Tra le frutta il primato spetta alle ciliege precoci (zgodnje) di cui si

fa enorme esportazione in Russia: varietà principali sono: le

_cepljenke_, conosciute a Pietroburgo sotto il nome di _Görzer Kirsche_,

le _cepike nere_ e le _cepike rosse_, dette anche _cufarice_ o

_schopfkirsche_. Seguono le susine di cui si essiccano non meno di

70,000 quintali l'anno per un valore di circa 700,000 corone, industria

fiorentissima insieme a quella dei _canditi_, già su larga scala

esercitata da alcune fabbriche di Gorizia: le pesche, le albicocche, i

fichi, i perifichi, poche mele richiedenti terreni umidi, melagrani,

mandorli, olivi. A proposito dei quali ultimi d'alto interesse è la

particolarità dei vetusti avanzi di estesi oliveti che nel medio evo

ricoprivano quasi l'intero Collio ed oggidì rappresentano il limite più

settentrionale della coltura dell'olivo in Europa, non superata neppure

dalle latitudini a cui si spingono gli oliveti nella valle del Rodano e

nel Trentino (Sarca)[194]. E qui torna opportuno ribadire

l'osservazione, la quale trova riscontro in altre fatte precedentemente

in questo volume, che nelle Prealpi Giulie le uve e le frutta guadagnano

in precocità e squisitezza a misura si procede verso est, per il

graduale abbassarsi della regione e per il clima più mite. Della valle

dell'Isonzo poi possiamo dire che è grandemente frutticola in tutta la

sua lunghezza, per quanto appartiene alla nostra zona, grazie alla

direzione meridiana e alla notevole profondità per cui a Canale presenta

ancora soli 104 m. di altitudine, a Tolmino 160, a Mlinsko, presso

Caporetto, 201. Invece la valle del Tagliamento e le altre minori valli

delle Prealpi Giulie occidentali hanno attitudini fruttifere senza

confronto inferiori.

Viticoltura e frutticoltura sono base di tutta l'economia agraria del

Collio per modo che, pur dando la debita importanza alle culture

orticole di primizia, specialmente alle patate introdotte nel 1799 da

Giacomo Fabricio, affatto secondaria vi è la produzione dei cereali,

scarsissimo l'allevamento del bestiame — fatta eccezione dei suini e

volatili domestici — e lo stesso allevamento del baco da seta va sempre

più perdendo terreno causa il deprezzamento dei bozzoli e il deperimento

crescente dei gelsi. Tuttavia — e, malgrado l'infierire della crittogama

dell'uva prima, della malattia del baco da seta poi, quindi della

peronospora, della fillossera; malgrado le crisi del vino e degli

ortaggi, — la popolazione è fittissima e — senza dar luogo a forte

emigrazione — tocca, come abbiamo visto, i 268 abitanti per kmq., mentre

la media dell'intero Goriziano non è che di 73, oscillando tra un minimo

di 16 nel distretto giudiziario di Plezzo e un massimo di 156 in quello

di Gradisca. E nonostante l'uniformità delle produzioni, i terreni di

buona qualità vi si vendono all'elevato prezzo di 1600-2000 corone il

campo (1/3 di ettaro).

Venendo finalmente all'allevamento del bestiame, i bovini in collina di

regola scarseggiano: non però nel piano dove sono in continua selezione

e miglioramento e costituiscono il principal cespite di guadagno per gli

agricoltori. Il loro numero complessivo nei 14 comuni friulani della

zona è di 14607; di 3840 negli otto comuni di Collio. Il tipo che vi

prevale è il Jurassico nella sua veste di friulano Simmenthal a triplice

sfruttamento di latte, carne e lavoro: però tra la razza dominante in

montagna, di cui dicemmo, e quella del piano esiste una zona grigia

nella quale i caratteri etnici e zootecnici dell'una e dell'altra si

compenetrano. La razza del piano mostra precocità, attitudine spiccata

alla produzione della carne e all'ingrassamento, discreta potenzialità

lattifera e sufficiente attitudine al lavoro in terreni non troppo

profondi.

Di cavalli, importati in massima parte dall'Austria-Ungheria, si

allevano appena 846 capi, oltre a 28 muli e 52 asini; di suini 8496.

Questi sono il prodotto dell'accoppiamento disordinato dell'antica e

pregiata razza friulana con quella di Yorkshire e di Berkshire. Un tempo

si conducevano al pascolo vagantino nei boschi di querce: ora si

allevano con grano e rifiuti di cucina per cui si ottengono animali più

grassi, ma carni forse un po' meno saporite. Gli ovini sono in numero di

1297, i caprini di 438, gli uni e gli altri dominando nelle plaghe

elevate o carsiche dei comuni che più si addentrano nella zona montuosa,

come Prepotto, Torreano, Faedis, Attimis, Nimis.

La piccola proprietà, condotta in economia, prevale nella zona

collinesca friulana: nel Collio però accanto ai piccoli proprietarî v'è

quasi un egual numero di coloni che corrispondono ai padroni i due terzi

del vino e percentuali, diverse secondo i luoghi, degli altri prodotti.

Caratteristiche del piano sono la media e grande proprietà con sistemi

misti di affitto e colonia parziaria. Quivi in passato le condizioni

degli agricoltori non erano molto liete, come le statistiche della

pellagra testimoniano: oggi sono migliorate di molto grazie a progressi

di ogni specie e soprattutto grazie ai cresciuti redditi della stalla.

=La zona morenica.= Compresi nella zona extraalpina prevalentemente

morenica sono i comuni di Buia (Gemona); Cassacco, Segnacco, Treppo

Grande, Tricesimo (Tarcento); Fagagna, Majano, Ragogna, Rive d'Arcano,

S. Daniele, Moruzzo (San Daniele).

In questa zona tutte le comuni culture sono rappresentate. Tra le piante

in rotazione occupa il primo posto il maiz pel quale si hanno grandi

cure dandosi la preferenza alle varietà nostrane gialle, precoci e ben

pagate anche sul mercato, più che alle americane difficilmente

maturanti. La produzione relativa è di qt. 27.06 per ettaro, superiore

alla media delle zone da noi considerate: più alta nei comuni orientali

dell'anfiteatro, come Cassacco (29.43), Tricesimo (28.77), Segnacco

(27.35), che in quelli occidentali di Ragogna (18.99) e Fagagna

(20.87)[195].

Segue per importanza il frumento con una produzione relativa media che

nell'anno 1907 fu di qt. 14.79 per ha.: vi predominano le varietà

nostrane, quantunque da pochi anni siano state introdotte e vengano

coltivate con successo pure le varietà _cologna_, _rieti_, _victoria_.

L'aratura alla pari, la semina a macchina, l'uso di appropriati concimi

chimici ne vengono aumentando ogni anno la produzione già piuttosto

scarsa[196].

Tra le colture secondarie la saggina è coltivata in tutti i comuni,

specialmente a S. Daniele (qt. 1330), Rive d'Arcano (792), Ragogna

(434); assai meno negli altri: così pure il cinquantino come succedaneo

del frumento, nonostante richieda molto lavoro, dia poco reddito e sia

di scarso valor nutritivo; la segala che, amante di terreni magri, da un

massimo di qt. 987 a S. Daniele, discende a un minimo di qt. 29 a

Segnacco; ultimi vengono l'avena e l'orzo che è quasi incoltivato.

Meno considerevole che nella zona precedente è la produzione dei

fagiuoli (qt. 2508) e delle patate (qt. 11744). Di quelli la massima

quantità dànno i comuni di Majano (qt. 352), Fagagna (391), S. Daniele

(333), Rive d'Arcano (120) e Ragogna (128); assai meno gli altri. Per

patate primeggiano S. Daniele (1439), Colloredo di Montalbano (1677),

Majano (1230), Fagagna (1350), Tricesimo, (1365), Buja (926); ultimi

vengono Cassacco (235), Treppo Grande (577) e Segnacco (617). La

produzione massima fu di 152.5 per ha. a Segnacco, minima di 66.5 a

Moruzzo.

Coltivazione caratteristica, specialmente dei comuni di Fagagna e

Tricesimo, è quella degli asparagi di cui il primo produce 40 e l'altro

90 qt. l'anno.

Fra le piante legnose coltivatissimo è il gelso, e per quantità di

bozzoli questa zona supera tutte le altre della regione prealpina, come

risulta dal seguente specchietto relativo alla produzione dei medesimi:

1906 1907

Buia Ql. 46.000 Ql. 48.000

Cassacco » 14.300 » 16.000

Segnacco » 15.600 » 17.200

Treppo Grande » 11.040 » 11.700

Tricesimo » 42.000 » 46.200

Colloredo di Montal » 10.170 » 11.800

Fagagna » 16.500 » 17.000

Majano » 17.600 » 19.000

Ragogna » 11.660 » 12.700

Rive d'Arcano » 13.500 » 15.000

S. Daniele » 31.900 » --

Moruzzo » 10.800 » 12.800

La vite è coltivata a sufficienza, se non quanto potrebbe esserlo.

I vitigni più comuni sono il _frontignan_, il _merlot_, il _refosco_, il

_blau fränkis_, il _verduzzo_. La produzione complessiva di vino pei

comuni appartenenti alla zona da noi considerata fu di ettolitri 24.325

pel 1906 e di 30.945 pel 1907, col massimo nel comune, in parte

eocenico, di Buia e il minimo in quello di Rive d'Arcano[197].

Anche i frutteti hanno pochissima importanza nell'anfiteatro morenico.

Nelle statistiche da noi compulsate furono prese in considerazione solo

200 qt. di castagne in quel di Buia e pel valore di 2000 lire in quel di

Ragogna, oltre a circa un migliaio di lire tra pere e mele in

quest'ultimo comune.

Tra le foraggere sono assai coltivate l'erba medica e il trifoglio, e

l'allevamento del bestiame vien fatto ogni anno con maggior cura.

L'incrocio Simmenthal e in minor misura la razza Schwyz per la

produzione del latte hanno dovunque la prevalenza: numerose sono le

latterie sociali cooperative. Il complesso della popolazione bovina,

secondo l'ultimo censimento, tocca i 13.325 capi, abbastanza egualmente

ripartiti tra i singoli comuni. E in proporzioni poco differenti dalla

zona precedente sono le altre specie di animali domestici, cioè 1023

cavalli e 8150 suini. Notevole un maggior numero di muli (360) e la

quasi assoluta assenza di capre (50), inutili dove manca completamente

il terreno roccioso, accanto a circa 800 pecore delle quali il maggior

numero possiedono i comuni di Rive d'Arcano (142), Moruzzo (112),

Fagagna (102), i cui declivi più erti sono spesso a magre praterie.

La proprietà nell'anfiteatro morenico è assai frazionata, non però

quanto in Carnia e nella Slavia, pur essendovi un certo numero di

proprietarî medî e parecchie grandi aziende agrarie bene organizzate.

Secondo gli Atti della Giunta per l'Inchiesta Agraria, per quel che

possono valere ancora oggidì, nel distretto di S. Daniele v'eran 16.015

proprietarî con rendita fondiaria da 1 a 100 lire; 466 con rendita da

100 a 1000 e soli 30 con rendita superiore alle 1000 lire. Ciò, insieme

alla eccezionale densità della popolazione, specie in alcuni comuni,

come Tricesimo (597 per kmq.) e Buia (321), spiega il forte contingente

che questa zona dà all'emigrazione temporanea. I sistemi di conduzione

delle terre sono l'economia, l'affitto e in taluni luoghi anche la

colonia parziaria. In complesso questa plaga sotto il rispetto agrario

si può considerare come la più progredita delle Prealpi Giulie e quella

che meglio delle altre viene applicando i metodi dalla moderna scienza

suggeriti per aumentare la produzione dei campi, dei prati, delle

stalle.

=La regione piana.= Ci resta a dire dei comuni il cui suolo è costituito

di alluvioni grossolane circumambienti l'anfiteatro morenico o lambenti

i colli eocenici orientali. Tali sono i comuni di Bordano, Trasaghis,

Venzone, Gemona, Osoppo, Artegna (Gemona); quelli di Dignano, S.

Odorico, Coseano e S. Vito di Fagagna (S. Daniele); finalmente i comuni

di Povoletto, Moimacco, Remanzacco, Premariacco (Cividale). Gli ultimi

otto comuni appartengono ai terreni magri del medio Friuli, a monte

della linea delle risorgive, spesso a terrazzi ampi, di scarsa fertilità

naturale; i primi hanno parte del loro territorio nel piano, pure

ampiamente ghiaioso, di Osoppo, parte in montagna.

I prati stabili qui hanno notevole estensione, occupando gli spazi più

magri, con aspetto di brughiere, permettenti un unico e scarso sfalcio

annuale. Tra le piante erbacee nei seminativi occupa il primo posto il

granoturco e, a notevole distanza, il frumento. Questo è coltivato assai

poco nei più freddi e piovosi comuni a monte dell'anfiteatro morenico,

soggetti all'influenza dei venti nordici: anzi non lo è affatto a

Bordano e Venzone, dove ha quasi esclusivo predominio il maiz, per

quanto anch'esso con produzione notevolmente inferiore a quella dei

comuni a valle dell'anfiteatro. Ivi il quantitativo dell'uno e

dell'altro cereale è assai forte, e il secondo sta al primo nella

proporzione di uno a due, o di uno a tre.

La produzione media di maiz per ettaro è bassa nei più ghiaiosi comuni

di Dignano (14.70), Osoppo (20.35), S. Odorico (21.96): notevolmente più

alta in quelli più prossimi ai monti, quali Gemona (28.32), Venzone

(28), Povoletto (26.98): oscillante fra 22-24 negli altri[198]. Quella

del frumento è abbastanza elevata nei comuni di Gemona (17.25), Moimacco

(16.82), Povoletto (15.12), Premariacco (15.37): bassa in quelli di

Artegna (11.43), S. Odorico (11.31), S. Vito di Fagagna (11.75), Dignano

(11.25): oscillante fra 13-14 negli altri[199].

Abbastanza coltivati nei comuni appartenenti ai distretti di Cividale e

S. Daniele sono il cinquantino e la saggina: mediocremente dappertutto

le patate e i fagiuoli: le prime specialmente nei più elevati comuni di

Venzone (qt. 3222), Gemona (2704), Osoppo (1975): i secondi a Gemona

(1184) che per questo prodotto porta la palma in tutta la regione

prealpina friulana. Nei comuni bassi è coltivata alquanto anche la

segala (Coseano qt. 529, Dignano 351, Moimacco 247, Povoletto 250,

Premariacco 167).

È naturale che la vite, amante di alture aereate e soleggiate, qui non

sia nel suo dominio: perciò la massima produzione di vino si ha nei

comuni i quali si avvicinano ai colli, come Gemona, Povoletto, Artegna,

dove inoltre prevalgono le varietà nostrane: decresce a misura nei

comuni stessi prevale l'area pianeggiante, costituita di suolo ghiaioso,

come a S. Vito, S. Odorico, Dignano, Coseano, Moimacco, nei quali invece

predomina il gelso, e varietà coltivate sono quasi esclusivamente

l'_isabella_ ed il _clinton_: a meno che la scarsa produzione non sia

dovuta a ragioni di clima e di esposizione del suolo, come a Bordano e

Venzone[200]. Per ragioni analoghe anche la frutticoltura in questa zona

ha scarsissima importanza e non alimenta affatto il commercio.

Il gelso è coltivatissimo dovunque ed occupa tutti i margini degli

appezzamenti. La produzione complessiva media di bozzoli negli anni

1906-07 fu di ql. 280.133; massima nei comuni di S. Vito di Fagagna,

Remanzacco, Gemona, Osoppo, Premariacco, Coseano, Dignano: minima nei

comuni più prevalentemente montuosi di Bordano, Trasaghis e

Venzone[201].

Quanto al bestiame, vale ciò che abbiamo già detto per le parti piane

delle zone precedenti: 15857 bovini, con prevalenza assoluta del tipo

Simmenthal, che va sempre più diffondendosi ed è fonte di ricchezza

vera; 719 cavalli e 1666 pecore, allevate ove maggiore è l'estensione di

prati naturali magri (Coseano 650, Povoletto 311, ecc.); un abbastanza

rilevante numero di capre nei più montuosi comuni di Venzone (366),

Gemona (254), Trasaghis (177), insignificante negli altri. I suini son

più numerosi nei comuni a valle dell'anfiteatro morenico che non in

quelli a monte del medesimo (Bordano 13, Osoppo 96, Trasaghis 43,

Venzone 150).

Per ciò che riguarda la conduzione dei terreni, la piccola proprietà

condotta in economia prevale nelle parti montuose e più povere dei

comuni di Gemona, Venzone, Trasaghis, Bordano, Osoppo, Artegna dai quali

forte è l'emigrazione all'estero. Negli altri comuni, come nelle parti

pianeggianti delle zone precedenti, gli agricoltori sono in massima

parte fittavoli con sistemi misti di affitto e colonia parziaria. Le

loro condizioni in oggi sono migliorate di molto rispetto a quelle di un

tempo quando maggiormente infieriva in mezzo ad essi la pellagra.

X.

INDUSTRIE E COMMERCI

Note di FRANCESCO MUSONI.

=Giacimenti minerarî.= Scarso in ogni tempo fu lo sviluppo industriale

della nostra regione, eccentrica rispetto al resto della Provincia e del

Regno, mancante di grossi centri abitati, infine estremamente povera di

giacimenti minerali. Da documenti del 1454, 1486 e 1488 risulta bensì

che il ferro era in quegli anni lavorato a Venzone, ma nessun altro

cenno ne viene fatto posteriormente[202]. Nel 1497 il cividalese

Virgilio Formentini scopriva la miniera, poscia diventata celebre, di

mercurio ad Idria, nel territorio di Tolmino, allora sotto la

giurisdizione di Cividale e ne ottenne insieme ad altri due cividalesi

l'esercizio, che riuscì a mettere in commercio una rilevante quantità di

siffatto minerale così da farne decrescere il prezzo[203]: senonchè in

seguito al trattato di Noyon e alla pace di Wormazia la miniera passò

per sempre in proprietà degli austriaci[204].

È ben vero che nel 1845 sui Ronchi di S. Giuseppe in quel di Spessa e

nel 1854 sui colli di S. Anna (S. Pietro di Poloneto) a sud-est di

Gagliano vennero trovate tracce di mercurio nativo, illustrate queste

ultime dal PIRONA[205] e dal HAUER[206]: ma si trattava di giacimenti

affatto sporadici. Così, nessuna importanza industriale ebbero alcuni

altri piccoli giacimenti pure di mercurio rinvenuti sul Matajur nei

dintorni di Montemaggiore[207] e nei pressi di Cisgne in comune di S.

Leonardo[208], i quali ultimi forse sono quelli stessi cui accenna un

documento del 1517[209].

Nè dei vari minerali ferriferi che furono segnalati in qua e in là

(pirite sopra Gemona, presso Lusevera, sul colle di Buia, fra Magnano ed

Artegna, presso S. Guardo, sui colli di Rosazzo, sul Matajur sopra

Montemaggiore, presso Caporetto) può alcuno vantarsi di avere oggi la

benchè minima importanza industriale. E lo stesso dicasi delle numerose

tracce di scisti bituminosi, alcuni dei quali abbastanza ricchi di

materie volatili, formanti banchi non indifferenti rinvenuti, come fu

già avvertito in un precedente capitolo[210], così nella Dolomia

Principale, come nella zona eocenica.

Per quanto riguarda le ligniti mioceniche, noteremo che difficile e poco

proficua riuscì la lavorazione dei depositi nel colle di S. Rocco presso

Osoppo e che per i giacimenti fra Ragogna e il castello di Susans si

tentò senza vantaggio lo scavo nel 1854, nel 1867 e nel 1876,

ottenendone combustibili per le cave di fornaci e laterizi ch'erano sui

luoghi[211].

Assai maggiore importanza delle ligniti ebbero in mezzo a noi i depositi

di torba di cui la regione è copiosamente provvista e della quale da ben

oltre un secolo fu introdotta in Friuli l'escavazione e l'uso a merito

di A. ZANON[212]; e del cav. FABIO ASQUINI, che si fece banditore della

recente scoperta[213] e primo pose mano alla lavorazione di una torbiera

presso Fagagna, la sola allora conosciuta, che venne perciò detta _Nuova

Olanda_. In seguito, a poco a poco, gli scavi si estesero a tutto

l'anfiteatro morenico e l'uso della torba si fece sempre più largo

seguendo lo sviluppo di alcune industrie locali. Oggi il più importante

bacino torbifero è quello di Collalto-Bueris-Zegliacco, appartenente,

sotto il rispetto amministrativo ai quattro comuni di Magnano in

Riviera, Treppo Grande, Cassacco e Segnacco[214] e già producente 30,000

m. c. di torba all'anno: altri bacini più ristretti sono quelli di Nasor

e Precariapo (Buia), di Casasola e San Salvatore (Maiano) e infine di

Farla (S. Daniele)[215].

=Materiali da costruzione. Cave. Fornaci.= Ma se la nostra regione

difetta di filoni metalliferi e di giacimenti carboniferi importanti, è

però abbondantemente provvista di materiali da costruzione, tra i quali

posto principale occupano i numerosi, estesi e assai potenti depositi di

argilla in moltissimi luoghi esistenti, come più volte fu accennato.

Mancano è vero da noi il caolino e le argille refrattarie, ma parecchie

invece sono le varietà di argille comuni a composizione assai varia e

perciò di vario valore industriale. Il Marinoni nel 1881 indicava come

preferibili i depositi di Molinis presso Tarcento, estesi verso

occidente fino a Collalto e a Bueris in relazione colle formazioni

torbifere, di Faedis e Cerneglons sul talus di deiezione del torrente

Malina, riconoscendole di una plasticità e omogeneità affatto speciali;

faceva quindi seguire quelle dei territori di Buia, Qualso, Fagagna che

si potrebbero definire del tipo delle argille calcari; mentre altre

sarebbero di tipo ancor più scadente e vengono lavorate per non

esservene di migliore qualità[216].

Il miglioramento dei processi tecnici di lavorazione, l'applicazione dei

forni a fuoco continuo e dei motori elettrici diedero un notevole

impulso a questa industria negli ultimi anni. La produzione tuttavia —

mattoni pieni e forati, quadrelle, tegole curve e marsigliesi, comuni e

verniciate, tavelloni — è assorbita quasi interamente dai sempre

crescenti bisogni dell'edilizia locale: solo le maggiori fabbriche fanno

alquanta esportazione in Austria per le vie della Pontebba, del Pulfero

e di Cormons. Notevole per la eccezionale bontà dei suoi prodotti è la

fabbrica di Zegliacco fondata nel 1870; per copia dei medesimi, le

fornaci di Rubignacco (Cividale), Torreano, Tarcento, Artegna, S.

Daniele, Manzano, Cerneglons[217]; altre fabbriche sono a S. Leonardo

(Cemur), S. Pietro al Natisone (Clenia), Cassacco, Rive d'Arcano,

Fagagna. A Buia si fabbricano inoltre terre cotte ornamentali; a Corno

di Rosazzo da molti anni durano attive due piccole fabbriche di

stoviglie comuni.

La straordinaria, più volte accennata, ricchezza di marne, con vario

tenore di argilla e di calce in tutta la regione dell'eocene costituisce

una sorgente preziosa e inesauribile di materia opportuna alla fabbrica

di calci e cementi idraulici. Il Taramelli già nel 1868 richiamava su

tale fatto l'attenzione dei friulani e otteneva si facessero esperimenti

pratici in proposito. Però l'industria vera non sorse se non in questi

ultimi anni quando venne finalmente imposta dal sempre maggiore consumo

di cementi che si dovevano importare. E così ebbero origine le due

grandi fabbriche di Udine con tre motori elettrici e 163 cavalli di

forza e di Cividale con 150 cavalli effettivi e una potenzialità di

150.000 qt. l'anno di Portland a tipo unico. Delle due fabbriche la

prima lavora specialmente per le imprese friulane, la seconda anche per

l'esportazione, l'una e l'altra ricevendo alimento di materia prima

esclusivamente dai distretti di S. Pietro e Cividale, le cui strade

perciò vengono continuamente percorse da innumerevoli pesanti carri.

Anche a Buia esiste una piccola e più antica fabbrica di cementi a media

presa, dove inoltre, come pure a Gemona e Manzano, si fanno col cemento

lavori svariati, pietre artificiali, decorazioni in gesso, ecc.

Senonchè il sempre maggiore impiego dei cementi nella costruzione di

edifizi privati e pubblici, prestandosi i medesimi a facili, meno

costose e nello stesso tempo più eleganti ornamentazioni, ha diminuito

sensibilmente l'importanza già grandissima delle cave di pietra da

taglio, un tempo numerose specialmente nei distretti di Cividale (22) e

S. Pietro (9), i cui prodotti erano venduti, oltrechè in provincia,

anche a Gorizia, Zagabria, Sissek[218]. Oggi la maggior parte di tali

cave sono abbandonate e il mestiere dello scalpellino, già bene

retribuito, attraversa un gravissimo periodo di crisi, tanto che i più

sono costretti o ad emigrare o a dedicarsi ad altre occupazioni. Sono

tuttora attive alcune cave di pietra _piacentina_, nome che si dà

volgarmente alla brecciola calcare eocenica, nei comuni di Torreano (in

numero di 8), ove esiste ancora un abbastanza forte nucleo di

scalpellini; di S. Pietro al Natisone (3 ad Azzida, 1 a Clenia), di

Faedis (2), Cividale (1 a Sanguarzo), Nimis (1): e ve n'è una di pietra

_vernadia_ — nome volgare delle arenarie — a Faedis, e un'altra di

conglomerato (friul. _tôf_) ad Osoppo[219]. Nessuna cava di pietre

ornamentali, sebbene sia stata segnalata la presenza di marmi saccaroidi

in Vallemontana (Nimis); di marmi comuni compatti rossi o rosei a

Bordano e Pioverno sopra Venzone, alla sella di S. Agnese (Gemona); di

marmi bianchi a Bordano, Pioverno, Purgessimo (Cividale) e nel colle di

Medea (Cormons).

[Illustrazione: Fig. 15ª. — Fabbrica di cementi a Cividale.]

Anche le fornaci di calce comune, per cui abbonda la materia prima non

solo nella zona montana ma anche nella piana, fornendola i ciottoli

calcarei del letto dei torrenti e delle campagne stesse ove sono

maggiormente ghiaiose, nonostante il progrediente sviluppo della

industria dei cementi e delle calci idrauliche, sono abbastanza numerose

e ve n'è di importanti a Cividale, S. Daniele, Tarcento, Cerneglons.

Guida delle Prealpi Giulie Distretti di Gemona, Tarcento, S. Daniele, Cividale e S. Pietro · 第 14 / 26 段