Il maiz, come del resto tutte le altre piante erbacee, in montagna è

intensivamente coltivato, con molto stallatico, in piccoli appezzamenti

di terreno, in alcuni luoghi a terrazzi sostenuti da muricciuoli a

secco, in altri, come si vede a Drenchia, Topolò, Cepletischis,

Tercimonte, Montemaggiore, Stermizza, Erbezzo, Prossenicco, Canebola e

altrove, in caratteristici campetti (vedi fig. 13ª) di forma

irregolarmente trapezoidale, seguenti la pendenza dei terreni, privi di

solchi e i quali, data la mancanza di bruschi dislivelli, meglio dei

terrazzi si prestano a usufruire in maggior misura dei raggi solari.

Tale vantaggioso sistema di coltivazione è possibile pel terreno

argilloso e tenace cui la continua lavorazione conferisce una certa

perenne porosità contraria al suo costipamento per effetto delle

pioggie[174]. Le coltivazioni in generale non discendono sotto una linea

che segna fin dove arriva l'ombra proiettata per buona parte della

giornata dagli opposti versanti, irregolari come i profili delle

montagne e varia non solo da valle, ma da luogo a luogo in una stessa

valle: linea alla quale durante la stagione invernale è presso a poco

parallela quella delle nevi, or più or meno alta, secondo l'abbondanza

delle nevicate e la varia intensità del freddo.

[Illustrazione: Fig. 13ª. — Campi senza solchi ad Ocnebrida (Drenchia).

(Fot. G. Feruglio).]

In alto i limiti ne sono segnati più uniformemente dal clima, dalla

maggiore o minore esposizione al sole, dalle condizioni di fertilità del

suolo, dalla distanza rispetto ai centri abitati. In generale però i

campi sono piuttosto a valle che a monte di questi ultimi e ciò

specialmente per la comodità del trasporto dei concimi che si fa a

spalla d'uomo e in montagna è il più faticoso d'ogni altro. Nonostante

però le sudate fatiche e la accurata lavorazione degli abitanti, i

cereali non bastano ai bisogni dei medesimi, che per buona parte

dell'anno devono farne acquisto al mercato.

Quasi eguale importanza a quella del maiz ha la coltivazione delle

patate, di cui forte è la produzione in tutti i comuni[175]: mentre tra

le coltivazioni secondarie occupano il primo posto i fagiuoli, che si

producono in abbondanza nei comuni di Montenars (qt. 867), Lusevera

(383), Platischis (364), Tarcetta (238), Savogna (261), S. Leonardo

(203); alquanto meno nei comuni di Stregna (134), S. Pietro (90),

Grimacco (92): e subito dopo vengono le rape e le carote[176]. Il

saraceno è quasi esclusivo del distretto di S. Pietro, che ne produce

qt. 1178 in tutti i comuni, specialmente in quelli di Tarcetta (qt.

569), Stregua (147), Grimacco (102), Rodda (132). La segala è coltivata

nei comuni di Drenchia (qt. 133), Grimacco (111), Savogna (109), S.

Leonardo (132), Stregna (60): l'orzo, più debolmente ancora, in tutti i

comuni e meno che negli altri in quelli di Tarcetta e S. Pietro.

Grande risorsa per questi paesi è, e maggiore potrebbe essere, la

frutticoltura. Anche riguardo a questa però notevoli differenze esistono

fra i comuni orograficamente chiusi o più piovosi di Creda, Bergogna,

Platischis, Lusevera e Montenars, non producenti pesche, nè susine,

pochissime pere, solo alquanto di mele, maturanti a stagione avanzata, e

quelli più aperti verso mezzogiorno del distretto di S. Pietro al

Natisone, che dànno copia di numerose specie e varietà, le quali salgono

a grandi altezze e, in tutti i casi, sono più precoci e squisite. Sotto

questo rispetto anzi i villaggi di Rodda coi loro declivi soleggiati,

con coltivazioni razionali e specializzate, costituiscono una vera oasi

fruttifera che richiama compratori anche da lontano; e l'esempio di

Rodda comincia a essere seguito nei comuni di Stregna, Tarcetta, S.

Pietro. La mela Zeuka vi ha assunto in pochi anni straordinaria

importanza: basti dire che da tutto il distretto se ne esportano in

media 20.000 quintali l'anno, oltre 10.000 quintali di altre varietà;

800 quintali di pere estive; 600 di autunnali; 1500 di vernine[177]. La

piazza di Cividale è in gran parte alimentata dal commercio di queste

frutta e delle castagne; a Brischis (Rodda) vi è pure un attivo mercato

durante i mesi di settembre e ottobre: mentre le qualità più scadenti

rimangono invendute e in molti luoghi, con metodi invero primitivi, se

ne estrae il sidro che vien bevuto solo o mescolato con vino.

Anche la susina domestica è molto diffusa, coltivata specialmente

nell'interno degli abitati o intorno ai medesimi, tal volta consociata a

noci, di cui si vedono numerosi esemplari, come a Rucchin, Lombai,

Peternel, Ravne, Pik, Crostù, Cepletischis, Montefosca, Cosizza,

Montemaggiore, ecc., tanto da formare spesso veri boschi dai quali i

villaggi sono come nascosti e di cui preannunziano col loro comparire la

presenza. Se ne distilla lo slivovitz, ma in maggior misura viene

esportata nel vicino Collio ove alimenta l'attivissima industria delle

prunelle.

Le pesche, tranne a Rodda, dove sono impianti specializzati della

varietà settembrina Golden Eagle, sono di qualità selvatiche.

Tra le piante legnose fruttifere merita speciale menzione il castagno,

diffuso dappertutto, tranne nei più freddi ed umidi bacini alti del

Natisone, Torre e Cornappo e nelle plaghe esclusivamente calcaree.

Perciò non ne producono affatto i comuni di Luicco, Creda e Bergogna;

pochissimo i comuni di Platischis (qt. 300) e Lusevera (300); meno

ancora quello di Montenars (100). Invece nel solo distretto di S. Pietro

la produzione si può calcolare di circa 20.000 quintali, abbondando

specialmente nei comuni di Savogna, Grimacco, Tarcetta. I limiti

altimetrici di questo prezioso fruttifero, che concorre per buona parte

alla alimentazione dei montanari, variano da luogo a luogo, innalzandosi

o abbassandosi secondo il predominio del sole o dell'ombra. Nel bacino

dell'Erbezzo sul versante meridionale del Hum sale fino a 848 m. sul

livello del mare; in quel di Drenchia a m. 778 sopra Zavart, a 800 sopra

Trinco. Nel canale di Cosizza si trova a m. 800 sul versante est, a 770

sul versante ovest del S. Martino: in quel di Savogna, che ne è forse il

meglio rivestito, manca nei pressi della sella di Luicco alta metri 695,

mentre si trova a m. 735 sotto Jevs-cek, a 812 tra Montemaggiore e

Stermizza. Nella valle del Natisone sale a 782 m. sopra Oriecuia (Rodda)

con esposizione a ovest, a 743 sotto la chiesa di S. Odorico (pure a

Rodda) con esposizione a sud; arriva fino a Oballa sopra Mersino.

Sull'opposto versante a destra del Natisone, con esposizione a est,

tocca 740 m. tra Montefosca e Goregnavas, 701 sopra Pegliano. Le varietà

più coltivate sono gli _obiachi_, di grossezza più che mediocre e ben

pagati; meno i _marroni_, più grossi e di sapore più squisito, ma più

tardivi e richiedenti maggior asciuttezza di atmosfera ed esposizione

solare; inoltre castagne comuni che vengono consumate nelle famiglie.

Riguardo al bestiame la massima importanza l'hanno i bovini, di cui,

secondo l'ultimo censimento, in tutta la zona esistono 10409 capi. Data

la natura orografica dei luoghi, è logico abbiano assoluta prevalenza le

vacche, sfruttate al doppio scopo di ottenerne latte e vitelli, mentre

buoi e cavalli non si trovano che sul fondo delle valli e dove la non

eccessiva pendenza del terreno permette il traino di carri e di slitte.

Per influenza della situazione geografica e delle relazioni storiche e

commerciali coi territori limitrofi si incontra in questi bovini la

fusione, in misura diversa da luogo a luogo, di variati caratteri

zoologici, innestati sopra un fondo comune, di origine svizzera e

diffusosi fino a qui da tempi anteriori ad ogni registrazione, che

appartiene al tipo alpino-iurassico, con prevalenza di caratteri alpini:

tipo a statura piccola, a sviluppo organico tardivo, con buona

attitudine lattifera. Strabone già al suo tempo accennava alla ricchezza

di latticini che gli abitanti di questi monti scambiavano, commerciando,

coi prodotti del piano. Ma l'industria zootecnica non vi ha seguito i

progressi fatti altrove in Friuli: trascurata completamente è la

praticoltura, pur dove crescono naturalmente foraggi preziosi per aroma

e sapidezza; empirica nè sempre rispondente alle esigenze del bilancio

fisiologico l'alimentazione; poco oculata la scelta e irrazionale

l'impiego dei riproduttori; infine la stabulazione è permanente ed ha

luogo, quasi ovunque, in ambienti malsani e senz'aria: tutto ciò ha

portato al decadimento del bestiame bovino qui dove potrebbe essere

massima fonte di ricchezza[178]. Nè sembra che nel lungo periodo di

tempo intercorso fra gli ultimi due censimenti pastorali il medesimo sia

aumentato sensibilmente, se nel distretto di S. Pietro da 6296 capi è

salito appena a 6480 e nei comuni di Platischis e Lusevera da 2777 a

3188. Molti montanari, con errato criterio economico, preferiscono

ancora vendere i foraggi all'aumentare i redditi della stalla!

Nelle parti più elevate dei comuni di Platischis, Lusevera, Tarcetta,

Rodda, Savogna si pratica la monticazione, conducendo per circa 90

giorni l'anno 1145 capi grossi ai pascoli alpini che gli Slavi dicono

_planine_. Queste differiscono dalle casere carniche non solo per

differente costruzione, scopo e disposizione dei grossolani e primitivi

edifici che servono di ricovero ad uomini ed animali e vengono detti

_casoni_ — numerosi sono specialmente sopra Mersino Alto e presso

Montemaggiore di Platischis a Srednjobardo — ma anche nel sistema di

sfruttamento del pascolo che ciascun proprietario fa per proprio conto,

mentre collettiva è solo la lavorazione del latte, primo passo verso il

più perfetto tipo di azienda cooperativa della maggior parte dei pascoli

dell'alpe[179]. Del resto le latterie sociali, come ogni altra forma di

cooperazione, sono difficili ad attecchire in tutta questa zona,

trovando il principale ostacolo nel temperamento della popolazione

slava, diffidente per natura, oltrechè nel pregiudizio diffuso in

montagna che la sottrazione del latte alla alimentazione diretta sia

causa di deperimento fisico, specie nelle donne e nei bambini: quindi

anche l'industria del caseificio è in condizioni assai arretrate e ogni

famiglia si lavora da sè il proprio latte ottenendone un burro mediocre

che si vende sul mercato e consumandone essa o facendone consumare alle

bestie i residui[180].

Gli equini nel distretto di S. Pietro sono appena 146; non più di 10

negli altri tre comuni della zona; ed è naturale, trattandosi di paesi

montuosi. Non presentano caratteri di razza locale, venendo acquistati

sui mercati del piano, alimentati da importazione austriaca di varia

provenienza. Tipico è il cavallo caporettano, vigoroso, di forme

massiccie e tondeggianti, atto al tiro pesante rapido, che viene

allevato nell'alto Goriziano ed è frequente anche nei distretti di

Cividale e S. Pietro[181].

Di pecore (724) e capre (254) in oggi il numero è assai limitato. Le

prime appartengono nella proporzione del 60% al tipo _O. A. asiatica_ e

alla cosidetta razza slava, con lana lunga, di color bianco e di color

nero bruno: sono numerose anche in pianura, essendo dotate di molta

virtù di adattamento. Se ne fa esportazione dalla nostra regione oltre i

confini della Provincia, fino a Treviso, Venezia e Padova. I caprini,

ancora men numerosi, vengono allevati nei luoghi più alpestri, dove

possono usufruire di erbe irraggiungibili al bestiame bovino. Esse

perciò prevalgono nelle più sterili e rocciose parti dei comuni di

Lusevera (262), Platischis (276), Tarcetta (161): sono in numero affatto

insignificante negli altri comuni. Queste due specie di animali

domestici sono destinate a scomparire dai nostri paesi. Basti dire che,

secondo il censimento della Repubblica Veneta del 1766[182], le pecore

erano in numero di 5985, le capre di 4025 nelle due sole parrocchie di

S. Pietro e S. Leonardo, cioè nell'attuale distretto di S. Pietro, non

compreso il comune di Drenchia. Gli è che in allora buona parte dei

terreni di questa zona erano proprietà dei comuni. Intorno al 1851-2-3

furono divisi e passarono in proprietà dei privati: il numero degli

ovini e caprini venne quindi progressivamente riducendosi fino allo

scarso numero d'oggi e plaghe già nude, o con rari cespugli, si

ricopersero grado grado di un ricco mantello vegetale palesando la loro

attitudine alle più svariate coltivazioni e produzioni.

Quanto al sistema di conduzione delle terre, gli abitanti di questa zona

sono tutti minuscoli proprietari che se le coltivano da sè. Ma i metodi

di coltivazione sono ancora primitivi. Manca l'istruzione agraria, causa

l'isolamento in cui gli Slavi sono sempre vissuti finora; mancano i

capitali perchè sia resa possibile l'introduzione delle macchine

agrarie; mancano strade d'accesso, e animali da soma perchè si possano

importare i concimi chimici necessari a correggere le deficienze dei

terreni, i quali vengono ingrassati quasi unicamente collo stallatico e

colla poca cenere di legno che le singole famiglie riescono a produrre.

Le condizioni degli abitanti non sono però cattive: non conoscono vera

miseria; generale è un certo benessere economico, sebbene relativo e

guadagnato a forza di lavoro costante, sudato, coraggioso. Oggi

l'emigrazione verso l'America settentrionale è un grandissimo aiuto alle

già esclusive risorse dell'agricoltura.

=La zona collinesca=. Corrisponde questa allo sviluppo dell'eocene

arenaceo-marnoso ed è separata dalla precedente da una linea che da

Magnano per Sammardenchia raggiunge la chiusa del Torre a Ciseriis, indi

costeggia il monte Bernadia fino a Torlano, passa a nord di Cergneu,

Attimis e Faedis, raggiunge il Natisone sopra Cividale[183] ed,

attraversando il Judrio, abbraccia anche la maggior parte del Collio

austriaco che si protende fino all'Isonzo. Le appartengono parte dei

distretti di Tarcento (comuni di Magnano in Riviera, Tarcento, Ciseriis,

Nimis) e di Cividale (comuni di Attimis, Faedis, Torreano, Cividale,

Prepotto, Buttrio, S. Giovanni di Manzano, Manzano, Ipplis e Corno di

Rosazzo), nonchè i comuni austriaci di Bigliana, Brazzano, Dolegna,

Cosbana, Medana, S. Martino di Quisca, Podgora e S. Floriano, compresi

fra il Judrio e l'Isonzo[184]. Questa zona per la natura del terreno è

tutta feracissima, salvo poche aree calcaree.

Intorno alla linea di falda dei colli, sono poi strisce di terreni

argillosi pure assai fertili. Essi hanno sviluppo specialmente nelle

insenature laterali delle valli, come lungo il Natisone a Vernasso,

Purgessimo e Guspergo, e dove perciò le acque furon costrette a

stagnare; come a piè dei colli di Gagliano dove il conoide di deiezione

del Natisone stesso originò una serie di bassure parallele ai medesimi;

ai piè degli isolati colli di Buttrio e Rosazzo intorno ai quali pure le

alluvioni formarono una zona leggermente depressa[185]; nel piano di

Savorgnano, Marsure e Ravosa su cui il conoide del Torre produsse già un

ristagno delle acque del Malina[186]; parallelamente ai colli che si

protendono da Tarcento a Gemona; in qua e in là anche nel piano dove le

acque ebbero modo di stagnare più o meno a lungo.

In questa zona i colli, pur tanto fertili naturalmente, sono debolmente

popolati, lo sfruttamento dei medesimi facendosi piuttosto dal piano. Vi

predomina il bosco ceduo — in cui le principali essenze sono il

castagno, la quercia e l'invadente acacia: meno frequenti il frassino,

la robinia, il carpino, l'ontano, il noce, il nocciuolo, il corniolo —

che insieme al prato stabile, l'uno e l'altro di scarso prodotto, occupa

i 2/4 della intera regione. Tra i cereali, non molto coltivati, prevale

il maiz che in alcuni luoghi è in rotazione biennale col frumento. Gli

spazi piani, periferici o interposti alle colline, nei luoghi argillosi

e umidicci sono abbandonati a prato stabile. La maggior parte del

terreno rimanente, costituito di alluvioni più o meno minute,

mediocremente fertili, per 1/3 della superficie è coltivato a frumento,

1/3 a granoturco, 1/3 ad erba medica ed è arborato e vitato.

Ciò premesso, la produzione generale di granoturco in tutta la zona nel

1907 fu di quintali 101.119 con una media di circa 27 quintali per

ettaro[187]: quella del frumento di quintali 41.075, ossia di 17.03 per

ettaro, cifra relativamente molto elevata: sono coltivate le varietà:

nostrana, cologna, noè, rieti[188].

Abbastanza diffusa è la segala comune di autunno (quintali 2052), però

quasi solo nel distretto di Cividale, dove la paglia trova un buon

impiego nella industria delle sedie, fiorentissima nei comuni di

Manzano, S. Giovanni di Manzano e Corno di Rosazzo. Anche l'avena,

varietà primaverile, va sempre più diffondendosi (quintali 1063); mentre

va decrescendo la coltura dell'orzo (quintali 159). Dei fagiuoli

riescono nella zona collinesca e pedecollinesca così le varietà

rampicanti consociate al granoturco, come le nane che crescono

indipendenti tra i filari delle viti: ne producono specialmente i comuni

di Manzano (qt. 543), S. Giovanni di Manzano (586), Nimis (474), Corno

di Rosazzo (344).

Tra le piante del tubero le patate sono abbastanza coltivate, meno però

che nella zona precedente: varietà principali la _cinquantina_, la

_gigante_, la _matilde_ e la _rosa americana_. La produzione complessiva

nel 1907 fu di qt. 21816, la media per ettaro di qt. 79.22: massima nei

comuni di Cividale (qt. 3292), Attimis (2323), Nimis (2855), S. Giovanni

di Manzano (2720). Di rape si raccolsero 2149 quintali: aggiungi qualche

piccola coltivazione di barbabietole nella zona pianeggiante;

insignificanti saggi di piante industriali come colza, e lino; e mi

risparmio la enumerazione delle molte specie di piante ortensi, più o

meno coltivate dappertutto, specialmente in vicinanza dei più grossi

centri abitati.

[Illustrazione: Fig. 14ª. — Produzione del vino nei distretti di

Gemona, S. Daniele, Tarcento, Cividale e S. Pietro.]

Per la sua speciale conformazione orografica, con prevalenza di colli e

di leggere ondulazioni, questa zona è singolarmente adatta alla

coltivazione di piante legnose fruttifere. La vite va guadagnando

terreno ogni giorno[189]; e, mentre in passato gli impianti si facevano

a casaccio, dopo che fu iniziata la ricostituzione de' vigneti con viti

bimembri preparate in Gagliano (Cividale) a cura del Consorzio

Antifillosserico Friulano, un miglior indirizzo ha cominciato a

presiedere alla scelta dei vitigni. Fra i maggiormente coltivati sono la

_ribolla_ (bianca), il _refosco_, il _refoscone_ (nero), il _verduzzo_

(bianco), la _pokalza_[190], senza dire di quelli di nuova importazione:

_cabernet, pinot, riesling, blaufränkisch, frontignan, gamè, borgogna_,

ecc.; senza dire dell'_isabella_, prevalente nel piano e per la cui

coltivazione, quando più irrimediabilmente infieriva l'_oidium_,

territorio classico fu già il comune di Cividale, oggi però decaduta

molto dalla simpatia degli agricoltori, dopo che, per la comparsa della

peronospora, richiede anch'essa dispendiose cure senza tuttavia

assicurare un prodotto uniformemente abbondante. Dànno vini pregiati i

dintorni di Faedis, Torreano, la conca di Prepotto, i ronchi sopra

Gagliano, i colli di Buttrio e Rosazzo. La produzione complessiva per

l'intera zona nel 1907 fu di hl. 93.700, massima nella regione da noi

considerata tanto sotto il rispetto assoluto come sotto quello relativo.

I singoli comuni vi presero parte col seguente ordine decrescente di

produzione negli anni:

1906 1907

Faedis Hl. 11160 Hl. 16000

Nimis » 7500 » 14250

Cividale » 7000 » 9000

Ciseriis » 6910 » 9500[191]

Manzano » 6170 » 8000

Torreano » 3400 » 6100

Prepotto » 3225 » 5000

Buttrio » 3560 » 5600

S. Giov. di Manzano » 2650 » 5200

Attimis » 1870 » 3800

Tarcento » 1575 » 4200

Ipplis » 2300 » 3200

Corno di R. » 1560 » 2050

Magnano » 1250 » 1800

Il gelso è coltivato abbondantemente, specie nel piano, e la produzione

di bozzoli in tutta la zona nel 1907 fu di ql. 279.700: massima nei

comuni di Cividale (29675), Faedis (29300), Tarcento (23405), S.

Giovanni di Manzano (19525), Magnano in Riviera (18800); minima in

quelli di Prepotto (4550), Attimis (4850), Nimis (8650), Ciseriis

(9575)[192]; media negli altri.

Anche per la produzione delle frutta la sezione collinesca di questa

zona sarebbe plaga adatta più d'ogni altra in Friuli; tuttavia essa non

ha saputo ancora creare una frutticoltura razionale e intensiva. Verso i

colli di Attimis, Faedis, Togliano, e specialmente in quelli di Ciseriis

(ql. 1500) e di Magnano (ql. 1000) si coltivano con profitto le ciliegie

tarcentine con larga esportazione in Austria (Cormons).

Si coltivano in qua e in là le pere estive Janis e Claudio Blanchet,

tutte le varietà di pere autunnali, molte di vernine. I meli non

prosperano nei terreni asciutti di collina, ma trovano condizioni più

adatte ai piedi delle alture dove non fa difetto la frescura. Meglio

riescono le pesche della cui varietà Amsden interi filari si vengon

piantando sui colli di Buttrio, Rosazzo e Spessa. Si coltivano fichi

tardivi e primaticci, albicocchi, peschinoci e sopratutto susini, i

quali rappresentano i 2/3 di tutta la frutticoltura di queste colline

che anche qui alimentano la già ricordata industria del Collio. Il

melagrano, l'azzeruolo, l'olivo (un tempo assai più diffuso, cfr. il

nome del villaggio Oleis), coltivati presso le case nei siti più

riparati e soleggiati, sono più che altro piante ornamentali[193]. La

produzione complessiva delle frutta nel 1907 fu di ql. 12,413; cifra

meschinissima, la quale rivela il molto che resta ancora da fare in

questo campo di economia agraria, assai lontano dall'essere

convenientemente sfruttato. A detta cifra conviene aggiungere circa

40,000 quintali di castagne (marroni, obiachi, castagne comuni), che si

producono in tutti i comuni, e specialmente in quelli di Torreano,

Faedis, Ciseriis, Nimis, Tarcento.

E qui, a proposito di coltivazioni legnose, va ricordato il Collio,

dimostrazione evidente dell'importanza a cui può assurgere la

frutticultura in regioni per conformazione orografica e struttura

geologica analoghe alla nostra. Il terreno è come quello eocenico del

resto del Friuli, ma il clima ne è più asciutto e dolcissimo per la

grande vicinanza al mare (circa 20 km. in linea retta). Ciò spiega a

sufficienza la sua specialissima attitudine alle colture arbustive, i

vigneti a fruttiferi e gelsi ed i boschi occupandone circa i 2/3 di

tutta l'area coltivata. All'aprirsi della primavera il Collio visto

dall'alto, per es. da S. Martino di Quisca, presenta l'aspetto di un

immenso giardino, biancheggiante di fiori, olezzante di profumi.

Fra tutte le coltivazioni la vite naturalmente vi occupa il primo posto:

la _ribolla gialla_, detta anche _garganica_ e la _ribolla verde_

producono vini bianchi pregiati; mentre anche vitigni forestieri, quali

il _pinot_ bianco, il _riesling italico_ e _renano_, il _blaufränkis_,

il _borgogna_, ecc., importati in questi ultimi anni, con innesto

sull'americano selvatico allo scopo di porre un argine alla fillossera

già largamente diffusa, specie nella valle della Groina, dànno ottimi

risultati.

Guida delle Prealpi Giulie Distretti di Gemona, Tarcento, S. Daniele, Cividale e S. Pietro · 第 13 / 26 段