Perciò furono meglio regolate e assicurate le strade che attraverso il

piano mettono ai valichi alpini. Il nostro territorio presto abbandonato

dalla _Gemina_ di cui un braccio andava verso Trieste lungo il mare,

l'altro attraverso la valle del Vipacco nei monti, era invece percorso

per lungo dalla _Via Julia_ che passando ai piedi di Udine si dirigeva

per Tricesimo ed Amaro al valico di Montecroce, ed era attraversata

dalla _Postumia_ che da Cittadella, Castelfranco, Oderzo metteva a

Codroipo e di là attraverso la campagna a Cormons. Oltre a queste, altre

dovettero esservene che non hanno nome, ma tuttavia ebbero certo

frequenza di transito. Tale quella che senza dubbio congiungeva Aquileja

e Cividale e di qui poi muoveva verso le chiuse di Plezzo (_ad

Silanos?_); tale l'altra che, come c'insegna Venanzio Fortunato, dalla

Carnia scendeva per Osoppo e Ragogna verso Codroipo e di là poi verso

_Julia Concordia_. Strade queste che vennero assicurate con castelli

destinati nel tempo stesso a presidiare le vie ed a porgere i mezzi di

rifornimento all'esercito in marcia.

Lungo queste strade dovettero esistere nei primi tempi delle _cannabae_,

piccoli centri dove qualche mercante aquileiese stabilì dei fondaci per

lo smercio e lo scambio dei prodotti, e ricoveri per il riposo dei

viandanti e dove i legionari romani tenevano le loro famiglie.

Coll'organizzazione della provincia pannonica ed il suo successivo

ampliamento nel II secolo d. C. il traffico delle regioni settentrionali

ed orientali verso l'Adriatico crebbe moltissimo ed Aquileja ne ebbe

ricchezza e potenza. Le borgate situate lungo le strade commerciali e

militari ne trassero pure incremento: così avvenne che sulla _Julia_

superiore sorgesse, probabilmente da antiche _cannabae_, il _Forum

Julii_ carnico (Zuglio) e sull'altra via del Natisone il _Forum Julii_

orientale (Cividale) probabilmente al tempo di Cesare o di Ottaviano

prima che questi si dicesse Augusto; l'uno e l'altro furono piccole

comunità di cittadini romani ordinate dai magistrati per la sicurezza e

comodità dei traffici. Quei due _Fora_ furono poi più tardi elevati al

grado di colonia: l'orientale prima dell'avvento di Claudio all'impero,

il carnico durante il reggimento di questi[289]. Alla colonia di Giulio

Carnico dovette essere aggregata _Glemona_, che aveva magistrati vicani

ed abbracciava col suo territorio la media valle del Tagliamento. Altri

notevoli centri abitati, fra il Tagliamento e l'Isonzo, furono poi

presso il colle ove oggi è S. Daniele e poi _Tricesimum_, _Reunia_

(Ragogna) ed Osoppo; antichità romane notevoli si trovano a S. Pietro al

Natisone ed altrove.

Nel _Forum Julii_ orientale troviamo lapidi che ricordano le importanti

magistrature romane del luogo: i _quatuorviri iuri dicundo_ principali

amministratori della _res publica_ che presiedono l'_ordo_ municipale, i

_sexviri_ che ordinano le feste ed i giochi pubblici; gli _Augustales_,

corporazione onorifica cui si accede dal sevirato o per decreto dei

decurioni; troviamo altresì il _patronus_ della colonia, scelto fra i

cittadini più eminenti.

Anche a Gemona, le pietre iscritte, ci recano memoria dei magistrati

vicani: il _curator_ ed il _patronus_.

Certamente i cittadini che facevan parte di queste nostre comunità erano

in buona parte liberti, non mancavano tuttavia i liberi appartenenti a

vecchi ceppi romani come ad esempio il _P. Fabius Pudens_ che è patrono

del municipio forogiuliese, e la _stolata femina Valeria Maximilla_ che

vi fu sepolta. Il governo aveva nella regione alcune _stationes_ per la

riscossione delle gabelle; una lapide di Montecroce ci mostra come

appunto a Gemona si riscuotesse il portorio dell'Illirico. A possessi

imperiali in Friuli sembra poi alludere una lapide cividalese ove si

ricordano due _Servi Caesaris_.

La grande prosperità cui assurge Aquileja vi richiama un gran numero di

speculatori, negozianti, ricchi proprietarî dalla Macedonia, dalla

Siria, e persino dall'Egitto. L'influenza della grande città «_italorum

emporium opulentum imprimis et copiosum_» come dice l'imperatore

Giuliano, diffuse nella provincia le arti più squisite: lo dimostrano

gli scavi di Zuglio colla grande statua in bronzo del _procurator_ di

Claudio, C. Bebio Attico, e così le trabeazioni graziosamente scolpite,

i musaici, le belle _fistulae_ decorate, le oreficerie, i vetri

cividalesi, le tombe famigliari di _Glemona_; le lapidi ci tramandano

nomi d'illustri famiglie romane che abitavano qui come i Valerî, i Fabî

e più tardi i Decii; l'agricoltura poi era celebre in tutto l'impero per

la bontà dei suoi prodotti.

Sembra che le genti friulane subissero, accanto all'influsso romano

quello celtico così nel dialetto, come nelle fogge del vestire e nelle

forme artistiche: anche la religione mostra larghe tracce di tale

preponderanza se non altro nel culto caratteristico di _Beal_ il cui

nome rimane in molte denominazioni di luogo della provincia, ed i

simboli in numerosi monumenti. Delle grandi feste beleniche che si

celebravano in tutto il mondo celtico nei solstizî di estate e

d'inverno, rimase ancora nei nostri giorni un pallido ricordo nel getto

di ruote infocate (_cidulis_) della Carnia e forse anche nei fuochi di

S. Giovanni e dell'Epifania in tutta la provincia.

=Il cristianesimo, le prime invasioni barbariche.= Aquileja, dove

affluivano genti così diverse, doveva però esser strumento al

diffondersi di altri culti provenienti da lontane regioni: nei suoi

monumenti si trovan tracce di religioni orientali, asiatiche ed

egiziane. Anche il Cristianesimo[290] dovette introdursi abbastanza

presto nella grande città e vi provenne forse direttamente dall'Oriente,

poichè nelle altre sedi dell'Italia settentrionale esso si fece strada

abbastanza tardi. Tali correnti orientali sembrano attestate dai

numerosi martiri che di là furono introdotti nel martirologio friulano.

Il primo vescovo della comunità cristiana aquilejese di cui si conosca

il nome fu Ermacora che visse, come vuolsi, nella prima metà del secolo

terzo; nei primi anni del quarto il vescovo d'Aquileja doveva esser

grandemente cresciuto in importanza se lo vediamo intervenire a lontane

riunioni come il Sinodo di Arles (314): dopo il riconoscimento del

Cristianesimo, quale religione ufficiale dello stato, si tenne nel 381

ad Aquileja un Sinodo importantissimo contro gli Ariani cui intervenne

S. Ambrogio. Aquileja dette alcuni martiri il cui nome fu celebre nella

cristianità dei primi secoli, come Fortunato ed i Canziani, ai quali si

intitolano ancora talune vetuste chiesette delle nostre vallate. Quale

fosse la diffusione del Cristianesimo nei centri minori è difficile però

dirlo. Certo il Forogiulio orientale, che pure col decadere di Aquileja

verso la fine dell'Impero acquistò molta importanza, non ebbe vescovo,

finchè nel VII secolo vi trasportaron la lor sede quelli dell'omonimo

carnico: segno che la comunità cristiana non dovette esservi numerosa.

Certo, nel 238, sulle cime dei nostri monti esistevano ancora le are

delle Deità custodi d'Italia, e nella stessa Aquileja, proprio in

quell'anno, la fantasia popolare vide Beleno, non già gli angeli

cristiani, accorrere in soccorso della città assediata dall'atroce

Massimino, ed oltre alle are pagane fatte ristaurare da Arbogasto alla

fine del IV secolo sulle nostre Alpi, c'è da ricordare il timore,

attestatoci da omelie antiche, nei nostri comprovinciali, di danni da

parte dei gentili, che dovevano dunque esistervi numerosi. La definitiva

vittoria del cristianesimo si deve soltanto a Teodosio I ed a suo figlio

Onorio.

Intanto però precipitavano le sorti dell'Impero d'Occidente e con esse

quella della provincia aquilejese. Dopo parecchi decenni di pace

profonda dovuta agli energici provvedimenti degli imperatori della casa

Antonina, che respinsero i marcomanni, giunti fin sotto Aquileja, le

nostre terre dovevano esser messe a ferro ed a fuoco dalle sanguinose

competizioni dell'Imperatore Massimo con il feroce Massimino, che perì

sotto le mura di Aquileja, da lui indarno assediata. Pochi anni più

tardi (252), la marea germanica traboccò una prima volta dalle Alpi e fu

respinta da Gallieno: l'incursione dovette cagionare però infiniti danni

ed incendî di cui ci parlano gli scrittori del tempo e ci resta

testimonio negli strati di prodotti di combustione che troviamo negli

scavi archeologici fra le vestigie romane.

Altre lotte intestine vide la provincia aquilejese: Costantino II,

figlio dell'instauratore del Cristianesimo a religione dello Stato fu

ucciso (a. 340) fra Aquileia e le prossime lagune. Alcuni anni più tardi

il grande Teodosio decise due volte nel basso Friuli la supremazia della

discendenza di Valentiniano: la prima nel 388 quando disfece ed uccise

nei pressi di Aquileja Massimo, in favore di Valentiniano II, la seconda

nel 394 quando sconfisse l'uccisore di quest'ultimo, il generale barbaro

Arbogasto e la sua creatura, l'imperatore Eugenio, presso il Fiume

Freddo, non lontano dal Vipacco, ed in seguito alla vittoria riunì

insieme i due imperi, d'oriente e d'occidente. È da notare il fatto,

interessante per la storia fisica della regione, che la vittoria molto

contrastata, di Teodosio fu decisa dall'imperversare di terribili

raffiche di Bora, che soffiava impetuosa contro alle truppe di

Arbogasto.

=La caduta di Aquileia e l'importanza assunta da Cividale. Il periodo

dei Goti e dei Bisantini.= Ma ben altre sventure preparava alla nostra

regione la minaccia barbarica che già da tanto tempo pesava sopra di

lei, minaccia che ormai derivava così dai barbari di fuori, come da

quelli di dentro che avevano in poter loro l'esercito. Nei primi decenni

del V secolo il Friuli fu corso dai Goti di Alarico più volte, e per

quanto Aquileja resistesse, ne andaron di mezzo, a quanto si dice, i

territori del Forogiulio orientale e il concordiese; alcuni decennî più

tardi invece fu la volta di Aquileja, e la distruzione che Attila arrecò

colle sue orde efferate fu tale che la città non potè più risorgere con

vigor di vita. Il fatto ha grandissima importanza per il tratto di

Friuli di cui ci occupiamo giacchè la caduta di Aquileja e la

distruzione del Forogiulio carnico, avvenuta pure in quel turno, per

quanto non si sappia esattamente quando, fecero sì che il centro del

governo, della difesa militare ed anche della economia della regione

Giulia si trasportasse nella parte media che fin'allora era rimasta

quasi nell'ombra, e più che altro nella città orientale di essa:

Cividale[291]. Il disastro unnico non atterrò tuttavia interamente

Aquileja. Ancora ottant'anni più tardi il prefetto del pretorio di Re

Teodato in un decreto relativo a contribuzioni della provincia parla

delle tre città: Aquileja, Concordia e Forogiulio; dunque neppure il

terribile scontro fra Odoacre e gli ostrogoti, anche questo avvenuto

nella pianura, al guado dell'Isonzo, divenuto campo di battaglia delle

nazioni, aveva avuto per conseguenza la totale scomparsa dell'antica

città. Piuttosto è da pensare che abbattuta e abbandonata in gran parte

dopo l'incendio unnico, essa sia andata sfacendosi a poco a poco per la

malaria derivata dalla mancanza di braccia che coltivassero il piano

circostante, dal cessare del commercio cagionato dalle guerre barbariche

che avevano tolta ogni sicurezza alle vie che dall'Adriatico mettevano

nel Norico e nella Pannonia strumento indispensabile alla prosperità del

grande emporio, e forse anche dal penetrare delle acque marine nella

terra ferma per quel lento abbassarsi della regione che fu esiziale ad

Eraclea, ad Altino ed a tanti altri celebrati luoghi del litorale. Anche

le lotte lunghe e spietate tra bisantini e goti dovettero contribuire a

tale decadenza, favorendo Grado dove molti profughi s'erano rifugiati, e

dove la flotta bizantina aveva una delle sue stazioni.

Nel periodo gotico, il Friuli dovette esser diviso in tre zone: la più

alta invasa dai franchi discesi dal Norico sotto specie di venir in

aiuto dei goti, la media in possesso di questi fino agli ultimi tempi

del loro dominio, la bassa infestata dai Bisantini. Certo Totila trovò

aiuti in questi luoghi quando da Treviso mosse alla riscossa contro i

bisantini: a Cividale fu scoperta nel 1500 nella casa Canussio (ora di

Craigher) una lapide col suo nome, ora perduta, e quando poi Narsete

discese coi suoi per domare questi ultimi avanzi gotici, dovette

marciare attraverso le lagune, lungo il lido del mare, per evitare gli

attacchi franchi e dei goti che dovevano, dunque, essere ancor forti

nella regione.

La vittoria di Narsete diede l'ultimo tracollo al sistema di accordi fra

romani e barbari che era stato già abbozzato dai generali barbarici

della Casa di Teodosio e che ebbe il suo culmine nella monarchia di

Teodorico. Ormai non s'ebbe, in Italia che pieno dominio di greci o

pieno dominio di germani.

[Illustrazione: Cividale. Ponte del Diavolo, visto da nord.]

Nulla ci dicono le memorie di questi tempi sulle condizioni del Friuli

durante il procelloso governo di Narsete; con tutta probabilità, nei

nostri paesi, si dovette combattere aspramente da bisantini e da franchi

dal 555 sino al 565 anno in cui riuscì finalmente a Narsete di

cacciarli. Qualche traccia della signoria bisantina rimase in Friuli

nella organizzazione militare e nel sistema delle strade imperiali.

Certo parecchie fra le _arimannie_ del successivo periodo longobardo,

colonie di guerrieri-coltivatori cui era affidata ereditariamente la

custodia di un castelliere che sbarrava una valle alpina, o la vigilanza

di una strada militare, o che erano collegate al sistema di

fortificazioni di una città, si richiamano, per l'origine

dell'istituzione, alle _stratie_, istituzioni consimili del sistema

militare limitaneo bisantino. A questo sistema appartengono anche gli

_excusati_ che son pure ricordati da posteriori documenti friulani e

così le strade _basiliche_ (imperiali) di cui troviamo ricordo nella

toponomastica friulana, specialmente nel basso Friuli dove la signoria

bisantina fu più forte, ma anche nel medio, come presso a S. Daniele

sulla classica strada che viene da Ragogna, e nel nodo di Basaglia-penta

(cinque strade)[292]. Molti, fra i castelli che coronano le alture

friulane, richiamano di certo la loro origine a questo periodo in cui la

difesa delle frontiere orientali d'Italia dovette restringersi

forzatamente al medio e al basso Friuli, mentre nel periodo più antico

essa era assicurata dai valli e dagli oppidi del Norico e della

Pannonia.

[Illustrazione: Fig. 20ª. — Il castello di Ragogna.]

=I Longobardi. Cividale capitale del ducato.= Queste difese non

giovarono però a tener lontani i barbari. Mentre i franchi posavano,

divisi da discordie intestine, nel 568 un nuovo e possente nemico si

avanzava per la piana ed aperta via di Lubiana verso il Friuli, e ne

doveva poi reggere pienamente le sorti per due secoli. Alboino, come

sembra, occupò la regione senza colpo ferire e costituì Forogiulio sede

del primo ducato longobardo al comando del suo parente Gisulfo,

lasciandogli un forte nucleo di armati che furon poi assegnati alle

molte arimannie sostituitesi, come si disse, alle _stratie_. Così ne

rimasero muniti molti castelli friulani. Di alcuni di essi ci risulta il

nome ed appartengono tutti alla nostra zona, Cormons, Artegna, Nimis,

Ragogna, Osoppo, Venzone, S. Daniele, Lavariano. che sono ricordati

dagli scrittori e documenti del tempo ed anche Udine dove si conservano

sculture che si possono attribuire senza sforzo all'età longobarda,

senza parlare di Gemona che rimase anche in questo periodo uno dei

centri più importanti della provincia essendovisi fissati oltre ai

comuni arimanni anche taluni nobili (_edelingi_). Arimannie si trovano

poi in moltissimi altri luoghi: Tarcento, Reana, Montenars, Fraelacco,

Attimis, ed altri, senza contare quelle di Rubignacco, Gagliano ecc.

attorno alla capitale del ducato. Questo si costituì coi suoi sculdasci

e decani a similitudine dell'esercito.

Quali siano state le sorti della popolazione romana in Friuli non ci si

può avventurare a dirlo. Certo, il fatto stesso della facilità estrema

della conquista, riferitoci da Paolo, che pure doveva, meglio di ogni

altro, conoscere le tradizioni locali, sembra dimostrarci che vi furono

accordi, come accadde a Treviso, a Vicenda, e altrove. Sembra che le

guarnigioni bisantine si siano, quanto ai nostri paesi, ritirate a

Grado, e ad Oderzo, città, quest'ultima, dove risiedette poi il duca

bisantino di queste regioni, che col mare comunicava più facilmente e fu

poi presa da Rotari. Le grandi famiglie, che pare vi avessero dominii

come i Decii[293], abbandonarono certamente i luoghi prima della venuta

dei barbari e si ritirarono nei territorî bisantini, alcuni proprietarî

furono poi uccisi nei primi anni di disordinato dominio, ma non si può

escludere che parecchie schiatte di medî e piccoli proprietarî siano

sopravvissute; come si sa, i racconti del Diacono non escludono affatto

questa possibilità. Rimase di certo poi il popolo dei coltivatori che,

probabilmente, ebbe a soffrire poco per il mutamento. Cambiò padrone,

null'altro; la grande donazione dei nobili friulani Erfo, Xanto e Marco

alle badie di Sesto e di Salto[294], unico documento friulano dell'età

longobarda che ci sia rimasto, ci mostra largamente come l'ordinamento

della proprietà fosse rimasto lo stesso dell'età romana, coi suoi

coloni, coi suoi servi, colla organizzazione dei varî poderi ecc. Del

resto lo stesso carattere assolutamente romanzo del dialetto friulano

dimostra apertamente quale si mantenesse attraverso i secoli barbari la

gran massa della popolazione. Questo non vuoi dire però che la

occupazione longobarda non fosse intensa: soltanto s'intende che una

popolazione romana numericamente preponderante rimase in paese, come

dimostrano i patti dotali, e l'organizzazione della famiglia in

_fraterna compagnia_, istituti della romanità decadente che rimangono

consuetudinari nelle nostre plebi. I longobardi, da parte loro,

conservarono a lungo i proprî costumi e la propria lingua, e lo dicono i

racconti di Paolo Diacono relativi al Friuli; soltanto verso la fine

della loro dominazione indipendente, sembra si accostassero alle arti ed

ai costumi romani.

A mantenerli fieri e gagliardi giovò di certo il perpetuo stato di

guerra contro gli ávari e contro gli slavi.

=Invasioni degli Avari e degli Slavi.= Paolo Diacono, come si sa, ci fa

conoscere molti episodî di queste terribili lotte e sarebbe qui troppo

lungo il descriverli. Particolarmente importante per noi, è la prima

invasione avarica per la morte del Duca Gisulfo e per il fantastico

episodio di Romilda, cantato poi tante volte nelle successive età, e per

l'incendio di Cividale e di molti altri luoghi della provincia, incendio

che ci tolse probabilmente gli ultimi avanzi dei monumenti romani ancora

esistenti. La seconda invasione scatenata, come dice Paolo, dagli

accordi di Grimoaldo e del Kagan degli ávari ai danni di Lupo duca del

Friuli e competitore di Grimoaldo stesso nel trono d'Italia, non fu così

fatale perchè dopo l'uccisione di Lupo, Grimoaldo fatto accorto che alla

fine gli ávari si sarebbero stabilmente impadroniti di una fra le più

importanti provincie del Regno, mosse in soccorso dei suoi

comprovinciali.

Ma un altro avversario sovrastava: gli slavi. Anche questi furono

attirati dalle fatali discordie dei longobardi. Paolo Diacono ci narra

infatti come Arnefrit, il figlio di Lupo, calasse dalla Carantania (dove

gli slavi, sconfitti i Franchi, si erano assisi) alla testa di un corpo

di slavi, presso i quali si era rifugiato dopo la morte del padre,

sperando ricuperare col loro aiuto il ducato, ma poi fu rotto dai

friulani presso Nimis. Sembra quindi che, questa prima volta, fossero

discesi dal nord e che per il valico di Attimis si dirigessero verso

Cividale. La prossima invasione percorse invece la via orientale e cioè

il canale del Natisone se, come sembra, furono affrontati dal Duca

Vettari e sconfitti a _Broxas_ non lungi da S. Giovanni d'Antro dopo di

che ritornarono nelle loro sedi carantane: ciò mostrerebbe che in quei

tempi ancora le valli montane non erano occupate stabilmente da loro.

Certo però disturbavano continuamente i pascoli vicinali dove i pastori

friulani tenevano le lor greggi, come ci insegna Paolo Diacono. La

battaglia decisiva vinta dal valoroso duca Pemmone avvenne poi a

Lauriana, probabilmente nell'alta valle della Drava ed i confini

longobardi ne furono stabilmente assicurati.

Un ducato così ampio, con milizie avvezze a diuturni combattimenti, non

poteva a meno di avere, in tempi come questi, grandissima importanza.

=Il periodo più splendido del ducato Longobardo. Il patriarca a

Cividale.= Uomini animosi presero le mosse di qui per cingere la corona

italiana come Grimoaldo, ed i due fratelli Ratchis ed Astolfo, ovvero

perirono nel tentativo di carpirla come il duca Lupo ed Ansfrit di

Ragogna, e l'esercito friulano fu tenuto in gran conto da chi voleva

dominare la penisola come ci mostrano le premure di Alahis per ottenerne

l'aiuto nell'impresa contro Re Cuniberto.

Il periodo più splendido fu certamente l'ultimo, in cui i figli del

valoroso Pemmone salirono, l'un dopo l'altro, sul trono longobardo. Fra

le mura di Cividale risiedeva allora il Patriarca Aquileiese che aveva

abbandonata l'antica sede esposta alle incursioni bisantine ed era

rimasto poi per lunghi anni a Cormons, mentre nella capitale dimorava il

vescovo del Forogiulio carnico. Il vescovo carnico fu espulso dal suo

palazzo dal Patriarca Callisto che per questo venne imprigionato dal

Duca Pemmone. Però Liutprando Re cattolico e fine politico sostenne il

Patriarca, ed il Prelato divenne così quasi un primate dell'Italia

longobarda in larvata opposizione col Pontefice. Tale Sigualdo

successore di Callisto che assume titoli pomposi, nei suoi documenti,

quasi ad emulare il capo della Cristianità.

[Illustrazione: Fig. 21ª. — Porta Broxana, Cividale.]

L'influenza possente della romanità aveva conquisi questi barbari negli

ultimi decennî del regno longobardo. La conquista dell'esarcato,

l'affluire degli artisti di questo alla corte regia, l'aumentare della

cultura, son tutti fatti che si collegano col crescer d'importanza degli

elementi romani; anche in Friuli questa trasformazione avvenne

rapidamente e non vi fu estraneo lo spirito dei due ultimi Re friulani,

di cui uno, Ratchis, fu persino sospetto ai più severi longobardi per la

sua simpatia verso il romanesimo. Sorsero nella capitale edifizî

adornati in modo che risentiva del gusto ravennate. L'ara che Ratchis,

non ancor divenuto Re, dedicò al suo illustre genitore Pemmone risente

delle rudi forme barbariche[295], ma il battistero di Sigualdo svela

influenze ben diverse e se la cappella del palazzo regio divenuto poi

proprietà del Monastero di S. Maria in Valle si deve attribuire, come

sembra, a quest'epoca, che fu la più splendida per Cividale, in essa le

tracce dell'arte ravennate sono ancóra maggiori. Le grandi famiglie

friulane dedicarono i lor patrimoni alle dotazioni di ricchi monasteri

come Salto e Sesto; uomini di lettere insigni come Paolo Diacono[296],

Paolino grammatico, indi Patriarca, resero celebre il nome friulano in

tutta l'Europa. Un fremito di cultura e di grandezza aveva pervaso in

questo tempo la regione che, forte nell'armi più d'ogni altra

dell'Italia settentrionale, patria di uomini veramente insigni, avrebbe

potuto esercitare un efficace predominio sui destini dell'Italia se le

solite discordie e l'indisciplina caratteristica nella gente longobarda,

insieme alle armi dei franchi, non avessero tratto a ruina il regno

nazionale di Desiderio.

Guida delle Prealpi Giulie Distretti di Gemona, Tarcento, S. Daniele, Cividale e S. Pietro · 第 17 / 26 段