L'anno 1287, indizione 15ª, i frati Predicatori ritornarono ad abitare

in Parma, d'onde erano partiti spontanei per cagione di una donna

eretica, di nome Alina, cui essi avevano fatta bruciare. E ritornarono

il giorno della Cattedra di S. Pietro; ed uscirono per andar loro

incontro colle trombe e cogli stendali alcuni Parmigiani ed i

Religiosi, che li accolsero e accompagnarono in città con onorificenza.

Nello stesso millesimo, dopo che i Lupicini ed i Boiardi s'erano già

rappacificati, furono uccisi due monaci del monastero di S. Prospero di

Reggio, e furono que' monaci, che avevano già tempo tradito l'Abbate

e il monastero di S. Prospero. Poscia, a breve distanza di tempo,

a vendetta di que' due monaci, ne fu ucciso un altro del monastero

stesso, che, delegato come suo procuratore dall'Abbate, andava alla

Corte con un cert'altro sacerdote. Questo monaco era figlio di Gifredo

de' Muti di Reggio, frate Gaudente; e disse a chi lo feriva; Chi

siete voi? Ed i feritori risposero: Noi siamo i procuratori di que'

due monaci, che pochi giorni fa sono stati uccisi, ed abbiamo mandato

di rendere pan per focaccia. E feritolo, fuggirono lasciandolo mezzo

morto. Fu portato a casa de' suoi parenti, fece la sua confessione,

e s'addormentò nel Signore; e pochi giorni dopo, la madre di questo

monaco malatasi di tristezza, morì anch'essa. Così nello stesso

millesimo i Reggiani per carnevale non fecero baldoria, secondo il

costume delle altre città cristiane, che in tal tempo folleggiano e

fan pazzie, ma se ne restarono senza chiasso, come se fossero morti

i loro. Ma in quaresima, che è tempo dedicato a Dio, cominciarono a

folleggiare, mentre sarebbe stato tempo prezioso per la salute delle

anime, tempo di fare elemosine, e di attendere alle opere di pietà.....

tempo di confessarsi, di ascoltare le prediche; di visitare le chiese,

di pregare, di digiunare, e di piangere...... In quaresima adunque non

si diedero i Reggiani alle opere di pietà, nè si curarono delle sante

cose preaccennate, ma corsero dietro a vanità, e invanirono..... Di

fatto molti di loro presero a prestito vesti dalle donne, e vestiti,

da donne, cominciarono loro giochi, e andavano per la città attorno

in torneamenti; e per avere vieppiù apparenza di donne, con biacca

imbellettavano le maschere, che si mettevano al volto, non curandosi

delle pene a ciò comminate...... Guai a que' miseri cristiani che

tentano di convertire il tempo consacrato al culto ecclesiastico in

tempo di dissolutezza e vaniloquio...... Certamente Cristo, nostro

Dio, c'insegnò a digiunare in quaresima...... e siccome decretarono i

Venerabili Padri Pontefici romani...... ma alcuni infelici cristiani

nelle città Lombarde nè digiunano, nè si confessano de' loro peccati.

E perchè in tal tempo non possono trovar carni in beccheria, mangiano

in secreto carni di galline e di capponi, e, dopo, tutto il giorno

se ne stanno sdraiati su stuoie, sotto i porticati, e nelle piazze,

giocano a zare, a' dadi, e a trottolino, e bestemmiano il nome del

Signore e della beata Vergine madre di Lui; e que' tali si danno a

credere che possano mutare i tempi e le leggi, e che venga il giorno

di poter vivere in libera libidine. Nota che l'Apostolo specificò

alcuni segni de' malvagi cristiani, che vivranno circa i tempi

dell'Anticristo, i quali segni si riscontrano in quelle persone che

a' dì nostri s'infangano nel peccato senza verecondia...... Ma non

giovò ai Reggiani. Videro sì i guai de' Modenesi loro vicini, ma non

si diedero pensiero di guardarsene; che anzi posero i semi di tutti

que' mali, che poi piombarono su di loro, di cui già parlammo, ed

anche in seguito parleremo. In fatto alcuni anni prima del corrente

millesimo alcuni mugnai di Reggio, con una certa astuzia e malizia

domandarono ed ebbero dai frati Minori alcune tonache usate e vecchie,

che dicevano di voler porre sotto il meccanismo del purgatore per

ridurle all'apparenza e alla mondizie di nuove; ma se ne valsero poi

a vestirsi nel carnevale in abito di frati Minori, e dopo il tramonto

del sole ballarono cantando sulla pubblica strada. E queste pazzie

facevano per suggestione del diavolo, che voleva si calunniassero

gli innocenti, e che, da chi passava, fossero creduti realmente

frati Minori quelli che le dette cose facevano, e così diventasse

uno scandalo e un disonore pe' frati...... Il che di fatto si avverò

poi ne' mugnai, che tali cose facevano. Perocchè il Podestà di Reggio

d'allora, saputo di ciò, irritossi assai per l'amore che nutriva pe'

frati Minori, e, come era suo dovere, li punì severamente, imponendo

loro multe in denaro, e bando perpetuo dalla città, perchè altri non

osasse più in seguito ripetere quelle scene...... Nel detto anno,

cioè 1287, ai tre d'Aprile, Giovedì Santo, morì Papa Onorio IV, e il

giorno dopo, Venerdì Santo, fu sepolto. Egli fu uomo podagroso; prima

si chiamava Giacomo Savelli, romano, eletto dal novero de' Cardinali,

e resse il pontificato due anni. Creò un solo Cardinale, cui mandò

in Germania con missione di condurre di là Rodolfo eletto Imperatore,

volendolo, come comunemente si credeva, incoronare; ma il Papa morì,

e Rodolfo restossi senza la corona dell'Impero. Laonde appare chiaro

che Iddio non voglia che più sorga alcuno a reggere come Imperatore

la pubblica cosa, come è stato detto di Federico II da quelli che con

ispirito profetico predicono il futuro: «In lui morrà anche l'Impero,

perchè sebbene possa avere successori, saranno privi del titolo

d'Imperatori da parte del supremo potere dell'autorità romana». Fuvvi

un'altra cagione ancora della morte di Papa Onorio IV. Perocchè volle

far gravare la sua mano sull'Ordine de' frati Minori e Predicatori,

togliendo loro la facoltà di confessare e di predicare, per eccitamento

di alcuni prelati oltramontani, che spesero a questo scopo 100,000 lire

della moneta di Tours. E Matteo Rossi, che era il Cardinale protettore,

governatore e censore dell'Ordine de' Minori, venne ai frati piangendo

e disse: Frati miei, io ho insistito quanto ho potuto per stornare il

sommo Pontefice da' suoi propositi, ma non ho potuto smoverlo dal malo

divisamento che ha fitto in cuor suo contro di voi...... E siccome è

impossibile che le preghiere dei molti non sieno esaudite...... quando

Papa Onorio l'indomani, Giovedì Santo, avrebbe pronunciata la sentenza,

ecco che Iddio lo colpì la sera innanzi e lo tolse di vita...... Ed

io abitava nel convento de' frati Minori di Montefalcone. Lo stesso

anno Nicolò Fogliani prese Carpineti[108] e Pacilo[109], (due castelli

della diocesi di Reggio), e vi pose di stanza a guardia suoi armati,

in servizio di Monaco di Canossa, i cui fratelli l'anno antecedente

erano stati uccisi, cioè Guido di Bibbianello e Bonifacio di lui

fratello. A vendicare adunque i suoi fratelli, Monaco di Canossa, che

aveva signoria a Bibbianello, con molti uomini d'armi andò, e, facendo

violenza ai custodi delle porte della città, entrò in Reggio. E in quel

giorno ebbe suo principio una sanguinosa zuffa nella città di Reggio,

ed ebbe per effetto che il Podestà che era Cremonese, e il Capitano che

era di Parma, discesero dai loro Palazzi, e il dì seguente, ricevuto

loro salario, partirono ritornando alle loro città. Frattanto Matteo

Fogliani, Guido da Tripoli e Monaco di Bibbianello si spartirono gli

uffici principali della Signoria. E Monaco di Bibbianello andò in

persona ad appiccare il fuoco alla casa di Rolandino da Canossa, e

l'incendiò e la fece smantellare sino alle fondamenta; e mentre queste

devastazioni si compievano, inanimava i suoi armati, dicendo: Venite a

me con sicurezza, e non temete, che io sono fatato ed invulnerabile.

E questo diceva per tenere alto il coraggio de' suoi, e renderli

pronti ad osare. Quivi fu ucciso un popolano, che era bello e buon

uomo, amico mio e dei frati Minori, del partito di Rolandino, ed in

quel giorno era di guardia alla casa di lui. Questi esercitava in

Reggio l'arte del cimatore, e si chiamava Ugolino da Canossa. Questo

accadde il Mercoledì dell'ottava di Pasqua, nel qual giorno cantammo

nella messa _Venite, benedicti: Venite, o benedetti_; ed io abitava

nel convento di Montefalcone; e quel giorno andai a Reggio, entrai in

città, e vidi tutto co' miei occhi, perchè tutta la giornata, mentre

queste cose si facevano, io girai attorno per la città. E le follie,

che i Reggiani fecero nella quaresima, si convertirono in pianti ed

in querimonie, perchè fatte in tal tempo presagivano male...... E

l'Arciprete della chiesa maggiore, che si chiama Enzo Uberto, ed un

certo eremita andavano predicando a pieno uditorio che quelle baldorie,

che si facevano dai Reggiani nella quaresima, erano un buon segno.

Ma frate Benvenuto dell'Ordine dei Minori predicava il contrario,

cioè che presagivano male, come poi provò e dimostrò il fatto. Questo

frate Benvenuto era del Modenese, lettore di teologia, predicatore

buono, ornato e gradito al clero e al popolo; sapeva di greco e di

latino; fu interprete molto abile e sottilissimo del testo bibblico; e

ovunque correva lezione storpia corresse, e diede un testo, che è il

più corretto che oggi si trovi al mondo; fu correttore alla mensa in

Parigi si trovò compagno di molti che diventarono poi sommi Pontefici,

cioè Papa Adriano, Papa Gregorio X oriondo di Piacenza; e tuttavia

amò meglio restare umile cogli umili, che por piede nelle Corti de'

grandi; e tale è tornato al suo Ordine, nel quale talvolta, quando

torna il suo giorno, secondo l'uso dell'Ordine stesso, lava anche

le scodelle. Uomo di molto studio e di acuto ingegno, e dottissimo,

di memoria facilissima, che ha molti e buoni libri, che si procurò

con grande fatica copiandoseli e facendosene copiare, quando era a

studio in Parigi. Umile, socievole, benigno, onesto, di vita santa; di

edificante conversare, e da tutti tenuto in distinta considerazione.

Questi dunque, in quanto all'applicazione che se ne può fare al caso

presente, che riguarda i Reggiani, mi pare prefigurato in Michea, il

quale consigliò il Re Acabbo di non ingaggiare battaglia in Ramoth

di Galaad contro i Siri. E _Sedecia figlio di Canaan_, che _si fece

le corna di ferro_ e disse al Re: _Con queste soffierai sulla Siria,

finchè tu l'abbia annientata_, prefigurò coloro, che adulavano i

Reggiani, quando in quaresima folleggiavano.... Quel giorno dunque,

in cui accaddero le dette cose ai reggiani, incontrai l'Arciprete

della chiesa maggiore della città di Reggio, presso la chiesa di San

Pietro, ove era stato canonico, ed era profondamente melanconico e

quasi inebetito; e presemi per mano, come per dar segno di conoscermi

e d'aver meco dimestichezza, poichè io aveva abitato a Reggio sei

anni. E gli domandai come stesse; e mi rispose che stava come in un

mulino rotto. Allora, siccome costui era stato uno degli adulatori

dei Reggiani quando matteggiavano in quaresima, fui sul punto di

dirgli quello che disse Michea ad un tale nella storia preaccennata:

_Vedrai_ ecc. cioè saprai e conoscerai che cosa sta nella camera del

letto, quando nella camera del letto ti ritirerai. Il profeta volle

significare che colui, al quale parlava, conoscerebbe piena la verità,

quando la tribulazione gli acuisse l'intelletto. Ma stando lì lì

per dirgli questa cosa, il mio animo e la mia lingua gliela vollero

risparmiare, memori di quel che dice la Scrittura: _Non irridere un

uomo che si trova nel dolore_.... Parimente il giorno stesso, in cui

ebbero cominciamento le cose già dette dei Reggiani, Monaco di Canossa,

ossia di Bibbianello, andò in persona alle carceri del Comune, e co'

suoi uomini d'armi ruppe e le aprì, liberando tutti i prigionieri dalla

miseria, e dalle catene, e dalle tenebre, e dall'ombra di morte, e

infrangendo i loro ceppi li lasciò andare in libertà. E vi si trovavano

alcuni condannati a bando perpetuo dal Comune, tra' quali taluno era

già da lungo tempo carcerato, ai quali parve rinascesse una luce nuova,

e ne provarono massimo gaudio e tripudio, ne resero grazie a Monaco,

e si offersero sempre pronti ad amarlo e servirlo in sempiterno. Quel

giorno stesso nella città di Reggio Giacomino dei Panzeri e suo figlio

Tomasino assalirono coraggiosamente la fazione loro avversa, come leoni

che balzano sopra la preda, parati a penetrare anche attraverso un muro

di ferro. Ed a Tomasino fu ucciso sotto il cavallo mentre assaliva i

nemici al trivio de' Roberti. Giacomino poi essendosi recato alla porta

di S. Nazzaro, non per uscire e partirsene ma per comandare che la

porta si abbandonasse aperta, mentre ne ritornava verso casa sua urtò

in una moltitudine di armati, ai quali non potendo tener testa, gli

fu giocoforza uscire di città; sendochè i Lupicini si staccarono dal

partito di Rolandino in occasione di un parentado recente contrattosi

tra lui e Matteo Fogliani, avendo Garsendonio accettata come sposa

una figlia di Matteo per suo figlio Ugolino; ed altri ancora del

partito di Rolandino di Canossa e di Giacomino de' Panzeri non erano

dell'animo inclinati a menar le mani; alcuni altri poi se n'erano

usciti di città, e se ne stavano nelle loro castella. Allora furono

messe a ruba e a sacco le case di alcuni, e ne fu portato via ogni

bene, frumento, vino e tutti i mobili; e i giorni successivi furono

rase al suolo le case di Giacomino, di Bartolomeo e di Buonacorso de'

Panzeri, di Alberto degli Indusiati, di Ugo di Corrado, di Rolandino

di Canossa e di Manfredino del Guercio. Come pure il giorno di quella

sommossa, dopo nona, molti malfattori e ribaldi andarono correndo al

convento de' frati Minori per entrarvi e far bottino degli oggetti che

vi erano stati depositati. Di che accortisi i frati suonarono a stormo

la campana più grossa; e subito, ecco presente Guido da Tripoli, armato

sul destriero, e lo vidi io co' miei occhi, e menò loro colpi di clava,

e li cacciò tutti in fuga. Egli mi guardò e disse: Ohe! frati, e non

avete voi di buoni randelli da bastonar cotestoro, che non vi rubino? A

cui io risposi che a noi non lice bastonare nessuno.... Allora intesi

che aveva detto vero Isaia nel 9º: _Perchè ogni saccheggiamento di

saccheggiatori è con istrepito e tumulto_. In que' giorni Rolandino di

Canossa, Francesco Fogliani, suo fratello il Prevosto di Carpineti,

Giacomino dei Panzeri, suo figlio Tomasino e molti altri con loro

dello stesso partito, andarono a Parma, e fecero apprestare vessilli,

banderuole e macchine da guerra per correre ai castelli che hanno

nella diocesi di Reggio, e battere i loro avversarii, cioè i Reggiani

che stanno dentro la città. E un giorno quei di Gesso fecero una

scorreria contro quelli di Roncolo[110], e rapirono loro dai pascoli

i buoi e le vacche; la qual cosa vedendo quelli di Roncolo portarono

in sicuro su quel della diocesi di Parma le robe loro, e abbandonarono

vuote e deserte le case e la villa.... Quelli poi delle Castella

fabbricarono case e trasportarono ogni lor cosa alle falde del colle

su cui è Bibbianello, e parte anche sulla vetta. Altrettanto fecero

quei di Cauresana[111], di Farneto, di Corniano e di Plazzola intorno

intorno a monte Lucio, nella sua più alta parte; così anche quelli di

Oliveto; e quelli di Bibbiano si munirono di fortilizii per timore

di una vicina guerra. Quelli di Caviano costruirono case intorno

alla chiesa plebana, vi cavarono all'ingiro le fossa e le riempirono

d'acqua per essere al coperto dalla furia del devastatore. Così sono

oggi le cose. La fine sarà quella che sarà, perchè sono sempre incerti

gli eventi delle guerre, e la spada ora atterra l'uno, ora atterra

l'altro. Ma i Modenesi risapendo di tutti questi guai dei Reggiani,

ne furono in forte apprensione e vollero espellere di nuovo que' loro

concittadini, che erano tornati da Sassuolo, e coi quali avevano da

poco tempo fatta pace. I quali risposero di essere disposti ad obbedire

e andare a confino, e piegarsi a' loro comandi, e fare tutto quanto

volessero. Laonde i Modenesi vinti da tanta docilità risparmiarono ai

loro concittadini, che erano tornati da Sassuolo, sì grave danno e non

li costrinsero ad uscire di città; ma raffermarono più saldamente la

pace e la primiera concordia, e si imbandirono scambievoli banchetti,

e si contrassero fra le loro famiglie maritaggi, e consolidarono

i loro rapporti di amicizia coi vincoli delle affinità. Lo stesso

anno un certo maestro Pisano, che era a Parma per fondere campane,

fece anche quella del Comune di Parma, grossa, bella e buona; e deve

farne un'altra pel duomo a spese del Cardinale oriondo di Gainago. E

l'anno antecedente ne aveva fusa un'altra pel Comune, ma, all'atto

del gettarla, per insufficienza di metallo riuscì mancante degli

orecchioni; e quindi non potendo servire a nulla fu ridotta a pezzi.

Un cert'altro maestro Pisano anch'esso ne aveva fatta prima ancora

un'altra, ma non era sonora, e di lontano non si udiva. Questa essendo

stata sospesa alquanto alta da terra ad un castello di legno presso

il palazzo dell'Imperatore, che in Parma è all'Arena, cadde da quella

specie di battifredo a terra, e non offese nessuno, tranne che ad un

giovane portò via la parte anteriore di un piede, col quale aveva dato

un calcio al padre, ma non impunemente, come il giusto giudizio di

Dio lo dimostrò con tale disgrazia.... Dacchè adunque abbiamo fatta

menzione de' lavori pubblici de' Parmigiani, sta bene che ne facciamo

pieno racconto di alcuno per meglio ricordarne le origini; e per farlo

meglio è d'uopo ritornare alquanto indietro (Vedi più su dei lavori

publici dei Parmigiani). Così nel susseguente millesimo, il Mercordì

dell'ottava di Pentecoste, che era ai 28 di Maggio, i Reggiani, fanti

e cavalli, uscirono armati dalla città per battersi con quelli di Gesso

e si misero a campo sul Campora, un torrente che ha le sue scaturigini

presso Canossa, e va a metter foce nel Crostolo. Allora quei di Gesso

uscirono anch'eglino col proponimento di presentare battaglia, e

andavano provocando al combattimento i Reggiani della città. Stavano

l'une squadre di fronte alle altre a mezzo miglio d'intervallo, e

dall'una parte e dall'altra si mandavano avanti quelli che si chiamano

spie od esploratori, per conoscere la moltitudine degli armati, o la

debolezza del nemico; e così durarono tutta la giornata, finchè stanchi

di noia, retrocedettero lo stesso giorno senza essersi scontrati.

Ma nel seguente sabato delle Tempora, cioè l'ultimo di Maggio, festa

di S. Petronilla, que' di Gesso andarono a battere contro la chiesa

plebana di Caviano, attorno alla quale uomini e donne s'erano ritirati

e trincerati. E quel luogo era assai ben munito a cagione della torre,

della chiesa, e della fossa che lo cingevano, e per il numero d'uomini,

di pietre, di baliste ed altre diverse macchine guerresche. Allora

si accostò Guido di Albareto, che era uno dei condottieri di quei di

Gesso, e tenne un'allocuzione a quei della Terra, dicendo: Provegga

ciascuno di voi all'anima propria, e arrendetevi a noi, e andatevene

liberi in pace senza dannaggio di sorta; che se resistete, sappiate

che sarete presi di forza, e senza misericordia appesi alle forche. In

quel punto, irritato da tale linguaggio, uno di quelli che erano sulla

torre, lanciò dall'alto una pietra, che andò a colpire sulla testa il

cavallo di Guido, il quale orribilmente rotando intorno a se stesso,

quasi stramazzò. Allora cominciò l'attacco tra quelli di dentro il

castello, e quei di fuori; e quel giorno dentro il fortilizio della

plebana non erano presenti che quaranta uomini, che ferirono quindici

nemici, de' quali nella ritirata morirono tre e furono sepolti. Ma

quei di fuori riconoscendo che non potevano espugnare le munimenta di

quella Chiesa plebana, si sbandarono per la villa di Caviano a far

bottino di oche, di galline, di capponi, di galli, di porcelli, di

agnelli, e di quanto vi era e loro piacque. Di fatto quella villa era

boscosa e ricca d'ogni ben di Dio, e gli abitanti vivevano quasi a

maniera dei Sidonii, isolati e senza comunione con quelli delle Terre

vicine; nè vi fu chi opponesse resistenza, nè aprisse bocca a gridare.

In quella notte posero a fuoco cinquantatrè case della villa di Caviano

tra buone e in mal essere; e tutte indifferentemente l'avrebbero

bruciate, se non avessero smesso per le istanze e le preghiere dei

frati Minori, che si opposero a quei malandrini. La quale devastazione

scorta quelli di Bibbiano, spillarono cento lire imperiali a quelli

di Gesso, e concordarono seco loro una tregua d'un anno, per poter

lavorare sicuri i loro campi e raccoglierne le messi. Questa tregua si

pattuì mercè di donna Beatrice, vedova, sorella di Guglielmo Rangone

di Parma. Allora Egidiolo di Montecchio cominciò a porsi in mezzo

per concordare una tregua tra quei della villa di Caviano e quelli

di Gesso; e la mediazione di lui era molto promettente, perchè sua

moglie era nata da quei di Canossa, sorella della madre dell'Abbate,

e Monaco di Bibbianello era nipote della moglie di Egidiolo come nato

da un consanguineo di lei. Questo Egidiolo era uomo soave, pacifico e

dolce; e tutto il tempo di queste lotte tra Reggiani e quei di Gesso,

molto si affannò correndo ora a Gesso, ora di là ritornando ai nostri;

ma da questo suo adoperarsi non ne raccolse che calunnie e maldicenze.

A questi giorni era Podestà dei Modenesi Rolando degli Adegherii di

Parma, che chiamò a sè quelli che erano tornati da Sassuolo, e co'

quali i Modenesi della città s'erano pacificati, e con modi cortesi

li persuase di uscire dalla città, perchè non li incogliesse disastro;

specialmente che conosceva addentro l'umore de' Modenesi, e sapeva di

un soccorso, che aspettavano dai Reggiani. E furono in tutto obbedienti

e partirono. Subito dopo arrivarono da Reggio un duecento soldati,

che entrarono tutti in Modena, e fu da loro senza contrasto occupata.

A quei giorni si ripetè molte volte a Reggio la voce che i Parmigiani

erano in discordia tra loro, che tutte le parti eran sull'armi, e si

aveva speranza che Parma fosse dai Parmigiani distrutta. E ognuno

parlava a seconda del proprio desiderio; e molti sembravano godere

della distruzione di Parma, secondo che è scritto nei Treni 1...

perocchè è gran sollievo per gli infelici trovar compagni nella

miseria. Ma la Beata Vergine, che in Parma ha culto e onore, sembra

tenere sotto la sua cura e protezione speciale quella città. In quel

tempo era a Parma Capitano di un partito Obizzo Sanvitali Vescovo

della città, e dell'altro partito Guido da Correggio. Quelli poi, che

erano stati espulsi da Reggio, si chiamavano di Gesso, dal nome di

un castello ove abitavano, il cui Capitano in capo era Rolandino di

Canossa, uomo bello, nobile, cortese, liberale e che aveva avute in

Italia molte Podesterie. Sua madre era una Piemontese, nobil donna e

santissima. E questo Rolandino, di cui parliamo, usò una singolarissima

cortesia, che è ben degna di essere raccontata. Avendo tregua quei di

Gesso con quelli di Albinea, che è una Terra del Vescovo di Reggio, un

certo tale di Albinea si presentò a lui lamentando che uno di quelli

di Gesso gli aveva rapiti i buoi. E subito glieli fece restituire,

dicendo: Vuoi d'altro? E quel tale soggiunse: Vorrei che quell'uomo,

che sta nel vostro paese mi restituisse anche il mio vestito. E

Rolandino invitando quell'uomo a restituire, e non volendovisi esso

prestare, Rolandino stesso si cavò il soprabito, ossia la guarnacca,

gliela diede e disse: Credo che tu sia così ben ripagato del tuo abito;

vattene in pace. La qual cosa avendo veduto quel contadino che aveva

portato via l'abito all'uomo d'Albinea, arrossì e prostrandosi a piedi

di Rolandino, confessò sua colpa e ridiede l'abito all'uomo derubato.

Or sappi che i capi condottieri di quei di Gesso furono: Rolandino di

Canossa, Guido di Albareto co' suoi figli, cioè Azzolino e l'Abbate di

Canossa, che si chiama Rolando; poi Guglielmino Scarabello e Bonifacio,

fratello dell'Abbate di S. Prospero, Reggiano soltanto per madre;

inoltre il Prevosto di Carpineti e suo fratello Francesco Fogliani co'

suoi figli; Giacomino de' Panzeri con Tomasino suo figlio; i quali due

si batterono da leoni nell'occasione della cacciata del loro partito da

Reggio; Bartolomeo dei Panzeri con Zaccaria suo figlio; Ugo di Corrado

con Corradino suo figlio; Manfredino di Guerzo co' suoi figli; Enrico

di Gherro un buon banchiere; e un tal bastardo bell'uomo e valoroso,

che qualche volta fu Podestà di quei di Gesso, (ed anche Enrico fu

loro Podestà); e Ro... poscia Cremona cominciò ad eleggersi Podestà

uno di Cremona. L'altra turba poi che formava le schiere di quei

di Gesso erano, o mercenarii, o assassini, o ribaldi. E si noti che

Corradino, figlio di Ugo di Corrado, fu dai ribaldi fatto Capitano e

Podestà loro. Notisi inoltre che i Lupicini al momento dell'espulsione

od uscita dalla città, abbandonarono il loro partito, e restarono in

città; e si ascrissero al partito di Matteo Fogliani, la cui figlia

la accettò Garsendonio per moglie di Ugolino suo figlio. E sappi che

allora quei di Dallo, in servizio e favore di Matteo Fogliani, stettero

molti giorni a campo intorno a Bismantova, perchè Guido di Albareto

con alcuni altri s'erano ritirati su quella roccia per isfuggire illesi

di fronte al nemico. Dopo, gli assedianti annoiati, levarono il campo,

e quei di Bismantova discesero e partirono. Di Guido d'Albareto poi è

da sapere che, come disse a me suo figlio l'Abbate di Canossa parlando

Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. II · 第 14 / 25 段