precedentemente, si aggiungerà qui come il fiume consti dalla riunione
di una assai considerevole massa di acqua la quale ha origine, da un
lato in una serie di sorgenti che sgorgano alle falde dei conoidi — il
maggiore è quello del Vegliato su un lembo del quale siede Gemona —
fiancheggianti verso oriente il campo di Osoppo, dall'altro in alcune
grosse polle, di cui la maggiore è quella del così detto Rio Gelato, che
nascono nel bel mezzo della pianura ora indicata. Evidentemente doppia è
la provenienza delle acque che formano queste sorgenti e quindi il
Ledra, da un lato i torrenti prealpini che si perdono nelle alluvioni
dei conoidi sovraindicati, dall'altro le dispersioni stesse del
Tagliamento. Solo in rari casi di forti piogge, il Rio Vegliato,
l'Orvenco ed altri torrenti minori raggiungono con acque superficiali il
piano, e in questo le acque meteoriche sono generalmente assorbite senza
riunirsi in ruscelli superficiali; onde si può dire che il Ledra riceva
il suo alimento quasi unicamente da sorgenti, quali costanti o quasi
nella loro portata (Rio Gelato), quali variabili, ma sempre entro limiti
ristretti. Dagli studi fatti alcuni decennî or sono per la costruzione
di un canale di cui sarà detto fra breve, appariva che la portata media
del fiume fosse di circa 20 mc. al secondo, aumentante a 100 nelle piene
e discendente a soli 9 nelle grandi magre. Secondo le osservazioni fatte
negli ultimi anni dal consorzio Ledra-Tagliamento sembra invece che la
portata ordinaria si aggiri intorno ai 9 mc. al secondo, quella della
massima piena raggiunga gli 80, mentre nelle maggiori magre si
scenderebbe a 6,5 o 7[37].
Questa, sempre notevole, massa d'acqua, assieme ad altra derivata dal
Tagliamento, è stata incanalata e condotta nella pianura friulana; ma di
ciò si dirà a proposito delle modificazioni apportate dall'uomo al
reticolato idrografico della nostra regione.
=I corsi d'acqua dell'anfiteatro morenico.= Dopo il Ledra, il
Tagliamento non riceve dalle nostre prealpi alcun fiume o torrente
notevole, poichè i colli dell'anfiteatro morenico non mandano che in
minima parte le loro acque verso quel fiume ed in piccola parte pure nel
Torre, formando essi nell'assieme una speciale regione idrografica. Due
sono i torrenti maggiori dell'anfiteatro, il Corno ed il Cormor, che
nascono entrambi nei colli di Buia a non grande distanza l'uno
dall'altro, mentre vanno poi allontanandosi tendendo l'uno verso SO,
l'altro verso S, lasciando posto nel mezzo ad una serie di torrentelli
conosciuti sul luogo col nome generico di _lavie_, i quali, avendo
origine nella cerchia morenica esterna, scendono in pianura mantenendosi
indipendenti l'uno dall'altro e dai corsi d'acqua maggiori. Nella
regione pedemorenica in questi torrentelli avviene la perdita completa,
non solo delle acque assorbite dal bibulo suolo alluvionale, ma altresì
dell'alveo. Nel Cormor questo traversa tutta l'alta pianura, per
terminare poco a valle delle prime risultive, senza inserirsi però a
nessuno dei rivi da queste formati. Il Corno invece, dopo aver
attraversato la pianura e oltrepassata la zona delle risultive, ha
continuità di alveo col Taglio, il qual nome designa l'affluente dello
Stella che porta a questo le acque dei fontanili della regione sotto
Codroipo e Bertiolo. In via ordinaria tanto il Corno però quanto il
Cormor perdono le acque che ricevono dai numerosi, ma insignificanti,
ruscelli provenienti dalle torbiere e dalle bassure intermoreniche (il
Corno riceve fra altro l'emissario del lago di S. Daniele)[38] dopo
pochi chilometri di corso. Ciò avviene tuttora per il Cormor ed avveniva
per il Corno. Di questo però si approfittò ora per il canale
Ledra-Tagliamento di cui diremo in seguito, come del resto si usurpò,
per un tratto al di fuori della regione da noi considerata, l'alveo al
Cormor, per la roggia di Udine. Dato il carattere effimero ed
accidentale delle lavie e la loro scarsa importanza (la maggiore quella
di Peraria non supera che di poco i 16 km. di sviluppo) non è il caso di
parlare di portate, vanno piuttosto ricordate le loro piene che scendono
rapide e quasi inopinate in seguito a rovesci d'acqua. In quanto al
Corno ed al Cormor, essi entro l'area dell'anfiteatro morenico, che
traversano ambedue con un percorso di quasi 17 km., hanno per un tratto
più o meno lungo acqua (il Cormor per solo 7 km.), ma la portata di
magra non raggiunge, nemmeno nel primo, che pure ha maggiore importanza,
i 300 litri al secondo.
=Torre e Natisone.= Assai maggiore che l'area delle Prealpi Giulie la
quale idrograficamente spetta al Tagliamento, ovvero ai varî bacini
dell'anfiteatro, è quella che manda direttamente od indirettamente le
sue acque all'Isonzo; però a questo proposito va tenuto conto di una
circostanza che induce a considerare come fiumi quasi a sè tanto il
Torre quanto il Natisone. Le acque di questi e dei numerosi loro
affluenti giungono infatti soltanto in parte all'Isonzo e ciò avviene
non solo al di fuori del territorio da noi considerato, ma in condizioni
tali, per il quasi costante totale assorbimento esercitato su quei fiumi
dalle alluvioni del piano, che una vera continuità idrografica manca
quasi sempre: manca fra Isonzo e Torre, come del resto manca fra
Natisone e Torre[39]. Quindi per doppio motivo noi possiamo parlare dei
nostri due fiumi veramente prealpini come se fossero ambedue
indipendenti dall'Isonzo e l'uno dall'altro.
Il Torre ha le sue sorgenti nella zona più interna delle Prealpi, non
così il Natisone, tuttavia quest'ultimo ha più lungo il suo corso ed
esteso il suo bacino; non però maggiore copia d'acque nelle magre. Il
Torre inoltre nasce da una fonte ben determinata ed assai abbondante,
poichè non consta abbia avuto mai una portata inferiore a 700 litri al
secondo (febbraio 1909), mentre il Natisone risulta dalla riunione di
più torrenti di poco diversa importanza fra i quali è difficile decidere
quale sia il vero ramo sorgentifero. Assai diverso è anche l'andamento
dei due fiumi rispetto alle linee orografiche e tectoniche della
regione.
Da sotto Tanataviele, ove nasce a 529 m. sul mare, il Torre raggiunge
Tarcento dopo un corso di appena 12 km., e qui esce da una valle per
traversare una zona di basse colline e toccare il piano poco sopra
Zompitta. Coll'avvicinarsi al piano cominciano anche qui le dispersioni,
le quali fanno sì che non molto a valle dell'ultima località indicata il
letto del fiume si traversa generalmente a piede asciutto. A rendere più
breve il corso superficiale contribuì però da secoli ed in non scarsa
misura, anche l'uomo mercè le due rogge che si derivano appunto alla
presa di Zompitta; ma la totale scomparsa delle acque avverrebbe per lo
più egualmente, solo un po' più a valle. Il fiume del resto presenta non
solo questa caratteristica degli altri fiumi friulani, ma un analogo
regime (piene primaverili ed autunnali, magre estive ed invernali,
queste ultime più persistenti), salvo le piene più repentine e di più
breve durata di quelle, per esempio, del Tagliamento. La portata media
del fiume a Tarcento, dove si raccolgono le acque di un bacino esteso 80
kmq.[40], è stimata a 4 mc. al 1, quella delle magre ordinarie di
1,6-1,9, delle eccezionali di 1,2[41], nelle piene si sale ai 200 o 300
mc. al 1″ e in qualche caso sembra si sieno raggiunti i 500 mc. al
secondo[42]. Mentre a monte di Tarcento il Torre ha di affluenti degni
d'essere ricordati solo la Vedronza (7 km.) ed il Rio Zimor (6 km.), a
valle riceve il Cornappo che ad esso porta oltre 300 litri al secondo
anche nelle massime magre. Il Cornappo ha un corso di 15 km. ed è
formato da più rami sorgentiferi che scendono dal versante meridionale
del Gran Monte.
Sebbene il nome non cominci che alla confluenza dei due torrenti,
l'origine del Natisone si può riconoscere o nel Rio Bianco o nel Rio
Nero, i quali scendono, poco lontani uno dall'altro ed ambedue
relativamente ricchi d'acqua, dal versante meridionale della catena di
Monte Maggiore. Altri torrentelli notevoli riceve il Natisone nel suo
corso superiore, ma una volta uscito, presso Robic, dal suo alto bacino,
il fiume, mentre fruisce ancora di notevoli contributi d'acqua da
sorgenti (Poiana, Arpit, Naklanz), non ha alcun affluente notevole; un
gruppo di questi (Alberone, Cosizza, Erbezzo) si riunisce poi a formare
l'Azzida, il quale però, pur raccogliendo le acque di un esteso
territorio (113 kmq.), porta, in condizioni ordinarie, alimento assai
scarso al Natisone, onde a Cividale, quantunque il bacino sia più che
doppio (294 kmq.)[43] di estensione, le portate minime (0,8) sono minori
di quelle del Torre a Tarcento.
Le piene del Natisone sono rapide e talora assai notevoli, grazie però
all'alveo del fiume generalmente assai incavato, di rado furono causa di
danni[44]. Le condizioni di altimetria e pendenza dei letti del Torre e
del Natisone sono qui posti a confronto:
=Torre=
DISTANZA
PUNTO ALTEZZA DALLE PENDENZA
LETTO SORGENTI ‰
m. km.
Sorgente 529 -- --
Vedronza (ponte) 313 5,5 39
Tarcento (ponte) 215 11,8 16
Confluenza Cornappo 179 17,3 6
Zompitta (inferiormente alla diga) 170 19,2 5
Strada Udine Cividale 109 30,0 5
Ponte ferrovia Buttrio 75 37,3 5
Presso Percotto 55 42,0 4
Confluenza Natisone 40 47,0[45] 3
=Natisone=
Sorgente (confluenza Rio Bianco-Rio Nero) 420 -- --
Presso Robic 244 11,7 15
Alla sorgente Naklanz 203 16,8 8
Pulfero 179 22,0 5
Ponte S. Quirino 126 29,5 7
Cividale (ponte) 107 34,3 4
Premariacco (ponte) 87 40,0 4
Ponte ferrovia Udine-Cormons 57 49,7 3
Confluenza Torre 40 55,0[46] 3
Questi dati mostrano non solo le minori pendenze del letto del Natisone
rispetto a quello del Torre, ma anche le maggiori irregolarità,
irregolarità che non crediamo solo apparenti, cioè dovute unicamente
alla insufficiente precisione dei dati altimetrici. Qualora le tratte
considerate fossero state più brevi le pendenze risultavano però
crescenti con minore uniformità nello stesso Torre.
Fra il Torre e il Natisone e fra il Natisone e l'Isonzo è posto per
alcuni corsi d'acqua che, anche questi, possono considerarsi quasi
indipendenti l'uno dall'altro e dai fiumi maggiori. Da un lato abbiamo
la Malina, il Grivò ed il Chiarò[47] i quali, assieme col Lagna
affluente del Cornappo, scendono dagli altipiani che culminano con le
Zuffine e col Juanes, dall'altro, oltre a ruscelli minori, si ha il
Judrio dal corso assai lungo (km. 55), ma con bacino poco esteso (64
kmq. a monte di Prepotto) e poverissimo d'acque negli stati ordinarî
anche nel tratto montano; è noto più che altro perchè segna per buon
tratto il limite politico fra Italia ed Austria. Il Judrio nelle magre
perde del tutto le sue acque nella pianura, per riprenderne una parte
verso l'estremo suo corso, non portando all'Isonzo mai meno di 400 litri
al secondo.
=L'Isonzo.= Questo fiume, che limita ad oriente le nostre Prealpi
gareggia per importanza col Tagliamento ed ha con questo alcuni
caratteri comuni, ma non poche particolarità. Esso, mentre attraversa la
zona prealpina (circa 62 km.), conserva ovunque i caratteri di corso
montano, poichè trovasi sempre nel fondo di una valle e spesso corre
rinserrato fra strette pareti rocciose[48], solo a Gorizia o poco al di
sotto esce nel piano, l'alveo si allarga e cominciano, come negli altri
fiumi friulani, le divagazioni e le dispersioni, le quali fanno sì che
fra Cassegliano e Pieris, per un tratto di pochi chilometri, nelle
maggiori siccità il letto rimanga quasi asciutto. Sul suo regime abbiamo
notizie sempre incomplete relative a vecchi studî fatti a proposito del
problema di irrigare l'agro monfalconese e recenti determinazioni
all'idrometro di Gorizia. Anche questo fiume, come il Tagliamento, va
soggetto a piene specialmente primaverili ed autunnali, mentre sono
stagioni di basse acque l'inverno e l'estate. Sembra che a Gorizia
l'Isonzo non abbia mai meno di 12 mc. al secondo, mentre le portate
minime ordinarie per la stagione estiva si possono stimare fra 20 e 30
mc. al secondo, per l'invernale da 15 a 20. Si badi che a monte di
Gorizia il bacino dell'Isonzo ha una estensione di circa 1600 kmq.[49].
Per l'Isonzo, oltre che osservazioni idrometriche si fanno, a Gorizia,
determinazioni di temperatura. Risulta da esse che l'acqua del fiume,
eccetto che nei mesi invernali, è più fresca dell'aria, nella media
annua di circa 3°, nelle medie di alcuni mesi estivi di 9° e più. Del
resto le medie mensili della temperatura dell'acqua del fiume salgono,
in modo analogo a quelle dell'aria, raggiungendo generalmente in luglio
od agosto i valori massimi e scendendo in dicembre o gennaio ai minimi.
Degli affluenti montani dell'Isonzo noi abbiamo motivo qui di ricordare
solo il rio di Uccea, il quale ha un corso complessivo di 15 km. (di cui
9 in territorio italiano) ed è sempre assai ricco d'acqua, specialmente
dopo la confluenza del rio Bianco (7 km.) che scende dal Musi passando
presso alla soglia di Tanamea.
=Le condizioni idrologiche del territorio più interno delle Prealpi.= I
principali corsi d'acqua prealpini da noi ricordati, come risulta dalle
indicazioni finora fornite, hanno la loro origine e principale loro
alimento dalla parte più interna ed elevata delle nostre montagne, ove
sono la catena del Musi e quelle del Ciampon e di Montemaggiore.
Parecchie circostanze spiegano questa condizione di cose, le più
notevoli precipitazioni e l'essere queste in maggior proporzione sotto
forma di nevi, il ricoprimento di boschi relativamente più denso ed
esteso; ma sopratutto una condizione favorisce l'abbondante raccolta di
acqua nel sottosuolo ed il lento suo ritorno a giorno, la diffusione
relativamente grande di terreni sciolti superficiali. Più spesso che
vere alluvioni sono falde detritiche, talora attuali, altra volta
quaternarie e debolmente cementate; non mancano nemmeno depositi
glaciali e fluvioglaciali. Abbondanti questi ultimi sono però quasi solo
nel versante settentrionale della catena del Ciampon, mentre
ricoprimenti di falda rivestono quasi tutti i pendii che erano scoperti
durante l'epoca glaciale, onde estesissimi sono per esempio sulla china
meridionale del Gran Monte, dove hanno origine le molte fonti del
Cornappo e del Natisone. A masse alluvionali è invece da attribuirsi
principalmente la sorgente del Torre. Nella regione che consideriamo non
mancano però sorgenti di origine diversa da quella qui accennata, poichè
i calcari delle aree più elevate del Musi, del Ciampon e del
Montemaggiore sono ovunque fessurati, spesso rigati da solchi carsici e
qua e là cospersi di doline. Fra le più notevoli sorgenti dovute a
queste masse calcaree foracchiate è da ricordarsi qui il fontanon di
Barinan nella valle di Resia.
=La zona ad idrografia carsica. Le grotte.=[50] Però l'idrografia
tipicamente carsica, caratterizzata dalla mancanza di correnti
superficiali anche mediocremente importanti e dalla presenza invece di
una complicata idrografia interna per la quale le acque, assorbite dalle
doline, circolano per grotte e canali più o meno ampi, per venire a
giorno nelle valli più profonde sotto forma di grosse sorgenti, assume
il suo massimo sviluppo nella zona montuosa più esterna delle Prealpi.
Come fu altrove (pag. 29) avvertito, tali condizioni di cose si
presentano in tutti gli altipiani submontani, in grado diverso però a
seconda che ci si trova in territorî completamente calcarei (cretacei),
ovvero in quelli (eocenici) dove calcari ed arenarie e marne si
succedono ed alternano. Mentre nei primi mancano completamente i corsi
d'acqua superficiali questi si possono invece trovare nei secondi, sia
pure con esiguo sviluppo e per lo più destinati prima o poi a scomparire
completamente, o quasi, sotterra. A queste perdite dei ruscelli talora,
ma non sempre, corrisponde un brusco chiudersi delle vallette da essi
percorse. In ogni caso, sieno le acque meteoriche assorbite quasi appena
cadute dalle cavità carsiche, ovvero abbiano prima potuto per un tratto
più o meno lungo riunirsi in corsi d'acqua superficiali, esse sono
egualmente destinate ad alimentare una circolazione sotterranea di tipo
ben diverso da quella che si osserva nei consueti terreni permeabili.
Quantunque l'attività di parecchi studiosi, organizzata in questi ultimi
anni dal Circolo Speleologico ed Idrologico di Udine, si sia rivolta
alla loro ricerca, specialmente nel territorio qui considerato, tuttavia
poco sappiamo delle vie che le nostre acque percorrono sotterra. Delle
molte grotte finora esplorate, alcune sono del tutto asciutte e seppure
hanno in altri tempi rappresentato canali percorsi da acque, sembrano
troppo superficiali per aver avuto una grande importanza per la
idrografia sotterranea; altre tuttora attive poterono essere solo in
parte seguite nel tortuoso loro cammino. Fra le più importanti, delle
quali però particolarmente verrà detto nella parte itineraria di questa
guida si possono qui ricordare, quella di Vedronza, quella di Villanova,
quella di Viganti e quella di Proreak; la prima rappresenta lo sbocco di
un temporaneo corso d'acqua sotterraneo, di cui è ignota la provenienza;
la seconda è notevole, per un perenne ruscello che oggi ne segue le
gallerie più profonde e per la complicazione e ristrettezza di queste;
la grotta di Viganti è lo sfogo della piccola valle chiusa di
Tapoteletia che, scavata nelle marne ed arenarie, è verso sud sbarrata
da una massa calcarea in cui si apre la grotta, la quale poi si continua
(come è presumibile, sebbene la esplorazione completa non sia ancora
stata fatta) con quella di Proreak, che s'apre a pochi metri dal fondo
della valle del Cornappo, dando uscita, durante le piogge, ad un vero
torrente. Questo sistema ricorda, per la grandiosità, le grotte del vero
Carso; esso è sviluppato nei calcari cretacei, mentre la grotta di
Villanova caratterizzata dai canali piccoli e ristretti è scavata nei
terreni eocenici.
In connessione con la regione del Bernadia, ove sono le caverne ora
indicate, è certamente la grossa sorgente che sgorga a Torlano (ora
utilizzata per l'acquedotto di Nimis), sulla destra del Cornappo, mentre
quella sulla sinistra è in rapporto evidente con l'altipiano carsico di
Montediprato.
Fra il Cornappo e l'Isonzo sono pure grotte degne di attenzione: quella
cioè di Canal di Grivò, il Foran di Landri, il Foran des Aganis presso
Prestento, la Tapotcelan Jama presso a Tercimonte, quella di S. Giovanni
d'Antro, la Velika Jama presso Blasin di Savogna, quella di S. Ilario
presso Robic ed altre ancora; tuttavia, se alcune presentano grande
importanza non solo sotto l'aspetto fisico, ma, come meglio si dirà in
seguito, anche sotto quello paletnologico e storico, tutte però hanno
limitato interesse dal punto di vista idrologico. Da questo punto di
vista non hanno grande importanza nemmeno le numerose voragini (pozzi
verticali) finora esplorate, voragini che del resto, se sono degne di
studio per ciò che riguarda la loro origine e per i caratteri
morfologici (tipiche fra altre sono alcune bottigliformi), non possono
certo competere, come dimensioni, con quelle del Carso ovvero delle
Cevenne, nè in genere sembrano condurre a corsi d'acqua sotterranei.
Notevoli invece in questa regione sono le sorgenti più o meno
tipicamente carsiche. Ricorderemo anzitutto quella di Montina, con una
portata nelle magre ordinarie di 20 litri al secondo[51], che venne
utilizzata per l'acquedotto di Premariacco. Notevolissime poi, sebbene
per alcune possa essere dubbio sulla loro vera natura, sono quelle della
Pojana, la quale ha presumibilmente il suo bacino di raccoglimento sul
Mia e sgorga sulla destra del Natisone appena oltrepassato il confine
politico, e quelle di Naklanz ed Arpit, le quali si crede derivino dalle
acque cadute sul massiccio del Matajar e sgorgano alla sinistra del
Natisone un po' più a valle della Pojana; la quantità d'acqua che esce
dalle 3 sorgenti, e che è stata calcolata in 80 litri al secondo per la
Naklanz, 175 per la Pojana e 370 per l'Arpit, è così grande che il
Natisone dopo il loro incontro ha più che raddoppiata la sua portata.
=Le zone povere d'acqua. I canali artificiali.= Relativamente poveri
d'acque sotterranee e superficiali sono i territorî costituiti dalla
zona marnoso-arenacea dell'eocene e da quello morenico. Le piogge che
cadono sul suolo poco permeabile scendono quasi tutte direttamente e per
lo più sollecitamente ai corsi d'acqua, che hanno, od assumono in questa
area, regime spiccatamente torrentizio. La zona pedemontana però, sia
perchè per essa passano necessariamente i corsi d'acqua che hanno
origine nelle regioni più interne, sia perchè da queste non lontana, non
ha sì grande scarsità ovvero sì grande difficoltà di provvedersi di
acque per gli usi comuni della vita come quella dell'anfiteatro. In
questa, dove sono pure tanti tratti di suolo paludoso e acquitrini —
questi non mancano del resto, come s'è accennato altrove, nemmeno ai
piedi delle colline eoceniche — ed estese torbiere, che attestano
l'esistenza in passato di numerosi laghi — uno solo è tuttora
conservato, quello cioè di S. Daniele — è la regione del nostro
territorio che più difetta di sorgenti costanti di discreta portata ed,
in genere, di acque utilizzabili dall'uomo[52]. I terreni morenici sono
infatti quasi del tutto impermeabili e troppo limitate ed isolate sono
le masse alluvionali quaternarie e quelle conglomeratiche mioceniche
affioranti nell'anfiteatro per costituire notevoli sistemi d'idrografia
sotterranea, troppo piccole e male sviluppate poi le valli per dare
luogo ad un notevole reticolo di corsi d'acqua superficiali. Questa
scarsità di acque si accentua divenendo vera mancanza in tutta l'ampia
zona pedemorenica o dei depositi fluvioglaciali, dove, come si disse,
sono totalmente assorbite le acque dei torrenti che scendono
dall'anfiteatro; tale zona è del resto sotto l'aspetto idrografico la
continuazione di quella dei conoidi di deiezione di tutta l'alta pianura
Friulana. In completo contrasto con la regione morenica e con quella
esterna dell'anfiteatro sta la ricchezza già indicata di quella interna,
cioè del campo di Osoppo. È facile comprendere come da molto tempo si
pensasse di trarne profitto a beneficio delle aride terre del medio
Friuli, tanto più che le condizioni speciali della valle del Corno
rendevano assai facile traversare l'anfiteatro e la testa della valle
stessa era separata dal Ledra da una soglia non molto larga ed alta
appena 3 metri sul livello di questo[53]; solo nel 1881 fu inaugurata la
nuova opera per la quale le acque del Ledra, a cui furono poi aggiunte,
mercè un canale sussidiario (lungo 9 km.), una parte di quelle del
Tagliamento, sono portate nella nostra pianura a beneficio delle
industrie e della agricoltura[54].
Ben prima che di fronte a Branlius si facesse la derivazione del
Tagliamento per il canale del Ledra[55], cioè già nel Medio Evo (XII o
XIII sec.), una minore ne era stata fatta più a monte, quella cioè della
roggia di Gemona (detta anche Piovega), la quale, raccolte le poche
acque che provengono per vie sotterranee dal laghetto di Ospedaletto e
quelle di alcune sorgenti che escono all'unghia del conoide del Rio
Vegliato, va poi ad ingrossare il Ledra. Altra derivazione del
Tagliamento è la roggia della fabbrica Stroili, che, appena passata la
Fabbrica, si divide in tre rami, di cui un primo si dirige verso Gemona,
un secondo passa per l'abitato di Osoppo ed un terzo si scarica nel
Tagliamento.