(Ucja) nella valle del rio Bianco, affluente dell'Isonzo, compresi nella
nostra zona: essi rappresentano la continuazione storica di una fusione
di diverse tribù slave mescolate con un elemento etnico straniero
abbastanza forte per aver potuto lasciare di sè nella lingua tracce
fonetiche indelebili, principale l'assonanza vocalica. Anche fisicamente
(occhi e capelli neri, color della carnagione olivastro) differiscono
dagli altri Slavi del Friuli. La loro provenienza da diverse tribù è
indicata da almeno quattro varietà dialettali in cui si distingue il
loro idioma. Quella di Uccea è derivazione della parlata di Oseacco, a
caratteri alquanto più arcaici, più rozza e maggiormente vicina allo
sloveno con cui è confinante, dicendo _sou_, _dou_, _biu_, invece di
_sol_, _dol_, _bil_[137].
[Illustrazione: Fig. 10ª. — Gli Slavi delle Prealpi Giulie.
Scala 1:600.000.]
II. Slavi del Torre, nei distretti di Gemona e Tarcento, che sono
Serbo-croati affini a quelli dell'Istria e del Quarnero[138]. Nel
territorio di questo dialetto è scritto il più antico documento datato
della lingua slovena che perciò presenta uno straordinario
interesse[139]. È un diario della confraternita di S. Maria in Cergneu
che comincia l'anno 1459 in latino, ma dal 1497 al 1588 continua in
sloveno.
III. Slavi di S. Pietro al Natisone (valli del Natisone, dell'Alberone,
della Cosizza e dell'Erbezzo), risultato di una combinazione
dell'elemento serbo-croato e dell'elemento sloveno: loro base è il
serbo-croato del gruppo precedente con sovrapposizione slovena
accentuantesi verso est. Come dialetti di transizione dal II al III
gruppo si possono considerare quelli di Canebola e Maserolis. Però non
poche differenze si avvertono fra i parlari della valle del Natisone e
quelli della Cosizza-Erbezzo[140].
IV. Slavi del Judrio, appartenenti alla schiatta slovena, la cui parlata
non è che la continuazione del dialetto sloveno del Coglio che si
estende verso est e fin sopra Canale verso nord[141].
Quantunque tale divisione s'imponga sotto il rispetto scientifico —
linguistico ed etnografico — tuttavia gli ultimi tre gruppi non
differiscono tra loro che per leggerissime sfumature; solo il resiano ne
diversifica, non però più di quanto si scosti dalla lingua letteraria
italiana la maggior parte dei nostri dialetti.
=Tradizioni, leggende, usi e costumi degli Slavi.= Gli Slavi del Friuli
non hanno una letteratura propria: alquante novelle, la maggior parte
delle quali patrimonio comune ad altri popoli; poche canzoni popolari
d'indole religiosa — qualcuna, per dir vero, bellissima — o amorosa, o
satirico-umoristica. Qualche canto patriottico, venuto in luce durante i
moti antiaustriaci tra il 1848 e il 1866; alcune scarse poesie
letterarie, pubblicate specialmente sui giornali di Lubiana, lamentanti
il vergognoso abbandono in cui viene lasciata la lingua del popolo,
costretta a cercar l'ultimo rifugio nella chiesa; finalmente una lodata
raccolta di versi, non però nel dialetto del paese, ma nell'idioma
letterario sloveno, di Zameiski.
Anche il _folk-lore_ locale va sparendo via, via, come del resto da ogni
altro luogo. Si novella ancora di _krivopete_, dai piedi ritorti, dai
lunghi capelli verdi scendenti sulle spalle e sul petto, crudeli e
cibantisi di carne umana, dimoranti nelle grotte: si ricordano le
_torke_ giranti la notte per le case a sorprendere le massaie che
lavorano in ore proibite; i _vedomci_ o _balladanti_, i quali per un
destino a cui non possono sottrarsi son costretti ad errare nelle
tenebre ed a percuotersi ai crocicchi delle vie così fortemente che le
membra ne volano per aria; gli _skrati_, dalla statura nana, coperti la
testa di un berretto rosso che nel silenzio della notte, seduti nei
focolari, si passano per le mani i carboni ardenti, mettendoli e
rimettendoli in un'urna di metallo; e molte altre cose si raccontano,
sebbene sempre più incertamente e vagamente, di streghe e di maghi, di
spiriti folletti (_strasila_), di apparizioni di morti; e vi sono
leggende relative al tuono, alle stelle cadenti, ai bolidi, alla via
Lattea. Si festeggiano coi fuochi i due solstizî, con significato
religioso diverso dall'antico; rimane tuttora qualche cosa delle antiche
costumanze in ordine alle principali festività ecclesiastiche: Natale,
Capo d'anno coi _Koledari_, Pasqua, S. Giovanni Battista colle
margherite (_roze svetega Ivana_) onde si adornano i ballatoi delle
case; si porta il fuoco sacro, ottenuto dalla combustione di casse di
morto, nelle famiglie il Sabato santo; si praticano scongiuri,
bruciature di olivo benedetto e dei «fiori di S. Giovanni» durante i
temporali. A molte piante si attribuiscono virtù terapeutiche e
innumerevoli pregiudizi si conservano intorno al modo di curare ogni
specie di malattie (ai più semplici non ispirando ancora soverchia
fiducia la medicina scientifica), intorno alle stagioni, alle influenze
lunari sul taglio delle piante, sulle semine e sul travaso dei vini,
intorno a tutti i fenomeni meteorologici[142].
Delle usanze nuziali antiche, non si hanno che deboli rimasugli[143].
Pur nel vestire la universale moda ha dovunque sostituito le pittoresche
fogge di un tempo: e il modo di nutrirsi e di vivere viene sempre più
uniformandosi a quello del piano. La _pinza_ vi è forse ancora il piatto
nazionale; la _gubana_ vi ha avuto origine ed è immancabile alle sagre.
[Illustrazione: Fig. 11ª. — Casa a ballatoi sovrapposti in Merso di
Sotto (distr. di S. Pietro). Fot. G. Feruglio.]
Abitazioni alquanto caratteristiche, sempre più rare del resto, sono
solo nei villaggi più discosti dalle strade. Dalla facciata principale
di ogni casa, sporgono poggiuoli, talvolta doppiamente sovrapposti,
spesso lavorati con pretese d'arte, che servono da essiccatoi; vicino
alle case in montagna, specialmente nel Drenchiotto, vi sono le _kaste_,
appositi edifizi, specie di guardarobe, in cui ripongono di ogni cosa; e
in quel di Savogna le _supe_, dove raccolgono foraggi e foglie secche.
La casa primitiva a un solo ambiente, con due piani, è quasi scomparsa:
se ne conservano ancora degli esemplari, ma ordinariamente servono da
stalle o fienili. Nelle _izbe_ (sale da mangiare) di buona parte della
montagna, specie nel distretto di S. Pietro, sono caratteristici i
forni-stufe (_pec_) che nella stagione invernale durante la notte
vengono convertite in lettiere, distendendovi sopra le coltri. A
Montefosca, ad Erbezzo, a Mersino ho notato molti passaggi a galleria
sotto le case, e nel primo dei detti villaggi dànno assai nell'occhio
numerosi pozzi-cisterne, in cui si raccoglie l'acqua piovana che scola
dai tetti, resi necessari dalla scarsezza delle acque di sorgente.
Finalmente dappertutto richiamano l'attenzione i _dvori_ o cortili,
intorno ai quali sono le abitazioni di parecchie famiglie, di solito
aventi lo stesso cognome, assai probabilmente originate da un'unica
famiglia primitiva divisasi in più parti. Un tempo il maggior numero dei
tetti erano coperti di paglia: oggi lo sono sempre meno, sia in causa
d'incendi onde spesso furono abbruciati interi villaggi, come
Cepletischis, Drenchia superiore, Lombai; sia perchè realmente un
notevole progresso edilizio si è fatto strada dovunque. Tali tetti sono
ancora abbastanza frequenti in quel di Drenchia dove è una relativamente
copiosa produzione di frumento; rarissimi nelle parti più elevate di
alcuni altri comuni, come: Savogna, Rodda, Platischis. In questo ultimo,
nel villaggio di Monteaperta, parecchie case hanno il tetto ancora
coperto di lastre di pietra e circa 30 anni fa lo avevano tutte.
[Illustrazione: Fig. 12ª. — Casa col tetto di paglia a Rucchin (distr.
di S. Pietro) Fot. G. Feruglio.]
Come ogni altro popolo, anche lo slavo-friulano viene sempre più
uniformandosi non solo ai tempi e costumi, ma anche alle idee nuove,
spogliandosi grado grado dei più caratteristici tratti della sua psiche
primitiva; conserva però ancora in parte quello spirito particolarista e
un po' anarchico, ereditato dalla vita pastorale nomade di un tempo, per
cui difficilmente si adatta a disciplina ed è refrattario a ogni idea di
associazione e cooperazione. Non essendovi in mezzo ad esso nè servi, nè
padroni, ma tutti proprietari, è naturale sia dominato da idee di
eguaglianza, ed abbia un perfetto sentire democratico; chi colloca ad
altri, più o meno temporaneamente, la propria opera, ne è trattato alla
pari; i rari domestici sono oggetto dei maggiori riguardi[144]. In
generale lo Slavo non è tormentato da grandi bisogni, ma facilmente si
accontenta della propria condizione: lavoratore instancabile, è gaio
nella lieta, non si lascia scoraggiare dall'avversa fortuna. Più che a
conquistare, mira a conservare quanto possiede e ne è geloso e perciò
litiga volentieri e spesso ricorre ai tribunali. È di costumi semplici,
ligio alla morale, difficile a commettere delitti. Pieno d'amor proprio,
pratica largamente l'ospitalità in quanto i mezzi glielo permettano, ed
ama figurare in qualsiasi circostanza, talvolta fino all'esagerazione.
Sveglio d'intelligenza, facilmente adattantesi a nuovi ambienti e
costumi, dotato di attitudini assimilatrici e imitative più che
creative, è suscettibile di qualsiasi grado di educazione e di
istruzione.
=Le parlate friulane.= Venendo ora ai friulani, noto è come il loro
idioma appartenga al gruppo orientale del sistema dei linguaggi
reto-romanzi o ladini[145] tra i quali, pur differendone per alcuni
importanti caratteri fonologici, si può considerare come il più
cospicuo, grazie all'ampia e libera espansione della sua attività assai
robusta. È deplorevole che si abbiano solo scarse notizie intorno alle
varietà più o meno spiccate in cui si distingue, nonostante i molti
canti popolari ed i proverbi raccolti in ogni parte del Friuli, ma
pubblicati senza che ne venisse indicata la provenienza topografica.
Comunque, la nostra zona appartiene a quella varietà dialettale che è
fondamento al dizionario del PIRONA[146] e che l'Ascoli[147] chiamò
_tipo udinese_, e prima ancora il Cherubini aveva appellato _generico_ o
_centrale_ ed è lo stipite da cui dipendono gli altri dialetti e
sottodialetti del Friuli. Benchè l'atticismo di esso si riconosca
specialmente nelle terre di S. Daniele, di Pers, Mels ecc., alla radice
dei monti verso nord, esso è parlato con abbastanza purezza in tutto il
rimanente territorio tra Tagliamento ed Isonzo. L'Ascoli distingue da
esso il _tipo goriziano_ avvertendo che molte altre suddistinzioni sono
riservate all'avvenire[148]: al tipo goriziano si avvicina alquanto,
secondo me, il cividalese per l'_a_ in luogo di _e_ nel singolare dei
nomi femminili. Il Gartner però afferma che vi sono solo minutissime
differenze tra i parlari di questa zona e concernono quasi tutte la
pronunzia[149].
Noto è come il friulano venga sempre più subendo l'influenza del Veneto,
che ne ristringe progressivamente i confini: così già nello scorso
secolo è scomparso da gran parte dei distretti di Sacile e Pordenone;
così non è più parlato a Trieste, dove lo fu sino al principio del
secolo passato[150]; mentre sulla spiaggia settentrionale dell'Adriatico
presso Grado, come nel distretto di Monfalcone sulla sinistra
dell'Isonzo, fu sempre in uso il veneto[151], il quale va oggigiorno
guadagnando terreno anche nei maggiori centri della nostra zona: a
Cividale, Cormons, Tarcento e Gemona, dove è parlato cumulativamente al
veneto quasi da tutti. È nelle campagne, e segnatamente sotto i monti,
che presenta maggior forza di resistenza e, delle perdite che altrove
subisce, ivi si rivale sullo slavo.
Il più antico documento letterario dell'idioma friulano appartiene alla
nostra zona: è la famosa epigrafe di Racchiuso del 1103[152]. Nonostante
la sua grande antichità, esso ha conservato la originalità e impronta
primitiva, perchè rimasto unicamente lingua del popolo ed, escluso dalle
scuole e dai pubblici uffici, non però dalla chiesa nella predicazione,
non ha avuto se non una scarsa letteratura[153]. Nè molto influirono su
di esso il contatto collo slavo verso est e la penetrazione etnica slava
di un tempo, quando questa lingua era forse intesa alla stessa corte dei
duchi langobardi[154]; e nemmeno l'invadenza germanica durante due
secoli di dominio langobardico prima, poscia durante oltre due secoli
(1019-1250) di Patriarchi quasi senza eccezione tedeschi, alla cui corte
Tommasino dei Cerchiari scriveva nella lingua dei minnesingeri[155], e i
quali infeudarono a nobili tedeschi buona parte della nostra regione,
come molti nomi di castelli, ad esempio: Grünenberg, Urusperg,
Schärfenberg (Soffumbergo), Perchtenstein (Partistagno), Braunberg
(Prampergo) ecc.[156], testimoniano tuttora; durante il dominio di
Venezia più tardi, quando attraverso il Friuli un attivissimo commercio
veniva esercitato colle città tedesche specialmente di Augusta e
Norimberga: commercio di cui fu centro Gemona e lungo tutta la strada
commerciale vi avevano mercanti tedeschi e borgate o città con nomi
tedeschi accanto agli italiani, quali: Peutscheldorf (Venzone),
Haseldorf (Nogaredo); o adattati alla pronuncia tedesca, quali: Clemaun
(Gemona), Weiden (Udine), ecc. Contuttociò piccolissimo è il numero di
voci tedesche e slave penetrate nel nostro idioma, come fu messo in
evidenza da quanto il Pirona[157], lo Schneller[158], lo Schuchardt[159]
scrissero in proposito[160].
Certo è tuttavia che anche qui, come in tutto il resto del Friuli,
nonostante l'omogeneità del linguaggio, dovettero fondersi insieme
elementi etnici disparati, onde fu determinato non solo il tipo fisico,
ma anche quello psichico degli abitanti. Assai più che non i Veneti del
piano, essi, per temperamento, si avvicinano ai popoli settentrionali.
Rudi alquanto e tagliati un po' all'antica, ma seri, positivi, sinceri:
amanti di essere più che di parere, dei comodi materiali più che del
lusso: lavoratori non frettolosi, ma tenaci ed esatti: sobrii nel
parlare, incapaci di corteggiare, rifuggenti dalle vie trasverse per
farsi innanzi e salire. Riescono meglio negli studi scientifici e
pratici che in quelli ameni, sebbene siano da essi usciti i due maggior
poeti dialettali del Friuli: Ermes di Colloredo e Pietro Zorutti.
Tuttavia l'arte ha segnato cospicue impronte di sè nei loro principali
centri di Venzone, Gemona e Cividale: quest'ultima città anzi non ha
rivali in Friuli per la sua collezione di cimeli preziosi e di
antichità.
=Le «villotte» tradizioni e leggende friulane.= Nonostante l'apparenza
di freddezza e serietà, il popolo delle campagne è imaginoso,
sentimentale, poeta; e la sua musa ci ha dato innumerevoli _villotte_ di
cui pubblicarono raccolte il Teza[161], il Leicht[162], l'Arboit[163],
il Gallerio[164], il Podrecca[165], l'Ostermann[166]: succinta, concisa
e quasi epigrammatica nella forma, si vale di imagini, di confronti, di
allusioni: la vita di tutti i giorni, la famiglia, la casa, la piazza
del natio villaggio, le relazioni coi villaggi vicini sono gli argomenti
intorno a cui di solito si aggira: l'amore, molte volte sensuale, è la
nota che più comunemente la muove e genera la maggior parte delle
liriche spontanee, non di rado accompagnate da melodie così patetiche
che possono reggere al confronto delle più felici ed elaborate
produzioni musicali. Rari sono i canti patriottici, sia perchè la
politica non ha voce nel poco istruito popolo dei campi, sia perchè si
andava cauti in passato nel manifestare i propri sentimenti d'odio
contro l'ombrosa polizia straniera e preferivasi esprimerli più
efficacemente mediante i proverbi. Di questi, che rispecchiano intero il
carattere della parte più semplice delle popolazioni, le quali vi hanno
condensato tutto il patrimonio delle loro cognizioni morali e fisiche,
frutto di ripetute esperienze, oltre parecchie altre minori,
un'importante raccolta venne pubblicata dall'Ostermann[167]. Nè mancano
tradizioni storiche e fiabe popolari, religiose, morali, burlesche,
satiriche, erotiche, romanzesche, ricche queste ultime di tutto il
bagagliume di meraviglie di cui riboccano i poemi cavallereschi. Molto
qui si potrebbe riferire pure in fatto di pregiudizi e superstizioni a
volerne parlare di proposito e ne verrebbe dimostrato quanta ricchezza
di materiale folk-lorico sia tuttora in mezzo alla nostra gente[168]. La
quale fu in ogni tempo profondamente religiosa e, se vogliamo, anche
superstiziosa, specialmente nelle campagne per cui religioso è il
substrato di quanto ne riguarda le più comuni manifestazioni del
pensiero; e vi hanno tramandate, accumulatesi, travisate nel corso dei
secoli, tracce pagane, bibliche, cristiane e fors'anco del rozzo
feticismo dei più antichi tempi. Ogni ordine di fenomeni e leggi
naturali che non comprende, cosmici, astronomici, geografico-fisici,
meteorologici, biologici, colpisce la sua fantasia e per ispiegarli
ricorre spesso a cause soprannaturali. Iddio, gli angeli, i santi ed i
beati; i demoni, le streghe, i maghi, gli incubi e i succubi, gli
ossessi e gli spiriti folletti offrono ancora argomenti a credenze
strane, a racconti inverosimili, a ridicole paure; nè è lontano il tempo
in cui si praticavano i maleficî, i sortilegi e gli scongiuri.
Finalmente molte caratteristiche usanze intorno a tutte le fasi della
vita individuale e sociale, nascite, matrimoni, morti, festività,
divertimenti, giochi, occupazioni, colla loro grande varietà — insieme a
tutto il complesso di materiale folk-lorico che abbiamo ricordato —
testimoniano la fusione di più elementi etnici e l'incontro e la
sovrapposizione di parecchie civiltà popolari.
Nel vestire non hanno più nulla di speciale; nel modo di vivere, base
della nutrizione sono il maiz, i legumi, le carni suine, e, più o meno,
altri prodotti nelle singole zone agricole con cibi variamente preparati
secondo le condizioni sociali delle famiglie e le circostanze per cui
devono servire; nelle abitazioni degnissimo di nota è il focolaio che
contraddistingue la casa friulana nella quale non manca mai: ampio,
bello, bene illuminato, d'inverno tutta la famiglia e spesso anche i
vicini vi si raccolgono intorno al fuoco a passare allegramente le
serate in lieti conversari improntati alla semplicità e bonomia proprie
del carattere friulano.
IX.
LE CONDIZIONI AGRICOLE
Cenni di FRANCESCO MUSONI.
=Le zone agricole. Zona montana e submontana.= La regione considerata in
questa guida può essere divisa in quattro principali zone agrarie: la
_montana_ e _submontana_, la _collinesca_ e _pedemontana_, la _morenica
extralpina_ e la zona delle _alluvioni grossolane_ del piano. Questa
divisione coincide presso a poco con quelle fisiche indicate nei
precedenti capitoli della guida e con quella adottata, sebbene con
denominazioni in parte diverse, dalla _Statistica integrale delle
colture e dei prodotti agrari nella provincia di Udine_ pubblicata dal
Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio[169].
Alla prima zona appartengono i comuni di Montenars (Gemona), Lusevera e
Platischis (Tarcento), tutto il distretto di S. Pietro al Natisone,
nonchè i comuni austriaci di Creda, Bergogna e Luicco (Tolmino).
La parte più elevata di questa zona, costituita dalle più interne catene
prealpine, si può considerare quasi improduttiva, non mancano però
boschi, specialmente di faggio, nei versanti settentrionali dei monti e
praterie in quelli meridionali.
Poco produttiva nel complesso si può considerare anche la zona
submontana, con le aree carsiche e grandi distese a boscaglia e a magro
pascolo. Gli stessi ampî e ridenti bacini dell'alto Torre, dell'alto
Cornappo e dell'alto Natisone, non ostante la somiglianza della
costituzione geologica, sono meno fertili dei pendii esterni delle
prealpi. Si deve certamente a ragioni climatiche se nei comuni di Creda,
Bergogna, Platischis e Lusevera mancano affatto, o quasi, alcune
coltivazioni: ad esempio il frumento, la vite, il gelso: gli ultimi due
sono insignificantemente coltivati solo nel comune di Lusevera che
produce 120 hl. di vino e 812 kg. di bozzoli[170]. Invece nel distretto
di S. Pietro, il frumento è più o meno coltivato dappertutto, perfino
sul rialto di Ravne, a più che 1000 m. sul livello del mare, con una
produzione media da 13 a 15 hl. per ettaro, presso a poco eguale a
quella delle più ubertose plaghe del piano[171].
Coltivata vi è pure la vite con produzione in alcuni comuni abbastanza
forte, come a S. Pietro (hl. di vino 3150), Rodda (3450), Tarcetta
(2665), Savogna (1935), San Leonardo (1719); più debole nei più elevati
comuni di Stregna (1060), Grimacco (665) e Drenchia (190)[172]. In
generale in questa plaga i limiti altimetrici di essa sono i più elevati
delle Prealpi Giulie. Sul versante meridionale del Colovrat, sopra
Ocnebrida, Laze, Trinco, Drenchia raggiunge le altezze di quasi 750 m.;
intorno al San Martino si spinge fino a 771 m. sopra Plataz; sul Matajur
a 700 sopra Tercimonte, a 727 sopra Masseris nell'aperta campagna e a
762 intorno alle pareti delle abitazioni meglio soleggiate; a 781, punto
il più elevato dove io l'abbia osservata, fra Stermizza e Montemaggiore;
a 777 nei pressi di Pechiniè: in tutti due questi ultimi luoghi con
esposizione a est. Nella valle del Natisone prospera a m. 666 in quel di
Rodda, sopra Oriecuia, con esposizione a sud-ovest; a 676 sotto la
chiesa di S. Odorico con esposizione a sud: in quel di Mersino non va
oltre Pozzera (m. 662) pur avendo esposizione meridiana, e solo
sporadicamente si trova anche ad Oballa (m. 760). Sulla destra del
fiume, tra Erbezzo e Montefosca, arriva a m. 713, raramente spingendosi
fino a Cala (m. 720) con esposizione a est. In complesso possiam dire
che nel bacino medio del Natisone alligna e fruttifica dappertutto, con
tendenza a salire quanto più ci spostiamo a est verso l'Isonzo: solo i
villaggi di Clabuzzaro, Ravne, Luicco, Jevs-cek, Montemaggiore, Mersino
alto, Montefosca ne sono privi interamente.
I vini però, tranne alquanto nel piano, specie nel comune di San Pietro,
dove esistono pure alcuni vigneti specializzati di viti nostrane
(_verduzzo_, _cabernet_, _blaufränkis_, _riesling_) sono acidetti e
poveri di alcool e vengono dati per 4/5 dal vitigno _isabella_, per 1/5
da uve bianche coltivate specialmente nei luoghi più elevati (_ribolla
bianca_ ad acini grossi e minuti, _ducigla_, _zelen_, _drijenak_,
_marvinza_, _cividino_). Il cividino dà rinomati prodotti nella plaga di
Vernassino in comune di S. Pietro e un tempo era molto ricercato nel
piano durante la stagione estiva.
Anche il gelso, come la vite, è coltivato specialmente nei più bassi
comuni di S. Pietro (18425 kg. di bozzoli), Tarcetta (3450), Rodda
(2650), S. Leonardo (2050): molto meno in quelli di Grimacco (300) e
Stregna (400): non lo è affatto nei comuni di Savogna e Drenchia.
La produzione più importante di tutta la zona è però quella del maiz, da
20 (Stregna) a 31 (Tarcetta) qt. per ettaro[173]. È coltivato alle
maggiori altezze: si trova a 837 m. in comune di Luicco, sopra Ausa; a
836 sopra Perat. In quel di Drenchia, sebbene poco coltivato e non
sempre giunga a maturazione, si spinge fino a m. 750, anzi a Zuoder fino
a m. 805. Nella valle della Cosizza arriva a m. 771 sopra Canalaz; in
quella dell'Alberone a 777 sopra Pechiniè; in quella del Natisone sopra
Rodda si spinge fino ai limiti della vite, ed a Mersino oltre i
medesimi; così pure a Montefosca dove tocca gli 810 m. Nei due soli
villaggi di Ravne (m. 1041) e Montemaggiore (m. 954) non è coltivato
affatto: in quest'ultimo anzi un tempo lo era; ora vi è stato sostituito
da altre coltivazioni più redditive.