meco un giorno con famigliarità presso la porta di Gesso cinque anni

prima che gli accadesse quella disgrazia, da cui fu tormentato in

occasione della morte di Guido di Bibianello, interrogò un indovino,

che prediceva il futuro, e sapeva dire quello che accadrebbe a questo

o a quello, affinchè gli predicesse quali eventi aspettavano il

padre di lui; e gli mostrò un libro nel quale stava scritto: «Cadrà

nelle mani d'un giudice.» E così fu di fatto, come abbiam narrato più

sopra. Laonde è chiaro, che non solo i profeti preveggono l'avvenire,

ma lo preveggono talvolta anche i demonii e gli uomini peccatori, e

tanto meglio i giusti, come diremo, se ci basterà la vita a parlare

del seguente millesimo. Nell'anno sussegnato, un Sabato 17 Maggio,

all'ora del pranzo, fu ucciso Pinotto figlio di Ghiberto da Gente,

nella villa di Campegine, da' suoi nipoti, figli di Lombardino da

Gente, de' quali uno aveva nome Ghibertino e l'altro Guglielmino; e

fu ucciso per una contesa che avevano tra loro per un mulino, anzi

per cosa da meno, cioè una pezza o stretta lingua di terra, che era

di dietro ad un molino. Ma già sin da anni addietro aveva avuto a

litigare anche con Lombardino padre di costoro; e per ciò andarono

con alcuni malfattori ed assassini, che gli furon sopra con armi e con

randelli e l'uccisero.... E qui osserva un triplice giudizio di Dio.

Primo, che tutti quelli che sapevano della premeditata uccisione della

moglie di Pinotto, cioè di Beatrice di Puglia, e vi acconsentirono,

in breve giro di tempo furono uccisi anche essi, e primo fu Pinotto;

secondo, Guido di Bibbianello (il quale porse occasione a Pinotto di

farlo uccidere, perchè volle dormire con lei; ma ella si ricusò di

consumare l'adulterio, non solo per non commettere una turpitudine,

ma anche perchè Pinotto e Guido erano fratelli consanguinei). Terzo,

fu un certo Martinello, che una notte la soffocò con un piumino in

Correggio. Il secondo giudizio è che quel Martinello, uccisore della

moglie di Pinotto per mandato avutone da Pinotto stesso, ebbe poi anche

mano nella uccisione di Pinotto; e Martinello poi, ferito all'assedio

di Moncaulo[112], tornato a casa morì per non aver saputo guardarsi

dalla propria moglie. Terzo giudizio di Dio e miracoloso si è che se

per caso gli uccisori di Pinotto fossero state persone estranee alla

famiglia, i nipoti stessi, che lo hanno fatto uccidere, per l'onore

di casa loro e secondo l'uso e la vanità della gloria mondana, lo

avrebbero vendicato. Parimente, nel Venerdì precedente, il Consiglio

Municipale di Parma deliberò di compiere il castello di Navone,

presso Reggio, sulla pubblica strada, vicino alla borgata di Cadèo.

Lo stesso anno, ai 16 di Giugno, quelli di Gesso andarono contro quei

di Querciola[113], coi quali erano federati e avevano fatto tregua,

volendo da loro trarre preda e prigioni, mentre i giorni precedenti ne

avevano ucciso parecchi, e avevano fatto bottino di animali, e condotti

via dei prigionieri. Essendo dunque, dopo aver fatta tregua con loro,

di nuovo contro di loro ritornati, con intenzione di predare, ai 16 di

Giugno, come è detto, arrivarono i militi Reggiani della città con a

capo Pocapenna di Canossa e si accamparono fra Gesso e Querciola, ma

non videro che le spalle de' nemici fuggenti, secondo quel detto....

Poichè i Reggiani stavano in armi contro loro da una parte, e quei

di Querciola dall'altra, e ne fecero centotrè prigionieri; e la più

parte furono condotti a Reggio legati ad una sola fune, e posti a ceppi

sotto buona guardia nelle carceri del Comune. Quei di Querciola però

se ne ritennero alcuni a risarcimento dei danni loro inferti da quei

di Gesso. (Querciola è una villa di Matteo Fogliani). Non vi fecero

però prigionieri che uomini assoldati, mentre i maggiorenti di Gesso

se ne stavano in casa protetti dal castello; i quali poi, udita la

cattura dei loro soldati, gridarono dicendo: _Guai a noi; perocchè non

fu tanta esultanza ieri e ieri l'altro: Guai a noi! chi ne libererà

dalle mani di cotesti sublimi Dei_, (Re 1º). La sera susseguente quelli

di Reggio innalzarono una fiaccola ardente sulla vetta della torre

del Comune a segno di contento e di letizia per allegrare l'animo de'

loro amici, che erano in Bibbianello e ne' castelli vicini; i quali

fecero altrettanto innalzando fiaccole accese, come fanno i contadini

in tempo di quaresima, quando fanno illuminazione alle loro casette e

capanne. Così pure fecero quelli della plebana di Caviano alzando una

fiaccola accesa sulla punta del loro campanile. All'indomani Monaco di

Bibbianello mandò gente d'armi a bruciare le case che erano attorno a

Canossa[114] per vendicare l'incendio della villa di Caviano, operato

da quei di Gesso. Tre giorni dopo, cioè la festa di S. Gervaso e

Protaso, corsero i Reggiani sopra il castello di Mozzadella[115] e

distrussero le case, e tagliarono le vigne, che vi erano attorno; e

con loro vi erano quelli di Bibbianello, delle Quattro Castella, di

Bibbiano e di Caviano, e fu fatto un gran guasto di vigne. Ma quelli

del castello di Gesso ferirono molti degli assalitori cogli archi e

colle saette, e lo stesso giorno i Reggiani se ne tornarono a casa,

a numero completo, intatti; i feriti furono di quelli delle Quattro

Castella e di altre ville. Nel detto anno, l'ultimo di Giugno, que'

di Sassuolo, licenziati da quelli di Modena, che li accompagnarono

sino ai confini, ritornarono alla loro città, e ritornarono in pace e

coll'annuenza dei Modenesi della città; e morì il Vescovo di Modena,

che era di Milano, e si chiamava Ardicione, già vecchio e carico

d'anni; e vi fu in Modena viva agitazione, che durò parecchi giorni

per l'elezione di un nuovo Vescovo. Finalmente fu eletto frate Filippo

Boschetti di Modena, che era de' Minori. Dal partito contrario ne fu

parimente eletto uno, cioè Guido de' Guidi Arciprete di Cittanova,

dotto nel diritto canonico, ma aveva la vista lesa, ed era fratello

di frate Bonifacio de' Guidi, anch'esso frate Minore. Finalmente la

vinse frate Filippo e fu consacrato Vescovo di Modena. E nota che a'

miei tempi molti frati Minori e Predicatori furono insigniti delle

Prelature Vescovili, ma più in grazia de' parentadi e de' consanguinei,

che in grazia dell'Ordine a cui appartenevano. Poichè i Canonici delle

Cattedrali e delle Chiese madri di ciascuna città non amano avere

a loro superiori dei Religiosi, benchè sappiano che splendono per

dottrina e per costumatezza, d'onde avviene che que' canonici temono

di essere rimproverati delle loro lascivie e carnalità..... E de'

frati Minori e Predicatori l'Abbate Gioachimo dice nell'esposizione

di Geremia: «Questi due Ordini semplici ed umili sorgeranno in mezzo

alla Chiesa, e allora aspramente sgrideranno e redarguiranno la

meretrice di Babilonia....» (Nota che per la meretrice di Babilonia

si può intendere ogni anima peccatrice). Di questi due Ordini disse

anche l'Abbate Gioachimo: «Mi pare che uno raccolga indifferentemente

ogni sorta grappoli, incorporando alla Chiesa chierici e laici; e che

l'altro scelga soltanto le primizie dei chierici». Ma di questo basti;

e la penna ripigli la narrazione dei fasti dei Reggiani, a cui ora

è rivolto specialmente il nostro intendimento, almeno per quanto ha

attinenza colla presente guerra, la quale nel sussegnato millesimo e

nel seguente, di molto scosse, turbò e afflisse la città di Reggio.

A questi giorni del sunnotato anno, cioè 1287, in Luglio, evasero

dal carcere del Comune di Reggio ventotto prigionieri; per cui fu

incarcerato Scalfino, figlio di Guido degli Indusiati, e sottoposto

a tormenti, perchè i Reggiani erano persuasi che avesse fatto avere

ai carcerati una lima per aiuto ad evadere. E, dopo altri tormenti,

posero sotto le piante de' piedi di lui un fornello con pruni accesi,

e con un manticello soffiavano perchè i pruni fossero più vivi e

ardenti a tormentare. E mentre stava ivi a sedere co' piedi sopra

il fuoco, fecero venire suo padre, perchè vedesse il figlio tra quel

martirio. Oltracciò Guido fu condannato in trecento lire della moneta

di Bologna, che pagata, lo lasciarono andare in libertà. A questi dì

alcuni ebbero pensiero di fare una tradigione del castello di Reggiolo

a danno della città di Reggio, e a beneficio di quei di Gesso, ma

la frode fu scoperta dai Reggiani la Dio mercè: _Il quale dissipa i

pensieri dei malvagi, che non possan compiere i disegni che avevano

cominciati_; e di quelli che erano alla custodia del castello di

Reggiolo, ne fuggirono dieci, che dovevano esserne i traditori. Però

dai Reggiani fu preso il nipote di Corrado di Canino da Palù, cioè

un figlio d'una sorella di lui, e si chiamava Corradino del Bondeno,

e fu più e più volte sottoposto a gravi tormenti. Poscia fu appeso

per le braccia al palazzo del Comune, poi mozzato del capo, tratto a

coda di cavallo a suggello di derisione, di vergogna e di obbrobrio

sempiterno, e finalmente bruciato. Dopo di che tutti i Canini, che

sono della famiglia dei Palù, furon posti al bando perpetuo del Comune

di Reggio con tutti i loro eredi. E noto che quei di Gesso, se veniva

lor fatto di avere in mano Reggiolo, speravano che Veronesi, Mantovani

e quei di Sesso accorressero, sorprendessero la città di Reggio, e ne

scacciassero l'altro partito che ora ne tiene la Signoria. E Corrado

Canino era designato Podestà di Reggio per tre anni. Ma l'iniquità

ha mentito a sè stessa, come era ben giusto, perchè due mesi prima

Corrado aveva fatto uccidere l'Arciprete Fagioli di Fornovo[116]

Parmense, ed un suo nipote (figlio di Alessandra sorella di Rolandino

di Canossa) che si chiamava Carotto, ed era fratello di Bonifacio, il

quale era balbuziente, che aveva cioè la lingua non sciolta. E mentre

aveva perpetrato tutti questi delitti, i Reggiani, a cui fu ingrato,

tolleravano che abitasse in Reggio nella chiesa di S. Nicolò, che è

del monastero delle Fontanelle[117] nell'agro Parmigiano, quantunque

Guglielmo Fogliani Vescovo di Reggio, e poscia i frati Gaudenti, se

la volessero in seguito appropriare. Si diceva che anche il Vescovo

di Parma avesse dato dugento lire a quei di Gesso, come aiuto ad

impadronirsi di Reggiolo, e che, quando quelli di Sassuolo furono

prosciolti dai Modenesi, mandò dugento uomini di cavalleria, e duecento

di fanteria in loro aiuto (ma siccome i Reggiani corsero prontamente

in aiuto de' Modenesi, quei quattrocento non poterono compiere il

loro disegno, perchè temevano che fosse loro impedita la ritirata

per Reggio) dei quali poi si valsero quelli di Gesso per mettere a

ruba e a fuoco Caviano, come abbiamo più sopra narrato. E sappi che

al principio di questa guerra quelli di Gesso furono audacissimi,

bruciando, distruggendo, catturando quelli del partito avverso. Ma poi

cominciarono ad accasciarsi, perchè i Reggiani ogni momento salivano

a loro con numerosa gente, e ne esportavano le biade, incendiando

le case, tagliando le vigne di Rolandino, che davano il vino della

vernaccia, e disertarono la vigna di Guido d'Albareto, e ne misero

la casa a fuoco. Questa casa aveva molti alloggi e più palchi; vi

era la loggia, la sala del palazzo, molte camere da letto, cucine,

stalle, cantine, forno, quartieri pe' militi di guardia, mulini e

parecchi nascondigli, e, tutto, la fiamma vorace annientò. Lo stesso

anno vi fu un immenso sviluppo di zanzare, al monte, nelle paludi e al

piano, dal principio di Luglio sino al giorno di S. Maria Maddalena;

ed erano molestissime per l'importunità e la punzecchiatura. E noto

che quest'anno ritardò di molto la maturazione delle biade, tanto che

gli agricoltori e i mietitori non si sbrigarono della raccolta che

verso S. Maria Maddalena, e quel che pe' Giudei fu annunziato come una

benedizione, cioè: _La trebbiatura delle messi toccherà la vendemmia, e

la vendemmia si sovrapporrà alla seminagione_, Levitico I, i cristiani

se lo attribuivano a castigo. Parimente nel detto anno il figlio del

Re d'Aragona, che era figlio[118] del fu Imperatore Federico II vinse

i francesi, che sotto Re Carlo avevano fatto le campagne di Puglia

e di Sicilia, e s'impossessò di tutto il Regno. Nello stesso anno

la grossa e bella campana del Comune di Parma si ruppe per imperizia

del campanaro a suonarla. Così pure lo stesso anno ebbero convegno in

Parma gli ambasciatori di Bologna, Modena, Reggio, Brescia, Piacenza

e Cremona per trattare e deliberare intorno ad una concordia e ad

una pace delle città Lombarde, affinchè ognuna potesse godere quiete

sicura e vivere tranquillamente, senza lasciarsi sopraffare da nemici

a cagione delle loro dissensioni.... Nello stesso anno fu celebrato a

Montpellier un Capitolo generale de' frati Minori, e fu creato Ministro

generale Matteo di Acquasparta, Toscano, della valle di Spoleto. Ed in

questo generale Capitolo non furono presi buoni provvedimenti, secondo

il modo di vedere degli Italiani e secondo la consuetudine degli altri

Capitoli generali. Fu ivi Vicario frate Pietro di Fallengaria[119],

che fu poi mandato lettore alla Corte, essendo maestro dottorato.

Similmente a questi giorni sorse un'infocata discordia nella Romagna

per ire di partiti; e nello stesso anno e mese, quattordici di quei

ribaldi che erano in Gesso si proposero di andar a spogliare il

convento dei frati Minori di Montefalcone. Il che saputosi da Giacomino

dei Panzeri e da Bonifacio di Canossa, fratello dell'Abbate di S.

Prospero di Reggio, li minacciarono, e per timore se ne rattennero e

decamparono dalla loro stoltezza. Parimente nello stesso anno, e in

quegli stessi giorni, i popolani di Bologna presero gravi deliberazioni

contro i loro Cavallieri, e contro tutti i nobili della città, cioè

che qualunque Cavalliere o nobile offendesse alcuno appartenente ad

una compagnia d'uomini del popolo, così se ne devastassero le ville,

le case di città e di campagna, i campi e le piante, che de' loro beni

non restasse pietra sopra pietra. Ed in queste punizioni incapparono

per primi i figli di Nicolò dei Bazelerii, che dal popolo furono

completamente in ogni loro cosa devastati. D'onde venne che tutti i

Cavallieri di Bologna, per l'impeto del popolo furente, già temono di

abitare in città; e, a guisa dei Francesi[120], dimorano nelle Ville

sui loro possedimenti; e perciò i popolani, che abitano in città,

a guisa dei Francesi anch'essi, possono chiamarsi borghesi. Ma i

popolani debbono temere che piova su loro l'ira di Dio, perchè operano

contro la divina Scrittura, che dice, Levitico 19.º: _Rendi giusto

giudizio al tuo prossimo ecc. non far vendetta e non serbare odio

a que' del tuo popolo_. Così per opera de' popolani e de' contadini

il mondo si distrugge, e si conserva per opera de' Cavallieri e dei

nobili. E Pateclo nel libro de' Tristi disse: _Et quando de sola fit

tomera ecc. Quando la suola diventa tomaio ecc._ E vuol significare

che ogni cosa diviene grave a sopportarsi, quando chi deve star di

sotto monta sopra. La qual cosa il Signore minaccia di fare anche

per punizione dei peccati, (Deuteronomio 28.º): _Il forestiere che

sarà nel mezzo di te sarà innalzato ben alto sopra di te ecc. e tutte

queste maledizioni verranno sopra di te ecc._ Ma poscia è da temere che

non avvenga il rovescio della medaglia, perchè in giorno di fortuna,

si mutano le corna della luna. Richiàmati a memoria l'esempio de'

beccai di Cremona, de' quali uno aveva un grosso cane, che tollerò

con pazienza molte molestie infertegli da un ringhioso bottolo d'un

altro beccaio; ma siccome quel cagnotto non voleva smettere il solito

disturbare, perciò fu sommerso e annegato in Po. E così sono molti a

questo mondo, che, se vivessero in pace, nessuno li toccherebbe; ma

andando studiatamente in cerca di brighe, le trovano poi... ma di ciò

basti e riparliamo dei Reggiani. A questi giorni dell'anno sunnotato,

cioè 1287, quelli di Gesso stretti da neccessità, perchè incalzati

da' nemici, si serrarono nella rocca, e subito arrivarono i Reggiani

della città coi loro alleati a cingerli d'assedio, e li tennero stretti

quasi quindici giorni. E allora vennero ambasciatori da Bologna e da

Parma per pacificare tra loro quei di Gesso assediati nella rocca, e

quelli di Reggio che li assediavano. E così col pretesto di trattare

la pace fu levato l'assedio e quelli di Gesso uscirono dalla rocca;

ma pace non si fece. Anzi quelli di Gesso operarono peggio di prima,

depredarono, distrussero le ville della diocesi di Reggio, fecero

prigionieri e li sottoposero a studiati e inconsueti tormenti per

indurli a riscattarsene per denaro. E coloro che tali cose facevano

erano assassini di Bergamo, di Milano, della Liguria, che quelli di

Gesso avevano assoldati.... E avendo una volta pigliato un poveretto,

che non aveva loro recato punto offesa, anzi avrebbe loro fatto

servigio, se avesse saputo come, lo legarono, lo trassero a Gesso, e

gli dissero: Imponi a te stesso la taglia: Che era quanto dire: Di'

tu quanto ne puoi dare. Ma avendo risposto che nulla poteva dare, gli

martellarono la bocca con un sasso, e gli caddero sei denti, ed un

settimo crollante stava per cadere. E altrettanto fecero a più altri.

Ad alcuni gettarono al collo una corda a nodo corsoio, e strinsero

tanto che gliene schizzarono fuori gli occhi dalle occhiaie posandosi

sulle guancie; ad altri legavano soltanto il pollice della mano destra,

o della sinistra, e li appendevano in modo che non toccassero terra;

altri ancora sospendevano legati per i testicoli; a chi stringevano

con fune soltanto il mignolo d'un piede, pel quale si sosteneva sospeso

tutto il corpo; a chi legavano le mani a tergo, e li facevano sedere,

e sotto i piedi mettevano un fornello di pruni accesi, che con un

soffietto facevano diventare più vivamente ardenti; a chi legavano

il pollice del piede destro con una funicella legata ad un dente, poi

lo punzecchiavano nella schiena perchè cavasse a se stesso il dente;

uno ne aveva legate le mani colle tibie presso alle calcagna (come

agli agnelli destinati vittime, o al macello) e così un giorno intero

senza mangiare e senza bere lo lasciavano sospeso ad una pertica; un

altro era sfregato con un legno durissimo agli stinchi, finchè se ne

vedevano scoperte le ossa; era insomma a vedere, e anche solo a udire,

una miseria e una pietà indicibile. E quando i maggiorenti di Gesso li

rimproveravano di fare quelle orribili crudeltà su uomini cristiani,

si irritavano quegli assassini, e li invitavano imperativamente a

ritirarsi, se non volevano essi stessi un simile trattamento. Quindi

per necessità, volere o non volere, permettevano quegli orrori. Molte

altre guise di tormenti escogitavano ed applicavano, che per brevità

non descrivo.... Entrarono dunque nella Bocchetta quei di Gesso il

1.º d'Agosto, giorno di S. Pietro in Vincoli, e vi stettero assediati

sino al giorno dei SS. Martiri Ippolito e Cassiano, giorno in cui ne

uscirono. Ed un giovine, che vi si trovava, disse a me che dentro vi

erano 300 uomini e 240 cavalli. Fuori poi all'ingiro per l'assedio

si noveravano 3000 uomini, computandovi i Reggiani e gli amici loro,

che in diversi gruppi erano collocati quà e là pei monti attorno alla

Rocchetta, come riserva. E se i Reggiani li avessero presi per fame

(e prenderli si poteva, se non l'avessero impedito i Parmigiani e

i Bolognesi coll'intromettersi pacieri) senza dubbio la guerra era

finita, perchè i capitali loro nemici erano chiusi nella Bocchetta,

e al di fuori i Reggiani avevano mangani e trabucchi, i cui urti gli

assediati non avrebbero potuto sostenere. La Rocchetta poi è ad un

miglio da Sassuolo, e a dieci miglia da Reggio. Questa è una valle

chiusa attorno da monti, nel cui mezzo sorge un monticolo, sul quale è

costrutta la rocchetta, che si chiama anche con altro nome Tiniberga

per la seguente ragione. Alcuni Bergamaschi dei maggiorenti della

città, per un omicidio da loro perpetrato, furono banditi dalla città

loro e cacciati a perpetuo confino, senza speranza di più rimpatriare.

Ed essendo andati a Reggio, chiesero al Comune di Reggio un luogo in

cui poter abitare sicuri. I Reggiani permisero loro di girare attorno

pel territorio Reggiano, e, ove trovassero un luogo non abitato

da altri e a loro opportuno, ivi erigessero una loro fortezza e vi

abitassero; e così costruirono la Rocchetta, che da loro fu denominata

Tiniberga. Questa ora appartiene a Bernardo da Gesso. In questi giorni

e nel susseguente millesimo i Bolognesi posero a confino molti dei

loro Cavalieri o li mandarono a dimora in varie città. E ciò fecero

i popolani, perchè cominciarono a dominare sopra i Cavallieri. E nota

che la divina Scrittura giudica pessima la signoria di certi ordini di

persone, come sarebbero le donne, i ragazzi, i servi, gli stolti, i

nemici, e le persone di bassa sfera, delle quali dice: _Nulla di più

aspro d'una persona d'umile condizione, quando sale ad alto grado_.

E Pateclo, nel libro dei Tristi, disse: _Et cativo homo podhesta de

terra_ ecc. D'ogni specie di queste Signorie cercane esempi più sopra.

In questi giorni Monaco di Bibbianello, che è di Canossa, catturò

Bernardo di Guglielmo, diacono della Chiesa di S. Antonino delle

Quattro Castella, che spontaneamente e prontamente, senza costrizione

di tormenti, come dicevano coloro che lo catturarono, confessò d'avere

avuto il proposito di tradire Bibbianello e darlo a quelli di Gesso.

E tosto gli segarono le canne della gola, e lo portarono in giro per

il castello, morto... nudo; poscia lo precipitarono giù dal castello

come un vile cadavere, e fu sepolto colla sola camicia nella Chiesa di

S. Antonino. Cantando io messa in Bibbianello il giorno di S. Giovanni

Battista, costui cantò alla messa il Vangelo; e lo stesso anno, il

giorno dopo la Decollazione di S. Giovanni Battista, giorno di Sabato,

fu scannato. Alla sorella di lui, di nome Berta, tagliarono la lingua,

e la espulsero dalle Quattro Castella con comando di non ritornarvi.

Essendochè attribuivano a lei, come anche alla concubina di lui, o

amante o meretrice che fosse, la colpa di rivelare certi colpevoli

segreti tra quelli di Gesso ed alcuni infami traditori delle Quattro

Castella. Questo diacono era vecchio ed aveva la sua concubina...

e finalmente non seppe e non volle confessarsi. Chi lo uccise si

chiama Martinello, un famigerato assassino malfattore, che Monaco di

Bibbianello teneva seco nella rocca. Parimente nell'anno precedente,

dagli assassini di Monaco di Bibbianello fu ucciso Peregrino arciprete

della Chiesa plebana di Caviano, a cui attribuivano la colpa di non

essere sincero partigiano di Monaco, e lo accagionavano di molte altre

cose non meritevoli di essere ricordate. E furono quattro quelli che

l'assassinarono: Raimondello, Giacopello, Acorto e Ferarello. Questi

quattro una sera cenarono con lui, e la notte mentre egli dormiva

nel proprio letto, colle spade l'uccisero, e lo bistrattarono così

brutalmente ed oscenamente che pareva un mostro orribile. Ma non fu

tarda la vendetta di Dio a raggiungere gli assassini di questo prete.

Non passò un anno che Raimondello restò morto da quei di Gesso; anche

Giacopello incappò nelle mani di quelli di Gesso, che gli schiantarono

due denti, e appena se la potè svignare. Acorto e Ferarello li colpì

Iddio ne' loro letti. Parimenti nel millesimo sussegnato, quando il

Podestà di Bologna e i cittadini Bolognesi trassero dalla clausura

quelli della Rocchetta, condussero secoloro a Bologna Rolandino di

Canossa, lo posero tra ceppi e sotto custodia per avere una malleverìa

che si farebbe la pace, e ve lo tennero a lungo; fecero altrettanto a

Bartolomeo dei Panzeri, una volta giudice, cittadino Reggiano, e al

Prevosto di Carpineti, che era figlio d'Alberto Fogliati e fratello

di F.... Così nello stesso anno tutti quelli dell'antico partito di

Federico Imperatore, che tanto tempo erano stati esuli dalle loro

città e girovaganti, mulinarono di impadronirsi di qualche città,

in cui abitare senza vergogna o senza tristezza, pronti a pigliarsi

vendetta de' loro nemici, se non volessero vivere in pace con loro.

Ed a ciò meditare li aveva indotti una necessità durissima, perchè...

cioè quelli che parteggiavano per la Chiesa in niun modo volevano

Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. II · 第 15 / 25 段