'esercizio dei diritti d'avvocazia e
i possessi indipendenti che il conte teneva in Friuli. Per ambedue
furono fatte paci nel 1150 e nel 1202, nelle quali se i primi furono
attenuati, i secondi per converso furono riconosciuti: fra questi
notiamo Belgrado con tutti i paesi che gli eran soggetti, Sclaunico, S.
Marizza ed altri molti. L'altro nemico, che stringeva il Patriarcato da
occidente, e benchè non insidiasse, come i Goriziani, lo stato
Aquilejese fin nel suo cuore, nondimeno lo minacciava sovente, era il
potentissimo comune di Treviso. Già al tempo del Patriarca Gotofredo, i
nemici corsero fino al Tagliamento (1192): più grave ancóra fu l'altra
guerra avvenuta coi Trevigiani stessi otto anni più tardi, quando
reggeva il Patriarcato Pellegrino II, perchè i nemici occidentali eransi
alleati al conte di Gorizia e questo aveva fatto sollevare anche
parecchi feudatarî friulani: la vallata del Tagliamento dovette essere
teatro di sanguinose discordie e sembra che l'esercito patriarcale le
toccasse non lontano da Valvasone. A favore del Patriarca intervennero i
duchi d'Austria, di Carinzia e di Merania che fecero far pace coi
Goriziani, e Venezia il cui potente intervento persuase anche i
Trevisani a consigli di pace.
[Illustrazione: Fig. 25ª. — Castello di Prampero.]
Ancora più pericolose furon poi le ostilità rinnovate negli anni
1212-1220 dai Trevigiani contro il Patriarca Pertoldo di Andechs, perchè
ai nemici esterni si aggiunsero più numerosi che mai quelli interni e
cioè oltre ai castellani di Polcenigo e di Solimbergo, i principali
della nostra zona: Villalta, Urusbergo, Caporiacco, Tarcento,
Strassoldo, Fontanabona, Castellerio, Buttrio. Il fatto ha grande
importanza perchè questi costituiscono la grande maggioranza dei
vassalli liberi della chiesa Aquilejese i quali reclamavano diritti di
sovranità, come lo _jus sanguinis_, il diritto di far leghe fra di loro,
quello di disporre dei pascoli e altre terre pubbliche, di aprir
mercati, e di provvedere intorno alle acque pubbliche. L'aiuto dei
Padovani e l'intervento dell'imperatore Federico e del Papa permisero a
Pertoldo di superare la grave crisi, e dopo la vittoria il Patriarca
potè dare opera definitiva all'ordinamento del suo principato.
=Lo sviluppo dei commerci.= Il Friuli dopo venuto in potere dei
Patriarchi aveva dunque goduta una pace almeno relativa e ne aveva
profittato per risorgere dallo stato di profondo abbattimento in cui era
caduto. L'opera di Popone che vedemmo diretta a far prosperare i
commerci nella regione non era stata perduta. Durante il tempo delle
crociate, di continuo i convogli diretti all'oriente passavano dalle
nostre strade, e ai fianchi di queste, specialmente delle due che
scendevano dai passi settentrionali lungo il Tagliamento, e l'altra
sotto il colle di Udine, sorsero nel sec. XII e XIII ospizî diretti al
ricovero dei pellegrini. Aquileja risorgeva dalle sue ruine: i trattati
dei Patriarchi coi veneziani ci dimostrano come questi vi avessero
ufficiali propri, vasti possessi e fondaci ciò che indica una certa
intensità di traffici.