loro aprire le viscere della misericordia, accoglierli pacificamente

e riammetterli nelle loro città. Perciò macchinarono di tentare ciò

che abbiamo accennato più sopra; e Rolandino di Canossa con quelli

di Gesso aveva giurato a quelli di Sesso che per tutta sua vita

non entrerebbe in Reggio, se non vi entrasse di pieno accordo con

loro, come conveniva. Si adunarono dunque quelli dell'antico partito

imperiale, cioè di Cremona, di Parma, di Reggio, di Modena, di Bologna,

e tirarono seco quei di Gesso e di Sassuolo, e avevano in loro aiuto da

Verona e da Mantova cinquecento cavallieri, e duecento tedeschi. E ai

7 di Settembre, Sabbato, sull'ora del mattutino, Tomasino di Sassuolo,

con alcuni altri, entrò in Modena per l'alveo del canale, e per porta

Bazoaria, e cominciò a scorrazzare qua e là, e a dire gridando che

sua era la città e de' suoi Cavallieri, e vi piantò sue bandiere e sue

insegne: _Ma la iniquità mentì a se stessa_, la Dio mercè, _che dissipa

i propositi dei malvagi, sicchè non possono adempiere le cominciate

imprese_. Giobbe 5.º. Diffatto avevano già posto mano all'uccisione dei

fanciulli, la cui innocenza Iddio immantinente in due maniere vendicò:

primo, aprendo ai fanciulli le porte del paradiso, così che intanto che

da altri ricevevano la morte, da lui erano assunti alla vita del cielo;

secondo, non permettendo loro di impossessarsi della città, la quale

indubbiamente sarebbe stata occupata, se si fosse aperta la porta, non

potutasi così subito aprire, perchè era ferma in alto da una sbarra di

ferro. Non fu dunque abbastanza accorto Tomasino di Sassuolo, gridando

troppo presto: Nostra è la città, prima che fosse aperta la porta.

Così pure non erano ancora arrivati ad aiuto i duecento tedeschi, che

giunsero dopo; e i cinquecento che erano venuti da Verona e da Mantova

con altra moltitudine, aspettavano di fuori, volendo entrare in città

sol quando fosse libero il passo a chi era per entrare. Ma siccome

entrare non potevano, posero fuoco alla porta, affinchè bruciate le

imposte, fosse tolto ogni ostacolo. Ma anche allora incontrarono

due impedimenti: primo, che soffiava un vento gagliardo e loro

contrario, sicchè avventandosi le fiamme verso loro, li costringeva

ad allontanarsi; secondo, perchè la fornace di bragia che era

sull'ingresso dopo bruciate le porte, non permise loro di introdursi.

E gridando alcuni: Al fuoco, al fuoco, svegliarono i cittadini, che

dato di piglio alle armi, e combattendo virilmente, fiaccarono i

nemici, li respinsero, a punta di spada li fugarono, e li inseguirono

sino a Sassuolo... permisero loro di entrare... cominciarono a cercare

studiosamente i traditori. E presero Grassone de' Grassoni... e lo

impiccarono alla porta Bazoaria; e in quei giorni, nella suddetta

occasione, trentanove persone furono appese al patibolo, tra le quali,

come si diceva, alcune erano innocenti. Era allora Podestà di Modena

Bernardino di Ravenna, figlio di Guido da Polenta e di... da Fontana, e

di Samaritana Alberghetti di Faenza. In quel tempo Matteo da Correggio

andò a Modena, e nel palazzo del Comune, in pieno Consiglio, rimproverò

acremente il Podestà, dicendo: Di certo, Voi, o Podestà, addossate una

grave responsabilità a noi e a questa città; responsabilità, per cui ne

bisognerà tremare per tutta nostra vita, a cagione della precipitata

vendetta... che avete fatta.... Detto ciò, ognuno se ne tornò a casa

propria. Parimente nel detto anno, agli 8 di Settembre, giorno della

Natività della Beata vergine, verso l'ora di Vespro, quelli di Gesso,

in tempo di tregua pattuita con quelli di Bibbiano e delle Quattro

Castella, i quali avevano già spillato il denaro convenuto, ripiegarono

indietro e non attennero la fede data, ma s'avventarono sopra questi,

come ho visto io co' miei occhi, e rapirono e condussero via dai

pascoli dieci paia di buoi, una giovenca, quattro ragazzi, ed uccisero

un uomo. Ma quelli dello Quattro Castella, cioè di Bibbianello... A

questi giorni si celebrò un Capitolo provinciale per la provincia di

Bologna presso Ferrara, al quale intervenne anche il Ministro Generale

frate Matteo di Acquasparta. Era allora Ministro provinciale di Bologna

frate Bartolomeo di Bologna, riputatissimo maestro dottorato. E per

celebrare solennemente il detto Capitolo fece le spese il Marchese

d'Este, e ne onorò la mensa a pranzo. E la Marchesa sua moglie, che era

malata, morì; e come essa aveva vivamente desiderato, fu onorificamente

sepolta dai frati del Capitolo nel convento dei frati Minori. La sua

anima per la misericordia di Dio riposi in pace, perchè in vita e in

morte fece molti benefizii ai frati Minori. Parimente nello stesso

anno, in settembre, ai dieci, nell'ottava della Natività della beata

Vergine, morì a Parma Salvino Torriani di Milano, e fu sepolto al

convento de' frati Minori di Parma, nel sepolcreto dei frati. Volle

essere sepolto senza pompe funebri, e così fu fatto. Fu genero del

Conte di S. Bonifacio di Verona, che aveva moglie una figlia di lui.

Era straricco. Si confessò divotamente dai frati Minori. Aveva fatto

un bellissimo testamento, nel quale molto aveva legato per la sua anima

ai poveri di Cristo; specialmente ai frati Minori, ai Predicatori e ad

altri Religiosi sì di Milano che d'altri paesi. Ma Guido da Correggio

l'adulterò con abrasioni e mutamenti, e l'anima sua Iddio la depenni

dal libro della vita, se non restituisce quanto, a frode e a malizia,

ha tolto ai poveri di Cristo, perchè fece graffio alla volontà di

un buon uomo, che aveva steso un testamento bellissimo per la salute

dell'anima sua. E questo Guido da Correggio, cittadino di Parma, non

aveva con lui attinenze di parentela, era a lui estraneo affatto, anzi

nemico. E siccome dice Iddio che, chi si umilia sarà esaltato, perciò

quel Salvino, che si umiliò coi miti di cuore scegliendo... ora presso

la porta... nell'atrio dei Minori è tumulato il suo corpo in un ricco e

bellissimo mausoleo; e la sua anima per la misericordia di Dio riposi

in pace. Nel detto anno, in settembre, i Parmigiani cominciarono a

murare un ponte di pietra detto dei Salarii, sul torrente Parma, sino

alla via, che va a S. Cecilia; e murarono anche la porta di borgo

Sant'Egidio, che conduce a S. Lazzaro, che è sulla strada pubblica.

Similmente la porta del prato di S. Ercolano, per la quale si va al

borgo, che si chiama di Bologna. E a clausura della fossa vi fecero

un muro in testa, presso il naviglio e il molino, perchè le fosse più

a lungo tenessero l'acqua. E a questi giorni vi era in Parma ardente

discordia fra il Vescovo Obizzo Sanvitali e Guido da Correggio. Eglino

erano i due Capitani dei partiti, che erano in quel tempo nella città;

nè erano stati fatti Capitani dai cittadini di Parma, ossia eletti,

ma da sè stessi si erano arrogata la supremazia; e l'uno e l'altro

credeva di operare secondo ragione e a vantaggio della città. E le

persone d'allora, secondochè parteggiavano, parlavano anche, lodavano,

biasimavano chi l'uno, chi l'altro. Ma il beato Agostino dice che

poco è da curarsi dei giudizii degli uomini; e la ragione che ne

dà è questa; non ti può infamare un oltraggio, ne ti può coronare

una adulazione. Parimente nel sunnominato millesimo, la vigilia di

San Giovanni Battista... l'armata di Pietro... Re d'Aragona colò a

fondo, al di là di Napoli,[121] molte navi Francesi. E molti plebei,

ossia popolani, e Cavallieri, e nobili, e baroni, che erano reliquie

dell'esercito di Re Carlo, n'ebbero cavati gli occhi. E fu cosa

veramente degna e giusta... perocchè sono superbissimi stoltissimi, e

uomini quasi... maledetti, che sprezzano tutte le nazioni del mondo, e

specialmente gli Inglesi ed i Lombardi, e per Lombardi intendono tutti

gli Italiani e i Cisalpini, mentre son dessi che veramente meritano

di essere disprezzati, e che realmente li sono da tutti. Ai quali può

applicarsi a capello quel che per canzonatura dicesi di Trutanno:

Dum Trutannus in _m_ pateram tenet et sedet ad _pir (sic)?_ Regem

Capadocum — credit habero cocum.

(Forse vuol dire) Quando Trutanno ha in _mano_ il bicchiere, e sta

seduto _ad un buon fuoco_ si leva in tanta superbia da credere che

il Re di Capadocia sia il suo cuoco.

Perocchè dopo aver ben bevuto i Francesi si danno da credere di poter

vincere e balloccarsi tra mano tutto il mondo. Ma s'ingannano....

I Francesi adunque portano altissima la cresta. E affliggevano i

regnicoli, i Toscani, i Lombardi, che dimoravano nel regno di Puglia,

e loro rapivano... gratuitamente, cioè senza pagare... frumento...

e carni, capponi, oche, galline, e quanto può servire a vittovaglia.

E non si limitavano a non pagare le derrate, o le grascie comperate,

ma per sopraccarico percuotevano e ferivano chi loro vendeva. Questo

eccesso si mostrò chiaro nel fatto che sono per narrare. Un Parmigiano

aveva una bellissima moglie, la quale domandando ad un Francese il

prezzo delle oche, che a lui aveva vendute, non solo egli si rifiutò

di dare il danaro patteggiato... ma per giunta la percosse con un

colpo tanto grave che non vi fu bisogno del secondo, e a scherno le

domandò se volesse null'altro da lui. Questa cosa seppe il marito, e

ne fremette sì.... Morì anche nel detto millesimo il Re dei Saraceni

di Tunisi; e, in odio di Re Carlo, elessero loro Re un figlio del

fu Pietro Re d'Aragona. Il quale accettò... ed assunse la Signoria

di loro. E questo Re d'Aragona era figlio d'una figlia di Manfredi,

Principe di Puglia, il quale poi era figlio del fu Federico Imperatore

spodestato...

FINE DELLA CRONACA.

FRAMMENTI

DI UN LIBRO INTITOLATO _Il Prelato_

SCRITTO DA FRA SALIMBENE

AGGIUNTI ALLA CRONACA DELLO STESSO AUTORE

ALCUNI FRAMMENTI

=Incomincia il libro, che ha per titolo= _Il Prelato_, =a cui fare

mi porse occasione frate Elia: e contiene molte buone ed utili

cose.=

Parimente nel suddetto millesimo, cioè 1238, indizione 11.ª io frate

Salimbene di Adamo, parmigiano, vestii l'abito dell'Ordine de' Minori,

il giorno 4 di Febbraio, festa di S. Gilberto, e fui ammesso la sera

della vigilia di S. Agata dal Ministro Generale frate Elia nel convento

di Parma, d'onde egli stava per muovere alla volta dell'Imperatore

in Cremona, mandatovi da Papa Gregorio IX; essendo che frate Elia era

intimo amico dell'uno e dell'altro, e perciò opportuno mediatore tra

loro. E in vero, secondochè dice il beato Gregorio «quando si manda

come oratore una persona che spiace a chi si manda, si sdegna l'animo

di chi la riceve e si volge al peggio». E, quando fui ricevuto, eravi

presente frate Gherardo da Modena, che pregò perchè fossi accolto,

e fu esaudito. Era allora Podestà di Parma Gherardo da Correggio,

detto dai Denti perchè aveva i denti grossi; e venne in persona al

convento dei frati Minori con alcuni Cavallieri per fare visita a

frate Elia Ministro Generale, il quale aveva stanza in quella parte

del convento ove è il refettorio degli ospiti o forestieri, e lo trovò

seduto accanto a buon fuoco, sopra un sedile coperto con un cuscino di

piume, e teneva in capo un cappello all'armena; e, come ho veduto io

co' miei occhi, quando entrò il podestà e lo salutò, egli nè si alzò

in piedi, nè si mosse punto. La qual cosa fu giudicata una grossolana

villania, poichè Iddio stesso dice nella divina Scrittura, Levitico

19.º: _Lèvati su davanti al canuto, ed onora l'aspetto del vecchio_.

Parimenti dice l'Ecclesiastico 3.º: _Quanto più sei collocato in

alto, tanto più in ogni cosa umiliati, e troverai grazia al cospetto

del Signore_. Anche l'Apostolo ai Romani 13.º dice: _Rendete adunque

a ciascuno il debito... l'onore a chi dovete onore_. E di nuovo

l'Ecclesiastico 41.º. Imperocchè non _è bene di arrossire per qualunque

cosa, e non tutte le cose ben fatte piacciono a tutti... Vergognati

di tacere con quelli che ti salutano_. Frate Elia però adempì un

altro luogo della scrittura, che dice, Proverbi 26.º: _Chi dà gloria

allo stolto fa come chi gittasse una pietra preziosa in una mora di

sassi._ Uno dei genitori di frate Elia, cioè il padre, era di Castello

dei Britti[122] nella diocesi di Bologna, e la madre di Assisi, e nel

secolo questo frate[123] aveva nome Bombarone, faceva il materassaio,

o insegnava in Assisi a leggere il Salterio ai ragazzi. Entrato

nell'Ordine de' Minori, ricevette il nome di Elia e diventò due volte

Ministro Generale. Godeva i favori dell'Imperatore e del Papa, ma

col tempo Iddio lo umiliò a seconda della sentenza: _Questo umilia,

quello esalta..._ non così accadde a frate Elia; anzi siccome non ebbe

riconoscenza pei favori ricevuti, fu destituito in modo che non fu mai

più riammesso nel suo grado; la qual cosa egli non aveva mai potuto

darsi a credere.... Questo poi avvenne nell'anno successivo, come

diremo, quando fu deposto da Papa Gregorio IX in un Capitolo generale;

e bene se lo meritò per le brutte colpe che aveva. E prima di tutto

parliamo della sua villania verso Gherardo da Correggio, che essendo

nobil uomo ed insignito di sublime dignità, poichè era Podestà di

Parma, ed essendosi recato a lui per fargli visita e rendergli onore,

egli avrebbe dovuto alzarsi in piedi per far onore anche a sè stesso.

Imperocchè l'onore non è solamente di colui, a cui si dispensa, ma

eziandio, e più, di colui che lo dispensa. Frate Elia non considerò

l'atto suo sotto questo aspetto, e quindi commise villania. Perciò

Pateclo di tali persone dice nel libro dei Tristi:

Cativo hom podhesta de terra

E povero superbo ki vol guerra.

E senescalco kintrol desco me serra.

E villan ki fi messo a cavallo.

Et homo ke zeloso andar a ballo.

E l'intronar de testa quando fallo.

E aver hom ki in honor aventura

E tutti quanti de solazo no cura.

Quel Gherardo da Correggio era alto di statura, di giuste proporzioni

di membra, tenea più del macilento che del pingue, Cavalliere robusto

e dotto nell'arte della guerra. Io lo ho veduto due volte Podestà

di Parma; la prima, quando entrai nell'Ordine; poi, quando la città

di Parma si ribellò al deposto Imperatore Federico II. Egli fu amico

intimo e speciale di mio fratello Guido di Adamo, frate dell'Ordine

de' Minori, ed era padre di Guido e di Matteo da Correggio, che tutti

e due ebbero l'onore di molte podesterie. Uno di loro, cioè Guido,

fu ardente guerriero e dotto nell'armi, ed ebbe moglie Mabilia di

Giberto da Gente, di cui generò figli e figlie. L'altro, cioè Matteo,

fu Cavalliere di senno, nè ebbe figli, tranne uno illeggittimo. Quando

io entrai nell'Ordine dei frati Minori, Tancredi Pallavicino, Abbate

del convento di S. Giovanni di Parma, uomo di cortesia e liberalità

distinta, di onorata fama e di vita onesta e santa, mandò a frate Elia

Ministro Generale, perchè avesse da imbandire la cena per sè e pei

frati, un regalo di capponi, portati da un contadino penzoloni, davanti

e di dietro, da una pertica che aveva sulle spalle. Era un Giovedì,

ed era presente il Podestà ed io pure in abito ancora da secolare,

e vidi tutto questo, e la sera dopo cena fui ammesso all'Ordine. Io

aveva già lautamente pranzato in casa mia; eppure i frati mi condussero

nell'infermeria e mi vollero servire un'ottima cena. Ma in seguito mi

alimentarono di cavoli per tutta vita mia, quantunque da secolare io

non avessi mai mangiato cavoli, anzi mi movevano tanta ripugnanza, che

non avrei nemmeno mangiate carni che fossero state cotte con cavoli; e

in seguito ebbi poi sempre in mente il detto tante volte ripetuto:

Milvus ait pullo.

Dum portaretur ab illo:

Cum pi pi faris,

Non te tenet ungula talis.

Ad un pulcin, che seco a voi traea

Stretto tra l'ugne, uno sparvier dicea:

Il pipilar che fai spettra ogni cosa,

Ma l'ugna che ti tien non è pietosa.

E Giobbe 6.º dice: _Le cose che l'anima mia avrebbe ricusato pur di

toccare, sono ora i miei dolorosi cibi_. Inoltre frate Elia aveva

il costume di parlare parabolicamente; ed una volta, interrogato da

Gherardo Podestà di Parma, ove andasse ed a che fare, rispose: Il Papa,

che mi ha incaricato di questa missione, è per me contemporaneamente

una forza di attrazione e di repulsione. Quasi volesse dire che passava

da un amico ad un altro amico, e questa maniera di esprimersi fu

giudicata dagli uditori ingegnosissima.... La seconda colpa di Elia fu

di aver ricevuto nell'Ordine molte persone inutili. Io abitai due anni

nel convento di Siena e vi trovai venticinque frati laici: ne abitai

quattro in quello di Pisa, e ve n'erano trenta. E forse per molte

ragioni Iddio permise queste ammissioni.... La quarta ragione si è

che Dio lo aveva rivelato all'Abbate Gioachino. Onde, parlando egli di

due Ordini futuri, dice: «Parmi vedere che l'Ordine de' Minori accolga

senza distinzione ogni sorta di frutti della terra, e incorporerà nella

Chiesa chierici e laici; e l'altro dia precipuamente la preferenza ai

chierici». Se poi vi sia alcuno che voglia sapere qual colpa vi fu da

parte di frate Elia nel ricevere i laici nell'Ordine, se lo fece perchè

Iddio aveva così decretato, rispondo che:

Quidquid agant homines, —

intentio judicat omnes

Null'opra in colpa all'uom giammai s'appone,

Se fatta sia con buona intenzione.

Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. II · 第 16 / 25 段