S. Pietro al Natisone: braccianti, manovali, fornaciai, a quanto sembra,

mancando notizie precise in proposito.

L'esodo dei partenti è massimo nei mesi di marzo e aprile, nei quali

rappresenta il 75% dell'emigrazione annua totale: la permanenza

all'estero varia dagli otto ai nove mesi e l'epoca del ritorno è

determinata dai primi rigori autunnali, cagionanti la sospensione dei

lavori. In complesso i nostri emigranti abbandonano la madre patria

quando questa ne avrebbe maggior bisogno, cagionando la sempre più

sentita mancanza di braccia nelle campagne e la continua crescita dei

salari, che, se da un lato risponde alle odierne idee di giustizia

sociale, dall'altro mette in grave imbarazzo specialmente la proprietà

media, condotta in economia. Se il fenomeno andrà ancora aumentando

d'intensità, certamente alla nostra agricoltura si preparano giorni non

lieti.

Tuttavia non si può disconoscere l'utile economico da esso derivante al

Friuli, al quale è fonte di sensibili guadagni, che per tutta la

provincia si calcolano non inferiori a 30 milioni di lire annue: prova

ne sono l'edilizia migliorante dovunque e la progressiva estinzione dei

numerosi debiti, per cui gli abitanti delle campagne in passato erano

alla mercè delle banche e di privati speculatori, più o meno onesti. Che

se da un lato è causa forse dell'estendersi dell'alcoolismo e di qualche

altro vizietto, dall'altro, col migliorare il tenore di vita nei paesi

più poveri, molto concorse a far decrescere la pellagra e coll'influire

sullo sviluppo intellettuale dei lavoratori, li rende sempre più

solleciti dei proprî interessi e li spinge a partecipare alla vita

pubblica, la qual cosa, al postutto, checchè ne pensino i _laudatores

temporis acti_, è un bene. Se finalmente consideriamo che il Friuli, di

cui una buona parte è montuosa, un'altra ghiaieti magri di scarsissima

fertilità, non dà prodotti sufficienti a mantenere la pur non molta

fitta popolazione e che nè le nostre industrie, nè l'agricoltura, per

quanto intensificate potrebbero per molto tempo occupare tutti i

lavoratori, viene da sè la conclusione che l'emigrazione vi rappresenta

non solo un bene, ma una necessità.

VIII.

GLI ABITANTI

i loro caratteri fisici, la loro origine e le differenze etniche e

linguistiche

Note di FRANCESCO MUSONI.

=Alcuni dati antropometrici.= Fonte principale per la conoscenza

antropologica del nostro territorio è l'opera di Rodolfo Livi, che, come

è noto, mise insieme per tutta Italia una enorme massa di misure

raccolte nelle leve militari[100]. Disgraziatamente il distretto di S.

Pietro vi è considerato unitamente a quello di Cividale, mentre sarebbe

convenuto tenerlo distinto, chè avrebbe servito quale termine di

paragone tra la popolazione slava pura di esso distretto e le

popolazioni friulane, più o meno mescolate con elementi slavi, dei

distretti contermini.

Comunque, ecco alcuni dati che nell'anzidetta raccolta troviamo riguardo

alle stature:

DISTRETTI Numero delle =Per cento di stature=

osservaz. sotto i m. 1,60 sopra i m. 1,70

Cividale 590 6,1 38,8

Tarcento 286 5,6 41,3

Gemona 322 9,3 29,2

S. Daniele 6,2 30,8

Da queste cifre apparisce che la nostra zona ha le stature più elevate

non solo di tutta Italia, dove la percentuale di stature sotto m. 1,60 è

di 18,2, di quelle superiori a m. 1,70 di 17,6, ma dello stesso Veneto,

che a sua volta eccelle fra tutti gli altri compartimenti del Regno.

Disgraziatamente, se il Livi ci dà i dati relativi anche alle stature

medie per province, non ci dà quelle per circondari o distretti. Queste

potei avere dal senatore conte A. Di Prampero, ricavate da misurazioni

fatte sopra militari dell'età di 21 anno appartenenti a parecchie leve

di molti anni fa. Eccole:

DISTRETTI Numero delle osservaz. Statura media

S. Pietro al Natisone 574 cm. 168,92

Tarcento 897 » 167,35

Cividale 1211 » 167,14

Gemona 1076 » 166,03

S. Daniele 926 » 166,29

Come si vede, qui il numero di osservazioni è di molto superiore a

quelle del Livi e quindi le medie che ne risultano presentano maggior

valore.

Ne emerge che le stature più elevate — e non solo della nostra zona, ma

di tutta la provincia — appartengono al distretto di S. Pietro al

Natisone, abitato da popolazione esclusivamente slava, della quale è

risaputo essere più alta che non la rimanente friulana. Già nel 1599

Alvise Marcello, Provveditore della Serenissima a Cividale, parlando

degli Slavi delle montagne di S. Pietro, scriveva: «sono quasi tutti

bellissimi homini et delli più alti»[101]. I distretti di Tarcento e

Cividale che vengono subito dopo, contano anch'essi rispettivamente 1009

e 905 famiglie parlanti abitualmente lo sloveno.

Anche rispetto alle stature altissime potei ricavare dati preziosi dallo

stesso materiale fornitomi dal senatore conte Di Prampero e il quale,

nel complesso, conferma quanto vale per le stature elevate. Infatti,

sempre secondo il numero di misurazioni surricordate, nei

DISTRETTI DI Superavano m. 1,80 Superavano m. 1,85

individui individui

S. Pietro al Natisone 37 ossia 6,4 % 11 ossia 1,90 %

Tarcento 27 » 3,01 » 4 » 0,44 »

Cividale 22 » 1,01 » 4 » 0,31 »

Gemona 21 » 1,95 » 4 » 0,46 »

S. Daniele 14 » 1,54 » 3 » 0,32 »

La percentuale degli altissimi nel distretto di S. Pietro è più che

doppia per le stature superiori a m. 1.80, più che quadrupla, per quelle

superiori a m. 1.85 che non negli altri distretti.

Ecco ora i dati relativi all'indice cefalico medio secondo il Livi:

Cividale 85.4; Gemona 85.2; S. Daniele 84.6; Tarcento 85.4. Notevole la

maggior brachicefalia dei distretti di Cividale (comprendente pure S.

Pietro) e Tarcento, anch'essa probabilmente dovuta a influenza slava.

Quanto al colore dei capelli, si hanno le seguenti cifre:

DISTRETTI Numero di Rossi Biondi Castagni Neri

osservaz.

Cividale 588 4 153 161 70

Gemona 321 2 67 189 63

S. Daniele 322 2 48 191 81

Tarcento 286 3 54 175 54

In complesso il castagno prevale dappertutto, col massimo numero di

biondi nel distretto più brachicefalo di Cividale-S. Pietro, minimo in

quello meno brachicefalo di S. Daniele. Finalmente riguardo al colore

degli occhi il Livi ci offre i seguenti dati, sempre sopra lo stesso

numero di osservazioni:

DISTRETTI Celesti Grigi Castagni Neri

Cividale 182 141 245 18

Gemona 90 76 141 11

S. Daniele 62 84 151 25

Tarcento 71 59 162 13

[Illustrazione: Fig. 8ª. — Tipo sloveno della valle d'Erbezzo.]

Giova infine avvertire che nella nostra zona, paese di contatti e

d'incroci etnografici, manca un tipo etnico deciso, come in Carnia, in

Resia e in qualche altra parte del Friuli: fanno eccezione alquanto il

distretto di S. Daniele che ha le stature più basse, i crani meno

rotondi, il colore più scuro di occhi e di capelli; e in assai maggior

misura quello di S. Pietro e gli altri paesi slavi della montagna, la

cui popolazione si conserva immune da contatti col piano, verso il quale

ha bensì luogo una sporadica leggerissima emigrazione di famiglie che si

stabiliscono in città o si trapiantano nelle campagne, non però una

controemigrazione. Se noi mettiamo un gruppo di slavi puri accanto a un

altro eguale di friulani, non vi sarà pericolo che possano essere

confusi con essi: stature, nel complesso, più elevate, capelli più

frequentemente biondi, occhi celesti o grigi. forme spesso angolose e

magre, zigomi alquanto sporgenti, naso rincagnato, specialmente nelle

valli dell'Erbezzo e del Judrio, fronte un po' schiacciata: caratteri

questi che ricordano lontanamente il tipo mongoloide, come l'assonanza

vocalica della parlata dei Rečanji (valle dell'Erbezzo) è, secondo

taluni, dovuta a remote e forse preistoriche influenze di linguaggi

turanici.

=Alcuni dati nosologici.= La media dei riformati militari per infermità

o deformità durante il quinquennio 1880-84 fu pei cinque distretti la

seguente[102]:

Gemona 24,23 % di cui 3,94 per deficienza di statura

S. Daniele 19,21 » » 3,11 » » »

Tarcento 19,00 » » 5,20 » » »

S. Pietro 15,85 » » 2,85 » » »

Cividale 14,42 » » 2,74 » » »

Quattordici anni dopo, durante il quinquennio 1904-1908, questi dati

subirono notevoli modificazioni e si ebbero le seguenti cifre[103]:

Tarcento 25,04 % di cui 8,27 per deficienza di statura

S. Pietro 22,54 » » 8,47 » » »

Gemona 21,47 » » 13,27 » » »

Cividale 19,94 » » 0,74 » » »

S. Daniele 18,40 » » 8,32 » » »

Se ne deduce un leggiero peggioramento generale ed uno più forte

particolare pei distretti di Tarcento e S. Pietro: in quest'ultimo forse

dovuto all'emigrazione — causa di vita poco igienica, di precoci

fatiche, di vizi debilitanti l'organismo — che già quasi nulla, vi ha

preso, come vedemmo, un notevole movimento ascendente da pochi anni.

Degno di attenzione è il forte aumento del coefficiente dei riformati

per deficienza di statura, salito dappertutto, tranne a Cividale, dove è

ridotto quasi a zero.

I dati relativi a ciechi, sordomuti, mentecatti, imbecilli, scemi

risalgono al 1875; ed è veramente a deplorarsi che gli ultimi censimenti

non ne abbiano tenuto conto, tali imperfezioni fisiche e psichiche

essendo in relazione coi costumi, più o meno morali, e col modo di

vivere, più o meno igienico, delle popolazioni. Ed ecco che qui ci

accade di dover accennare a una funesta piaga che viene sempre più

infierendo anche in questa come in ogni altra parte del Friuli, anzi

d'Italia: intendo alludere all'alcoolismo. Cause: il continuo aumento

dei salari alla mano d'opera; l'emigrazione temporanea che fa restare in

ozio, provvisti di denaro, durante la stagione invernale, un sempre

maggior numero di lavoratori; il progrediente sviluppo di alcune

industrie nella zona pedemontana che, facendo correre tutti i giorni la

moneta per le mani degli operai, se da una parte preserva dalla cattiva

alimentazione e dalla pellagra, dall'altra è incentivo all'alcoolismo,

grandissimo fattore di caratteri degenerativi ognor crescenti insieme

all'agglomeramento negli opifici, alla vita sedentaria e di chiusura in

ambienti malsani, al rilassamento dei vincoli famigliari e dei principî

etici[104]. Ora l'alcoolismo, insieme alla pellagra, è una delle

principali cause del continuo aumento di malattie mentali in tutta la

nostra regione[105].

=La pellagra.= E qui per addentellato, poichè l'abbiamo ricordata, è

necessario riferire intorno a quell'altra vergogna nostra e d'Italia,

che è precisamente la pellagra. Essa in Friuli infierì già molto, ma

certo in nessun'altra parte del Regno fu come qui oggetto di studi e di

cure amorevoli e sapienti, tanto che oggi vi è in sensibile diminuzione,

nè è forse lontano il tempo in cui sarà scomparsa interamente. Rispetto

alla sua distribuzione geografica, aumenta di intensità in senso inverso

all'altitudine, al contrario di quanto fino ad oggi avveniva del

fenomeno dell'emigrazione; perciò è nulla, o quasi, nel distretto

montuoso di S. Pietro; appena avvertita da qualche rarissimo caso nelle

parti veramente montuose dei distretti di Gemona e Tarcento; colpisce un

sempre maggiore, ma pur sempre esiguo, numero di individui lungo la

striscia pedemontana cui appartengono in buona parte i distretti di

Cividale, Tarcento, Gemona, S. Daniele; finalmente infesta abbastanza

fortemente la zona pianigiana dei distretti di Cividale e S. Daniele.

Le cause di questa così varia distribuzione del fenomeno patologico si

possono intuire facilmente. In montagna l'emigrazione è fonte di

agiatezza, sconosciuta per molti abitanti del piano: inoltre, siccome

ivi di granoturco si produce appena 1/10 di quanto basta per tutto

l'anno, pel rimanente è necessario ricorrere al mercato dove certo 11011

viene acquistato quello di peggior qualità, mentre è ormai generalmente

ammesso — dopo i lavori del Lombroso — causa principale della malattia

essere il maiz guasto. Arrogi che in montagna l'alimentazione è più

varia, al maiz ed ai legumi aggiungendosi le carni suine ed i formaggi

egregiamente confezionati nei molti caseifici cooperativi e facendovisi

anche troppo uso di vino, di cui si fa sempre maggiore importazione

dalla pianura e dal mezzogiorno d'Italia.

Più depresse invece sono le condizioni economiche degli abitanti del

piano, fittavoli la maggior parte, base della cui nutrizione è la

cosidetta _polenta_, fatta con maiz spesso ammuffito, e quindi

intossicante, per mancanza di essiccatoi. Anche ivi però igiene e

alimentazione e condizioni generali delle popolazioni sono venute via

via migliorando negli ultimi anni in seguito specialmente all'impulso

che vi fu dato all'allevamento del bestiame e agli eccellenti formaggi

che si producono nelle numerose latterie sociali: perciò anche ivi il

numero dei pellagrosi è venuto sensibilmente riducendosi, come lo

provano le più recenti statistiche in proposito. Infatti erano

pellagrosi nei distretti di

nel 1898 nel 1904

Cividale 134 122 ossia 2,70 ‰ abitanti

S. Pietro -- 3 » 0,18 » »

Gemona 91 66 » 1,82 » »

Tarcento 116 111 » 3,24 » »

S. Daniele 181 131 » 3,37 » »

Nel 1830 i pellagrosi in tutta la provincia erano: 48.38‰ abitanti; nel

1881: 15.62; nel 1892: 3.92; nel 1904: 2.90[106].

Tale confortevole decrescimento di una malattia, che già fece da noi

vittime non meno numerose che altrove la malaria, è dovuta in gran parte

al lungo studio e grande amore con cui la benemerita Commissione

provinciale della Pellagra viene combattendo il terribile morbo.

=Note paletnologiche. L'epoca della pietra.= La nostra regione lieta di

colli ridenti e di fertili piani, atrio aperto d'Italia verso la

Penisola Balcanica, _antica officina gentium_, prossima a quel mare che

le primissime memorie e le concordanze toponomastiche ci affermano

risalito all'ingiro da popoli affini sino alla Messapia, è naturale

fosse abitata fittamente fin da tempi preistorici. Infatti, mentre

altrove in Friuli furono rinvenute solo scarse e sporadiche tracce

dell'età della pietra levigata, qui, oltre a oggetti sparsi trovati a

Cividale[107] e dintorni[108], tra i due villaggi di Sedilis e

Molinis[109], presso Cormons[110] e altrove, siamo in presenza di due

vere e proprie stazioni neolitiche nella _Velika Jama_ (Grotta Grande)

in comune di Savogna, distretto di S. Pietro al Natisone e in quella di

S. Ilario presso Robic, poco a monte del confine politico dove il

Natisone penetra nel Regno d'Italia.

[Illustrazione: Fig. 9ª. — Stazioni preistoriche nelle Prealpi Giulie.

(AVVERTENZA: È stato omesso il segno della necropoli veneta di

_Darnazacco_ posta non lungi da Cividale ad est-sud-est di questa).]

Nella Velika Jama si rinvennero frammenti di vasi fittili, i quali

trovano stringenti raffronti nelle ceramiche solite a essere scoperte

nelle grotte, nelle stazioni all'aperto ed anche nelle palafitte

dell'Italia settentrionale, presentando più dirette analogie coi

trovamenti fatti nelle grotte del Colombo dei Mori nel Trentino, nelle

palafitte di Arquà-Petrarca e di Fimon e nelle stazioni atestine del

monte Lozzo. Oltre i prodotti vascolari, notevoli vi sono alcuni altri

oggetti isolati, cioè: un frammento di macinello ellittico di pietra

arenaria; due pezzi di corno lavorati, probabilmente per servire da

manichi; tre punteruoli d'osso. Durante tutto il neolitico le armi e gli

strumenti d'osso sostituirono, a quanto pare, presso i trogloditi gli

oggetti simili di selce e si rinvennero numerosi nelle caverne tanto

sepolcrali come di abitazione della Busa di Adamo (Trento), di

Gabrovizza presso Trieste e in molte altre. Un frammento di valva di

_Mytilis edulis_, senza alcuna lavorazione, è difficile accertare se

fosse destinato a formare un ornamento, o a servire come mezzo di

scambio, o a essere adoperato come strumento di lavoro; certo è che

larghissimo fu l'uso delle conchiglie sopratutto durante il neolitico e

il cuprolitico tanto di qua che di là delle Alpi. Appartenendo la nostra

a una specie marina, ci dimostra come vi fossero relazioni tra gli

abitanti dei monti e quelli della pianura litoranea sottostante. Quanto

agli avanzi di animali — cervo, capra, pecora, bove, cinghiale, maiale,

gatto selvatico, ghiro — sono rifiuti di pasti e provano che le famiglie

dimoranti nella grotta eran dediti alla pastorizia e alla caccia[111].

Trovamenti analoghi, la cui tecnica e ornamentazione ci rimanda pure

all'età neolitica, vennero fatti, sebbene in minor copia, nella grotta

di Robic, dove inoltre fu rinvenuto un bell'ago di bronzo a cruna[112].

=L'età del bronzo.= Maggior ricchezza di materiale, appartenente alle

successive età del bronzo[113] e protoferrea venne esumata specialmente

dalle necropoli a tombe piane presso S. Pietro al Natisone e di

Darnazacco presso Cividale: materiale prima trovato sporadicamente e

casualmente, raccolto nei musei di Roma, Trieste e Cividale[114]; poscia

messo in luce per opera di scavi sistematici eseguitivi a cura del R.

Museo archeologico di Cividale negli anni 1908 e 1909[115].

A S. Pietro al Natisone, sul secondo dei tre terrazzi conglomeratici che

si estendono a piè del monte Berda, furono scoperte parecchie decine di

tombe per combustione, con avanzi depositati o in semplici buche, o, più

raramente, in grandi urne cinerarie, racchiudenti variati oggetti,

documenti muti delle industrie e del grado di civiltà dei nostri

antenati preistorici, i quali avevano la pietosa consuetudine di

comporre intorno ai resti mortali dei defunti tutto ciò di cui avevano

usato in vita: ornamenti della persona, servizi delle mense, arnesi,

strumenti, diversi secondo l'età, sesso e condizione.

Tali materiali appartengono al III periodo atestino del Prosdocimi,

analoghi e coevi a quelli delle vaste necropoli nella valle dell'Isonzo

a Caporetto e specialmente a S. Lucia[116]. Anche la necropoli di S.

Pietro dovette occupare un'area assai vasta, dai pressi dell'odierno

cimitero fin oltre il ponte di Vernasso, a est della strada romana da

Forogiulio a Starasella, come provano gli assaggi di scavi praticati in

vari punti, e ci attesta che fin da quei tempi una numerosa popolazione

dovette abitare in queste contrade, popolazione non ricca però, come lo

provano la mancanza di ossuari metallici e la relativa povertà e

uniformità degli oggetti trovati.

Assai più abbondante suppellettile funeraria ci diedero gli scavi nella

necropoli di Darnazacco, più profonda e meno manomessa di quella di S.

Pietro, della quale tuttavia presenta caratteri meno arcaici. Oltre i

soliti vasi fittili, tra gli oggetti enei, vi predominano le fibule

della Certosa, di piccole e grandi dimensioni, meno frequenti negli

strati superiori, dove invece più frequente è la fibula La Tène di vari

tipi, più o meno evoluti; inoltre si trovarono pendagli, braccialetti,

anelli a spirale, aghi crinali; finalmente lame di ferro, picche, spade,

anche ritorte, celt e palstab, però solo negli strati più superficiali.

Le tombe sono assai fitte: sopra un'area esplorata equivalente a un

campo friulano ne furono scoperte circa 400[117].

=Distribuzione delle località ove sono resti preistorici.= Dal lato

geografico l'ubicazione di queste ed altre sedi umane preistoriche della

nostra regione ha importanza pel fatto che ne resta dimostrato come le

medesime sono in ogni tempo determinate dalle stesse cause e conferma la

universale tendenza nei popoli a diffondersi lungo le vie naturali,

specie quando siano più facili i passaggi da una valle all'altra.

Infatti la Velika Jama è nella valle della Rieca-Alberone, per cui il

bacino del Natisone comunica con quello dell'Isonzo mediante la sella di

Luicco, la quale, vista in distanza dal piano, si presenta come un'ampia

depressione tra il Matajur e il Colovrat e dove pure vennero fatti dei

trovamenti preistorici[118]: mentre la stazione di Robic era sopra

l'altra più comoda via naturale che per la sella di Starasella (slov.

_Stare-Sedlo_ = villa antica) mette in comunicazione fra loro gli stessi

due bacini. Ed è lungo questa antichissima via, forse la «Ad Silanos»

della Tabula Peutingeriana, che dovettero sorgere più tardi i

castellieri del m. Der e di S. Ilario presso Robic, quello di S. Antonio

presso Caporetto; e a valle del passo di Luicco sull'Isonzo il

castelliere che corona il colle isolato di Tolmino e quello di S. Lucia;

finalmente lungo di essa troviamo le necropoli protoferree di Caporetto

e di S. Lucia, nella valle dell'Isonzo, di S. Quirino e Darnazacco in

quella del Natisone: non lontano dagli odierni abitati di Caporetto,

Tolmino, S. Pietro al Natisone e Cividale. Perciò è da ritenere che la

nostra regione, contrariamente a quanto un tempo si credeva, prima cioè

che alcuno scavo fosse stato seriamente praticato su questo versante

meridionale delle Giulie, a differenza di quanto era stato fatto su

quello settentrionale, fosse non solo abitata ab immemorabili, ma,

considerato anche che altri trovamenti paletnologici vennero fatti in

qua e in là pei colli e pel piano del Cividalese, la sua popolazione

avesse nel complesso la stessa distribuzione topografica e formasse

aggruppamenti in luoghi poco discosti dagli odierni.

=I primi abitatori della nostra regione.= Di che stirpe fossero quei

primitivi abitatori dei nostri paesi, la scienza non è ancora in grado

di stabilire, perchè gli scavi non hanno dato nè monete, nè iscrizioni,

nè memorie scritte, ma solo documenti muti dai quali si può argomentare

tutt'al più il grado di civiltà dei popoli cui appartennero. Giudicando

dalle analogie, i neolitici dovettero essere di quella gente

antichissima la quale lasciò così larghe tracce di sè nel vicino Carso e

lungo tutto il versante meridionale delle Alpi e le coste bagnate dal

Mediterraneo, con una uniformità meravigliosa di costumi, di riti, di

civiltà, il cui centro di diffusione alcuni cercarono in Asia, altri in

Africa, altri infine nelle regioni settentrionali dell'Europa. Forse

proprio qui si incontrarono due correnti della grande migrazione

primitiva: dei Liguri cioè che si estesero in tutta Italia dall'Alpi

alla Sicilia, e dei Pelasgi che si diffusero per la Penisola

balcanica[119]: ma si tratta di ipotesi che, per quanto fondate, non è

improbabile abbiano a essere modificate dagli studi avvenire.

Certo è che questi popoli, costretti ad abitare in piccoli gruppi e

discosti fra loro nelle caverne, non poterono dare alcun impulso al

vivere sociale; come è pure certo che nelle Prealpi nostre, poco

carsiche, non poterono essere numerosi come nel vicino Litorale, tutto

foracchiato di grotte delle più varie dimensioni. È da presumere anzi

che presto uscissero ad abitare all'aperto, vuoi per l'accresciuto

numero, vuoi pel molto bestiame che dovevano possedere in regione ricca

di rivestimento vegetale e nella quale viveva forse anche l'uro (confr.

Urusperg = monte dei Bovi, presso Sanguarzo). Per ragioni di vicinanza e

di analogia col prossimo Litorale è lecito argomentare che anche qui le

prime dimore sorgessero in luoghi elevati e atti ad essere difesi dai

nemici, dando origine a quelle costruzioni cui si dà il nome di

castellieri: nome veramente improprio e che vale a indicare dimore rese

forti naturalmente dalla elevata posizione, fortificate artificialmente

mediante valli o muri.

Guida delle Prealpi Giulie Distretti di Gemona, Tarcento, S. Daniele, Cividale e S. Pietro · 第 10 / 26 段