Senonchè l'importanza politica e civile cui assurse Cividale — sia pure

dopo la decadenza di Aquileia — non solo non si spiegherebbe qualora la

medesima non si fosse trovata sopra una strada importante, come la

descritta, ma logicamente ci fa supporre ch'essa fosse centro di altre

strade ancora. Dalla via seguita dagli Avari nella loro calata in

Friuli, che certo doveva essere la più comunemente percorsa ed esistente

fin dall'epoca romana, possiamo argomentare che da una parte fosse

collegata pure con Ipplis e Cormons, valendosi di un tratto della strada

precedente; dall'altra con Nimis, Gemona, Osoppo, Ragogna[251]. E niente

strano sarebbe che proprio con questa via, anzichè col Predil o con

altre, coincidesse la «ad Silanos», stazione che il MOMMSEN colloca a

poca distanza da Gemona[252].

Le lapidi miliari trovate a Pieve sotto Camino di Codroipo[253], a

Fagagna[254], Colloredo[255], Vendoglio[256] e Pers[257], fanno supporre

che anche per quei luoghi passasse una via che univa Concordia a Zuglio

Carnico: via in parte forse coincidente o parallela a quelle che

VENANZIO FORTUNATO ricorda[258]. Certo è ch'essa esisteva nel medioevo,

staccandosi poco sotto a Gemona dalla Pontebba-Udine-Aquileia per

discendere a S. Daniele, Codroipo e Latisana.

Ma non è da credere che uniche vie della nostra regione fossero le

vagamente indicate dagli scarsi documenti accennati: la sopravvivenza di

una toponomastica romana assai diffusa fa supporre che altre vie di

minore importanza, e perciò passate inavvertite, collegassero fra loro

pure i centri abitati dei quali non ci fu tramandato alcun ricordo. Tali

vie però non eran per nulla paragonabili alle carreggiabili, ma dovevan

piuttosto somigliare alle campestri del piano o alle mulattiere nei

monti dei giorni nostri. Le meglio costruite saranno state certamente le

consolari, militari e commerciali: senonchè le rotaie sopra ricordate

che ancora si conservano presso S. Pietro al Natisone, strette e su

fondo ineguale e spesso roccioso, ci dimostrano come anche quelle

moltissimo dovessero lasciar a desiderare.

=La viabilità nel medio evo e fino ai tempi moderni.= Nè durante i tempi

barbarici dovettero migliorare gran che, da frequenti documenti

risultando che spesso si trovavano in cattivo stato tanto da essere

impraticabili. Comunque, la preferita nel medioevo fu quella del Canal

del Ferro che per la gola strettissima di Chiusa e per Resiutta

conduceva a Venzone e Gemona ed ebbe importanza non solo commerciale, ma

anche politica, tanto che chi la possedeva poteva dire di tenere in sua

mano la porta del Friuli. Nel secolo XII cominciò a dar luogo a un

attivissimo commercio di transito tra Italia e Alemagna, redditivo di

forti somme coi dazi che si percepivano prima alla Chiusa e poscia a

Venzone e Gemona, dove le merci avevano l'obbligo di scaricare e di

trattenersi una notte. Tale strano privilegio che risale alla prima metà

del secolo XIII fu detto con vocabolo tedesco _niederlec_ e fu principal

causa della floridezza economica passata di Venzone e Gemona, dove

affluirono numerosi mercanti fiorentini, ebrei e tedeschi, quelli a

esercitare negozi di panni, questi di ferrarezze. Quasi continue furono

le competizioni fra le due terre per l'esazione dei diritti doganali e

buona parte della storia gemonese dal 1300 fino alla metà del 1600 si

compendia nelle disposizioni, grazie, condanne, sequestri, rappresaglie,

pratiche e suppliche riguardanti il _niederlec_; ed è perciò che quivi

nessuna industria od arte fiorì, ma la città visse quasi esclusivamente

di vita parassitaria[259].

Questa strada del Canal del Ferro, sempre favorita sopra ogni altra dal

governo di Venezia, venne più volte restaurata, specialmente negli anni

1748, 1774, e tra il 1820 e il 1836 fu interamente rinnovata sotto

l'Austria[260].

Rivale costante di essa, così nella storia come nei commerci, fu la via,

più volte accennata, del Predil. Fosse o non fosse la «ad Silanos» della

Tavola, durante quasi tutto il medio evo dovette essere abbandonata,

perchè infestata da briganti, secondo lo CZOERNIG[261], più

probabilmente perchè devastata da acque torrentizie e da frane. In un

documento del 1326 è detta ancora _nova et insueta_[262] ma è certo che

nel 1345 fece concorrenza alla pontebbana ed il patriarca Lodovico nel

1364 si serviva di essa come di un mezzo contro il prevalere

dell'Austria nel Canale del Ferro[263]. Nel 1377 Cividale si accordò col

patriarca Marquardo per la costruzione, o meglio ricostruzione, del

tratto Cividale-Caporetto-Tolmino[264]; nel 1396 pel tratto che da

Caporetto volge a settentrione per giungere a Tarvis[265]: fu anche

allora stabilita una tariffa per le merci che di essa si valevano[266].

Il diluvio del 1468 dovè guastarla in gran parte. Nel 1492 il doge

Girolamo Vendramin accordava agli abitanti della valle del Natisone

esenzione da gravezze perchè provvedessero alla sua manutenzione[267].

Che non dovesse essere nelle migliori condizioni anche più tardi, si

rileva da Jacopo Valvasone di Maniago il quale verso la metà del secolo

XVI scriveva che la via del Predil poteva essere frequentata solo

quattro mesi l'anno con carri stretti e piccoli e non senza difficoltà,

ed anche nel tratto da Caporetto a Cividale spesse volte era

impraticabile causa nevi e acque grosse[268].

Dicemmo altrove come nel 1559 Venezia l'avesse chiusa al commercio del

ferro col pretesto del contrabbando, realmente per favorire Gemona in

confronto di Cividale. Dopo d'allora sono continui i reclami dei

Provveditori di questa città al governo ducale per ottenerne la

riapertura, anche perchè frattanto (1576) gli austriaci avevano resa

ruotabile la via per l'Isonzo fino a Gorizia attirando da quella parte

tutto il commercio per cui già era stata prospera Cividale: ma in ciò

ebbero la costante opposizione dei Gemonesi. Questi, in una scrittura

presentata alla Serenissima intorno al 1620, le ricordavano la promessa

fatta di tenerla chiusa per sempre e insistevano vivamente perchè non

venisse riaperta al commercio coll'Austria, dicendola asprissima,

incapace di sostenere la concorrenza della Ronzina-Gorizia e insinuando

che avrebbe reso facile un'invasione austriaca da quella parte[269]: gli

stessi argomenti insomma che intorno al 1870 furono messi in campo

contro la costruzione di una ferrovia pel Predil; gli stessi, in parte,

che oggi servono per combattere l'allacciamento della Udine-Cividale

colla transalpina dei Tauri. Tuttavia, malgrado tali proteste, la strada

del Pulfero venne ampliata nel 1630[270] senza che si avverassero nè le

speranze che su di essa avevan concepito i Cividalesi, nè i danni che i

Gemonesi ne temevano.

Il favore per essa risorse nel secolo XVIII e specialmente dopo il 1732.

Durante gli ultimi anni del dominio Veneto e il primo dominio austriaco

venne riattata e migliorata non una sol volta col concorso dell'opera

dei valligiani[271]. Nel 1811, sotto il Regno d'Italia il ponte romano

di S. Quirino, ch'era largo appena m. 2.30, fu ampliato e munito di

solidi poggiuoli in legno di castagno dipinti[272]; e di nuove

riparazioni esso ebbe bisogno nel 1814, per essere stato danneggiato dal

ritiro dell'armata francese[273], e nel 1830[274]. Nel 1812 su tutto il

tratto Cividale-Caporetto vennero fatti importanti lavori di restauro:

portata la larghezza a m. 6 fino a S. Pietro, a m. 4.5 e 5 a monte di S.

Pietro; levati i sassi di grossa mole, colmate le innumerevoli buche,

livellate le asperità, il fondo coperto di ghiaia fina del Natisone,

costruiti muri di sostegno contro frane e lavine[275]. Nuovamente un

generale rinnovamento della strada venne fatto a spese del Governo nel

1825: anche allora però molti lavori si omisero per il poco commercio

cui la medesima dava luogo, ma i quali nel 1832 si dovettero fare con

tutta urgenza, quando, interrotto il transito della pontebbana

sottoposta a radicali restauri, la via del Pulfero cominciò a essere

frequentata da voluminosi e pesanti carri[276].

Non parleremo di riparazioni più recenti, fatte in varie riprese: solo

tra i molti manufatti, oltre un nuovo allargamento dello storico ponte

di S. Quirino, meritano menzione i due importanti ponti sul Torre e

sulla Malina che, reclamati da secoli, vennero finalmente costruiti nel

1876. Oggi la strada del Pulfero si può dire una delle meglio tenute; e

deliberatamente ci siamo indugiati intorno ad essa perchè è la più

importante della regione prealpina, come quella che sola la attraversa

da parte a parte, pel giusto mezzo, dividendola in occidentale ed

orientale e mettendone in comunicazione i due opposti versanti.

In che stato fossero nei secoli passati le rimanenti strade attraverso

le Prealpi, lo rileviamo da Jacopo Valvasone[277]. Egli afferma che

dalla sinistra dell'Isonzo al suo tempo solo per vie difficili e sassose

si poteva entrare nel Collio, nobile per vaghezza di colli, bontà di

vini e frutta. Medesimamente da Tolmino la più breve comunicazione con

Cividale era pei monti di Tranchie (sic), o Drenchia, per due strade

malagevoli da cavalcare e che mettevano a S. Leonardo per le valli della

Cosizza e dell'Erbezzo. Un'altra, pure dalla valle dell'Isonzo, per i

passi di Long e il Grivò conduceva a Faedis: quest'ultima è forse quella

stessa cui si attribuisce origine romana per le antichità scoperte a

Homic e sotto lo Stol[278].

Finalmente lo stesso Valvasone accenna a parecchi passi, da pedoni e

cavalli, «per certi canali et monti difficili e strani» poco usati e

perciò degni di poca considerazione, che mettevano in comunicazione

l'alto bacino del Natisone colle valli dei torrenti Malina (Attimis),

Lagna e Cornappo (Nimis), Torre (Tarcento). Di tutte cotali strade

montane, come della maggior parte delle altre, si potrebbe ancora oggi

ripetere quanto il Valvasone scrisse alla metà del secolo XVI.

Le vie del piano dovevano essere certamente in migliori condizioni, non

però molto dissimili dalle strette, basse, sassose e ineguali vie

campestri odierne. La riduzione di esse all'attuale stato e forma — rese

più ampie, più rettilinee, più alte sui terreni circostanti,

indipendenti dalle acque di scolo, condotte mediante ponti attraverso a

rivi e torrenti, ghiaiate e sottoposte a regolare manutenzione —

cominciò appena all'epoca napoleonica.

Potremmo seguirne passo passo lo sviluppo, coll'aiuto degli innumerevoli

documenti raccolti nell'Archivio del Genio Civile in Udine, ma ciò

uscirebbe dai limiti e dagli scopi della presente guida. Così, per

limitarci ad alcuni esempi, troviamo che nel 1811 fu allargata,

sistemata e resa carreggiabile la strada, fino allora quasi

intransitabile, che allacciava Nimis alla centrale Udine-Tricesimo,

toccando Qualso, Vergnacco, Remugnano, Ribis, Vat, dove si incontrava

colla già riattata conducente ad Attimis, proseguendo poi con essa fino

a Udine[279]: così due anni più tardi fu ordinato il sollecito riatto

della via, che staccandosi dalla predetta centrale di Udine al bivio di

Paderno, conduceva per Pagnacco, Buia e Colloredo ad Osoppo[280]; e mi

risparmio altri esempi che troppo sarebbe lungo il numerare.

La carta topografica del CAPELLARIS del 1798 segnava ancora soltanto le

strade Udine-Gemona-Pontebba, Udine-Cividale-Caporetto-Predil,

Cividale-Cormons-Gorizia e Udine-Beivars-Godia-Attimis[281]. Quella del

barone DE-ZACH[282] — la prima carta esatta e scientifica per

l'insieme delle provincie venete — a dette vie aggiungeva la

Udine-Martignacco-Fagagna, senza che però ancora arrivasse a S. Daniele.

In quella del MALVOLTI[283], che fu ingegner capo del R. Corpo Acque e

Strade in Udine sotto il Governo napoleonico, sono segnate come strade

regie la Udine-Gemona, la S. Odorico-S. Daniele-Osoppo, la

Cividale-Caporetto-Predil; come comunali principali la Udine-Fagagna-S.

Daniele, ormai condotta a termine, e la Cividale-Corno di

Rosazzo-Cormons: sono dette comunali secondarie tutte le altre.

Ma lo sviluppo delle strade a sistema moderno crebbe rapidamente anche

dopo il dominio francese: a provarlo bastano le edizioni 1833 e 1852

della carta topografica austriaca. Questo però possiamo finora affermare

solo del piano, non dei monti, in mezzo ai quali nessun reale progresso

ancora era stato fatto. Infatti nel 1852 in tutto il distretto di S.

Pietro non esisteva che il tratto da Ponte S. Quirino a S. Leonardo: la

pedemontana univa bensì Cividale a Faedis, non però questa con Attimis,

da cui si risaliva pel Lagna fino a Forame: nè Attimis era ancora

allacciato con Nimis e nemmeno questo con Tarcento, nè Tarcento con

Gemona. Così nessuna comunicazione esisteva fra Cividale e la valle del

Judrio, priva anch'essa, come le altre valli, di qualsiasi strada a

fondo artificiale; e Buia, se comunicava con Udine, non era però unita a

Gemona e Tarcento.

Dopo l'annessione del Veneto all'Italia i progressi della viabilità

furono ancora più rapidi grazie alla legge sulle strade obbligatorie

emanata nel 1868: di ciò possiamo renderci esatto conto confrontando tra

loro le varie carte corografiche e topografiche comparse dopo

quell'epoca intorno alla nostra regione: da quelle del PIRONA[284] e del

MARINELLI[285] alle varie edizioni della Carta Topografica d'Italia,

alle carte stradali turistiche più recenti[286]. Risulta da esse che la

rete del piano ormai si può dire ultimata e già è iniziata la fase della

rapida costruzione delle strade in montagna, che, trascurate in passato,

per cause che facilmente si comprendono, oggi son richieste

imperiosamente dall'aumentata ricchezza e dai cresciuti e crescenti

bisogni delle popolazioni. E già buone carreggiabili dal fondo delle

valli salgono sui declivi montani a Montenars, a Lusevera, a

Monteaperta, a Vernassino, a Jainich, senza dire di quella non più

recente che unisce Cividale a Castelmonte, o di quella che fra non molto

raggiungerà i villaggi del comune di Stregna: non considerando come

montane le strade serpeggianti pei tondeggianti dossi morenici

dell'anfiteatro o per quelli non meno dolci del Collio.

=Considerazioni sulla viabilità attuale.= Che se ora diamo uno sguardo

generale all'intera rete della regione, questa ci suggerisce parecchie

considerazioni. Anzitutto va osservato che le più importanti vie d'oggi

corrispondono alle più antiche di cui fu ragionato sopra, prova che le

condizioni topografiche s'impongono in ogni tempo come alla ubicazione

dei centri abitati e delle sedi umane, così al modo di svilupparsi e di

estendersi delle reti stradali e che fra le une e gli altri esistono

strette relazioni di dipendenza. Tali vie, in generale ampie e ben

tenute, sono: la nazionale Codroipo-S. Odorico-Dignano-S.

Daniele-Osoppo-Venzone; la già nazionale, ora provinciale perchè

parallela alla ferrovia, Udine-Tricesimo-Artegna, poscia innestantesi

alla precedente; la Udine-Cividale, pure diventata provinciale per fatto

della ferrovia, che prosegue come nazionale verso il Pulfero ed il

confine austriaco, oltre il quale a Caporetto si unisce alla

Gorizia-Predil: da questa stessa strada, colla qualifica di provinciale,

dirama la Cividale-Cormons, già assai più frequentata ed importante

quando fu la continuazione attraverso l'Italia della via del Predil,

prima che venisse aperta la Ronzina-Gorizia.

Notevole è pure la linea pedemontana, che unisce tutti gli sbocchi delle

valli prealpine e i centri di popolazione che vi si trovano, quali:

Cormons, Cividale, Faedis, Attimis, Nimis, Tarcento, Artegna, Gemona:

via anche questa forse esistente, come dicemmo, fin dall'epoca romana,

quantunque nella maggior parte ricostruita modernamente solo negli

ultimi tempi. Da essa si staccano molte strade secondarie, che da una

parte risalgono le valli fino alla loro testa, tutte di costruzione

assai recente, dall'altra — e queste sono più antiche — discendono verso

il piano e direttamente o indirettamente fanno capo a Udine, natural

foco di convergenza di tutte le comunicazioni del semicerchio

morenico-prealpino sulla sinistra del Tagliamento.

Quanto all'anfiteatro morenico tilaventino, ivi l'odografia appare assai

confusa, come la disposizione di quei colli e la disordinata

distribuzione dei villaggi, onde le vie s'incrociano bizzarramente fra

loro e irradiano in ogni direzione. Tuttavia anche ivi il maggior centro

di popolazione è insieme principal centro stradale: S. Daniele, in

diretta comunicazione con Gemona ed Udine, con Spilimbergo e Codroipo:

anche ivi lo sviluppo stradale è improntato anzitutto alla necessità di

stabilire comunicazioni fra i singoli centri abitati e il capoluogo

della Provincia; in secondo luogo dominato dalla tendenza di collegare

gli stessi centri colle tre strade principali — nazionali e provinciali

— fra cui tutto l'anfiteatro è rinchiuso come in un triangolo.

[Illustrazione: Fig. 19ª. — La rete stradale nelle Prealpi Giulie.]

=Le ferrovie.= Da ultimo poche parole intorno alla rete ferroviaria.

Questa, non essendo altro che la trasformazione più moderna delle strade

carreggiabili, è naturale che prime a subire detta trasformazione siano

state le più importanti, cioè le più antiche, adattandosi alle mutate

condizioni storiche, convergendo sopra Udine, subentrata ad

Aquileia come centro massimo della regione. Così nacquero la

Udine-Cormons-Gorizia nel 1860; la Udine-Canal del Ferro-Pontebba nel

1875; la Udine-Cividale nel 1888, quale primo tronco di una progettata,

fortemente voluta e fortemente contrastata, che dovrebbe far capo a

Canale nella valle dell'Isonzo collegandosi colla transalpina austriaca

dei Tauri: riprendendo, sia pure con mutato itinerario, la concorrenza

che la via del Pulfero già volle fare alla Gemona-Pontebba. Queste vie,

insieme alla Gemona-Spilimbergo-Casarsa, in parte costrutta e in parte

costruenda, servono o serviranno al grande commercio internazionale e di

transito, mentre al commercio interno della regione, oltre le medesime,

provvede anche una linea a scartamento ridotto (Udine-S. Daniele) tra

l'anfiteatro morenico e il capoluogo della Provincia; e di una

pedemontana, parallela alla carreggiabile sopradescritta, fu ventilato

più volte il progetto, che certamente finirà con imporsi.

XII.

LA STORIA

Sommario di PIER SILVERIO LEICHT[287].

=La nostra regione nell'antichità.= Le recenti scoperte archeologiche

hanno un po' diradata l'oscurità che avvolgeva la protostoria friulana e

l'hanno tolta dalla labile base delle leggende poetiche, per fondarla

sui dati positivi offerti dagli scavi. Dei risultati ottenuti sin qui, e

dei problemi varî ed interessanti che restano ancor da risolvere il

lettore troverà ampia notizia nella parte etnografica, a noi basterà

ricordare i punti principali. Pare ormai assodato che per un lungo

periodo i nostri colli e la pianura pedemontana fossero occupati da

popoli di ceppo veneto-illirico, genti d'indole mite, di civiltà assai

elevata, con notevoli attitudini per le manifestazioni artistiche, che

avevano larghe relazioni commerciali con l'oriente. Questo popolo, i cui

castellieri ed i sepolcreti si diffondono, dall'Istria e dal basso

Friuli orientale, lungo l'Isonzo e sui colli e nella pianura del

Natisone e del Tagliamento, si trova in lotta, forse verso il III secolo

a. C. con i celti che occupano le Alpi e spingono innanzi altri popoli

sottomessi da loro come i carni. La lotta fu lunga ed ostinata, ed i

veneto-illirici dopo una tenace resistenza, furono a poco a poco

respinti dai loro _limiti_ incastellati, sempre più addietro verso

l'Istria dai barbari e bellicosi avversarî. Le tracce delle successive

sconfitte son rivelate dagli strati archeologici e Strabone ne è il

testimonio storico quando parla di Trieste come di una sede carnica. È

nel fervore di questa lotta secolare che il gran nome di Roma fa la sua

prima apparizione nella storia antichissima della nostra regione.

Ambedue i popoli erano in buone relazioni coi romani al principio del

secolo II a. C. quando una colonna di celti, attraversata la pianura che

le ostilità avevano resa deserta, si pose a fabbricare, in un luogo non

precisato, distante 12 miglia da quello dove poi sorse Aquileja, un

_castellum_. I veneti protestarono e i romani, cui questi movimenti

celtici dovevan sembrare minacciosi, intervennero costringendo i galli a

ritirarsi ed alle proteste di costoro per le violenze subite da M.

Claudio in tale occasione, il Senato rispose intimando loro di non

scendere dalle Alpi (188-185 a. C.).

=Il dominio romano. Le vie commerciali.= I pericoli che potevan derivare

all'Italia settentrionale dalla lotta celto-veneta persuasero il Senato

a fondare nel 182 a. C. una colonia latina nella pianura friulana poco

lungi dai lidi del mare, colonia che fu chiamata Aquileja e doveva

divenir poi uno dei più grandi centri commerciali della romanità. Di là

i romani mossero spedizioni verso la Dalmazia e verso il nord per

assoggettare completamente la regione, giovandosi spesso delle lotte che

dividevano i varî popoli. L'ultimo fatto guerresco di questo periodo fu

la spedizione di M. Emilio Scauro fra i taurisci (115 a. C.) che

assicurò le buone relazioni di costoro con Roma, e la sicurezza dei

valichi alpini a nord di Trieste che quei popoli tenevano: da quel tempo

in poi tutta la cerchia delle Alpi orientali fu in potere dei romani.

Non si sa con certezza quali fossero i confini dell'Agro colonico

aquileiese; par certo nondimeno che esso abbracciasse buona parte della

pianura al di sotto di Udine e Cividale, mentre ad ovest dovette lasciar

libero il territorio in cui sorse più tardi la colonia _Julia

Concordia_. I latini dedotti dal Senato romano a popolare Aquileja,

dilatarono ben presto nella regione la lingua ed i costumi romani,

innestandoli su quelli delle genti celtiche e venete che li

attorniavano. Questa profonda penetrazione fu dimostrata dalle pazienti

indagini toponomastiche del compianto prof. Wolf[288], da cui risulta

che se la terminazione _icco_ ed _acco_ di moltissimi nomi di luogo

friulani, è da ritenersi di indole celtica, nondimeno la base, su cui il

suffisso celtico terminale s'innesta, appartiene di regola

all'onomastica romana. Così per esempio Laipacco, l'antica _Laviacus_ si

deve intender formata dal nome proprio romano _Lavius_ che si trova in

patere aquilejesi, e dal suffisso _acus_; così _Rubeniacus_ oggi

Rubignacco, deriva da _Rubenius_ altro nome proprio romano, che si trova

in iscrizioni della regione, congiunto al solito suffisso e così via.

Questi nomi di luogo appartengono ad antichi _fundi_ romani e cioè a

grandi poderi, di cui era disseminata la pianura ed il pedemonte, che

portavano il nome dell'antico proprietario; dobbiamo pensarli

organizzati secondo le regole dell'economia agraria romana, colle terre

coloniche e quelle servili, rette dalla _villa_ (cfr. il friulano _vile_

per paese) padronale dov'eran l'abitazione, gli _horrea_ del

proprietario e le case dei coltivatori.

L'estendersi dell'elemento romano nel paese dovette però procedere di

pari passo coll'importanza sempre maggiore che il paese stesso ebbe per

i Romani e col tramutarsi che fece Aquileja da semplice colonia militare

a grande centro commerciale e ad uno degli strumenti più importanti di

quella politica di espansione metodica, regolare della dominazione

romana al di là delle Alpi che comincia coll'Impero.

Guida delle Prealpi Giulie Distretti di Gemona, Tarcento, S. Daniele, Cividale e S. Pietro · 第 16 / 26 段