=Industria della seta.= Che l'abbondanza di materie prime sia stata

quasi unica causa fino ad oggi del sorgere di ogni industria in mezzo a

noi, dove mancavano in passato condizioni naturali speciali atte a

favorire la lavorazione di materie importate, ce n'offrono un'altra

prova le industrie tessili. Allorchè nel secolo XVI si diffuse sempre

più la coltivazione del gelso e l'allevamento del filugello[220], ebbe

principio in Friuli quella trattura e filatura della seta cui nel secolo

XVII diede forte impulso G. B. ZAMPARO, e nella prima metà del XVIII

ANTONIO ZANON, il quale coi suoi scritti di Agricoltura, Arti e

Commercio[221], precorse i tempi odierni e, propugnatore di ogni altro

interesse economico del Friuli, molto contribuì pure all'incremento

della nostra gelsicoltura e bachicoltura. Da una serie di provvedimenti

presi dal Municipio e dal governo veneto in Cividale negli anni 1620,

1655, 1681 e 1695 relativamente al commercio e ai dazi sulle galette, si

ricava che già in allora forte doveva essere la quantità del prezioso

prodotto in quel territorio[222], tanto che nel 1703 lo Zamparo sopra

ricordato vi teneva aperta una filanda in borgo S. Pietro. Oggi,

favorite dalla mano d'opera abile e a buon mercato esistono filande,

oltrechè a Cividale, a Buttrio, Gemona, Tarcento, Segnacco, Colloredo di

Montalbano, Venzone, Dignano. Vi sono adibiti 1200 operai — la maggior

parte donne — e 588 bacinelle con riscaldamento e movimento a vapore.

Inoltre a Bulfons (Tarcento) e ad Artegna da parecchi anni sono attivi

due grandi stabilimenti fondati ed esercitati da una Società con sede a

Milano, per la filatura dei cascami di seta, in cui sono impiegati oltre

1200 operai.

[Illustrazione: Fig. 16ª. — Cascamificio di Bulfons (Tarcento).]

I prodotti ne vengono smerciati a Milano, Vienna, Lione, Basilea,

Zurigo, Crefeld e nell'America settentrionale. Questa industria della

seta, rifiorita dopo un breve periodo di decadenza a cui l'aveva ridotta

la malattia del filugello (_atrofia parassitaria_ o _pebrina_), rimane

ancora la principale del Friuli come quella che è alimentata da

abbondanza di materia prima (oltre 3 milioni di kg. di bozzoli l'anno) e

impiega il maggior numero di operai, avendo insieme adottato i

macchinari più perfezionati e redditivi. Purtroppo però ora di bel nuovo

è seriissimamente minacciata dalla finora invincibile _diaspis

pentagona_ che, specialmente nella zona pedemontana, va guadagnando

spaventosamente terreno ed ha già ridotto di molto la forza produttiva

dei gelsi.

=Industria della lana. Tessitura. Cotonifici.= L'allevamento delle

pecore, che tanta importanza già ebbe da noi[223], fin dal 1410 fece

sorgere in Cividale un lanificio al cui uso erano adibite le acque della

Roggia di S. Pietro. Nel terzo decennio dello stesso secolo si cercò

dare maggiore incremento all'arte della lana con vietare l'esportazione

di quella greggia; e nel 1459 si composero gli statuti per l'arte stessa

e nuovi provvedimenti in favore della medesima vennero presi

successivamente. Senonchè nel secolo XVI, come tutta l'economia

pubblica, anche questa industria decadde in Cividale, nè dopo risorse

più, poichè frattanto l'allevamento delle pecore venne riducendosi

progressivamente. A. ZANON già al suo tempo scriveva che, data la gelosa

cura che in Friuli si aveva ormai della vite, bisognava sempre più

impedirne la moltiplicazione[224].

Nel 1748 un carnico, il Foramiti, che la città riconoscente più tardi si

aggregò alla nobiltà, fondava in Cividale un impianto per la tessitura

con telai a mano. Tale industria in poco tempo prese sviluppo così

grande che l'intiera contrada di S. Domenico vi si applicava, tanto da

venire chiamata _borg dei Çhargnei_. Oggi però le grandi fabbriche con

telai meccanici, sorte a Pordenone, Udine e nella stessa nostra zona a

Gemona, l'hanno uccisa quasi totalmente e viene ancora debolmente

esercitata in qua e in là come industria famigliare. Nel 1890 vi erano

ancora 115 telai a mano in distretto di Cividale, 249 in quel di Gemona

(la maggior parte nel comune di Buia, 135), 150 in quel di Tarcento, 85

a S. Daniele e 32 a S. Pietro[225]: attualmente sono ridotti

complessivamente a circa 150[226]. Centro dell'industria cotoniera nella

nostra zona oggi è diventata Gemona ove esistono tre opifici meccanici

di cui uno impiega da 400 a 500 operai nella filatura del cotone, un

altro circa 300 nella tessitura e torcitura dello stesso, un terzo,

minore, 70[227]. Questa industria è quasi l'unica che venga alimentata

da materia prima importata e deve il suo fiorire alle stesse cause per

cui ha preso sviluppo quasi in ogni altra parte del mondo. Connessa

colle tessili è l'industria delle tintorie, di cui esistono parecchie,

sparse un po' dappertutto, come a S. Daniele, Majano, Coseano, Tarcento,

Osoppo, Tricesimo, Remanzacco e, più che altrove, fiorenti a Cividale e

Gemona.

[Illustrazione: Fig. 17ª. — Cotonificio Morganti a Gemona.]

=Industrie varie.= Le industrie derivanti dal legname non hanno

importanza nella nostra regione dove scarseggiano i boschi a

fustaie[228]. Tuttavia funzionano alcune segherie principali — poca cosa

in confronto delle molte che sono attive in Carnia e nel Canale del

Ferro, ricchi di conifere — a S. Pietro al Natisone (Periovizza),

Cividale, Povoletto, Tricesimo, Venzone, Manzano, S. Giovanni di

Manzano, Corno di Rosazzo. In questi ultimi tre comuni esistono ben 40

fabbriche di sedie di cui si fa larga esportazione anche all'estero.

Tale industria è sorta primamente a Cormons — i cui prodotti sono noti

perfino in Egitto — e di là si è propagata ai comuni limitrofi sulla

destra del Judrio. A Gemona vi è qualche laboratorio di mobili

artistici; a Buttrio, Faedis e Nimis si fabbricano vasi vinari; infine

parecchie industrie famigliari, di cui diremo più sotto, si appoggiano

alla lavorazione del legname.

In diretta dipendenza dell'agricoltura sono le distillerie, di cui ve

n'è in tutti i principali centri vinicoli: a Faedis, Cividale, Nimis,

Tarcento, Gemona, Ciseriis, Buttrio, Corno di Rosazzo, Tarcetta

(Biacis); i numerosi molini esistenti in ogni comune, di cui parecchi a

cilindri, e fra essi due, a Treppo Grande e S. Daniele, mossi da forza

elettrica, due, a Tricesimo e S. Daniele, a gas povero; gli altri a

forza idraulica. Ai più importanti, quasi tutti nel piano, vanno unite

numerose trebbiatrici, alcune delle quali sono anche autonome, che

mancano affatto in montagna dove scarsa è la produzione del frumento e

dove rare, del resto, sono le macchine agrarie d'ogni specie. La

produzione della paglia ha fatto pure sorgere l'unica cartiera esistente

nella nostra regione: quella di Cividale che produce unicamente carta

gialla da imballaggio. Nessuna fabbrica di carta bianca a mano, da

scrivere: eppure già nel 1293 a Cividale in borgo S. Silvestro si erano

stabiliti Prosperino e Giacomo cartari di Bologna, fratelli; e nel 1366

è fatto cenno di un altro cartaro, Nicolò di Ser Guglielmo; infine dal

1394 al 1401 vi fabbricò carta un certo Masolino, cartaro, figlio del fu

Mattiusso di Sammardenchia. Anche in Venzone, come altri documenti

comprovano, si lavorò carta tra il 1349 e il 1414[229].

Dall'allevamento del bestiame ha origine l'industria delle latterie

sociali, turnarie o cooperative, e ve n'è 18 in distretto di Tarcento,

17 in quel di Gemona, 16 a S. Daniele, 9 a Cividale, 1 a S. Pietro,

oltre quelle primitive di prestanza del latte e i caseifici privati;

inoltre l'industria della conceria delle pelli un tempo assai florida in

tutta la provincia quando i prodotti ne andavano non solo sui mercati

del Veneto, ma altresì, e in gran parte, all'estero: ora, dopo un

periodo di decadenza, nuovamente in progresso. Nella nostra regione

esistono concerie a Cividale e Fagagna[230].

Quanto alle industrie alimentari più dirette, i prosciutti di S. Daniele

godono di una rinomanza che si spinge assai oltre i confini della

Provincia; e le gubane cividalesi sono una ghiottoneria di cui non

mancano di fare la conoscenza quanti si recano in pellegrinaggio alla

storica città di Gisulfo.

Naturalmente solo nei centri maggiori e più culti possono vivere

l'industria dell'arte fotografica, rappresentata da un rinomato

stabilimento a Cividale, e da qualche altro a Tarcento, S. Daniele,

Tricesimo; e l'arte tipografica, con officine a Cividale, S. Daniele e

Gemona. E qui non va sottaciuto che il più antico libro stampato nella

nostra provincia vide la luce in Cividale il 24 ottobre 1480, giorno

memorando negli annali della bibliografia friulana, per opera di un

Gerardo di Fiandra quivi stabilitosi nel 1476[231].

=Utilizzazione delle acque.= Le nostre industrie che finora si valsero

di legname da ardere, di torba, di gas povero, di vapore acqueo, di

forza motrice delle acque, di carboni importati, solo da pochi anni a

questa parte hanno cominciato a chiedere aiuto all'energia elettrica

che, come nel resto del Regno, anche qui viene gradatamente sostituendo

la mancanza di combustibili fossili, già principale ostacolo allo

sviluppo industriale d'Italia. Purtroppo però le Prealpi Giulie sotto

questo riguardo si trovano in condizioni d'inferiorità rispetto alla

rimanente regione friulana, poichè solo il Tagliamento, che tocca per

breve tratto la nostra regione, lambendone il confine occidentale, e il

Torre sono corsi d'acqua veramente notevoli. Ciò nonostante esiste già

un buon numero d'impianti elettrici a scopo commerciale che dànno

illuminazione pubblica e privata e movono importanti opifici a Gemona,

Treppo Grande, S. Daniele, Tarcento, Cividale, Buia, Osoppo, Reana: il

più cospicuo tuttavia è quello di Vedronza (Lusevera) che usufruisce

delle acque dell'alto Torre e dispone di ben 1650 cavalli di forza che

vengono trasportati a Udine, ove sono distribuiti a scopo

d'illuminazione privata e di forza motrice: senza dire di numerosi altri

impianti elettrici a scopo industriale.

=Piccole industrie.= E qui va aggiunto un breve cenno intorno alle

industrie piccole o famigliari, o casalinghe[232] che un tempo

fiorirono, più o meno, dovunque, in mezzo a noi, come in genere in tutti

i paesi agricoli; oggi vanno perdendo terreno davanti al sempre maggiore

sviluppo delle grandi industrie che le opprimono colla schiacciante

concorrenza dei prezzi. Più che importanza economica hanno ormai

importanza quasi esclusivamente folklorica, quali documenti delle

occupazioni a cui un tempo si dedicavano in maggior misura le semplici

popolazioni delle campagne. Della più sviluppata fra esse, cioè della

tessitura con telai a mano, dicemmo già. Non meno notevole è un'altra

industria domestica che venne promossa dall'Associazione Agraria

Friulana: la lavorazione dei vimini coi quali si fabbricano panieri,

cestelli, canestri, cestoni per stufatura dei bozzoli, culle, ecc. Essa

ha la sua sede principale in Osoppo, vicino ai folti giuncheti che

crescono spontanei in riva al Tagliamento, e dove si intrecciano ogni

anno circa 16000 ceste bianche per la esportazione delle frutta. Questa

industria viene esercitata durante la stagione invernale anche nei

comuni di Cividale, Corno di Rosazzo, Gemona (succursale del Manicomio

provinciale), Grimacco, Prepotto, S. Giovanni di Manzano, San Leonardo,

Tarcento, Trasaghis, Treppo Grande, Torreano. Pure durante la stagione

invernale dagli adulti nelle stalle, durante l'estiva dai fanciulli ai

pascoli nei paesi di montagna, specialmente nei comuni di Cividale,

Prepotto, Tarcento, S. Leonardo. Torreano, Treppo Grande, si lavorano

utensili di legno per uso domestico: spine per botti, scodelle,

cucchiai, cucchiaini, rocchetti, bussoli, mortai, portaovi,

spremi-limoni, manichi da lima e da cazzeruola, ecc. Nei comuni di

Rodda, Savogna, Corno di Rosazzo si fabbricano rastrelli; in molti

comuni di montagna gerle con striscie di faggio; in quelli di Cividale e

Rodda palle da gioco (bocce); graticci a Treppo Grande; sporte a

Moimacco, Rive d'Arcano, S. Daniele (Manicomio), Reana; scope a Gemona;

sedie ordinarie di basso prezzo che si vendono sui mercati della

regione, a Corno di Rosazzo, Fagagna, Rodda, S. Giovanni di Manzano,

Tarcento, Treppo Grande; manichi da frusta a S. Giovanni di Manzano (10

laboratorî): zoccoli di legno quasi dappertutto.

Attrezzi per agricoltura (vomeri, zappe, badili, tridenti) si lavorano a

Buia, Buttrio, Cividale, Dignano, Fagagna, Ipplis, Manzano, Remanzacco,

Rive d'Arcano, S. Daniele, Tarcento, Torreano, Tricesimo; attrezzi per

cantina (vasi vinari, botti e tini, mastelle e imbuti di legno, spine e

cerchi per botti) nei comuni di Attimis, Buttrio, Buia, Cividale,

Colloredo di Montalbano, Gemona (Manicomio), Corno di Rosazzo, Magnano

in Riviera, Ragogna, Rodda, S. Daniele, Tarcento, Treppo Grande,

Tricesimo, Venzone; carri, carrette, carriuole e gioghi nella maggior

parte dei comuni pedemontani e pianigiani; a Cividale e Tarcento chiodi;

succhielli a Tarcento.

Industria non spontanea, ma importata, è quella dei merletti a fusello,

sorta nel 1892 per opera della contessa Cora di Brazzà, che ne fondò una

scuola a Fagagna, e sul tipo di essa altre minori a Moruzzo e

Martignacco: vi sono addette molte giovani che lavorano vestitini da

battesimo, cuscini, ventagli, tovaglie, salviettine, merletti, tramezzi,

e vengono venduti alla Società Nazionale per l'industria dei merletti la

quale ne fa esportazione a Berlino, Londra e in America.

Finalmente a Cividale, Tarcento, Tricesimo e Corno di Rosazzo si

lavorano maglierie; e in questo ultimo comune giocattoli di terra cotta;

quasi dappertutto poi scarpe di panno che i contadini calzano nei giorni

feriali durante i mesi estivi.

=Condizioni generali delle industrie.= Come da questo quadro risulta, le

Prealpi Giulie non sono una regione industriale nel vero senso della

parola, importanza senza confronto maggiore avendovi l'agricoltura di

cui vive la grandissima maggioranza degli abitanti. Le non molte

industrie vi si possono considerare come un prodotto in gran parte

spontaneo, sorte naturalmente, imposte dai bisogni e dalle condizioni

dei luoghi, più che create dalla speculazione capitalistica, che non ha

avuto finora un ragguardevole slancio in mezzo a noi. Gli è perciò che

il paese non vive di vita artificiale, ma, per quanto entro modesti

limiti, si presenta economicamente solido. Notevole è la distribuzione

topografica delle industrie stesse che hanno sviluppo specialmente lungo

la linea di falda dei monti e dei colli, cui appartengono i maggiori

centri di popolazione, e nel complesso aumentano d'intensità da S-E a

N-O a misura che la regione aumenta di altitudine e l'ambiente diventa

meno atto all'agricoltura; a misura ci si avvicina ai due più

considerevoli corsi d'acqua della zona: al Torre cioè, e al Tagliamento,

presso i quali sorgono Tarcento e Gemona, i due principali centri

industriali delle Prealpi.

=Il Commercio.= Quanto al commercio, ci mancano dati numerici positivi

per venire a conclusioni concrete; solo possiamo affermare che dalla

regione si fa larga esportazione di filati di seta, di bestiame bovino,

di uova e pollame, di frutta e castagne, di fieno e paglia, di sedie, di

laterizi, di tessuti di cotone, di prosciutti: mentre s'importano

coloniali, vini, agrumi, farine e grani, formaggi fini, suini giovani,

cavalli, concimi chimici, macchine agrarie, cotoni grezzi, medicinali,

stoffe di lana. Già nel secolo XII si ebbero le prime manifestazioni

della vita commerciale delle nostre principali piazze e nei due seguenti

raggiunsero grande importanza come sedi doganali e nei riguardi del

transito Venzone, capolinea delle due strade Pontebbana e di Montecroce;

Gemona, luogo di scarico delle mercanzie; Cividale sulla linea

Pulfero-Predil. Un regolamento pubblicato nel 1380 dal Parlamento della

Patria sull'importazione ed esportazione delle derrate alimentari,

permettendone lo smercio solo in determinate piazze, mette in evidenza

come tra i più attivi centri commerciali del Friuli fin d'allora fossero

Venzone, Gemona, S. Daniele e Cividale[233], quelli stessi cioè che,

insieme a Tarcento, il cui sviluppo è recente, lo sono ancora

oggigiorno. In Gemona il primo mercato venne istituito nel 1184 per

opera del governo patriarcale e a incremento di esso fu proibito ogni

altro commercio a monte fino ai confini di Pontebba e Montecroce e a

valle per un miglio in giro[234]: Venzone ne ottenne uno settimanale nel

1261 dal conte Glizoio[235]. Cividale ebbe fiere e mercati franchi che

risalgono al 1133 e alla sua ancor oggi rinomata fiera di S. Martino (11

novembre) già nel 1337 il patriarca Bertrando concedeva l'esenzione da

qualsiasi gravezza, mentre quella pur essa importante di S. Michele (29

settembre) venne istituita con deliberazione consigliare del 1493[236].

Anche la principal fiera di S. Daniele che ricorre nella seconda

domenica di ottobre, ha origini remote poichè dai documenti ricaviamo

che già nel 1392 il patriarca Giovanni V di Moravia concedeva a quegli

abitanti un mercato franco per due giorni innanzi e dopo la festa di S.

Luca evangelista: mercato che in seguito ebbe a cessare per l'incuria

degli abitanti stessi, ma Lodovico II nel 1414 ripristinava nella

seconda domenica di ottobre e continua ancor oggi col nome di _merçhat

des bueris_[237].

XI.

VIE E MEZZI DI COMUNICAZIONE

Note di FRANCESCO MUSONI.

=Le vie romane.= La distribuzione delle sedi umane preistoriche fa

supporre che fin dai più remoti tempi esistessero strade artificiali

nella nostra regione e attraverso la catena prealpina. Esse dovettero

certamente coincidere colle vie naturali e coi più depressi valichi

montani che sempre furono i primi veicoli alla diffusione dell'umanità e

alle relazioni fra i vari popoli. Il loro sviluppo procede di pari passo

collo sviluppo economico e civile di ciascun paese: da ciò l'importanza

di ricostruirne la storia, risalendola fin dove possibile.

I più antichi documenti che accennino all'esistenza di strade nelle

Prealpi Giulie, sono l'Itinerario di Antonino e la Tabula Peutingeriana.

In quello è fatta menzione di due vie, entrambe partenti da Aquileia, di

cui la prima toccava Tricesimo e per Giulio Carnico conduceva a Loncium

e ad Aguntum; l'altra, detta Belono o Beloio, pur avendo una stazione a

XXX miglia da Aquileia, divergendo dalla precedente, conduceva per

Larice a Santico e a Virunum[238].

Non si mette in dubbio che quella corrispondesse alla odierna di

Montecroce Carnico o di Plöcken; quanto alla seconda tutto induce a

credere che risalisse il Canal del Ferro, conducendo per la sella di

Saifnitz verso Klagenfurt: strada lungo la quale molte tracce romane

furono rinvenute in ogni tempo.

La Tavola di Peutinger ci parla pur essa di una via da Aquileia a

Virunum per le stazioni ad Silanos, Tasinemeto e Saloca[239]. Molti

autori opinarono fosse la stessa cosa colla Beloio forse perchè

conduceva allo stesso punto, forse anche perchè altrimenti non si

spiegherebbe l'omissione dalla Tavola della più importante e quasi

universalmente ammessa strada del Canal del Ferro: la diversità dei nomi

delle stazioni dipenderebbe dal fatto che nell'Itinerario queste

distavano maggiormente una dall'altra perchè corrispondenti a giornate

di viaggio dei funzionari governativi; nella Tavola eran più frequenti,

in quanto che indicavano le varie tappe delle marce militari.

Lo Czoernig però sostenne vigorosamente doversi la «ad Silanos»

considerare distintamente dalla Beloio, come quella che da Aquileia

conduceva a Cividale, e per Caporetto e il Predil a Virunum, risalendo

il corso del Natisone che, secondo lui, traeva origine dal Mons

Picis[240], il quale sarebbe stato il Predil stesso, e per la sella di

Starasella raggiungeva l'attuale suo letto, proseguendo poi pel

medesimo, mentre la valle dell'Isonzo da Caporetto a Tolmino sarebbe

stata occupata da un lago[241]. Ma, anche ammessa l'esistenza di una

strada romana pel Predil, lo Czoernig si basa sopra presupposti

dimostrati falsi dagli studi geologici e paletnologici recenti: poichè

nè l'Isonzo mutò corso in epoca storica, nè la sua valle media, dove si

rinvennero le vaste necropoli preistoriche, più volte accennate, potè

essere un lago a quell'epoca.

L'ANKERSHOFEN, pure optando pel Predil, unica via, secondo esso, tra

Aquileia e Virunum, è d'avviso però che la medesima risalisse l'Isonzo

per Canale e Tolmino, comunicazione ch'egli afferma la più breve tra

Aquileia e Virunum, da lui collocata nello Zollfeld sopra Klagenfurt:

lungo di essa sarebbero discesi i Celti quando vennero a 12 miglia

lontano da Aquileia e per essa Papirio Carbone si sarebbe recato a

combattere i Cimbri nel Norico[242]. Tale opinione aveva in parte già

emesso il CLUVERIO per cui la stazione «ad Silanos» era «circa Sontii

Hidriaeque fluminum confluentes»[243] e fu pure condivisa dal REICHARDT

e dal MANNERT[244]. Ma è assai improbabile che l'Isonzo a quei tempi

potesse essere risalito da una strada per Plava e Canale, date le

angustie che in molti punti la sua valle presenta, spesso chiusa tra

rupi che le si serrano addosso strapiombanti, come nel tratto fra Selo e

Tolmino: e già dicemmo ch'essa venne aperta e resa rotabile dagli

arciducali d'Austria solo dopo la metà del secolo XVI allo scopo di far

concorrenza alla via del Pulfero, venendo lavorata cogli _scalpelli_,

secondo quanto nel 1615 ebbe a scrivere il provveditore Giovanni

Soranzo[245].

Da tanta disparità di opinioni sarà difficile, se nuovi documenti non

verranno in luce, che mai si possa venire a una conclusione interamente

accettabile. Infatti, checchè sia stato più volte scritto in contrario,

tranne quello della stazione di Tricesimo, nessun altro nome, sia

dell'Itinerario come della Tavola, è identificabile con nomi odierni; e

ciò è veramente stranissimo e fa pensare ai grandi mutamenti che nel

corso dei secoli devono essere avvenuti nella nostra toponomastica e

forse anche nella stessa distribuzione dei centri abitati, per lo meno

delle stazioni commerciali. D'altra parte affatto insufficiente è il

numero delle pietre miliari scoperte per poterci essere di sicura guida,

coll'aggravante che spesso vennero trovate lontano dai luoghi dove

furono collocate primitivamente, in maniera da disorientarci

completamente e da condurci a deduzioni errate.

Senza essere in grado di dimostrarlo con sicurezza, noi tuttavia

possiamo argomentare con presunzione di cogliere nel vero, che una

strada romana, e forse preromana, da Cividale risalisse il Natisone,

attraversando il ponte di S. Quirino, il quale un'antichissima

tradizione vuole di fattura romana[246], passando per l'odierno S.

Pietro (necropoli paleoveneta) presso cui ne vengono indicate ancora le

rotaie incavate nella roccia conglomeratica, toccando Broxas (la

Brischis e non la Brocchiana d'oggi, come altri vuole) e Starasella,

oltre cui metteva nella valle dell'Isonzo discendendovi fino a Tolmino.

Tale via forse, come opinò il Hauser[247], proseguiva per la valle

dell'Idria fino ad Emona, che fu la più importante piazza romana

dell'antica Pannonia. Se poi da essa divergesse un'altra via pel Predil,

come già si ammise, specialmente dopo le recise affermazioni dello

CZOERNIG, allo stato attuale degli studi paleogeografici e archeologici

nulla ci autorizza ad affermarlo: nè l'Alpis Julia di PAOLO DIACONO[248]

o di VENANZIO FORTUNATO[249] io credo possa riferirsi al Predil o a

qualche altro passo delle Giulie, come molti vollero, ma piuttosto alla

sella di Saifnitz, se non forse, e più verosimilmente, al passo di

Montecroce carnico, come apparisce dal contesto di quanto scrissero quei

due autori.

[Illustrazione: Fig. 18ª. — Lo storico ponte di S. Quirino.]

Assai probabilmente detta via arrivava da Aquileia a Cividale passando

per Medea, Brazzano, Ipplis — tutti luoghi con antichità romane —

Rualis, avvicinandosi alla città col nome, che porta ancora oggi, di

aquileiese e attraversando il Natisone presso porta Broxana, proseguendo

quindi lungo la destra del fiume fino al surricordato ponte di S.

Quirino. Sembra certo che anche lungo la sinistra del Natisone dalla

strada aquileiese maestra risalisse un ramo parallelo al precedente

attraversando il torrente Lesa mediante un ponte che rinnovato esiste e

un altro che scomparve sul fiume Algido (Azzida) riunendosi al

precedente presso S. Quirino[250].

Guida delle Prealpi Giulie Distretti di Gemona, Tarcento, S. Daniele, Cividale e S. Pietro · 第 15 / 26 段