È solo in parte chiarito in quale rapporto tectonico stieno le masse del

Canin e quelle del Krn, — che, oltre Isonzo, ne rappresentano la

continuazione — con quelle della Prealpi: sembra però si tratti di una

piega-faglia, per cui le dolomie del trias, sovraspinte verso

mezzogiorno, possono poggiare anche sull'eocene. Meglio accertato è che

la zona _montana_ delle Prealpi è separata dalla _submontana_ con una

serie di pieghe faglie — dai vecchi geologi interpretate come vere

fratture — che rappresentano l'accidente tectonico forse più notevole

della regione. All'esterno di queste pieghe-faglie la coltre dei terreni

sedimentarî — che qui è costituita diversamente da quella delle aree più

interne, perchè diverso e più notevole è lo sviluppo della serie

cretacea, come pure talora di quella giurese (calcari a camacee), e ben

maggiore quello della eocenica — fu assai meno sollevata — onde in un

sol caso sono a giorno le roccie triasiche — e corrugata in modo assai

meno accentuato e direi quasi opposto che nella zona montana. Anzichè

pieghe lunghe compresse e coricate, ne abbiamo di assai brevi ed ampie:

si presenta cioè quella struttura che è stata detta ad _elissoidi_.

Questi elissoidi hanno talora la gamba esterna raddrizzata, mentre i

terreni più recenti che vi si appoggiano possono essere addirittura

ribaltati verso il piano; onde si può parlare, sebbene il fenomeno non

sia costante, di un grande rovesciamento pedemontano. Questa zona del

rovesciamento ovvero del forte rialzamento degli strati, coincide col

predominio dei terreni marnoso-arenacei dell'eocene, i quali però nel

tratto fra Buttrio e l'Isonzo fanno forse parte di un piatto sinclinale

che intercede fra gli elissoidi cretacei di Prepotto e di Salcano da un

lato e quello di Medea dall'altro. Comunque sia, questa zona fra gli

elissoidi e la pianura può chiamarsi _pedemontana_.

=Le catene prealpine. Linee principali del rilievo e suoi caratteri=.

Assai diverso, in relazione con la diversa natura dei terreni e col modo

con cui questi sono disposti, è il rilievo delle tre zone indicate.

[Illustrazione: Fig. 3ª. — Schizzo Orografico DELLE PREALPI GIULIE.

_Scala di 1:600.000_]

Quella montana è il territorio delle catene, lunghe ed uniformi,

interrotte da poche valli trasversali, separate invece da notevoli

depressioni longitudinali. In relazione con la forma delle pieghe e con

la loro troncatura per azione degli agenti esterni (sul principio forse

la stessa abrasione marina) sta infatti la disposizione dei terreni

diversamente erodibili a striscie allungatissime da est ad ovest; alla

scaglia ed alle arenarie ed alle marne eoceniche, come pure alle

formazioni raibliane, corrispondono le aree più facilmente erodibili e

in esse si svilupparono le valli e le selle, alla dolomia principale

corrispondono le zone più resistenti alle azioni subaeree e in esse

rimasero le creste e le cime. Queste nella regione sono singolarmente

uniformi e livellate; supponendo di colmare completamente le valli si

otterrebbe la superficie di un altipiano in nessun punto raggiungente i

2000 m., in nessuno scendente sotto i 1500, inclinato uniformemente

verso sud. Ci rappresenta su per giù la regione quale si può imaginare

sarebbe se su di essa non avessero esercitato negli ultimi tempi

geologici il loro lento lavorio le acque correnti e gli altri agenti

della degradazione ovvero quale essa fu realmente alla fine di un ciclo

d'erosione sviluppatosi con un livello del mare (di base) 1500 metri più

alto dell'attuale. Fra le masse in cui l'altipiano fu smembrato la più

elevata è quella interna del Plauris (m. 1959), che trova la sua

continuazione verso oriente nel Làvora (m. 1907) e poi, geologicamente,

nel minore rilievo del M. Cuzzer (m. 1463) e finalmente nella catena del

Chila (1421), del Guarda (m. 1760), la quale recinge superiormente la

valle di Resia riattaccandosi al gruppo del Canin. In questa serie di

monti, che le valli strette del Rio Nero (Cernipotok) e del Rio Barman

dividono in tre parti diseguali, la più notevole ed anche la più

complessa è quella più occidentale. Una serie di valli (Resartico,

Serai, Campers, Lavaria, Varuzza) penetrano profondamente nella giogaia

montuosa rendendo questa aspra ed irregolare specialmente nei versanti

settentrionale ed occidentale. La giogaia stessa che, oltre il Plauris,

presenta, notevoli, le cime del Jof Ungarina (1845 m.) e del Làvora (m.

1907), si riattacca per mezzo della forca di Campidello (m. 1462) — alla

quale corrisponde un lembo di marne scagliose, che ad oriente

collegandosi con gli altri di casera del Confine, Ungherina, della

chiesetta di S. Antonio e ad occidente raccordandosi con la zona

eocenica della valle di Uccea, segua uno dei più notevoli sinclinali

delle prealpi Friulane — al monte Musi.

Costituisce questo una vera catena, notevole per l'uniformità della sua

cresta che in nessun punto sale oltre i 1875 metri, mentre in parecchi

supera i 1800 e non scende sotto i 1700 se non al passo di Tasajaur

(1612) presso la sua estremità orientale, onde «da lungi, specialmente

dalla pianura friulana, presenta propriamente l'aspetto di una vera e

continuata muraglia. La quale poi per essere elevata in media un 200

metri più di quelle più meridionali del Ciampon e del Monte Maggiore,

ma, in pari tempo, trovandosi di qualche chilometro più di esse lontana

dall'occhio dell'osservatore, per effetto di prospettiva, pare non più

alta di esse, fra le quali apparisce parete di congiunzione posta

sull'istesso piano prospettico» (G. Marinelli). La continuazione

occidentale del Musi va cercata nel Monte Ledis (m. 1055) dal dirupato

fianco meridionale. La forcella di Ledis (m. 764), quella di Musi (m.

1012) alla testa della Venzonazza, la soglia di Tanamea (m. 853) fra il

rio di Mea e la valle di Uccea, limitano verso nord la più meridionale

delle catene montuose delle nostre prealpi, quella che corre diritta fra

Tagliamento ed Isonzo per 35 chilometri, divisa in due parti disuguali

dalla incisione del Torre, l'occidentale che culmina col Ciampon (m.

1716) e l'orientale che prende nome dalla punta di Montemaggiore (m.

1626) e dallo Stol (m. 1668). Queste due catene presentano caratteri

assai differenti negli opposti versanti. A sud si hanno pendii assai

erti e singolarmente uniformi; alla sommità si scorgono infatti le

testate dei calcari dolomitici formare una specie di orlo alle catene,

inferiormente invece estesi ricoprimenti di falda, qua e là interrotti

dalle bianche righe dei solchi torrentizî, costituiscono chine erbose ad

inclinazioni via via degradanti; più in basso si staccano le boscose

colline formate dai terreni eocenici, che, per le pieghe-faglie

accennate, qui rappresentano in certo modo l'imbasamento della serie

triasica. Ben differenti sono i versanti settentrionali: meno ripidi ed

assai irregolari già per la presenza delle formazioni selcifere e, in

qualche caso, delle marne scagliose cretacee, subirono poi l'azione di

piccoli ghiacciai, che lasciarono evidenti tracce del loro passaggio in

depositi morenici (Val Moeda, Valle Pozzus, Rio del Sole, Pian di Tapou)

ed in circhi. Questi pendii settentrionali sono ricchi di faggete e

nella parte più elevata presentano, qua macchie isolate, là una zona

continua di pini mughi. La cresta delle catene è sempre relativamente

ristretta, ma non al punto che non riesca possibile percorrerla senza

difficoltà per quasi tutta la sua estensione; è poi singolarmente

uniforme, cioè piccoli sono i dislivelli fra le punte e le insellature

intermedie. Nella catena del Ciampon, oltre alla cima suprema (m. 1716)

è notevole il caratteristico cocuzzolo detto Cuel di Lanes (m. 1630).

Nella catena Montemaggiore Stol, oltre alle cime che portano questi

nomi, le quali pure poco bene si distaccano dalla linea uniforme della

cresta, nessuna altra merita di essere menzionata; ricorderemo piuttosto

che tutta la parte occidentale della catena prende il nome di Gran

Monte.

[Illustrazione: TAV. II. La catena del Musi dalla valle di Resia

(fot. di A. Malignani).]

=La regione degli altipiani e le pendici pedemontane.= A sud delle

catene ora descritte si stende la regione che dissi _submontana_,

caratterizzata geologicamente dagli elissoidi ed orograficamente dai

monti a dossi e ad altipiani. Fra le due s'interpone quella serie di

ampî bacini, di cui i maggiori sono quelli di Vedronza e di Bergogna, i

quali, per la natura del suolo (eocene ed a Bergogna depositi morenici),

per le forme di questo, per la flora, per le colture e per le

abitazioni, ricordano le ridenti colline pedemontane recingenti la

nostra pianura; essi si presentano infatti quasi oasi di vegetazione e

di vita in mezzo a regioni desolate, oasi che si possono raggiungere

solo superando montagne elevate e rocciose ovvero percorrendo gole

anguste e selvagge. Specialmente strette si presentano quelle (Torre,

Cornappo, Pradolino, Natisone) che conducono alla pianura, le quali sono

appunto le stesse che, attraversando l'intera zona submontana, separano

in questa l'uno dall'altro i singoli dossi ed altipiani onde la regione

risulta costituita. Due sole montagne per l'altezza ed anche per la

costituzione loro si avvicinano a quelle della regione più interna, cioè

da un lato il Quarnan (m. 1372), dall'altro il Matajur (m. 1643); nello

spazio intercedente fra le due montagne, che sorgono simili per forma e

in posizione analoga, alle due estremità della zona, sono, procedendo

dal Tagliamento: il dosso eocenico che prende nome, prima di Monte di

Magnano e poi di Ciampeon (m. 764), il piccolo lembo cretaceo di Stella

(m. 791), il quale, col maggiore altipiano del Bernadia (m. 879) ed il

minore di Montediprato (m. 627), forma geologicamente l'elissoide più

caratteristico della regione, mentre orograficamente le due prime sono

montagne che stanno completamente a sè, l'ultimo si riattacca al sistema

di altipiani che culmina con le Zuffine (m. 1094), il Jauer (m. 1094) ed

il Juanes (m. 1168) e termina verso nord-est col Ljubja (m. 1124) che fa

già parte tectonicamente dell'anticlinale del Matajur. A questo spetta

anche l'altipiano cretaceo del Mja (m. 1244), che la valle del Natisone

e la forra di Pradolino isolano da ogni lato.

Ad oriente del Natisone e fino all'Isonzo, pur seguitando la

caratteristica formazione degli elissoidi (uno con nucleo giurese è

traversato dall'Isonzo, sopra Ronzina ed uno cretaceo sopra Salcano,

senza tener conto dei minori di Prepotto e di Medea), manca quasi il

carattere di altipiano e nell'orografia della regione prevalgono lunghe

dorsali collinesche, che dal Matajur (m. 1643) e dal rilievo del

Colaurat (M. Kuk, m. 1243), il quale in qualche modo ne rappresenta la

continuazione oltre la sella di Luico (m. 720), scendono verso la

pianura in direzioni prevalentemente parallele al Natisone ed

all'Isonzo. Fra i rilievi più notevoli di questa zona collinesca

ricorderemo il S. Martino (m. 983) di fronte a Cepletischis, l'Hum (m.

917) a nord-est di Tribil, il Kuze (m. 807) presso Stregna, il monte

Spigh (m. 661) sopra il santuario di Castel del Monte ed il Corada (m.

812) dal quale si diramano i dossi del Collio. La tipica conformazione

ad altipiano torna a prevalere nei monti oltre l'Isonzo, con caratteri

così accentuati che con la montagna di Locavez, subito ad oriente di

Canale e con quella di Ternova che ne rappresenta l'immediata

prosecuzione verso oriente, entriamo già nel Carso propriamente detto.

Nelle stesse Prealpi Giulie, tanto ad est quanto ad ovest della valle

Natisone, le regioni cretacee sono assai ricche di manifestazioni

carsiche sotto forma di solchi, di doline, di voragini e di grotte[18];

questi fenomeni, sia pure con distribuzione più sporadica, non mancano

nemmeno negli altipiani eocenici (Campo di Bonis, Pian delle Farcadizze

ecc.) ove alternano zone calcaree con zone arenacee.

Il paesaggio morfologico delle aree culminanti della zona di cui

parliamo, contrasta con quello delle aree più basse — siano queste le

strette gole che incidono la regione, sieno le aree collinesche che la

circondano — non solo per la frequenza dei fenomeni carsici, ma per

tutti i caratteri del rilievo; fra i dossi spianati, abbiamo valli dal

fondo assai ampio e dai dolci fianchi, pochi e a lento corso i torrenti,

che in qualche caso scendono in cascata nelle depressioni inferiori.

Tutto dà l'idea che si abbia da fare con una regione la quale fu in

altri tempi, probabilmente nel pliocene, soggetta ad un lunghissimo

periodo erosivo con un livello del mare qualche centinaio di metri

superiore all'attuale, in modo da risultarne se non spianata, certamente

ridotta a quelle forme che i morfologi sogliono dire mature se non anche

vecchie. Poi un sollevamento relativamente rapido, rinnovò l'attività

erosiva dei corsi d'acqua, che incisero le profonde gole del Torre, del

Cornappo, del Natisone ecc., ed in genere delle altre valli, che

mostrano tutte caratteri di gioventù. Solo nelle aree eoceniche

facilmente erodibili questo ciclo attuale d'erosione potè procedere più

spedito. Comunque rimane, in alto, conservato in parte dallo stesso

processo carsico, un territorio che deve le sue forme ad un ciclo più

antico; dal quale l'attuale ereditò i suoi fiumi; almeno i principali

fra essi.

Anche per la loro storia gli altipiani montani delle Giulie

rappresentano forse gli avamposti del vero Carso; un tempo ammantati

tutti da ricche faggete, sono oggi, prescindendo dalle ristrette aree

coltivate, in buona parte nudi o rivestiti da magri prati o da rade

macchie e cespugli; solo le loro pendici meridionali e cioè dove

nell'eocene prevalgono le formazioni marnoso-arenacee, il suolo è tutto

ormai si può dire nel dominio del bosco di castagno e del vigneto. Onde

il contrasto fra le colline pedemontane, con le molli ondulazioni, con

il verde rivestimento arboreo, con i sentieri ombrosi, con i casali e le

case isolate sparsi sui dossi e sulle chine a solatio e la regione più

interna in gran parte nuda e povera di coltivazioni e di villaggi. Le

più umili e più esterne colline eoceniche per l'aspetto loro talora si

assomigliano ai rilievi morenici, pure così estesi nell'area che

consideriamo.

=L'anfiteatro morenico del Tagliamento.= La serie più notevole di questi

rilievi è quella che forma il già menzionato anfiteatro morenico

friulano, quell'insieme cioè di alture costituite dai materiali

abbandonati alla propria fronte dal grande ghiacciaio che nel

quaternario scendeva dalla valle del Tagliamento fino a raggiungere il

piano. Non è a credere che il ghiacciaio accumulasse le sue morene su di

un'area spianata, o quasi, bensì su di un suolo collinesco assai

irregolare, che il ghiacciaio stesso modificò poi profondamente sia con

la sua azione erosiva sia col suo potere d'accumulare. Della prima

azione si scorgono, a dir vero, tracce quasi soltanto nella regione a

monte dell'anfiteatro, ove ne sono testimonianza il colle arrotondato

del Comielli e la conca racchiudente il lago di Ospedaletto e la soglia

rocciosa d'Interneppo e i rilievi montonati sopra Bordano, le stesse

valli principali del Tagliamento e del Fella sovraescavate e

sovralluvionate e con vallette pensili (per es. Val Varuzza, rio

Lavaria) e cascate laterali, ed anche il campo di Osoppo, resto di un

antico lago d'erosione piuttosto che di sbarramento glaciale. Di questo

ampio specchio d'acqua, di cui un ramo si protendeva a guisa di fiord,

verso la Carnia, ultimo relitto, non ancora interrato, può considerarsi

il lago di Cavazzo, profondo appena 38,5 m. e col pelo d'acqua a 195 m.

sul mare. L'accumulamento glaciale prevalse invece nella vera area

dell'anfiteatro; tuttavia nella parte più interna e precisamente a nord

di una retta che unisca Ragogna con Tricesimo non fu tale da mascherare

completamente la topografia originaria. Onde sporgono tuttora dalle

morene, spesso però senza bene distaccarsi da queste, rilievi terziari;

fra i quali come già si disse, i più notevoli sono quello di Ragogna (m.

512) costituito da conglomerati miocenici e quello del castello di Buia

(m. 332) formato da marne ed arenarie eoceniche.

Prescindendo da cotesti rilievi terziari ed anche da alcune basse

colline verso Leonacco, ove sembra sieno tracce di una più antica

glaciazione (rissiano), l'intero anfiteatro si crede opera dell'ultimo

periodo glaciale (vurmiano) ed appare costituito da tre cerchie

principali, via via scemanti d'altezza dall'esterno all'interno e

separate una dall'altra da ripiani e di cui le due interne sono

multiple, in relazione con l'ostacolo che i rilievi preesistenti doveano

opporre alla massa fluente del ghiaccio. La cerchia esterna è quella che

ha per suoi punti culminanti i colli di S. Daniele (m. 267), di Fagagna

(m. 266), di Moruzzo (m. 270), di Brazzacco (m. 249) e di Tricesimo (m.

241); essa si estende, con forma regolarmente arcuata, da questa ultima

località a Ragogna, passando perifericamente in modo insensibile al

conoide fluvio-glaciale, cioè alla inclinata pianura fra il Tagliamento

ed il Torre. A monte, cioè internamente, si stende, ad essa parallela,

una zona, elevata dai 180 ai 200 m., pianeggiante e paludosa, con

depositi alluvionali recenti, alcune torbiere (le più importanti sono

quelle del bacino del Rio Lini presso Fagagna, conosciute comunemente

dal nome di questa ultima località) e zone acquitrinose. La cerchia

frontale esterna prosegue verso oriente nella morena laterale sinistra,

che forma i colli morenici fra Tricesimo e Tarcento; a monte di questo

borgo, la morena stessa è conservata in pochi lembi, come quello su cui

poggia Billerio (elevazione massima circa m. 300), quello che si stende

a nord di Artegna (elevazione massima circa m. 350) e finalmente quelle

di Montenars (elevazione massima 476 m.). Non è facile decidere se

queste morene laterali si devono raccordare alla più esterna delle

cerchie ovvero ad alcuna delle susseguenti; lo stesso vale per le morene

laterali di destra, che sono oltre il Tagliamento, sui colli di Flagogna

e Forgaria, verso i quali del resto si spingeva solo una digitazione del

grande ghiacciaio, determinata dal Colle di Ragogna, il quale non sembra

sia stato mai ricoperto completamente dal ghiacciaio stesso nemmeno

durante il periodo della massima espansione di questo.

La seconda cerchia morenica, cioè la media, non è continua, come la più

esterna, ma si divide in tre lobi principali, corrispondenti ai tre rami

nei quali il ghiacciaio, ormai dimagrato, era scisso dai rilievi di Buia

e di Susans. Ad occidente si ha il cordone elevato fino a 300 m. di S.

Giovanni, Pignano, Ragogna, Canodusso, dietro il quale è l'interessante

lago di S. Daniele (m. 188 sul mare, prof. m. 9,5) e quello, meno

conservato, che va da S. Tommaso a Muris; nel mezzo sono i colli elevati

in pochi punti oltre i 210 m. di Caporiacco e Colloredo che si

continuano lateralmente da un lato verso Majano dall'altro verso Buia;

in fine ad oriente sorgono le morene di Treppo e Collalto, che

raggiungono i 220 ed anche i 230 m. d'altezza, e che di fianco

proseguono, esse stesse, verso Buia. Anche a monte di queste cerchie si

trovano spianate alluvionali acquitrinose e torbiere (fra queste le più

importanti sono quelle di Collalto e Bueris).

La terza e più interna cerchia dell'anfiteatro è essa pure biforcuta in

corrispondenza al colle di Buia; in questa è specialmente ben

conservato, quasi nella freschezza originaria, il ramo orientale, che si

stende a ridosso del Campo di Osoppo, fra la Madonna di Buia e Magnano,

elevandosi al massimo fino a m. 231.

Nell'insieme le colline dell'anfiteatro del Tagliamento con le dolci

ondulazioni separate da ampi avvallamenti e con la incerta idrografia,

presentano i caratteri tipici del paesaggio morenico; esse però non

sempre sono ridenti per rigoglioso rivestimento di vegetazione

spontanea, o per ricche coltivazioni o per densità di abitati; non

ostante la varietà degli elementi che costituiscono il suolo, questo è

nelle bassure nel dominio delle paludi e degli acquitrini, nelle alture

spesso ricoperto appena da prati o da radi querceti o da acacie e

presenta poche località abitate. Se non mancano i vigneti ed i campi ben

coltivati, nel complesso la regione appare assai meno fertile di quella

eocenica e di parte della stessa pianura. Più nudi ancora dei morenici

sono poi i rilievi di conglomerati terziari racchiusi dall'anfiteatro,

tale è il caso di quello di Ragogna, dove non mancano nemmeno

manifestazioni carsiche[19].

=Altri depositi glaciali.= Il grande ghiacciaio del Tagliamento lasciò

entro l'area da noi considerata ben pochi depositi morenici oltre quelli

dell'anfiteatro qui sommariamente considerati, in genere abbandonò solo

massi erratici più o meno dispersi. Un sottile velo morenico riveste la

sella pianeggiante di Togliezzo (m. 510) e materiale glaciale

contribuisce, assieme ad una caratteristica soglia rocciosa, a chiudere,

salvo il breve varco del fiume, la valle di Resia presso Resiutta. Resti

morenici di una digitazione del ghiacciaio del Fella sono anche nella

valle di Resia fra Stolvizza e Coritis.

Una serie di piccoli ghiacciai ebbe, come già s'accennò, il versante

settentrionale della catena del Ciampon; ne sono testimonianza sicura i

piccoli apparati morenici che si trovano al pian di Tapou (da 850 a 950

m.), nella valle del Rio del Sole (a circa 750 m.), in quella di Pozzus

(fra 750 ed 800 m.) ed in quella della Moeda (verso i 750 m.), ed

altresì il circo della casera superiore di Gleriis. Circhi sono anche

nella catena Montemaggiore-Stol, solo però al nord dei due tratti più

elevati della cresta. È incerto se alcune piccole conche che sono a

settentrione della punta del Matajur sieno in rapporto con azioni

glaciali, comunque l'insieme dei dati finora raccolti nelle Prealpi

Giulie tende a provare che il limite climatico delle nevi trovavasi

durante l'epoca glaciale (vurmiano) intorno ai 1300 metri sul mare.

Ben più notevoli delle morene ultimamente indicate sono quelle

abbandonate dal ghiacciaio dell'Isonzo. A dir vero nella valle

principale i terreni glaciali, pur essendo abbastanza frequenti

specialmente nel tratto fra Caporetto e S. Lucia — l'ultimo lembo che

segnerebbe il limite inferiore del ghiacciaio, è quello presso Sala —

non sono però molto considerevoli, nè costituiscono un apparato in alcun

modo paragonabile a quello del Tagliamento. Lo sarebbe piuttosto, salvo

le dimensioni assai minori ed altri caratteri speciali, l'insieme dei

depositi abbandonati nella regione fra Louch, Prossenicco, Bergogna,

Sedula, Boreana e Creda, dal ramo del ghiacciaio dell'Isonzo che,

insinuandosi per il passo di Starasella, occupava l'alta valle del

Natisone. Prescindendo anche dalla singolare barra rocciosa di Robic, la

di cui presenza va certamente posta in relazione col lavoro erosivo del

ghiacciaio (soglia di diffluenza) alla potenza accumulatrice di questo

si deve in buona parte la morfologia di quella ridente regione; accanto

alle vere morene, costituenti rilievi con caratteristiche forme

d'erosione, sono qua e là pure argille le quali sembrano depositate in

raccolte d'acqua di sbarramento glaciale.

Del resto il ghiacciaio dell'Isonzo — come in qualche caso quello stesso

del Tagliamento — potè determinare sbarramenti di valli laterali, ma

dove poggiava la sua fronte produsse una escavazione che come quella del

campo di Osoppo, fu occupata da acque lacustri e poi interrita. Si hanno

appunto tracce di un lago posglaciale nella regione fra Caporetto e

Tolmino. Altri indizi di una notevole azione erosiva del ghiacciaio sono

del resto nella valle principale dell'Isonzo ed in quelle laterali, come

alla soglia di Starasela, donde passava il ramo del Natisone (il quale

mandava anche una digitazione a sud fin verso il Pulfero, mentre il ramo

principale penetrava nella conca di Bergogna, profittando per lo scolo

delle acque di fusione della stretta di Pradolino), e alla confluenza

del rio Uccea. Anche questo era infatti rimontato da un ramo del

ghiacciaio dell'Isonzo, che sembra in uno dei più antichi periodi

glaciali superasse anche la sella di Tanamea e penetrasse nella valle

del Torre fino al bacino di Vedronza. Questo ramo ha però lasciato resti

insignificanti.

Nelle Prealpi Giulie non mancano nemmeno tracce di morene non spettanti

ai periodi glaciali, ma agli stadî d'arresto o di piccolo avanzamento

che ebbero luogo durante l'ultimo ritiro dei ghiacciai. Tali sarebbero

alcune morene locali della Valle di Resia ed il minuscolo, ma

caratteristico apparato morenico — deposto da un piccolo ghiacciaio

della catena del Musi — della Madonna di Carnizza. Queste morene

spetterebbero allo stadio detto di Bühl durante il quale il limite

climatico delle nevi era da 200 a 300 m. superiore che non nell'epoca

glaciale (vurmiano), da 900 a 1000 più basso di oggi.

Guida delle Prealpi Giulie Distretti di Gemona, Tarcento, S. Daniele, Cividale e S. Pietro · 第 2 / 26 段