Di esse, per dir vero, nessuna esplorazione ancora venne fatta nella

nostra provincia, ma è certo che, come parecchi ne sorsero nel piano, a

giudicare dalla toponomastica o da caratteristici accidenti del terreno,

come ad Orsaria a Firmano e altrove[120], in numero non meno grande

dovettero esistere nella regione collinesca e montana delle Prealpi,

lieta di ubertose pendici, coperta di verdi pascoli, atta ad allevare

una popolazione di pastori, importante per le vie di comunicazioni tra

la zona litoranea e la regione transalpina. Probabilmente, oltre i già

ricordati, ve ne fu uno sul m. Berda presso S. Pietro al Natisone, dove

uno scavo praticato recentemente mise in luce avanzi di rozze

costruzioni[121]; un altro presso la chiesa di S. Antonio di Cravero a

poca distanza dalla quale sulla cima del monte vi sono tracce di muri

che un'incerta tradizione dice essere già appartenuti a un convento;

così presso Prapotnizza in quel di Drenchia v'è una vetta che chiamano

Fortin (m. 708), e sopra Subit un'altra è detta Na-grad; nè mancano

località coi nomi di Grad, Gadis-ce, Na Gradu. Similmente si hanno

motivi di ritenere vi fossero castellieri presso la chiesa di S. Andrea

di Erbezzo, e dove oggi sorge il santuario di Castelmonte colle annesse

abitazioni[122]. Anzi io son d'avviso che alcune delle numerose

chiesette, tutte antiche, le quali in questa regione sorgono per ogni

dove sulle vette dei monti, siano state fabbricate sul posto di antichi

castellieri, forse già preesistendo come delubri pagani, convertiti

poscia in sacelli cristiani, in epoca, secondo me, non molto antica, il

cristianesimo essendo qui penetrato lentamente solo dopo che s'era già

diffuso per le città e pel piano. Ed anche parecchi dei castelli

medievali è probabile abbiano approfittato di posizioni già indicate e

rese adatte, almeno in parte, da castellieri preistorici. Comunque, è

tendenza di tutti i popoli primitivi il cercare sedi in luoghi sicuri

contro fiere e nemici: quindi nella nostra zona sulle vette dei colli e

dei monti; nei paesi piani sulle palafitte in mezzo ai laghi e alle

paludi.

Ma frattanto è avvenuto l'insensibile passaggio dell'età della pietra a

quella dei metalli. Il bronzo apparisce già verso la fine del neolitico

tra gli abitanti delle grotte: abbiamo accennato all'ago a cruna

rinvenuto in quella di Robic. È certo che questo metallo venne

diventando sempre più comune nei castellieri e nelle stazioni

all'aperto, pur continuando accanto ad esso, che in allora dovea essere

di gran costo, l'uso degli oggetti litici.

E qui merita osservare che nei castellieri isontini v'è accenno in

quest'epoca a uno sviluppo di civiltà assai superiore alla neolitica e

che non può essere spiegato coi progressi locali, ma fa pensare a

un'immigrazione di genti nuove. Donde queste venissero, forse col tempo

sapremo: la maggioranza degli scienziati d'oggi ritengono siano

immigrati dall'Asia Minore, attraverso gli stretti fra il Ponto e

l'Egeo, alla Penisola Balcanica prima, e poscia da questa ai nostri

paesi. I primi arrivati, forse all'inizio del secondo millennio a. C.,

dovettero essere l'avanguardia di più recenti immigrazioni, ed

appartennero alla famiglia dei popoli illirici e precisamente a quel

ramo d'essi cui si dà il nome di veneti. È probabile siano giunti qui

alla spicciolata, o in più riprese, o con moto forse continuo,

prolungatosi per secoli, insediandosi pacificamente accanto ai neolitici

non molto numerosi, occupando luoghi ancora disabitati, crescendo via

via di numero fino a cambiare completamente la fisionomia etnografica

della regione, assorbendo la gente primitiva e imponendole la propria

lingua e civiltà. Che siano penetrati in via pacifica, lo si argomenta

dalla scarsezza di armi che si trovano in tutti gli scavi relativi a

quest'età.

I quali scavi, almeno quelli finora eseguiti, ci provano anche che

questo popolo dovette fiorire nei nostri paesi specialmente durante il

II e III periodo dell'età protoferrea (VII-VI sec. a. C.): epoca in cui

aveva già qui occupato tutta la regione alpina e subalpina coll'intera

pianura veneta e fuori d'Italia la Croazia, la Dalmazia, la Carniola,

anzi la maggior parte dell'Europa media, come si può stabilire in base

al ricco materiale epigrafico ed archeologico scoperto in dette

contrade.

Senonchè fra i varî gruppi di così estesa popolazione vi dovevano essere

differenze più o meno sensibili; anzi, confrontando tra loro i vari

trovamenti, differenze abbastanza notevoli esistono fra le stesse nostre

necropoli pur così vicine le une alle altre. E il curioso è che fra

Darnazacco e S. Pietro, vicinissime, tali differenze sono assai più

accentuate che non fra quest'ultima e la valle dell'Isonzo. Ciò, a parer

mio, non deve sembrar molto strano se si pensi che anche oggi fra

Cividale e S. Pietro, a pochi km. di distanza, v'è assai maggiore

differenza etnografica che non fra S. Pietro e Caporetto-Tolmino.

=I Celti.= Ed ecco che sullo scorcio di quest'epoca le Alpi e buona

parte dell'Italia superiore venivano invase dai Celti: solo i Veneti

poterono conservare contro di essi la propria autonomia, pur subendone

più tardi largamente l'influenza, come sappiamo da Polibio. Quale

importanza abbiano avuto nella nostra provincia, non è facile stabilire:

è probabile vi siano penetrati di buon'ora dalla Carinzia e dalla

Carniola, dove lasciarono larghe tracce di sè in numerose necropoli, pei

passi di Saifnitz e del Predil: è probabile anche ne occupassero tutta

la regione montana col nome di Carnia, che ancora oggi si conserva. Se

non stabilmente, almeno temporaneamente dovettero scendere nel piano,

dove a 12 miglia da Aquileia fondarono un _oppidum_. Lottarono coi

Veneti con varia fortuna, ora spingendosi fino al mare, ora rigettati di

là dell'Alpi, onde le incertissime e spesso contradittorie notizie

tramandateci dagli scrittori antichi intorno ai luoghi da essi occupati.

Certo è che nell'idioma friulano esistono parecchi fenomeni fonetici

ritenuti celtici, perchè caratteristici dei parlari sonanti su le labbra

gallo-romane, comuni a quasi tutti i territori primamente celtici: ad

esempio, il palatinizzarsi di _ca_ o _ga_ proprio a tutte le favelle

ladine che ricorre parimente nel francese (tranne nel picardo) e nel

provenzale settentrionale, ossia anche in territori sicuramente

gallo-romani, sebbene nei dialetti gallo-italici dell'Italia superiore

vi siano altri indizi celtici che non occorrono nel friulano. Ora noi

sappiamo che il friulano fu parlato a Trieste, che Strabone disse

borgata carnica, ed in Istria donde scomparve, non però interamente, per

l'influenza civile di Venezia[123]. Degno di nota è pure il fatto che la

maggior parte dei molti nomi locali in _acco_, suffisso che, quando però

non si tratti di nomi slavi, si vuole d'origine celtica, sia o non sia

dipendente da una diretta ragione etnica, sono a nord-est della

Stradalta, sulla sinistra del Tagliamento, mentre che nella parte più

bassa del Friuli mancano affatto o quasi (Turiacco, Noacco, Popereacco).

Nulla dirò qui degli altri argomenti che militano a favore

dell'influenza celtica in Friuli, quali: la famosa epigrafe dei fasti

trionfali che ci ricorda i Galli Karnei; il culto del dio Beleno in

Aquileia che, forse, trova riscontro nell'odierno costume carnico de

«lis cidulis»[124]; i nomi locali di pretesa, per quanto non sicuramente

provata, origine celtica, e specialmente di quelli in cui entra la

radice _kar_ che, mentre si trova in paesi oggi abitati da Slavi, slava

non è, ma sarà piuttosto, secondo pare assai verisimile, una

sopravvivenza celtica nella lingua come nella toponomastica slava

d'oggi[125]: soggiungerò soltanto che gli scavi archeologici di S.

Pietro e Darnazacco non ci offrono prove seriamente dimostrative, poichè

tombe celtiche non furon trovate, ma solo oggetti dispersi che accennano

a influenze della civiltà celtica, la quale può essersi fatta qui

sentire, come nel resto del Veneto, senza una vera e propria conquista

dei Celti. Infatti nelle necropoli di S. Lucia e di Tolmino che pel loro

contenuto appartengono all'ultimo periodo veneto, troviamo non pochi

oggetti di carattere celtico, come fibule ed armi, in epoca nella quale

i Celti non potevano ancora essersi qui stabiliti: è interessante anzi

seguire quivi la graduale trasformazione della fibula Certosa sino a

riuscire in quella tipica di La Tène. Di questa nella necropoli di S.

Pietro si hanno solo scarsi esemplari, laddove in quella di Darnazacco

essa rappresenta il 15% di quante ne furono scoperte. E ancora altri

oggetti gallici, come spade ritorte e torqui, furon qui rinvenuti

sparsamente sopra la necropoli paleoveneta: ma, ripeto, nessuna tomba

propriamente gallica; oltrechè a quest'epoca le stesse necropoli venete

si arrestano bruscamente. Ciò potrebbe significare che la regione,

diserta da guerre contro quella gente feroce, rimase dopo d'allora per

molto tempo spopolata: ciò potrebbe anche dipendere dal fatto che i

sepolcreti gallici più recenti, occupanti gli strati superficiali del

terreno, rimaneggiato più volte dai lavori agricoli, sono stati dispersi

come lo furono i romani, frammisti alle cui reliquie si trovano oggetti

gallici; ciò potrebbe infine essere indizio che, se pure i Celti si

stabilirono in altre parti del Friuli, in questa zona prealpina

dovettero essere rimasti poco tempo, conquistati e assimilati dai Romani

assai più rapidamente che nella regione montuosa della Carnia.

È sperabile che nuovi scavi, ripresi con maggior lena e non in un sol

punto della nostra plaga così ricca di storia, specialmente intorno ai

maggiori centri abitati, che dalla stessa topografia vengono additati

siccome i più antichi, portino nuova luce su questo argomento intorno al

quale purtroppo ancora regna così grande oscurità, come del resto

intorno a tutta la paletnologia friulana, di cui solo da pochi anni a

questa parte si è cominciato a travedere qualche cosa di positivo. Si

avranno così dei punti di partenza per ulteriori, più semplici e sicure

conclusioni in mezzo alla faraggine di infondate, inutili e spesso

puerili argomentazioni che troviamo in tutta la nostra passata

letteratura.

Senonchè coi Celti cessa la preistoria dei nostri paesi e il paletnologo

deve cedere il campo allo storico: dirà esso del dominio romano in mezzo

a noi, del periodo delle invasioni barbariche e degli insediamenti

stranieri: all'etnologo spetta ancora delineare brevemente le condizioni

etniche attuali della regione.

=Slavi e Friulani.= Oggi la zona da noi considerata è abitata da

popolazioni che linguisticamente si distinguono in due gruppi: lo

_slavo_, o meglio _jugoslavo_, o _slavo meridionale_, e più

particolarmente _sloveno_, cui appartiene la grandissima maggioranza

degli abitanti delle montagne; ed il _reto-romanzo_, o _ladino_, o più

particolarmente _friulano_, cui appartengono gli abitanti del piano. Di

questi potremo dir poco più di quanto già si conosce di generale circa

la rimanente popolazione friulana, dalla quale diversificano solo per

qualche carattere fonetico proprio, in piccola parte dovuto forse a

influenze subite dal più immediato contatto coll'elemento slavo.

Di più particolari indagini furono oggetto gli idiomi slavi che

attrassero maggiormente l'attenzione specialmente di glottologi

stranieri, per la stranezza della loro penetrazione in Italia, di cui

intaccano leggermente la meravigliosa omogeneità etnografica.

Il confine linguistico tra slavi e ladini si può dire che nel complesso

coincida colla linea di falda dei monti e dei colli, i quali sono

interamente slavi, mentre la pianura è tutta friulana e non un solo

villaggio slavo vi si trova oggigiorno: villaggi friulani anzi sono sul

fondo stesso delle valli dove queste cominciano a essere abbastanza

larghe ed a subire più direttamente la soverchiante influenza del piano;

tali sono, ad es.: Prepotto e Albana nella valle del Judrio; Sanguarzo e

Purgessimo in quelle del Natisone; Torreano in quella del Chiarò; Canal

del Ferro in quella del Grivò; Attimis e Forame in quella del Malina;

Nimis e Torlano in quella del Cornappo; Ciseriis in quella del Torre.

Più minutamente, cominciando dal ponte di ferro presso Gorizia, il

confine linguistico passa sopra Lucinicco e Mossa, raggiunge il torrente

Versa, in maniera però che la parte settentrionale del comune di

Lucinicco, con Gradiscutta e Trebez, sia ancora slava. Prosegue ad ovest

coincidendo coi confini amministrativi dei comuni di Cormons, Brazzano e

Ruttars. A Venco e Dolegna, già slavi, oggi si parla friulano, ma

Lonzano e Croazia sono a popolazione mista[126].

Penetrando nella nostra provincia, passa per Albana e risalendo il

torrentello oltre Centa, raggiunge il m. Subit (m. 344), si attiene alla

strada carreggiabile verso Castelmonte fino alla c. Muldiaria, donde si

abbassa per la costa del monte di Purgessimo fino al confluente

dell'Azzida col Natisone. Da Ponte S. Quirino si spinge su pel m. dei

Bovi (m. 374) e, girando intorno a Bundig, fino al Mladesiena: ne

ridiscende sopra Canalutto presso il molino Forano; guadagna il S.

Lorenzo e quindi il Piccat, seguendo il confine tra i comuni di Torreano

e Faedis. Di lì torna indietro dirigendosi sotto Costalunga e per Canal

di Grivò verso il m. Pojana; e poi lungo il confine tra Faedis ed

Attimis, inferiormente a Porzus, fino al m. Celò (m. 713). Passando

sopra Forame e sotto Cergneu di Sopra presso il molino sul Lagna,

raggiunge il Zoban, il Zuccon e il Plajul.

Di qui cala sul fondo della valle del Cornappo, seguendone il corso fino

a girare intorno alle case di Ramandolo; e, attraversando Sedilis, oltre

Patocchis e Lucchin, raggiunge il Torre sopra Menot. Quindi piega

direttamente ad ovest sopra Zomeais, risale il Torrente sotto

Sammardenchia; e pel confine tra i comuni di Ciseriis e Montenars e pel

Campeon ritorna indietro al Zimor, su per il quale, passando sotto i

casali di Cretto di Sopra, di Sotto e di Frattin, si spinge fino a

toccare il Quarnan: donde pel confine tra Gemona e Lusevera raggiunge il

Ciampon e il Cuel di Lanes. Da questo per Forcella Musi si porta al

Cadin, dopo il quale confina col comune pure slavo di Resia, di cui però

solo la valle del rio Bianco appartiene alla nostra regione[127].

A nord-est di questo confine tutta la zona prealpina è abitata da

popolazioni slave che si estendono ininterrottamente fino all'Isonzo

confondendosi oltre il medesimo coi paesi slavi dell'Austria, dei quali

rappresentano la più recente trasgressione etnica di qua dalle Alpi: una

delle tante trasgressioni di popoli comuni all'intera zona alpina

d'Italia.

Dalla posizione che gli Slavi occupano sembra evidente siano penetrati

in Friuli dalla valle dell'Isonzo: pei passi di S. Nicolò, di

Clabuzzaro, di Luicco e di Starasella riversandosi sui territori di S.

Pietro e Cividale; per l'alta valle del Natisone invadendo il bacino del

Torre; per il rio Bianco e la sella Carnizza la val di Resia.

=L'immigrazione slava.= Quando ciò sia avvenuto non fu ancora dimostrato

in modo soddisfacente. J. BAUDOUIN DE COURTENAY emise anzi l'opinione

che possano essere esistiti nella nostra regione fin da tempi

antestorici[128]: opinione la quale non deve sembrar poi tanto strana

oggi che sulla origine e degli Arii in genere e degli stessi Slavi in

ispecie esistono così contradditorie ipotesi. Essi vi avrebbero occupate

le montagne, mentre sul fondo delle valli più ampie erano forse altri

popoli di maggior civiltà dei quali soli perciò ci son rimaste tracce

nei trovamenti archeologici. Gli Slavi passarono inavvertiti ed

entrarono tardi nella storia perchè questa si occupa principalmente di

popoli guerrieri, avvezzi con gesta belliche a far rumore intorno al

proprio nome.

Di essi comincia a far sicuro cenno appena nel VI secolo dopo Cristo,

quando li vediamo sui confini d'Italia, prima accanto agli Avari e

poscia da soli lottanti con varia fortuna contro i Langobardi

forogiuliesi. Sotto Vettari sembra fossero stabiliti definitivamente

almeno fin presso l'odierno ponte di S. Quirino[129]. Più tardi sotto i

Franchi, importati o accettati in qualità di coloni in molti luoghi del

piano, diserti da guerre e da pesti, analogamente a quanto avvenne

nell'Istria, fondarono parecchi nuclei di popolazione che si protesero

fin oltre il Tagliamento, come dalla toponomastica ci viene provato a

esuberanza[130].

Ma nel piano, quantunque arrivati più tardi, dove formarono delle isole

linguistiche disperse, non seppero mantenersi, venendo presto assorbiti

dal soverchiante elemento friulano: ben vi riuscirono in mezzo ai monti,

quantunque, come vedremo, ridotti di molto, non per deliberato proposito

di resistenza, ma unicamente perchè ivi più debolmente si fe' sentire

l'influenza degli elementi preponderanti in pianura, oltrechè perchè si

appoggiano colle spalle agli slavi austriaci, coi quali formano un'unica

massa etnica.

Soggetti, come il resto del Friuli, prima ai Patriarchi, poscia a

Venezia, le furono più che fedeli affezionati, tanto da ottenerne

rispetto delle proprie consuetudini, autonomie amministrative, esenzioni

da gravezze ed altri privilegi. Amanti di libertà, perciò odiatori del

regime austriaco, insorsero contro di esso, come gli altri friulani, nel

1848 e parteciparono con entusiasmo alle guerre per l'indipendenza[131].

Nè oggi sotto il libero e democratico governo d'Italia, pienamente

rispondente all'indole loro, sono certo fra i meno buoni cittadini.

=Il numero degli Sloveni del Friuli.= Ma qual'è la cifra da essi

raggiunta in Friuli? Il censimento del 1901, procedeva alla statistica

degli alloglotti dimoranti entro i confini del Regno. Senonchè, anzichè

tenere conto dei singoli individui, provvide alla numerazione delle sole

famiglie parlanti idiomi stranieri. Ed ecco il riassunto di quelle

parlanti slavo nella zona da noi considerata[132].

Numero Numero

delle famiglie complessivo

DISTRETTI Comuni che parlano delle

abitualmente famiglie

lo slavo

S. Pietro al Natisone S. Pietro 573 589

Drenchia 218 218

Grimacco 261 261

Rodda 254 257

S. Leonardo 448 449

Savogna 297 299

Stregna 294 294

Tarcetta 328 329

2673 2698

Tarcento Lusevera 469 484

Platischis 540 560

1009 1044

Gemona Montenars 112 115

Cividale Attimis 295 311

Faedis 280 320

Torreano 122 122

Prepotto 208 355

905 1108

Moggio Resia 1077 1083

_Totale generale_ 5776

Si hanno complessivamente 5776 famiglie che, in ragione di 5.5 membri

ciascuna, danno un totale di 31,768 individui, comprendendovi i resiani.

Senonchè il censimento pecca di alquante inesattezze come venne già in

altro mio studio dimostrato[133], non avendo considerati come slavi

parecchi villaggi che lo sono. Nel comune di Ciseriis infatti sono quasi

interamente slave le frazioni di Sammardenchia (ab. 578) e Stella (ah.

476); lo sono in parte Malamaserie (lo slavo vi è parlato da molti dei

nati da oltre 12 anni), Coia slava e Sedilis (lo slavo vi è conosciuto

da tutti, parlato però soltanto dai nati da oltre 30 anni). E quanto al

comune di Nimis vi sono slave le frazioni di Cergneu di Sopra con

Pecolle (ab. 86), Chialminis (408), Monteprato (ab. 321) e in parte

anche Ramandolo. Si aggiunga che vi sono molte famiglie slave

trapiantate nel piano le quali tra le pareti domestiche parlano tuttora

la lingua nativa, mentre pubblicamente fanno uso del friulano. Per le

quali ragioni tutte è mia opinione che il numero dei parlanti slavo in

Friuli si aggiri intorno ai 35.000: dai quali deducendo gli abitanti di

Resia, ch'escono dalle Prealpi, tranne quelli di Uccea (318) che soli vi

sono compresi, gli Slavi nella nostra regione sono circa 32.000. Essi vi

rappresentano perciò poco più di un quinto dell'intera popolazione

(167.923) dei cinque distretti da noi considerati, mentre ne occupano

quasi una metà della superficie.

=La antica maggiore estensione degli Sloveni.= Certo è però che in

passato dovettero estendersi, sia pure sparsamente, sopra un'area assai

più vasta dell'attuale, anche prescindendo da quelli che di buon'ora

scomparvero dal piano. Infatti un tempo si parlava slavo a Prepotto,

Albana, nonchè in buona parte dei comuni di Torreano, Faedis, Attimis,

Nimis e Ciseriis. Marin Sanudo collocava i confini della Slavia alle

stesse porte di Cividale[134]; così pure il Provveditore della

repubblica veneta in questa città Vincenzo Bollani[135]; e il Rutar

assicura che si parlava slavo, oltrechè nei grossi centri di Faedis,

Nimis e Attimis, anche a Moggio[136].

Solo nel distretto di S. Pietro al Natisone, che occupa la posizione più

centrica della Slavia friulana, e forma quasi una regione a sè, la quale

in ogni tempo fu anche base di un'unità amministrativa, già conosciuta

sotto il nome di Convalli d'Antro e di Merso, dove inoltre il clero

nelle chiese si vale esclusivamente del linguaggio sloveno e gli

abitanti, grazie forse ad una superiore cultura, presentano una maggiore

resistenza etnica, solo ivi l'elemento slavo non ha subito riduzione

alcuna, ma la lingua ne è parlata da tutte le famiglie a qualunque

condizione sociale appartengano, sebbene la grandissima maggioranza

degli abitanti comprenda pure l'italiano e il friulano grazie alle

scuole e alle relazioni di ogni specie col piano.

Negli altri distretti invece, dove sono in più diretto contatto

coll'elemento friulano e, o fusi con esso amministrativamente, o, in

tutti i casi, disgregati fra loro, e dove nelle chiese si predica e si

istruisce in friulano, vengono sempre più assottigliandosi di numero,

dal piano ritirandosi verso le alte valli e i monti, inquinando con una

sempre maggior quantità di furlanismi il proprio idioma, che in taluni

luoghi è ormai talmente corrotto da riuscire quasi incomprensibile e ai

friulani e agli stessi Sloveni puri, e si può prevedere non lontano il

tempo in cui l'idioma ladino li avrà guadagnati a sè completamente.

=Toponomastica slava e toponomastica friulana.= Gli studi toponomastici

potrebbero fornire un indice della intensità e direzione topografica

delle varie influenze etniche nella regione. Un fatto degno di nota è

che specialmente in quel di Tarcento e nell'antico distretto di Faedis

l'influenza ladino-friulana si fa sentire con un maggior numero di nomi

bilingui, affatto indipendenti tra loro nel significato; esempi: Valle

(Pod cierkvo), Costalunga (Vile), Clap (Podrata), Canal di Grivò

(Podklap), Canal del Ferro (Pod Vilo), Forame (Malina), Chialminis

(Vizont), Monteprato (Karnica), Villanova (Za Vrh), Lusevera (Brdo),

Monteaperta (Viskuorsa), Pradielis (Ter), Nongruella (Dobje), Vedronza

(Njívica), Cesariis (Podbrdo), Pers (Breg), Ovse (Cretto). Invece nella

valle del Natisone, sicuramente abitata fin da tempi preistorici,

notevole è il numero di nomi di etimologia incertissima, adattati alla

fonologia slava da una parte, a quella italiana o friulana dall'altra:

esempi: Vernasso (Barnas), Azzida (Algida? Azla), Rodda (Ruonac),

Pulfero (Podbuniesac), Brischis (Brisca), Pegliano (Ofijan), Spagnut,

Biacis (Biaca), Erbezzo (Arbec), Oculis (Naukula), Mersino (Marseu); ciò

si avvera anche sul fondo delle altre valli fino dove le medesime sono

abbastanza larghe e aperte sul piano. Nella stessa valle del Natisone

non infrequenti sono i nomi di origine prettamente latina, adattati e

talvolta alterati dalla pronunzia slava, esempi: Sorzento (Sarzenta),

Biarzo (Biarc), Mezzana (Mecana), Costa (Kuosta), Tercimonte (Tarcmun),

Montemaggiore (Matajur), S. Giovanni d'Antro (Landar), Masseris

(Masera), ecc.; rarissimi i nomi bilingui, quali: Montefosca (Cernivrh),

Castelmonte (Staragora), Tiglio (Lipa). Nelle valli della Cosizza,

dell'Erbezzo e dell'alto Judrio prevalgono nomi di origine prettamente

slava, a etimologie sicure, senza intrusioni italiane o dirette o

parallele. Ciò proverebbe da un lato che le parti più basse della zona

montana furono abitate da genti non slave a cui si sovrapposero le

slave, forse dopo che a quelle si erano sovrapposte le romane,

alterandone completamente la fisionomia etnica ed accettando la

preesistente toponomastica, già passata attraverso i Romani, i quali ai

più vecchi avevano aggiunto dei nuovi nomi, anch'essi quindi accettati

dagli Slavi che ne aggiunsero dei propri: dall'altro proverebbe che il

carattere prettamente slavo si accentua dal basso verso l'alta montagna

e da ovest verso est: allo stesso modo che in dette direzioni si

attenuano gli elementi ladini e italiani che più o meno compenetrano

tutti i parlari slavi del Friuli data la perenne appartenenza politica

dei medesimi a dominî siti di qua dalle Alpi.

=I diversi gruppi dialettali degli slavi.= Secondo gli studi

dell'illustre slavista polacco J. BAUDOUIN DE COURTENAY

dialettologicamente i nostri slavi si distinguono in quattro gruppi,

cioè:

Guida delle Prealpi Giulie Distretti di Gemona, Tarcento, S. Daniele, Cividale e S. Pietro · 第 11 / 26 段