=Zona montana. Mutamenti della fauna dovuti all'uomo.= La regione

_montana_ (degli altipiani), può ritenersi compresa fra i 500-600 m. e i

1500-1600 m. è fitogeograficamente distinta dall'associazione del

faggio, ma può poco nettamente separarsi dalla regione inferiore: queste

due zone sfumano l'una nell'altra, e i loro contrasti corologici si

notano tra le quote estreme. I luoghi montani scoperti, come nella zona

pedemontana, sono in gran parte dovuti al disboschimento, per il quale

l'uomo ha in qualche luogo del tutto sostituito alle associazioni

arboree le coltivazioni e i prati, alterando l'economia delle biocenosi

originarie: così, ad esempio, dovette diminuire il numero degli uccelli

silvicoli; e i gruppi biologici degli insetti pratensi dovettero

estendersi grandemente. Inoltre l'uomo ha distrutto a poco a poco molte

specie di vertebrati pericolose e dannose ed ha diminuito di assai la

selvaggina, mentre ha introdotto specie domestiche, estranee alla fauna

regionale.

Un'idea della vertebro-fauna originaria, molto più ricca dell'attuale,

ci può essere data dai recenti reperti d'avanzi di mammiferi nelle

grotte abitate dall'uomo neolitico, dove accanto a specie domestiche

(cane, gatto, capra, pecora, bue, maiale) s'incontrano i resti di

prodotti della caccia. Il cervo e il cinghiale della grotta Velika ci

fanno pensare ad un paesaggio prealpino ben diverso dall'attuale; così

ad un ammanto d'alto fusto sugli elevati dossi delle montagne, come a

folte macchie scendenti a confondersi nelle distese paludose, alla

periferia dei colli. Altri reperti delle grotte sono di specie ancor

oggi viventi (lepre, ghiro) o divenute rare (gatto selvatico) o di

recente scomparse (lupo). Gli avanzi dell'orso delle caverne (_Ursus

spelaeus_ Blum. et Ros. e _U. minor_) trovati nelle grotte di Viganti e

S. Giovanni d'Antro, ci riconducono alle specie estinte, ancora poco

note in Friuli. Meritano speciale menzione i resti di marmotta

(_Arctomys marmotta_ L.). secondo il prof. Gortani, di tipo antico:

questa specie, se ancora esiste nelle nostre prealpi, deve trovarsi

confinata nelle parti più elevate, come doveva esserlo già all'epoca

neolitica, in seguito al definitivo ritiro dei ghiacciai che seguì

quello dei limiti altimetrici della vita. Dell'attuale fauna mammalogica

pedemontana e montana si conoscono le seguenti specie: _Myoxus glis_,

_Sciurus vulgaris_, _Lepus timidus_, _Mus amphibius_, _Mus musculus_,

_Arvicola arvalis_, _Talpa europaea_, _Erinaceus europaeus_, _Sorex

araneus_, _S. fodiens_, _Vespertilio noctula_, _murinus_, _Vesperugo

serotinus_, _Plecotus auritus_, _Rhinolophus ferrum equinum_, _R.

hipposideros_; _Meles taxus_, _Mustela martes_, _M. foina_, _M.

vulgaris_, _M. putorius_. Il vero gatto selvatico non è ancora scomparso

dal Friuli: recentemente ne fu ucciso uno nei dintorni di Pontebba. La

lontra (_Lutra vulgaris_) si trova lungo il Natisone e qua e là in tutta

la regione prealpina e morenica. La lince e l'orso sono del tutto

scomparsi come il lupo: questi carnivori delle Alpi, presenti in Europa

ancor prima dell'epoca glaciale, giungevano un tempo sino alla regione

dell'olivo: perseguitati dall'uomo, ne furono respinti nei recessi delle

nostre valli e snidati infine anche da queste. E giacchè abbiamo

incominciato dai mammiferi, continuiamo dicendo degli altri vertebrati

della regione montana. Tra le specie di uccelli _sedentarie_ nella

regione montana citeremo _Buteo vulgaris_, _Bubo maximus_, _Dryocopus

martius_, _Troglidytes parvulus_, _Regulus flavicapillus_ e

_ignicapillus_, _Dandalus rubecola_, _Lullula arborea_, _Parus ater_,

_P. cristatus_. La maggior parte delle specie montane scende a svernare

al piano, mentre altre specie sono soltanto estive e per la zona montana

considerata e per l'intero Friuli. Tra queste menzioneremo:

_Phyllopneuste sibilatrix_, _Ph. trochilus_, _P. acredula_, _P.

Borelli_, _Sylvia curruca_, _S. hortensis_, _Monticola cyanea_, _M.

saxatilis_, _Arthus arboreus_, _Agrodroma campestris_, _Pyrgita

petronia_ (sedent.?), _Chrysomitris spinus_, _Serinus hortulanus_: esse

si spingono sino a circa 1000 m. di altezza.

Tra i sauri si annoverano: _Lacerta viridis_ e _Anguis fragilis_ in

molte varietà di colorito, _Zootoca vivipara_ che si spinge anche nella

zona culminale, _Podarcis muralis_ di cui sono notevoli le varietà dal

ventre rosso, _Zamenis viridiflavus_, con la varietà _carbonarius_, si

trova tanto nelle parti basse quanto nelle montane; così gli altri due

serpenti innocui _Coronella austriaca_ e _Callopeltis Aesculapi_. Ma il

fatto senza dubbio più interessante nella corologia dei rettili è la

presenza di tre serpenti velenosi: la vipera del M. Corno presso

Purgessimo è _Pelias berus_; nel Cividalese si trova anche la _Vipera

aspis_; la terza specie è così ben distinta da caratteri rilevati anche

dai nomi volgari, che sembra impossibile sia stata confusa con le altre

due: la _Vipera ammodytes_ ha il capo nettamente cordiforme, con

all'apice una verruca conica. L'esemplare che conservo al liceo di

Rovigo proviene dal Monfalconese, ha il tronco superiormente marezzato

di cinereo e bruno, inferiormente grigio acciaio, l'apice della coda

rossastro: la striscia dorsale è fatta di macchie romboidali leggermente

nere col margine fortemente segnato, oblique rispetto all'asse del

corpo, tra loro parallele e unite dai vertici appuntiti. Degli anfibi

anuri già presenti nella zona submontana alcuni si elevano alquanto

nella regione montana come la _Rana esculenta_, superata però dalla

_Rana muta_. Un notevole abbassamento ha il limite inferiore del _Triton

alpestris_, la cui forma branchiata fu trovata dal Lazzarini presso

Tarcento a circa 250 m. sul mare.

Quel fenomeno che alcuni autori hanno chiamato abbassamento dei limiti

altimetrici nelle nostre prealpi è del resto, come s'è già detto, già da

tempo dimostrato per le piante e recentemente constatato per i

coleotteri, dei quali alcune specie (_Harpalus luteicornis_, _Aphodius

fossor_, _Geotrupes autumnalis_, _Athous aterrimus_, _Otiorrhyncus

bisulcatus_ var. _longicollis_) alla stretta di Pradolino furono dal

compianto ing. Luigi Gortani trovate più in basso del consueto.

Analogamente si comportano le farfalle: _Parnassius Apollo_ fu da me

trovato in val del Torre, appena a 300 m. d'altezza, nell'agosto del

1892. Tra gl'invertebrati terrestri della regione montana è da

ricordarsi la _Clausilia ventricosa_, mollusco caratteristico delle

faggete. Alcuni ortotteri e rincoti, araneidi e falangidi potrebbero

menzionarsi; ma qui non facciamo un catalogo; e in uno studio come

questo è necessario lasciar da parte ciò che per ora non si presta a

considerazioni corologiche.

=Corsi d'acqua prealpini.= E veniamo alla stazione acquatica

superficiale della regione montana: della sotterranea parleremo

trattando della fauna oscuricola. Fatta eccezione delle pozze e bassure

giacenti alla periferia dei colli, ancora poco note, e delle raccolte

d'acqua artificiali, che suppliscono alla scarsità delle sorgenti e dei

pozzi, le acque superficiali sono tutte correnti. Le acque fredde e

calcaree dei rapidi e sassosi corsi superiori offriranno certamente allo

specialista una messe ricchissima d'invertebrati: là sono da studiarsi i

tipici rappresentanti delle forme torrenziali: larve d'insetti,

idracnidi, crostacei e turbellari. Le sorgenti montane poi albergano

molluschi (_Bythinia Lacheineri_ ed altre) gammaridi ed entomostraci;

meritano poi speciale attenzione le uscite a giorno dei ruscelli delle

caverne.

I corsi d'acqua della regione prealpina, eccettuati alcuni brevi

affluenti di sinistra del Tagliamento, sono tutti affluenti di destra

dell'Isonzo: quantunque siano alimentati da una ricca ed ampia

superficie imbrifera, la infiltrazione li esaurisce ben presto quando

entrano nella ghiaiosa pianura pedemontana, nella quale gli ampi alvei,

normalmente asciutti per parecchi chilometri, dopo le piogge e gli

acquazzoni montani sono caricati da enormi masse d'acqua torbida ed

effimera. A tali condizioni è da attribuirsi non solo la mancanza o

rarità dei pesci migranti che pur si trovano nell'Isonzo e ne' suoi

affluenti di sinistra, ma anche la esclusione di molte specie puramente

fluviatili, generalmente comuni nell'Italia settentrionale. Le specie di

pesci si riducono a 13: _Anguilla vulgaris_ (assai rara, è l'unica

migratrice), _Salmo fario_, _Tinca vulgaris_, _Barbus plebeius_,

_Alburnus alborella_, _Squalius cavedanus_, _Phoxinus laevis_,

_Chondrostoma Genei_, _Cobitis barbatula_, _C. taenia_, _Cottus gobio_,

_Gobius fluviatilis_, _Carassius auratus_ acclimato qua e là negli

stagni. Tutte queste specie si trovano negli affluenti di sinistra o

nell'Isonzo stesso che complessivamente ne alberga 43, delle quali

quindi appena il 30,2 per cento si trova nel bacino di destra

Torre-Natisone. La forma fluviale della trota se non manca nelle parti

basse, caratterizza però le parti più elevate dei bacini idrografici;

anche il _Phoxinus_ si spinge talora molto in alto si trova nelle

sorgenti e ne' ruscelli montani e subalpini, come pure nel laghetto

inferiore del monte Krn (m. 1383). Il barbo è invece più proprio delle

parti meno elevate del corso del Natisone. Questi fatti accennano

chiaramente alla legge ittiocorologica del von der Borne, già

riscontrata per molti fiumi delle Alpi. Ma un fatto ben più importante è

quello della stretta somiglianza che presenta la fauna ittiologica del

bacino dell'Isonzo con l'attiguo della Sava. Se si prescinde dalle

specie migranti dell'Adriatico e del Mar Nero, naturalmente diverse, e

si considerano attentamente le altre, si trova che a molte specie

proprie di un bacino corrispondono delle affinissime nell'altro, dello

stesso genere. Tale è il caso di alcuni ciprinidi, che anzi dai moderni

non si considerano più come specie distinte. Da tali fatti il GLOWACKI

conclude che le due faune debbano avere un'origine comune: esclude in

generale la possibilità di una migrazione e crede che l'affinità stretta

delle due faune non possa spiegarsi se non in base ai risultati

paleogeografici e paleontologici. Verso la metà dell'èra terziaria,

l'Europa era un arcipelago di grandi e piccole isole separate da bracci

di mare. Una parte dell'ittiofauna d'acqua dolce di allora, proveniva da

un'età più antica (cretaceo, eocene), un'altra invece apparve nel

miocene e si distinse in una serie multiforme: nell'insieme la

ittiofauna terziaria dell'Europa era essenzialmente simile all'attuale e

i bracci di mare facilitarono la sua dispersione da isola a isola. Verso

la fine del terziario si compì il lavoro delle forze che eressero la

chiostra alpina, determinando la principale linea di spartiacque

dell'Europa centrale e separando l'ittiofauna d'acqua dolce mediterranea

da quella pontica, l'una e l'altra più antiche dei rispettivi bacini

idrografici. A simili conclusioni si giunse con lo studio della fauna

dei molluschi, dei quali molte specie comuni ai due versanti delle Alpi

Orientali hanno una distribuzione più antica del corrugamento alpino.

=Zona culminale.= La zona superiore ai 1700 metri forma delle aree

disgiunte comprendenti le parti cacuminali delle catene

Plauris-Musi-Tasajaur; Gran Monte-M. Maggiore; M. Ciampon; M. Matajur.

Questa zona _culminale_ è fitogeograficamente distinta dai pini mughi,

dai rododendri e dai ginepri nani, corrisponde cioè alla regione

botanica degli arbusti alpini o «subalpina», dove si fa già sentire

l'influenza del clima delle zone elevate. Il livello infatti delle

massime condensazioni rimane certo al di sotto delle zone culminali,

dove appaiono i consorzî di xerofite. La siccità delle parti elevate dei

monti, per la quale (congiunta alle oscillazioni termiche) queste

presentano riscontri con la steppa, è un fattore geobiologico tutt'altro

che trascurabile; diminuzione rapida delle precipitazioni oltre una

certa altezza, diminuzione della pressione atmosferica, diminuzione

della temperatura, variabile con lo stato igrometrico e la nebulosità,

aumento delle differenze termiche fra il giorno e la notte, fra i luoghi

a bacío e a solatío: tali i caratteri del clima culminale, i quali si

estrinsecano nella fisionomia spiccata della fauna, che per certi

riguardi richiama quella polare, per altri quella insulare: ma l'azione

singola dei detti fattori climatici sugli animali, complicata dalle

condizioni di alimentazione e da quelle topografiche fisiche e chimiche

del suolo, è quasi del tutto sconosciuta per la difficoltà o

l'impossibilità di studiarne separatamente gli effetti. Nelle parti

cacuminali può vivere l'ovovivipara _Salamandra atra_; priva di ogni

legame con le raccolte d'acqua ove si sviluppano i suoi affini,

s'incontra nei giorni piovosi qua e là sulle creste, verso i 1800 metri.

Nelle pozze dovute a qualche sorgente o all'arte s'incontrano il tritone

alpestre e l'ululone, il quale ultimo con la _Rana muta_ rappresenta in

questa zona gli anfibi anuri. L'avifauna, secondo le particolari

informazioni favoritemi dal distinto ornitologo signor G. Vallon,

annovera: _Gyps fulvus_ (raro), _Aquila crysaëtos_ (rara), _Pyrrhocorax

alpinus_, _P. graculus_, _Corvus corax_, _Tichodroma muraria_, _Accentor

alpinus_, _Merula torquata_, _Anthus aquaticus_, _A. pratensis_,

_Montifringilla nivalis_, _Lagopus alpinus_ (quasi completamente candido

d'inverno), _Perdix saxatilis_. Queste specie sono sedentarie per il

Friuli; ma relativamente alla zona cacuminale non tutte, nè in tutti

gl'inverni. Così alla fine d'ottobre del 1908 mi consta che un grifone

(_Gyps fulvus_) fu catturato in basso, a Torreano di Cividale; il corvo

e la ticodroma citati scendono anche molto in basso negl'inverni rigidi;

i due gallinacei si abbassano negl'inverni nevosi; i due _Anthus_ vanno

in gran numero a svernare nella regione litoranea. Le specie estive

della zona superiore ai mille metri sono, secondo il Vallon, _Cypselus

melba_, _Hirundo rupestris_, _Ruticilla titis_, _Pratincola rubetra_,

_Saxicola Oenanthe_, _Linaria rufescens_, _Pyrrhula europaea_,

_Eudromias morinellus_.

Tra i mammiferi d'alta montagna è accertata la presenza del camoscio

_Rupicapra europaea_, del capriolo, _Cervus capreolus_, della lepre

alpina, _Lepus variabilis_, dell'ermellino _Foetorius Erminea_: i due

ultimi presentano il cosidetto albinismo di stagione.

Pochissimo conosciuti sono invece gli artropodi delle zone elevate,

mentre meriterebbero serio studio per la grande quantità di questioni

biologiche e geografiche che essi presentano. Le farfalle, perchè

facilmente richiamano anche l'attenzione dei profani, sono

particolarmente raccomandabili agli alpinisti ed ai dilettanti: esistono

forme a colori scuri (melanotiche) tra i nostri lepidotteri d'alta

montagna? P. es. la fauna dei Pirenei, secondo Harcourt-Bath, è priva di

forme melanotiche, mentre in altre montagne europee sono state segnalate

interessanti varietà dai colori scuri. Le tinte scure degli insetti

d'alta montagna non sembrano costituire quella regola generale che Heer

ammetteva: così i rincoti (_Gerris_) dei nostri laghetti e delle pozze

d'alta montagna hanno tinte relativamente chiare, mentre i colori scuri

si riscontrano frequentemente nei coleotteri.

Anche i molluschi terrestri delle cime prealpine sono poco conosciuti;

il Pirona però ha segnalato, come propria delle elevate cime calcaree,

la _Helix (Campylaea) phalerata_ Ziegl., la quale specie, certamente non

artica, secondo la verosimile spiegazione del Kobelt, deve considerarsi

come uno di quei relitti glaciali che, derivati da specie preesistenti

adattatesi al freddo, seguirono poi il regresso dei ghiacciai,

sopravvivendo nelle nostre disgiunte aree culminali al definitivo

mutamento climatico.

=Le caverne e le acque freatiche.= Un cenno a parte, come ben distinta è

la natura dell'ambiente, deve farsi della fauna oscuricola, cioè delle

caverne e delle acque freatiche: in queste ultime è notevole un

crostaceo cieco, _Niphargus dolenianensis_, del pozzo co: Trento di

Dolegnano, recentemente trovato anche nel Covolo della Guerra

(Euganei)[70]. Crostacei ciechi (_troglobii_) si trovano anche nelle

numerose caverne delle Prealpi Giulie: alcuni, molto piccoli, del gruppo

degli oniscidi, appartengono certamente al genere _Trichoniscus_ e si

trovano nelle grotte di Villanova, Robie, Ciastita e Clenia. La specie

acquatica più interessante è quella descritta dal dottor G. FERUGLIO, e

dall'ALZONA prima e dal RACOVITZA poi, riferita al genere _Monolistra_.

Sono poi di grande importanza le scoperte malacologiche fatte dal dott.

POLLONERA nelle posature (in friulano _menadizzis_) del Natisone;

_Zospeum isselianum_, _Z. Tellinii_, _Z. venetum_, _Z. lyratum_,

provengono indubbiamente dagli scoli delle grotte dell'alta valle del

Natisone: tale genere di molluschi veniva, su materiale friulano, per la

prima volta segnalato in Italia; anche la _Paulia? Tellinii_,

interessante conchiglietta descritta dal POLLONERA, tra quelle raccolte

dal Tellini nelle posature del Natisone, deve provenire da caverne che

hanno sbocco nella valle. Cinque specie di aracnidi furono segnalate

nelle nostre grotte: in quella delle Agane (Prestento): _Meta Merianae_,

_M. Menardi_ che con _Pholcus phalangioides_ si trova anche nella grotta

di S. Giovanni d'Antro; _Tegenaria campestris_ e _Nesticus cellulanus_

nella cavità del M. Roba presso S. Pietro al Natisone; a queste

aggiungasi _Pholcus opilionoides_ della grotta di Villanova, determinato

dal mio Maestro Giovanni Canestrini: occorre ricercare le specie

scolorate e cieche, molto modificate, che numerose nella vicina

Carniola, dovrebbero essere bene rappresentate anche nelle nostre

grotte. Ospiti accidentali o abituali delle caverne sono alcune specie

di chirotteri, sovente aggrediti da un parassita (_Nycteribia_),

moltissime di insetti (ditteri, stafilini); sono costanti due specie di

ortotteri: _Troglophilus cavicola_ e _Tr. neglectus_, che trovansi anche

nelle caverne del Carso, ove sostituiscono le dolicopode dell'Europa

occidentale. Ma non sarebbe il caso di istituire confronti per ricercare

i caratteri della nostra fauna cavernicola, sia rispetto a quella

superficiale della regione, sia a quella del Carso e della Francia, che

sono le più studiate del continente europeo. La contiguità geografica e

la comunanza della storia geologica facevano a priori pensare

all'affinità della fauna delle nostre grotte con quella, assai ricca,

del vicino Carso. Di tale affinità si hanno già alcuni importanti

indizii; ma i dati raccolti sono ancora troppo pochi, e non consentono

alcuna sintesi. Conosciute le condizioni topografiche e fisiche delle

nostre grotte, può ora inoltrarsi in esse lo specialista, cui attendono

certamente molte gradite sorprese. E queste non mancheranno neppure a

coloro che vorranno dedicarsi ad una metodica esplorazione della fauna

superficiale, per una compiuta illustrazione zoogeografica di queste

prealpi.

VII.

GLI ABITANTI

IL LORO NUMERO E LA LORO DISTRIBUZIONE

Cenni di FRANCESCO MUSONI.

=I più vecchi dati statistici relativi alla popolazione del nostro

territorio=[71]. Riassumere la storia del movimento demografico della

regione da noi considerata, non è cosa facile, perchè le più antiche

notizie che abbiamo sull'argomento sono o incomplete o di dubbia fede; e

quando incominciano ad essere attendibili, si riferiscono sempre a

circoscrizioni ecclesiastiche od amministrative che non corrispondono

alle odierne, come quelle che furono più volte mutate e rimaneggiate.

Il primo computo di tutta la popolazione delle città e terre della

Repubblica Veneta fu quello ordinato nel 1548 dal Provveditore generale

Stefano Tiepolo che ci diede pel Friuli d'allora ab. 182,744[72]; mentre

un'altra numerazione fatta pochi anni dopo, cioè nel 1557, ce ne diede

157,030[73]. Senonchè è da notare che, specialmente in quest'ultima

cifra, non tutti i paesi facenti parte della Patria erano compresi, per

cui il Beloch giustamente argomenta doversi le medesime portare a

210,000 pel 1548 ed a 230,000 pel 1557[74].

Ma se dai menzionati documenti possiamo dedurre la popolazione di tutto

il Friuli e da alcuni altri anche quella di singoli paesi o villaggi,

tuttavia per esser questi raggruppati insieme secondo le giurisdizioni

feudali da cui dipendevano, estendentisi spesso con molta irregolarità a

varie parti della Provincia, nessuna cifra esatta possiamo ricavarne

relativamente all'intera plaga da noi considerata. Limitandoci perciò a

riportare alcuni dati, riferentisi alle terre più grosse ed illustri,

diremo che Gemona nel 1548 contava 614 _uomini da fatti_ e 2080

_inutili_; Fagagna rispettivamente 269 e 684; Tricesimo 109 e 310 e,

colle ville sotto la sua giurisdizione, 1811 e 5529; Tarcento, colle

terre che ne dipendevano, 539 e 2867; Venzone, con giurisdizione su

Bordano, Pioverno, Portis, Interneppo, 330 e 1530; infine Cividale

contava complessivamente 2903 ab. in città, e in tutto il territorio

15815 nel 1548 e 16035 nel 1557[75].

Molte delle suddette cifre appaiono notevolmente più basse riferite

all'anno 1557[76]. Per capirne la ragione convien notare che nella

seconda metà del secolo XVI vi fu in Friuli, un decrescimento generale

della popolazione tanto che il Luogotenente Stefano Viaro nel 1559 ebbe

a scrivere che la medesima era discesa a 97,000[77]. Certamente il

fenomeno va attribuito alle tristissime condizioni in cui versava la

Patria in quell'epoca secondo la testimonianza di tutti i Luogotenenti,

che ne attribuiscono la causa alle prepotenze, alle usurpazioni, alle

angherie d'ogni specie da parte dei signorotti feudali; alle continue

lotte sui confini, male stabiliti, tra i nostri e gli Imperiali, con

relativi incendi di boschi e furti di bestiame; da ultimo alle frequenti

inondazioni, carestie e pestilenze[78].

Nel 1559 Cividale col suo territorio fu separata dalla rimanente

provincia ottenendo propri Provveditori, che dipendevano direttamente

dal Governo centrale. Esistono molte relazioni di questi funzionari che

contengono interessanti notizie d'ogni specie: storiche, geografiche,

economiche, militari; e vi sono anche notizie relative al numero degli

abitanti le quali però spesso presentano sensibili differenze tra loro,

tanto da sembrare quasi contradditorie e fanno pensare o a reali

oscillazioni nel numero degli abitanti stessi o ad errori di calcoli, i

quali certamente non dovevano essere fatti con soverchia

meticolosità[79].

Così la relazione di Francesco Soranzo nel 1583 ci dà la cifra di 17.000

anime per tutto il territorio e il corpo della città. Vincenzo Bollani

nel 1588 calcolava 3300 ab. in città, 3904 nelle contrade di Antro e di

Merso, comprendenti 72 villette di poca importanza che formavano insieme

33 comuni; più altri 2569 ab. di lingua slava divisi fra 30 villette

pure nei monti e 6 nel piano; da ultimo 32 ville non slave nel piano con

29 comuni e 6985 anime: complessivamente, in tutto il territorio, ville

135, comuni 80, anime 13,458. Il Bollani osserva che la regione era

scarsamente abitata e povera e ne attribuisce la colpa alla

_dappocaggine_ degli abitanti che coi molti pascoli e luoghi incolti

avrebbero potuto allevare gran copia di bestiame, mentre non ne

possedevano che pochissimo e nemmeno di biade producevano a sufficienza;

solo il vino era un raccolto importante e quando veniva esportato in

Austria per la strada del Pulfero rendeva un dazio annuo di 2000 ducati.

Guida delle Prealpi Giulie Distretti di Gemona, Tarcento, S. Daniele, Cividale e S. Pietro · 第 7 / 26 段