mancando notizie precise in proposito.
L'esodo dei partenti è massimo nei mesi di marzo e aprile, nei quali
rappresenta il 75% dell'emigrazione annua totale: la permanenza
all'estero varia dagli otto ai nove mesi e l'epoca del ritorno è
determinata dai primi rigori autunnali, cagionanti la sospensione dei
lavori. In complesso i nostri emigranti abbandonano la madre patria
quando questa ne avrebbe maggior bisogno, cagionando la sempre più
sentita mancanza di braccia nelle campagne e la continua crescita dei
salari, che, se da un lato risponde alle odierne idee di giustizia
sociale, dall'altro mette in grave imbarazzo specialmente la proprietà
media, condotta in economia. Se il fenomeno andrà ancora aumentando
d'intensità, certamente alla nostra agricoltura si preparano giorni non
lieti.
Tuttavia non si può disconoscere l'utile economico da esso derivante al
Friuli, al quale è fonte di sensibili guadagni, che per tutta la
provincia si calcolano non inferiori a 30 milioni di lire annue: prova
ne sono l'edilizia migliorante dovunque e la progressiva estinzione dei
numerosi debiti, per cui gli abitanti delle campagne in passato erano
alla mercè delle banche e di privati speculatori, più o meno onesti. Che
se da un lato è causa forse dell'estendersi dell'alcoolismo e di qualche
altro vizietto, dall'altro, col migliorare il tenore di vita nei paesi
più poveri, molto concorse a far decrescere la pellagra e coll'influire
sullo sviluppo intellettuale dei lavoratori, li rende sempre più
solleciti dei proprî interessi e li spinge a partecipare alla vita
pubblica, la qual cosa, al postutto, checchè ne pensino i _laudatores
temporis acti_, è un bene. Se finalmente consideriamo che il Friuli, di
cui una buona parte è montuosa, un'altra ghiaieti magri di scarsissima
fertilità, non dà prodotti sufficienti a mantenere la pur non molta
fitta popolazione e che nè le nostre industrie, nè l'agricoltura, per
quanto intensificate potrebbero per molto tempo occupare tutti i
lavoratori, viene da sè la conclusione che l'emigrazione vi rappresenta
non solo un bene, ma una necessità.
VIII.
GLI ABITANTI
i loro caratteri fisici, la loro origine e le differenze etniche e
linguistiche
Note di FRANCESCO MUSONI.
=Alcuni dati antropometrici.= Fonte principale per la conoscenza
antropologica del nostro territorio è l'opera di Rodolfo Livi, che, come
è noto, mise insieme per tutta Italia una enorme massa di misure
raccolte nelle leve militari[100]. Disgraziatamente il distretto di S.
Pietro vi è considerato unitamente a quello di Cividale, mentre sarebbe
convenuto tenerlo distinto, chè avrebbe servito quale termine di
paragone tra la popolazione slava pura di esso distretto e le
popolazioni friulane, più o meno mescolate con elementi slavi, dei
distretti contermini.
Comunque, ecco alcuni dati che nell'anzidetta raccolta troviamo riguardo
alle stature:
DISTRETTI Numero delle =Per cento di stature=
osservaz. sotto i m. 1,60 sopra i m. 1,70
Cividale 590 6,1 38,8
Tarcento 286 5,6 41,3
Gemona 322 9,3 29,2
S. Daniele 6,2 30,8
Da queste cifre apparisce che la nostra zona ha le stature più elevate
non solo di tutta Italia, dove la percentuale di stature sotto m. 1,60 è
di 18,2, di quelle superiori a m. 1,70 di 17,6, ma dello stesso Veneto,
che a sua volta eccelle fra tutti gli altri compartimenti del Regno.
Disgraziatamente, se il Livi ci dà i dati relativi anche alle stature
medie per province, non ci dà quelle per circondari o distretti. Queste
potei avere dal senatore conte A. Di Prampero, ricavate da misurazioni
fatte sopra militari dell'età di 21 anno appartenenti a parecchie leve
di molti anni fa. Eccole:
DISTRETTI Numero delle osservaz. Statura media
S. Pietro al Natisone 574 cm. 168,92
Tarcento 897 » 167,35
Cividale 1211 » 167,14
Gemona 1076 » 166,03
S. Daniele 926 » 166,29
Come si vede, qui il numero di osservazioni è di molto superiore a
quelle del Livi e quindi le medie che ne risultano presentano maggior
valore.
Ne emerge che le stature più elevate — e non solo della nostra zona, ma
di tutta la provincia — appartengono al distretto di S. Pietro al
Natisone, abitato da popolazione esclusivamente slava, della quale è
risaputo essere più alta che non la rimanente friulana. Già nel 1599
Alvise Marcello, Provveditore della Serenissima a Cividale, parlando
degli Slavi delle montagne di S. Pietro, scriveva: «sono quasi tutti
bellissimi homini et delli più alti»[101]. I distretti di Tarcento e
Cividale che vengono subito dopo, contano anch'essi rispettivamente 1009
e 905 famiglie parlanti abitualmente lo sloveno.
Anche rispetto alle stature altissime potei ricavare dati preziosi dallo
stesso materiale fornitomi dal senatore conte Di Prampero e il quale,
nel complesso, conferma quanto vale per le stature elevate. Infatti,
sempre secondo il numero di misurazioni surricordate, nei
DISTRETTI DI Superavano m. 1,80 Superavano m. 1,85
individui individui
S. Pietro al Natisone 37 ossia 6,4 % 11 ossia 1,90 %
Tarcento 27 » 3,01 » 4 » 0,44 »
Cividale 22 » 1,01 » 4 » 0,31 »
Gemona 21 » 1,95 » 4 » 0,46 »
S. Daniele 14 » 1,54 » 3 » 0,32 »
La percentuale degli altissimi nel distretto di S. Pietro è più che
doppia per le stature superiori a m. 1.80, più che quadrupla, per quelle
superiori a m. 1.85 che non negli altri distretti.
Ecco ora i dati relativi all'indice cefalico medio secondo il Livi:
Cividale 85.4; Gemona 85.2; S. Daniele 84.6; Tarcento 85.4. Notevole la
maggior brachicefalia dei distretti di Cividale (comprendente pure S.
Pietro) e Tarcento, anch'essa probabilmente dovuta a influenza slava.
Quanto al colore dei capelli, si hanno le seguenti cifre:
DISTRETTI Numero di Rossi Biondi Castagni Neri
osservaz.
Cividale 588 4 153 161 70
Gemona 321 2 67 189 63
S. Daniele 322 2 48 191 81
Tarcento 286 3 54 175 54
In complesso il castagno prevale dappertutto, col massimo numero di
biondi nel distretto più brachicefalo di Cividale-S. Pietro, minimo in
quello meno brachicefalo di S. Daniele. Finalmente riguardo al colore
degli occhi il Livi ci offre i seguenti dati, sempre sopra lo stesso
numero di osservazioni:
DISTRETTI Celesti Grigi Castagni Neri
Cividale 182 141 245 18
Gemona 90 76 141 11
S. Daniele 62 84 151 25
Tarcento 71 59 162 13
[Illustrazione: Fig. 8ª. — Tipo sloveno della valle d'Erbezzo.]
Giova infine avvertire che nella nostra zona, paese di contatti e
d'incroci etnografici, manca un tipo etnico deciso, come in Carnia, in
Resia e in qualche altra parte del Friuli: fanno eccezione alquanto il
distretto di S. Daniele che ha le stature più basse, i crani meno
rotondi, il colore più scuro di occhi e di capelli; e in assai maggior
misura quello di S. Pietro e gli altri paesi slavi della montagna, la
cui popolazione si conserva immune da contatti col piano, verso il quale
ha bensì luogo una sporadica leggerissima emigrazione di famiglie che si
stabiliscono in città o si trapiantano nelle campagne, non però una
controemigrazione. Se noi mettiamo un gruppo di slavi puri accanto a un
altro eguale di friulani, non vi sarà pericolo che possano essere
confusi con essi: stature, nel complesso, più elevate, capelli più
frequentemente biondi, occhi celesti o grigi. forme spesso angolose e
magre, zigomi alquanto sporgenti, naso rincagnato, specialmente nelle
valli dell'Erbezzo e del Judrio, fronte un po' schiacciata: caratteri
questi che ricordano lontanamente il tipo mongoloide, come l'assonanza
vocalica della parlata dei Rečanji (valle dell'Erbezzo) è, secondo
taluni, dovuta a remote e forse preistoriche influenze di linguaggi
turanici.
=Alcuni dati nosologici.= La media dei riformati militari per infermità
o deformità durante il quinquennio 1880-84 fu pei cinque distretti la
seguente[102]:
Gemona 24,23 % di cui 3,94 per deficienza di statura
S. Daniele 19,21 » » 3,11 » » »
Tarcento 19,00 » » 5,20 » » »
S. Pietro 15,85 » » 2,85 » » »
Cividale 14,42 » » 2,74 » » »
Quattordici anni dopo, durante il quinquennio 1904-1908, questi dati
subirono notevoli modificazioni e si ebbero le seguenti cifre[103]:
Tarcento 25,04 % di cui 8,27 per deficienza di statura
S. Pietro 22,54 » » 8,47 » » »
Gemona 21,47 » » 13,27 » » »
Cividale 19,94 » » 0,74 » » »
S. Daniele 18,40 » » 8,32 » » »
Se ne deduce un leggiero peggioramento generale ed uno più forte
particolare pei distretti di Tarcento e S. Pietro: in quest'ultimo forse
dovuto all'emigrazione — causa di vita poco igienica, di precoci
fatiche, di vizi debilitanti l'organismo — che già quasi nulla, vi ha
preso, come vedemmo, un notevole movimento ascendente da pochi anni.
Degno di attenzione è il forte aumento del coefficiente dei riformati
per deficienza di statura, salito dappertutto, tranne a Cividale, dove è
ridotto quasi a zero.
I dati relativi a ciechi, sordomuti, mentecatti, imbecilli, scemi
risalgono al 1875; ed è veramente a deplorarsi che gli ultimi censimenti
non ne abbiano tenuto conto, tali imperfezioni fisiche e psichiche
essendo in relazione coi costumi, più o meno morali, e col modo di
vivere, più o meno igienico, delle popolazioni. Ed ecco che qui ci
accade di dover accennare a una funesta piaga che viene sempre più
infierendo anche in questa come in ogni altra parte del Friuli, anzi
d'Italia: intendo alludere all'alcoolismo. Cause: il continuo aumento
dei salari alla mano d'opera; l'emigrazione temporanea che fa restare in
ozio, provvisti di denaro, durante la stagione invernale, un sempre
maggior numero di lavoratori; il progrediente sviluppo di alcune
industrie nella zona pedemontana che, facendo correre tutti i giorni la
moneta per le mani degli operai, se da una parte preserva dalla cattiva
alimentazione e dalla pellagra, dall'altra è incentivo all'alcoolismo,
grandissimo fattore di caratteri degenerativi ognor crescenti insieme
all'agglomeramento negli opifici, alla vita sedentaria e di chiusura in
ambienti malsani, al rilassamento dei vincoli famigliari e dei principî
etici[104]. Ora l'alcoolismo, insieme alla pellagra, è una delle
principali cause del continuo aumento di malattie mentali in tutta la
nostra regione[105].
=La pellagra.= E qui per addentellato, poichè l'abbiamo ricordata, è
necessario riferire intorno a quell'altra vergogna nostra e d'Italia,
che è precisamente la pellagra. Essa in Friuli infierì già molto, ma
certo in nessun'altra parte del Regno fu come qui oggetto di studi e di
cure amorevoli e sapienti, tanto che oggi vi è in sensibile diminuzione,
nè è forse lontano il tempo in cui sarà scomparsa interamente. Rispetto
alla sua distribuzione geografica, aumenta di intensità in senso inverso
all'altitudine, al contrario di quanto fino ad oggi avveniva del
fenomeno dell'emigrazione; perciò è nulla, o quasi, nel distretto
montuoso di S. Pietro; appena avvertita da qualche rarissimo caso nelle
parti veramente montuose dei distretti di Gemona e Tarcento; colpisce un
sempre maggiore, ma pur sempre esiguo, numero di individui lungo la
striscia pedemontana cui appartengono in buona parte i distretti di
Cividale, Tarcento, Gemona, S. Daniele; finalmente infesta abbastanza
fortemente la zona pianigiana dei distretti di Cividale e S. Daniele.
Le cause di questa così varia distribuzione del fenomeno patologico si
possono intuire facilmente. In montagna l'emigrazione è fonte di
agiatezza, sconosciuta per molti abitanti del piano: inoltre, siccome
ivi di granoturco si produce appena 1/10 di quanto basta per tutto
l'anno, pel rimanente è necessario ricorrere al mercato dove certo 11011
viene acquistato quello di peggior qualità, mentre è ormai generalmente
ammesso — dopo i lavori del Lombroso — causa principale della malattia
essere il maiz guasto. Arrogi che in montagna l'alimentazione è più
varia, al maiz ed ai legumi aggiungendosi le carni suine ed i formaggi
egregiamente confezionati nei molti caseifici cooperativi e facendovisi
anche troppo uso di vino, di cui si fa sempre maggiore importazione
dalla pianura e dal mezzogiorno d'Italia.
Più depresse invece sono le condizioni economiche degli abitanti del
piano, fittavoli la maggior parte, base della cui nutrizione è la
cosidetta _polenta_, fatta con maiz spesso ammuffito, e quindi
intossicante, per mancanza di essiccatoi. Anche ivi però igiene e
alimentazione e condizioni generali delle popolazioni sono venute via
via migliorando negli ultimi anni in seguito specialmente all'impulso
che vi fu dato all'allevamento del bestiame e agli eccellenti formaggi
che si producono nelle numerose latterie sociali: perciò anche ivi il
numero dei pellagrosi è venuto sensibilmente riducendosi, come lo
provano le più recenti statistiche in proposito. Infatti erano
pellagrosi nei distretti di
nel 1898 nel 1904
Cividale 134 122 ossia 2,70 ‰ abitanti
S. Pietro -- 3 » 0,18 » »
Gemona 91 66 » 1,82 » »
Tarcento 116 111 » 3,24 » »
S. Daniele 181 131 » 3,37 » »
Nel 1830 i pellagrosi in tutta la provincia erano: 48.38‰ abitanti; nel
1881: 15.62; nel 1892: 3.92; nel 1904: 2.90[106].
Tale confortevole decrescimento di una malattia, che già fece da noi
vittime non meno numerose che altrove la malaria, è dovuta in gran parte
al lungo studio e grande amore con cui la benemerita Commissione
provinciale della Pellagra viene combattendo il terribile morbo.
=Note paletnologiche. L'epoca della pietra.= La nostra regione lieta di
colli ridenti e di fertili piani, atrio aperto d'Italia verso la
Penisola Balcanica, _antica officina gentium_, prossima a quel mare che
le primissime memorie e le concordanze toponomastiche ci affermano
risalito all'ingiro da popoli affini sino alla Messapia, è naturale
fosse abitata fittamente fin da tempi preistorici. Infatti, mentre
altrove in Friuli furono rinvenute solo scarse e sporadiche tracce
dell'età della pietra levigata, qui, oltre a oggetti sparsi trovati a
Cividale[107] e dintorni[108], tra i due villaggi di Sedilis e
Molinis[109], presso Cormons[110] e altrove, siamo in presenza di due
vere e proprie stazioni neolitiche nella _Velika Jama_ (Grotta Grande)
in comune di Savogna, distretto di S. Pietro al Natisone e in quella di
S. Ilario presso Robic, poco a monte del confine politico dove il
Natisone penetra nel Regno d'Italia.
[Illustrazione: Fig. 9ª. — Stazioni preistoriche nelle Prealpi Giulie.
(AVVERTENZA: È stato omesso il segno della necropoli veneta di
_Darnazacco_ posta non lungi da Cividale ad est-sud-est di questa).]
Nella Velika Jama si rinvennero frammenti di vasi fittili, i quali
trovano stringenti raffronti nelle ceramiche solite a essere scoperte
nelle grotte, nelle stazioni all'aperto ed anche nelle palafitte
dell'Italia settentrionale, presentando più dirette analogie coi
trovamenti fatti nelle grotte del Colombo dei Mori nel Trentino, nelle
palafitte di Arquà-Petrarca e di Fimon e nelle stazioni atestine del
monte Lozzo. Oltre i prodotti vascolari, notevoli vi sono alcuni altri
oggetti isolati, cioè: un frammento di macinello ellittico di pietra
arenaria; due pezzi di corno lavorati, probabilmente per servire da
manichi; tre punteruoli d'osso. Durante tutto il neolitico le armi e gli
strumenti d'osso sostituirono, a quanto pare, presso i trogloditi gli
oggetti simili di selce e si rinvennero numerosi nelle caverne tanto
sepolcrali come di abitazione della Busa di Adamo (Trento), di
Gabrovizza presso Trieste e in molte altre. Un frammento di valva di
_Mytilis edulis_, senza alcuna lavorazione, è difficile accertare se
fosse destinato a formare un ornamento, o a servire come mezzo di
scambio, o a essere adoperato come strumento di lavoro; certo è che
larghissimo fu l'uso delle conchiglie sopratutto durante il neolitico e
il cuprolitico tanto di qua che di là delle Alpi. Appartenendo la nostra
a una specie marina, ci dimostra come vi fossero relazioni tra gli
abitanti dei monti e quelli della pianura litoranea sottostante. Quanto
agli avanzi di animali — cervo, capra, pecora, bove, cinghiale, maiale,
gatto selvatico, ghiro — sono rifiuti di pasti e provano che le famiglie
dimoranti nella grotta eran dediti alla pastorizia e alla caccia[111].
Trovamenti analoghi, la cui tecnica e ornamentazione ci rimanda pure
all'età neolitica, vennero fatti, sebbene in minor copia, nella grotta
di Robic, dove inoltre fu rinvenuto un bell'ago di bronzo a cruna[112].
=L'età del bronzo.= Maggior ricchezza di materiale, appartenente alle
successive età del bronzo[113] e protoferrea venne esumata specialmente
dalle necropoli a tombe piane presso S. Pietro al Natisone e di
Darnazacco presso Cividale: materiale prima trovato sporadicamente e
casualmente, raccolto nei musei di Roma, Trieste e Cividale[114]; poscia
messo in luce per opera di scavi sistematici eseguitivi a cura del R.
Museo archeologico di Cividale negli anni 1908 e 1909[115].
A S. Pietro al Natisone, sul secondo dei tre terrazzi conglomeratici che
si estendono a piè del monte Berda, furono scoperte parecchie decine di
tombe per combustione, con avanzi depositati o in semplici buche, o, più
raramente, in grandi urne cinerarie, racchiudenti variati oggetti,
documenti muti delle industrie e del grado di civiltà dei nostri
antenati preistorici, i quali avevano la pietosa consuetudine di
comporre intorno ai resti mortali dei defunti tutto ciò di cui avevano
usato in vita: ornamenti della persona, servizi delle mense, arnesi,
strumenti, diversi secondo l'età, sesso e condizione.
Tali materiali appartengono al III periodo atestino del Prosdocimi,
analoghi e coevi a quelli delle vaste necropoli nella valle dell'Isonzo
a Caporetto e specialmente a S. Lucia[116]. Anche la necropoli di S.
Pietro dovette occupare un'area assai vasta, dai pressi dell'odierno
cimitero fin oltre il ponte di Vernasso, a est della strada romana da
Forogiulio a Starasella, come provano gli assaggi di scavi praticati in
vari punti, e ci attesta che fin da quei tempi una numerosa popolazione
dovette abitare in queste contrade, popolazione non ricca però, come lo
provano la mancanza di ossuari metallici e la relativa povertà e
uniformità degli oggetti trovati.
Assai più abbondante suppellettile funeraria ci diedero gli scavi nella
necropoli di Darnazacco, più profonda e meno manomessa di quella di S.
Pietro, della quale tuttavia presenta caratteri meno arcaici. Oltre i
soliti vasi fittili, tra gli oggetti enei, vi predominano le fibule
della Certosa, di piccole e grandi dimensioni, meno frequenti negli
strati superiori, dove invece più frequente è la fibula La Tène di vari
tipi, più o meno evoluti; inoltre si trovarono pendagli, braccialetti,
anelli a spirale, aghi crinali; finalmente lame di ferro, picche, spade,
anche ritorte, celt e palstab, però solo negli strati più superficiali.
Le tombe sono assai fitte: sopra un'area esplorata equivalente a un
campo friulano ne furono scoperte circa 400[117].
=Distribuzione delle località ove sono resti preistorici.= Dal lato
geografico l'ubicazione di queste ed altre sedi umane preistoriche della
nostra regione ha importanza pel fatto che ne resta dimostrato come le
medesime sono in ogni tempo determinate dalle stesse cause e conferma la
universale tendenza nei popoli a diffondersi lungo le vie naturali,
specie quando siano più facili i passaggi da una valle all'altra.
Infatti la Velika Jama è nella valle della Rieca-Alberone, per cui il
bacino del Natisone comunica con quello dell'Isonzo mediante la sella di
Luicco, la quale, vista in distanza dal piano, si presenta come un'ampia
depressione tra il Matajur e il Colovrat e dove pure vennero fatti dei
trovamenti preistorici[118]: mentre la stazione di Robic era sopra
l'altra più comoda via naturale che per la sella di Starasella (slov.
_Stare-Sedlo_ = villa antica) mette in comunicazione fra loro gli stessi
due bacini. Ed è lungo questa antichissima via, forse la «Ad Silanos»
della Tabula Peutingeriana, che dovettero sorgere più tardi i
castellieri del m. Der e di S. Ilario presso Robic, quello di S. Antonio
presso Caporetto; e a valle del passo di Luicco sull'Isonzo il
castelliere che corona il colle isolato di Tolmino e quello di S. Lucia;
finalmente lungo di essa troviamo le necropoli protoferree di Caporetto
e di S. Lucia, nella valle dell'Isonzo, di S. Quirino e Darnazacco in
quella del Natisone: non lontano dagli odierni abitati di Caporetto,
Tolmino, S. Pietro al Natisone e Cividale. Perciò è da ritenere che la
nostra regione, contrariamente a quanto un tempo si credeva, prima cioè
che alcuno scavo fosse stato seriamente praticato su questo versante
meridionale delle Giulie, a differenza di quanto era stato fatto su
quello settentrionale, fosse non solo abitata ab immemorabili, ma,
considerato anche che altri trovamenti paletnologici vennero fatti in
qua e in là pei colli e pel piano del Cividalese, la sua popolazione
avesse nel complesso la stessa distribuzione topografica e formasse
aggruppamenti in luoghi poco discosti dagli odierni.
=I primi abitatori della nostra regione.= Di che stirpe fossero quei
primitivi abitatori dei nostri paesi, la scienza non è ancora in grado
di stabilire, perchè gli scavi non hanno dato nè monete, nè iscrizioni,
nè memorie scritte, ma solo documenti muti dai quali si può argomentare
tutt'al più il grado di civiltà dei popoli cui appartennero. Giudicando
dalle analogie, i neolitici dovettero essere di quella gente
antichissima la quale lasciò così larghe tracce di sè nel vicino Carso e
lungo tutto il versante meridionale delle Alpi e le coste bagnate dal
Mediterraneo, con una uniformità meravigliosa di costumi, di riti, di
civiltà, il cui centro di diffusione alcuni cercarono in Asia, altri in
Africa, altri infine nelle regioni settentrionali dell'Europa. Forse
proprio qui si incontrarono due correnti della grande migrazione
primitiva: dei Liguri cioè che si estesero in tutta Italia dall'Alpi
alla Sicilia, e dei Pelasgi che si diffusero per la Penisola
balcanica[119]: ma si tratta di ipotesi che, per quanto fondate, non è
improbabile abbiano a essere modificate dagli studi avvenire.
Certo è che questi popoli, costretti ad abitare in piccoli gruppi e
discosti fra loro nelle caverne, non poterono dare alcun impulso al
vivere sociale; come è pure certo che nelle Prealpi nostre, poco
carsiche, non poterono essere numerosi come nel vicino Litorale, tutto
foracchiato di grotte delle più varie dimensioni. È da presumere anzi
che presto uscissero ad abitare all'aperto, vuoi per l'accresciuto
numero, vuoi pel molto bestiame che dovevano possedere in regione ricca
di rivestimento vegetale e nella quale viveva forse anche l'uro (confr.
Urusperg = monte dei Bovi, presso Sanguarzo). Per ragioni di vicinanza e
di analogia col prossimo Litorale è lecito argomentare che anche qui le
prime dimore sorgessero in luoghi elevati e atti ad essere difesi dai
nemici, dando origine a quelle costruzioni cui si dà il nome di
castellieri: nome veramente improprio e che vale a indicare dimore rese
forti naturalmente dalla elevata posizione, fortificate artificialmente
mediante valli o muri.