piano mettono ai valichi alpini. Il nostro territorio presto abbandonato
dalla _Gemina_ di cui un braccio andava verso Trieste lungo il mare,
l'altro attraverso la valle del Vipacco nei monti, era invece percorso
per lungo dalla _Via Julia_ che passando ai piedi di Udine si dirigeva
per Tricesimo ed Amaro al valico di Montecroce, ed era attraversata
dalla _Postumia_ che da Cittadella, Castelfranco, Oderzo metteva a
Codroipo e di là attraverso la campagna a Cormons. Oltre a queste, altre
dovettero esservene che non hanno nome, ma tuttavia ebbero certo
frequenza di transito. Tale quella che senza dubbio congiungeva Aquileja
e Cividale e di qui poi muoveva verso le chiuse di Plezzo (_ad
Silanos?_); tale l'altra che, come c'insegna Venanzio Fortunato, dalla
Carnia scendeva per Osoppo e Ragogna verso Codroipo e di là poi verso
_Julia Concordia_. Strade queste che vennero assicurate con castelli
destinati nel tempo stesso a presidiare le vie ed a porgere i mezzi di
rifornimento all'esercito in marcia.
Lungo queste strade dovettero esistere nei primi tempi delle _cannabae_,
piccoli centri dove qualche mercante aquileiese stabilì dei fondaci per
lo smercio e lo scambio dei prodotti, e ricoveri per il riposo dei
viandanti e dove i legionari romani tenevano le loro famiglie.
Coll'organizzazione della provincia pannonica ed il suo successivo
ampliamento nel II secolo d. C. il traffico delle regioni settentrionali
ed orientali verso l'Adriatico crebbe moltissimo ed Aquileja ne ebbe
ricchezza e potenza. Le borgate situate lungo le strade commerciali e
militari ne trassero pure incremento: così avvenne che sulla _Julia_
superiore sorgesse, probabilmente da antiche _cannabae_, il _Forum
Julii_ carnico (Zuglio) e sull'altra via del Natisone il _Forum Julii_
orientale (Cividale) probabilmente al tempo di Cesare o di Ottaviano
prima che questi si dicesse Augusto; l'uno e l'altro furono piccole
comunità di cittadini romani ordinate dai magistrati per la sicurezza e
comodità dei traffici. Quei due _Fora_ furono poi più tardi elevati al
grado di colonia: l'orientale prima dell'avvento di Claudio all'impero,
il carnico durante il reggimento di questi[289]. Alla colonia di Giulio
Carnico dovette essere aggregata _Glemona_, che aveva magistrati vicani
ed abbracciava col suo territorio la media valle del Tagliamento. Altri
notevoli centri abitati, fra il Tagliamento e l'Isonzo, furono poi
presso il colle ove oggi è S. Daniele e poi _Tricesimum_, _Reunia_
(Ragogna) ed Osoppo; antichità romane notevoli si trovano a S. Pietro al
Natisone ed altrove.
Nel _Forum Julii_ orientale troviamo lapidi che ricordano le importanti
magistrature romane del luogo: i _quatuorviri iuri dicundo_ principali
amministratori della _res publica_ che presiedono l'_ordo_ municipale, i
_sexviri_ che ordinano le feste ed i giochi pubblici; gli _Augustales_,
corporazione onorifica cui si accede dal sevirato o per decreto dei
decurioni; troviamo altresì il _patronus_ della colonia, scelto fra i
cittadini più eminenti.
Anche a Gemona, le pietre iscritte, ci recano memoria dei magistrati
vicani: il _curator_ ed il _patronus_.
Certamente i cittadini che facevan parte di queste nostre comunità erano
in buona parte liberti, non mancavano tuttavia i liberi appartenenti a
vecchi ceppi romani come ad esempio il _P. Fabius Pudens_ che è patrono
del municipio forogiuliese, e la _stolata femina Valeria Maximilla_ che
vi fu sepolta. Il governo aveva nella regione alcune _stationes_ per la
riscossione delle gabelle; una lapide di Montecroce ci mostra come
appunto a Gemona si riscuotesse il portorio dell'Illirico. A possessi
imperiali in Friuli sembra poi alludere una lapide cividalese ove si
ricordano due _Servi Caesaris_.
La grande prosperità cui assurge Aquileja vi richiama un gran numero di
speculatori, negozianti, ricchi proprietarî dalla Macedonia, dalla
Siria, e persino dall'Egitto. L'influenza della grande città «_italorum
emporium opulentum imprimis et copiosum_» come dice l'imperatore
Giuliano, diffuse nella provincia le arti più squisite: lo dimostrano
gli scavi di Zuglio colla grande statua in bronzo del _procurator_ di
Claudio, C. Bebio Attico, e così le trabeazioni graziosamente scolpite,
i musaici, le belle _fistulae_ decorate, le oreficerie, i vetri
cividalesi, le tombe famigliari di _Glemona_; le lapidi ci tramandano
nomi d'illustri famiglie romane che abitavano qui come i Valerî, i Fabî
e più tardi i Decii; l'agricoltura poi era celebre in tutto l'impero per
la bontà dei suoi prodotti.
Sembra che le genti friulane subissero, accanto all'influsso romano
quello celtico così nel dialetto, come nelle fogge del vestire e nelle
forme artistiche: anche la religione mostra larghe tracce di tale
preponderanza se non altro nel culto caratteristico di _Beal_ il cui
nome rimane in molte denominazioni di luogo della provincia, ed i
simboli in numerosi monumenti. Delle grandi feste beleniche che si
celebravano in tutto il mondo celtico nei solstizî di estate e
d'inverno, rimase ancora nei nostri giorni un pallido ricordo nel getto
di ruote infocate (_cidulis_) della Carnia e forse anche nei fuochi di
S. Giovanni e dell'Epifania in tutta la provincia.
=Il cristianesimo, le prime invasioni barbariche.= Aquileja, dove
affluivano genti così diverse, doveva però esser strumento al
diffondersi di altri culti provenienti da lontane regioni: nei suoi
monumenti si trovan tracce di religioni orientali, asiatiche ed
egiziane. Anche il Cristianesimo[290] dovette introdursi abbastanza
presto nella grande città e vi provenne forse direttamente dall'Oriente,
poichè nelle altre sedi dell'Italia settentrionale esso si fece strada
abbastanza tardi. Tali correnti orientali sembrano attestate dai
numerosi martiri che di là furono introdotti nel martirologio friulano.
Il primo vescovo della comunità cristiana aquilejese di cui si conosca
il nome fu Ermacora che visse, come vuolsi, nella prima metà del secolo
terzo; nei primi anni del quarto il vescovo d'Aquileja doveva esser
grandemente cresciuto in importanza se lo vediamo intervenire a lontane
riunioni come il Sinodo di Arles (314): dopo il riconoscimento del
Cristianesimo, quale religione ufficiale dello stato, si tenne nel 381
ad Aquileja un Sinodo importantissimo contro gli Ariani cui intervenne
S. Ambrogio. Aquileja dette alcuni martiri il cui nome fu celebre nella
cristianità dei primi secoli, come Fortunato ed i Canziani, ai quali si
intitolano ancora talune vetuste chiesette delle nostre vallate. Quale
fosse la diffusione del Cristianesimo nei centri minori è difficile però
dirlo. Certo il Forogiulio orientale, che pure col decadere di Aquileja
verso la fine dell'Impero acquistò molta importanza, non ebbe vescovo,
finchè nel VII secolo vi trasportaron la lor sede quelli dell'omonimo
carnico: segno che la comunità cristiana non dovette esservi numerosa.
Certo, nel 238, sulle cime dei nostri monti esistevano ancora le are
delle Deità custodi d'Italia, e nella stessa Aquileja, proprio in
quell'anno, la fantasia popolare vide Beleno, non già gli angeli
cristiani, accorrere in soccorso della città assediata dall'atroce
Massimino, ed oltre alle are pagane fatte ristaurare da Arbogasto alla
fine del IV secolo sulle nostre Alpi, c'è da ricordare il timore,
attestatoci da omelie antiche, nei nostri comprovinciali, di danni da
parte dei gentili, che dovevano dunque esistervi numerosi. La definitiva
vittoria del cristianesimo si deve soltanto a Teodosio I ed a suo figlio
Onorio.
Intanto però precipitavano le sorti dell'Impero d'Occidente e con esse
quella della provincia aquilejese. Dopo parecchi decenni di pace
profonda dovuta agli energici provvedimenti degli imperatori della casa
Antonina, che respinsero i marcomanni, giunti fin sotto Aquileja, le
nostre terre dovevano esser messe a ferro ed a fuoco dalle sanguinose
competizioni dell'Imperatore Massimo con il feroce Massimino, che perì
sotto le mura di Aquileja, da lui indarno assediata. Pochi anni più
tardi (252), la marea germanica traboccò una prima volta dalle Alpi e fu
respinta da Gallieno: l'incursione dovette cagionare però infiniti danni
ed incendî di cui ci parlano gli scrittori del tempo e ci resta
testimonio negli strati di prodotti di combustione che troviamo negli
scavi archeologici fra le vestigie romane.
Altre lotte intestine vide la provincia aquilejese: Costantino II,
figlio dell'instauratore del Cristianesimo a religione dello Stato fu
ucciso (a. 340) fra Aquileia e le prossime lagune. Alcuni anni più tardi
il grande Teodosio decise due volte nel basso Friuli la supremazia della
discendenza di Valentiniano: la prima nel 388 quando disfece ed uccise
nei pressi di Aquileja Massimo, in favore di Valentiniano II, la seconda
nel 394 quando sconfisse l'uccisore di quest'ultimo, il generale barbaro
Arbogasto e la sua creatura, l'imperatore Eugenio, presso il Fiume
Freddo, non lontano dal Vipacco, ed in seguito alla vittoria riunì
insieme i due imperi, d'oriente e d'occidente. È da notare il fatto,
interessante per la storia fisica della regione, che la vittoria molto
contrastata, di Teodosio fu decisa dall'imperversare di terribili
raffiche di Bora, che soffiava impetuosa contro alle truppe di
Arbogasto.
=La caduta di Aquileia e l'importanza assunta da Cividale. Il periodo
dei Goti e dei Bisantini.= Ma ben altre sventure preparava alla nostra
regione la minaccia barbarica che già da tanto tempo pesava sopra di
lei, minaccia che ormai derivava così dai barbari di fuori, come da
quelli di dentro che avevano in poter loro l'esercito. Nei primi decenni
del V secolo il Friuli fu corso dai Goti di Alarico più volte, e per
quanto Aquileja resistesse, ne andaron di mezzo, a quanto si dice, i
territori del Forogiulio orientale e il concordiese; alcuni decennî più
tardi invece fu la volta di Aquileja, e la distruzione che Attila arrecò
colle sue orde efferate fu tale che la città non potè più risorgere con
vigor di vita. Il fatto ha grandissima importanza per il tratto di
Friuli di cui ci occupiamo giacchè la caduta di Aquileja e la
distruzione del Forogiulio carnico, avvenuta pure in quel turno, per
quanto non si sappia esattamente quando, fecero sì che il centro del
governo, della difesa militare ed anche della economia della regione
Giulia si trasportasse nella parte media che fin'allora era rimasta
quasi nell'ombra, e più che altro nella città orientale di essa:
Cividale[291]. Il disastro unnico non atterrò tuttavia interamente
Aquileja. Ancora ottant'anni più tardi il prefetto del pretorio di Re
Teodato in un decreto relativo a contribuzioni della provincia parla
delle tre città: Aquileja, Concordia e Forogiulio; dunque neppure il
terribile scontro fra Odoacre e gli ostrogoti, anche questo avvenuto
nella pianura, al guado dell'Isonzo, divenuto campo di battaglia delle
nazioni, aveva avuto per conseguenza la totale scomparsa dell'antica
città. Piuttosto è da pensare che abbattuta e abbandonata in gran parte
dopo l'incendio unnico, essa sia andata sfacendosi a poco a poco per la
malaria derivata dalla mancanza di braccia che coltivassero il piano
circostante, dal cessare del commercio cagionato dalle guerre barbariche
che avevano tolta ogni sicurezza alle vie che dall'Adriatico mettevano
nel Norico e nella Pannonia strumento indispensabile alla prosperità del
grande emporio, e forse anche dal penetrare delle acque marine nella
terra ferma per quel lento abbassarsi della regione che fu esiziale ad
Eraclea, ad Altino ed a tanti altri celebrati luoghi del litorale. Anche
le lotte lunghe e spietate tra bisantini e goti dovettero contribuire a
tale decadenza, favorendo Grado dove molti profughi s'erano rifugiati, e
dove la flotta bizantina aveva una delle sue stazioni.
Nel periodo gotico, il Friuli dovette esser diviso in tre zone: la più
alta invasa dai franchi discesi dal Norico sotto specie di venir in
aiuto dei goti, la media in possesso di questi fino agli ultimi tempi
del loro dominio, la bassa infestata dai Bisantini. Certo Totila trovò
aiuti in questi luoghi quando da Treviso mosse alla riscossa contro i
bisantini: a Cividale fu scoperta nel 1500 nella casa Canussio (ora di
Craigher) una lapide col suo nome, ora perduta, e quando poi Narsete
discese coi suoi per domare questi ultimi avanzi gotici, dovette
marciare attraverso le lagune, lungo il lido del mare, per evitare gli
attacchi franchi e dei goti che dovevano, dunque, essere ancor forti
nella regione.
La vittoria di Narsete diede l'ultimo tracollo al sistema di accordi fra
romani e barbari che era stato già abbozzato dai generali barbarici
della Casa di Teodosio e che ebbe il suo culmine nella monarchia di
Teodorico. Ormai non s'ebbe, in Italia che pieno dominio di greci o
pieno dominio di germani.
[Illustrazione: Cividale. Ponte del Diavolo, visto da nord.]
Nulla ci dicono le memorie di questi tempi sulle condizioni del Friuli
durante il procelloso governo di Narsete; con tutta probabilità, nei
nostri paesi, si dovette combattere aspramente da bisantini e da franchi
dal 555 sino al 565 anno in cui riuscì finalmente a Narsete di
cacciarli. Qualche traccia della signoria bisantina rimase in Friuli
nella organizzazione militare e nel sistema delle strade imperiali.
Certo parecchie fra le _arimannie_ del successivo periodo longobardo,
colonie di guerrieri-coltivatori cui era affidata ereditariamente la
custodia di un castelliere che sbarrava una valle alpina, o la vigilanza
di una strada militare, o che erano collegate al sistema di
fortificazioni di una città, si richiamano, per l'origine
dell'istituzione, alle _stratie_, istituzioni consimili del sistema
militare limitaneo bisantino. A questo sistema appartengono anche gli
_excusati_ che son pure ricordati da posteriori documenti friulani e
così le strade _basiliche_ (imperiali) di cui troviamo ricordo nella
toponomastica friulana, specialmente nel basso Friuli dove la signoria
bisantina fu più forte, ma anche nel medio, come presso a S. Daniele
sulla classica strada che viene da Ragogna, e nel nodo di Basaglia-penta
(cinque strade)[292]. Molti, fra i castelli che coronano le alture
friulane, richiamano di certo la loro origine a questo periodo in cui la
difesa delle frontiere orientali d'Italia dovette restringersi
forzatamente al medio e al basso Friuli, mentre nel periodo più antico
essa era assicurata dai valli e dagli oppidi del Norico e della
Pannonia.
[Illustrazione: Fig. 20ª. — Il castello di Ragogna.]
=I Longobardi. Cividale capitale del ducato.= Queste difese non
giovarono però a tener lontani i barbari. Mentre i franchi posavano,
divisi da discordie intestine, nel 568 un nuovo e possente nemico si
avanzava per la piana ed aperta via di Lubiana verso il Friuli, e ne
doveva poi reggere pienamente le sorti per due secoli. Alboino, come
sembra, occupò la regione senza colpo ferire e costituì Forogiulio sede
del primo ducato longobardo al comando del suo parente Gisulfo,
lasciandogli un forte nucleo di armati che furon poi assegnati alle
molte arimannie sostituitesi, come si disse, alle _stratie_. Così ne
rimasero muniti molti castelli friulani. Di alcuni di essi ci risulta il
nome ed appartengono tutti alla nostra zona, Cormons, Artegna, Nimis,
Ragogna, Osoppo, Venzone, S. Daniele, Lavariano. che sono ricordati
dagli scrittori e documenti del tempo ed anche Udine dove si conservano
sculture che si possono attribuire senza sforzo all'età longobarda,
senza parlare di Gemona che rimase anche in questo periodo uno dei
centri più importanti della provincia essendovisi fissati oltre ai
comuni arimanni anche taluni nobili (_edelingi_). Arimannie si trovano
poi in moltissimi altri luoghi: Tarcento, Reana, Montenars, Fraelacco,
Attimis, ed altri, senza contare quelle di Rubignacco, Gagliano ecc.
attorno alla capitale del ducato. Questo si costituì coi suoi sculdasci
e decani a similitudine dell'esercito.
Quali siano state le sorti della popolazione romana in Friuli non ci si
può avventurare a dirlo. Certo, il fatto stesso della facilità estrema
della conquista, riferitoci da Paolo, che pure doveva, meglio di ogni
altro, conoscere le tradizioni locali, sembra dimostrarci che vi furono
accordi, come accadde a Treviso, a Vicenda, e altrove. Sembra che le
guarnigioni bisantine si siano, quanto ai nostri paesi, ritirate a
Grado, e ad Oderzo, città, quest'ultima, dove risiedette poi il duca
bisantino di queste regioni, che col mare comunicava più facilmente e fu
poi presa da Rotari. Le grandi famiglie, che pare vi avessero dominii
come i Decii[293], abbandonarono certamente i luoghi prima della venuta
dei barbari e si ritirarono nei territorî bisantini, alcuni proprietarî
furono poi uccisi nei primi anni di disordinato dominio, ma non si può
escludere che parecchie schiatte di medî e piccoli proprietarî siano
sopravvissute; come si sa, i racconti del Diacono non escludono affatto
questa possibilità. Rimase di certo poi il popolo dei coltivatori che,
probabilmente, ebbe a soffrire poco per il mutamento. Cambiò padrone,
null'altro; la grande donazione dei nobili friulani Erfo, Xanto e Marco
alle badie di Sesto e di Salto[294], unico documento friulano dell'età
longobarda che ci sia rimasto, ci mostra largamente come l'ordinamento
della proprietà fosse rimasto lo stesso dell'età romana, coi suoi
coloni, coi suoi servi, colla organizzazione dei varî poderi ecc. Del
resto lo stesso carattere assolutamente romanzo del dialetto friulano
dimostra apertamente quale si mantenesse attraverso i secoli barbari la
gran massa della popolazione. Questo non vuoi dire però che la
occupazione longobarda non fosse intensa: soltanto s'intende che una
popolazione romana numericamente preponderante rimase in paese, come
dimostrano i patti dotali, e l'organizzazione della famiglia in
_fraterna compagnia_, istituti della romanità decadente che rimangono
consuetudinari nelle nostre plebi. I longobardi, da parte loro,
conservarono a lungo i proprî costumi e la propria lingua, e lo dicono i
racconti di Paolo Diacono relativi al Friuli; soltanto verso la fine
della loro dominazione indipendente, sembra si accostassero alle arti ed
ai costumi romani.
A mantenerli fieri e gagliardi giovò di certo il perpetuo stato di
guerra contro gli ávari e contro gli slavi.
=Invasioni degli Avari e degli Slavi.= Paolo Diacono, come si sa, ci fa
conoscere molti episodî di queste terribili lotte e sarebbe qui troppo
lungo il descriverli. Particolarmente importante per noi, è la prima
invasione avarica per la morte del Duca Gisulfo e per il fantastico
episodio di Romilda, cantato poi tante volte nelle successive età, e per
l'incendio di Cividale e di molti altri luoghi della provincia, incendio
che ci tolse probabilmente gli ultimi avanzi dei monumenti romani ancora
esistenti. La seconda invasione scatenata, come dice Paolo, dagli
accordi di Grimoaldo e del Kagan degli ávari ai danni di Lupo duca del
Friuli e competitore di Grimoaldo stesso nel trono d'Italia, non fu così
fatale perchè dopo l'uccisione di Lupo, Grimoaldo fatto accorto che alla
fine gli ávari si sarebbero stabilmente impadroniti di una fra le più
importanti provincie del Regno, mosse in soccorso dei suoi
comprovinciali.
Ma un altro avversario sovrastava: gli slavi. Anche questi furono
attirati dalle fatali discordie dei longobardi. Paolo Diacono ci narra
infatti come Arnefrit, il figlio di Lupo, calasse dalla Carantania (dove
gli slavi, sconfitti i Franchi, si erano assisi) alla testa di un corpo
di slavi, presso i quali si era rifugiato dopo la morte del padre,
sperando ricuperare col loro aiuto il ducato, ma poi fu rotto dai
friulani presso Nimis. Sembra quindi che, questa prima volta, fossero
discesi dal nord e che per il valico di Attimis si dirigessero verso
Cividale. La prossima invasione percorse invece la via orientale e cioè
il canale del Natisone se, come sembra, furono affrontati dal Duca
Vettari e sconfitti a _Broxas_ non lungi da S. Giovanni d'Antro dopo di
che ritornarono nelle loro sedi carantane: ciò mostrerebbe che in quei
tempi ancora le valli montane non erano occupate stabilmente da loro.
Certo però disturbavano continuamente i pascoli vicinali dove i pastori
friulani tenevano le lor greggi, come ci insegna Paolo Diacono. La
battaglia decisiva vinta dal valoroso duca Pemmone avvenne poi a
Lauriana, probabilmente nell'alta valle della Drava ed i confini
longobardi ne furono stabilmente assicurati.
Un ducato così ampio, con milizie avvezze a diuturni combattimenti, non
poteva a meno di avere, in tempi come questi, grandissima importanza.
=Il periodo più splendido del ducato Longobardo. Il patriarca a
Cividale.= Uomini animosi presero le mosse di qui per cingere la corona
italiana come Grimoaldo, ed i due fratelli Ratchis ed Astolfo, ovvero
perirono nel tentativo di carpirla come il duca Lupo ed Ansfrit di
Ragogna, e l'esercito friulano fu tenuto in gran conto da chi voleva
dominare la penisola come ci mostrano le premure di Alahis per ottenerne
l'aiuto nell'impresa contro Re Cuniberto.
Il periodo più splendido fu certamente l'ultimo, in cui i figli del
valoroso Pemmone salirono, l'un dopo l'altro, sul trono longobardo. Fra
le mura di Cividale risiedeva allora il Patriarca Aquileiese che aveva
abbandonata l'antica sede esposta alle incursioni bisantine ed era
rimasto poi per lunghi anni a Cormons, mentre nella capitale dimorava il
vescovo del Forogiulio carnico. Il vescovo carnico fu espulso dal suo
palazzo dal Patriarca Callisto che per questo venne imprigionato dal
Duca Pemmone. Però Liutprando Re cattolico e fine politico sostenne il
Patriarca, ed il Prelato divenne così quasi un primate dell'Italia
longobarda in larvata opposizione col Pontefice. Tale Sigualdo
successore di Callisto che assume titoli pomposi, nei suoi documenti,
quasi ad emulare il capo della Cristianità.
[Illustrazione: Fig. 21ª. — Porta Broxana, Cividale.]
L'influenza possente della romanità aveva conquisi questi barbari negli
ultimi decennî del regno longobardo. La conquista dell'esarcato,
l'affluire degli artisti di questo alla corte regia, l'aumentare della
cultura, son tutti fatti che si collegano col crescer d'importanza degli
elementi romani; anche in Friuli questa trasformazione avvenne
rapidamente e non vi fu estraneo lo spirito dei due ultimi Re friulani,
di cui uno, Ratchis, fu persino sospetto ai più severi longobardi per la
sua simpatia verso il romanesimo. Sorsero nella capitale edifizî
adornati in modo che risentiva del gusto ravennate. L'ara che Ratchis,
non ancor divenuto Re, dedicò al suo illustre genitore Pemmone risente
delle rudi forme barbariche[295], ma il battistero di Sigualdo svela
influenze ben diverse e se la cappella del palazzo regio divenuto poi
proprietà del Monastero di S. Maria in Valle si deve attribuire, come
sembra, a quest'epoca, che fu la più splendida per Cividale, in essa le
tracce dell'arte ravennate sono ancóra maggiori. Le grandi famiglie
friulane dedicarono i lor patrimoni alle dotazioni di ricchi monasteri
come Salto e Sesto; uomini di lettere insigni come Paolo Diacono[296],
Paolino grammatico, indi Patriarca, resero celebre il nome friulano in
tutta l'Europa. Un fremito di cultura e di grandezza aveva pervaso in
questo tempo la regione che, forte nell'armi più d'ogni altra
dell'Italia settentrionale, patria di uomini veramente insigni, avrebbe
potuto esercitare un efficace predominio sui destini dell'Italia se le
solite discordie e l'indisciplina caratteristica nella gente longobarda,
insieme alle armi dei franchi, non avessero tratto a ruina il regno
nazionale di Desiderio.