in Parma, d'onde erano partiti spontanei per cagione di una donna
eretica, di nome Alina, cui essi avevano fatta bruciare. E ritornarono
il giorno della Cattedra di S. Pietro; ed uscirono per andar loro
incontro colle trombe e cogli stendali alcuni Parmigiani ed i
Religiosi, che li accolsero e accompagnarono in città con onorificenza.
Nello stesso millesimo, dopo che i Lupicini ed i Boiardi s'erano già
rappacificati, furono uccisi due monaci del monastero di S. Prospero di
Reggio, e furono que' monaci, che avevano già tempo tradito l'Abbate
e il monastero di S. Prospero. Poscia, a breve distanza di tempo,
a vendetta di que' due monaci, ne fu ucciso un altro del monastero
stesso, che, delegato come suo procuratore dall'Abbate, andava alla
Corte con un cert'altro sacerdote. Questo monaco era figlio di Gifredo
de' Muti di Reggio, frate Gaudente; e disse a chi lo feriva; Chi
siete voi? Ed i feritori risposero: Noi siamo i procuratori di que'
due monaci, che pochi giorni fa sono stati uccisi, ed abbiamo mandato
di rendere pan per focaccia. E feritolo, fuggirono lasciandolo mezzo
morto. Fu portato a casa de' suoi parenti, fece la sua confessione,
e s'addormentò nel Signore; e pochi giorni dopo, la madre di questo
monaco malatasi di tristezza, morì anch'essa. Così nello stesso
millesimo i Reggiani per carnevale non fecero baldoria, secondo il
costume delle altre città cristiane, che in tal tempo folleggiano e
fan pazzie, ma se ne restarono senza chiasso, come se fossero morti
i loro. Ma in quaresima, che è tempo dedicato a Dio, cominciarono a
folleggiare, mentre sarebbe stato tempo prezioso per la salute delle
anime, tempo di fare elemosine, e di attendere alle opere di pietà.....
tempo di confessarsi, di ascoltare le prediche; di visitare le chiese,
di pregare, di digiunare, e di piangere...... In quaresima adunque non
si diedero i Reggiani alle opere di pietà, nè si curarono delle sante
cose preaccennate, ma corsero dietro a vanità, e invanirono..... Di
fatto molti di loro presero a prestito vesti dalle donne, e vestiti,
da donne, cominciarono loro giochi, e andavano per la città attorno
in torneamenti; e per avere vieppiù apparenza di donne, con biacca
imbellettavano le maschere, che si mettevano al volto, non curandosi
delle pene a ciò comminate...... Guai a que' miseri cristiani che
tentano di convertire il tempo consacrato al culto ecclesiastico in
tempo di dissolutezza e vaniloquio...... Certamente Cristo, nostro
Dio, c'insegnò a digiunare in quaresima...... e siccome decretarono i
Venerabili Padri Pontefici romani...... ma alcuni infelici cristiani
nelle città Lombarde nè digiunano, nè si confessano de' loro peccati.
E perchè in tal tempo non possono trovar carni in beccheria, mangiano
in secreto carni di galline e di capponi, e, dopo, tutto il giorno
se ne stanno sdraiati su stuoie, sotto i porticati, e nelle piazze,
giocano a zare, a' dadi, e a trottolino, e bestemmiano il nome del
Signore e della beata Vergine madre di Lui; e que' tali si danno a
credere che possano mutare i tempi e le leggi, e che venga il giorno
di poter vivere in libera libidine. Nota che l'Apostolo specificò
alcuni segni de' malvagi cristiani, che vivranno circa i tempi
dell'Anticristo, i quali segni si riscontrano in quelle persone che
a' dì nostri s'infangano nel peccato senza verecondia...... Ma non
giovò ai Reggiani. Videro sì i guai de' Modenesi loro vicini, ma non
si diedero pensiero di guardarsene; che anzi posero i semi di tutti
que' mali, che poi piombarono su di loro, di cui già parlammo, ed
anche in seguito parleremo. In fatto alcuni anni prima del corrente
millesimo alcuni mugnai di Reggio, con una certa astuzia e malizia
domandarono ed ebbero dai frati Minori alcune tonache usate e vecchie,
che dicevano di voler porre sotto il meccanismo del purgatore per
ridurle all'apparenza e alla mondizie di nuove; ma se ne valsero poi
a vestirsi nel carnevale in abito di frati Minori, e dopo il tramonto
del sole ballarono cantando sulla pubblica strada. E queste pazzie
facevano per suggestione del diavolo, che voleva si calunniassero
gli innocenti, e che, da chi passava, fossero creduti realmente
frati Minori quelli che le dette cose facevano, e così diventasse
uno scandalo e un disonore pe' frati...... Il che di fatto si avverò
poi ne' mugnai, che tali cose facevano. Perocchè il Podestà di Reggio
d'allora, saputo di ciò, irritossi assai per l'amore che nutriva pe'
frati Minori, e, come era suo dovere, li punì severamente, imponendo
loro multe in denaro, e bando perpetuo dalla città, perchè altri non
osasse più in seguito ripetere quelle scene...... Nel detto anno,
cioè 1287, ai tre d'Aprile, Giovedì Santo, morì Papa Onorio IV, e il
giorno dopo, Venerdì Santo, fu sepolto. Egli fu uomo podagroso; prima
si chiamava Giacomo Savelli, romano, eletto dal novero de' Cardinali,
e resse il pontificato due anni. Creò un solo Cardinale, cui mandò
in Germania con missione di condurre di là Rodolfo eletto Imperatore,
volendolo, come comunemente si credeva, incoronare; ma il Papa morì,
e Rodolfo restossi senza la corona dell'Impero. Laonde appare chiaro
che Iddio non voglia che più sorga alcuno a reggere come Imperatore
la pubblica cosa, come è stato detto di Federico II da quelli che con
ispirito profetico predicono il futuro: «In lui morrà anche l'Impero,
perchè sebbene possa avere successori, saranno privi del titolo
d'Imperatori da parte del supremo potere dell'autorità romana». Fuvvi
un'altra cagione ancora della morte di Papa Onorio IV. Perocchè volle
far gravare la sua mano sull'Ordine de' frati Minori e Predicatori,
togliendo loro la facoltà di confessare e di predicare, per eccitamento
di alcuni prelati oltramontani, che spesero a questo scopo 100,000 lire
della moneta di Tours. E Matteo Rossi, che era il Cardinale protettore,
governatore e censore dell'Ordine de' Minori, venne ai frati piangendo
e disse: Frati miei, io ho insistito quanto ho potuto per stornare il
sommo Pontefice da' suoi propositi, ma non ho potuto smoverlo dal malo
divisamento che ha fitto in cuor suo contro di voi...... E siccome è
impossibile che le preghiere dei molti non sieno esaudite...... quando
Papa Onorio l'indomani, Giovedì Santo, avrebbe pronunciata la sentenza,
ecco che Iddio lo colpì la sera innanzi e lo tolse di vita...... Ed
io abitava nel convento de' frati Minori di Montefalcone. Lo stesso
anno Nicolò Fogliani prese Carpineti[108] e Pacilo[109], (due castelli
della diocesi di Reggio), e vi pose di stanza a guardia suoi armati,
in servizio di Monaco di Canossa, i cui fratelli l'anno antecedente
erano stati uccisi, cioè Guido di Bibbianello e Bonifacio di lui
fratello. A vendicare adunque i suoi fratelli, Monaco di Canossa, che
aveva signoria a Bibbianello, con molti uomini d'armi andò, e, facendo
violenza ai custodi delle porte della città, entrò in Reggio. E in quel
giorno ebbe suo principio una sanguinosa zuffa nella città di Reggio,
ed ebbe per effetto che il Podestà che era Cremonese, e il Capitano che
era di Parma, discesero dai loro Palazzi, e il dì seguente, ricevuto
loro salario, partirono ritornando alle loro città. Frattanto Matteo
Fogliani, Guido da Tripoli e Monaco di Bibbianello si spartirono gli
uffici principali della Signoria. E Monaco di Bibbianello andò in
persona ad appiccare il fuoco alla casa di Rolandino da Canossa, e
l'incendiò e la fece smantellare sino alle fondamenta; e mentre queste
devastazioni si compievano, inanimava i suoi armati, dicendo: Venite a
me con sicurezza, e non temete, che io sono fatato ed invulnerabile.
E questo diceva per tenere alto il coraggio de' suoi, e renderli
pronti ad osare. Quivi fu ucciso un popolano, che era bello e buon
uomo, amico mio e dei frati Minori, del partito di Rolandino, ed in
quel giorno era di guardia alla casa di lui. Questi esercitava in
Reggio l'arte del cimatore, e si chiamava Ugolino da Canossa. Questo
accadde il Mercoledì dell'ottava di Pasqua, nel qual giorno cantammo
nella messa _Venite, benedicti: Venite, o benedetti_; ed io abitava
nel convento di Montefalcone; e quel giorno andai a Reggio, entrai in
città, e vidi tutto co' miei occhi, perchè tutta la giornata, mentre
queste cose si facevano, io girai attorno per la città. E le follie,
che i Reggiani fecero nella quaresima, si convertirono in pianti ed
in querimonie, perchè fatte in tal tempo presagivano male...... E
l'Arciprete della chiesa maggiore, che si chiama Enzo Uberto, ed un
certo eremita andavano predicando a pieno uditorio che quelle baldorie,
che si facevano dai Reggiani nella quaresima, erano un buon segno.
Ma frate Benvenuto dell'Ordine dei Minori predicava il contrario,
cioè che presagivano male, come poi provò e dimostrò il fatto. Questo
frate Benvenuto era del Modenese, lettore di teologia, predicatore
buono, ornato e gradito al clero e al popolo; sapeva di greco e di
latino; fu interprete molto abile e sottilissimo del testo bibblico; e
ovunque correva lezione storpia corresse, e diede un testo, che è il
più corretto che oggi si trovi al mondo; fu correttore alla mensa in
Parigi si trovò compagno di molti che diventarono poi sommi Pontefici,
cioè Papa Adriano, Papa Gregorio X oriondo di Piacenza; e tuttavia
amò meglio restare umile cogli umili, che por piede nelle Corti de'
grandi; e tale è tornato al suo Ordine, nel quale talvolta, quando
torna il suo giorno, secondo l'uso dell'Ordine stesso, lava anche
le scodelle. Uomo di molto studio e di acuto ingegno, e dottissimo,
di memoria facilissima, che ha molti e buoni libri, che si procurò
con grande fatica copiandoseli e facendosene copiare, quando era a
studio in Parigi. Umile, socievole, benigno, onesto, di vita santa; di
edificante conversare, e da tutti tenuto in distinta considerazione.
Questi dunque, in quanto all'applicazione che se ne può fare al caso
presente, che riguarda i Reggiani, mi pare prefigurato in Michea, il
quale consigliò il Re Acabbo di non ingaggiare battaglia in Ramoth
di Galaad contro i Siri. E _Sedecia figlio di Canaan_, che _si fece
le corna di ferro_ e disse al Re: _Con queste soffierai sulla Siria,
finchè tu l'abbia annientata_, prefigurò coloro, che adulavano i
Reggiani, quando in quaresima folleggiavano.... Quel giorno dunque,
in cui accaddero le dette cose ai reggiani, incontrai l'Arciprete
della chiesa maggiore della città di Reggio, presso la chiesa di San
Pietro, ove era stato canonico, ed era profondamente melanconico e
quasi inebetito; e presemi per mano, come per dar segno di conoscermi
e d'aver meco dimestichezza, poichè io aveva abitato a Reggio sei
anni. E gli domandai come stesse; e mi rispose che stava come in un
mulino rotto. Allora, siccome costui era stato uno degli adulatori
dei Reggiani quando matteggiavano in quaresima, fui sul punto di
dirgli quello che disse Michea ad un tale nella storia preaccennata:
_Vedrai_ ecc. cioè saprai e conoscerai che cosa sta nella camera del
letto, quando nella camera del letto ti ritirerai. Il profeta volle
significare che colui, al quale parlava, conoscerebbe piena la verità,
quando la tribulazione gli acuisse l'intelletto. Ma stando lì lì
per dirgli questa cosa, il mio animo e la mia lingua gliela vollero
risparmiare, memori di quel che dice la Scrittura: _Non irridere un
uomo che si trova nel dolore_.... Parimente il giorno stesso, in cui
ebbero cominciamento le cose già dette dei Reggiani, Monaco di Canossa,
ossia di Bibbianello, andò in persona alle carceri del Comune, e co'
suoi uomini d'armi ruppe e le aprì, liberando tutti i prigionieri dalla
miseria, e dalle catene, e dalle tenebre, e dall'ombra di morte, e
infrangendo i loro ceppi li lasciò andare in libertà. E vi si trovavano
alcuni condannati a bando perpetuo dal Comune, tra' quali taluno era
già da lungo tempo carcerato, ai quali parve rinascesse una luce nuova,
e ne provarono massimo gaudio e tripudio, ne resero grazie a Monaco,
e si offersero sempre pronti ad amarlo e servirlo in sempiterno. Quel
giorno stesso nella città di Reggio Giacomino dei Panzeri e suo figlio
Tomasino assalirono coraggiosamente la fazione loro avversa, come leoni
che balzano sopra la preda, parati a penetrare anche attraverso un muro
di ferro. Ed a Tomasino fu ucciso sotto il cavallo mentre assaliva i
nemici al trivio de' Roberti. Giacomino poi essendosi recato alla porta
di S. Nazzaro, non per uscire e partirsene ma per comandare che la
porta si abbandonasse aperta, mentre ne ritornava verso casa sua urtò
in una moltitudine di armati, ai quali non potendo tener testa, gli
fu giocoforza uscire di città; sendochè i Lupicini si staccarono dal
partito di Rolandino in occasione di un parentado recente contrattosi
tra lui e Matteo Fogliani, avendo Garsendonio accettata come sposa
una figlia di Matteo per suo figlio Ugolino; ed altri ancora del
partito di Rolandino di Canossa e di Giacomino de' Panzeri non erano
dell'animo inclinati a menar le mani; alcuni altri poi se n'erano
usciti di città, e se ne stavano nelle loro castella. Allora furono
messe a ruba e a sacco le case di alcuni, e ne fu portato via ogni
bene, frumento, vino e tutti i mobili; e i giorni successivi furono
rase al suolo le case di Giacomino, di Bartolomeo e di Buonacorso de'
Panzeri, di Alberto degli Indusiati, di Ugo di Corrado, di Rolandino
di Canossa e di Manfredino del Guercio. Come pure il giorno di quella
sommossa, dopo nona, molti malfattori e ribaldi andarono correndo al
convento de' frati Minori per entrarvi e far bottino degli oggetti che
vi erano stati depositati. Di che accortisi i frati suonarono a stormo
la campana più grossa; e subito, ecco presente Guido da Tripoli, armato
sul destriero, e lo vidi io co' miei occhi, e menò loro colpi di clava,
e li cacciò tutti in fuga. Egli mi guardò e disse: Ohe! frati, e non
avete voi di buoni randelli da bastonar cotestoro, che non vi rubino? A
cui io risposi che a noi non lice bastonare nessuno.... Allora intesi
che aveva detto vero Isaia nel 9º: _Perchè ogni saccheggiamento di
saccheggiatori è con istrepito e tumulto_. In que' giorni Rolandino di
Canossa, Francesco Fogliani, suo fratello il Prevosto di Carpineti,
Giacomino dei Panzeri, suo figlio Tomasino e molti altri con loro
dello stesso partito, andarono a Parma, e fecero apprestare vessilli,
banderuole e macchine da guerra per correre ai castelli che hanno
nella diocesi di Reggio, e battere i loro avversarii, cioè i Reggiani
che stanno dentro la città. E un giorno quei di Gesso fecero una
scorreria contro quelli di Roncolo[110], e rapirono loro dai pascoli
i buoi e le vacche; la qual cosa vedendo quelli di Roncolo portarono
in sicuro su quel della diocesi di Parma le robe loro, e abbandonarono
vuote e deserte le case e la villa.... Quelli poi delle Castella
fabbricarono case e trasportarono ogni lor cosa alle falde del colle
su cui è Bibbianello, e parte anche sulla vetta. Altrettanto fecero
quei di Cauresana[111], di Farneto, di Corniano e di Plazzola intorno
intorno a monte Lucio, nella sua più alta parte; così anche quelli di
Oliveto; e quelli di Bibbiano si munirono di fortilizii per timore
di una vicina guerra. Quelli di Caviano costruirono case intorno
alla chiesa plebana, vi cavarono all'ingiro le fossa e le riempirono
d'acqua per essere al coperto dalla furia del devastatore. Così sono
oggi le cose. La fine sarà quella che sarà, perchè sono sempre incerti
gli eventi delle guerre, e la spada ora atterra l'uno, ora atterra
l'altro. Ma i Modenesi risapendo di tutti questi guai dei Reggiani,
ne furono in forte apprensione e vollero espellere di nuovo que' loro
concittadini, che erano tornati da Sassuolo, e coi quali avevano da
poco tempo fatta pace. I quali risposero di essere disposti ad obbedire
e andare a confino, e piegarsi a' loro comandi, e fare tutto quanto
volessero. Laonde i Modenesi vinti da tanta docilità risparmiarono ai
loro concittadini, che erano tornati da Sassuolo, sì grave danno e non
li costrinsero ad uscire di città; ma raffermarono più saldamente la
pace e la primiera concordia, e si imbandirono scambievoli banchetti,
e si contrassero fra le loro famiglie maritaggi, e consolidarono
i loro rapporti di amicizia coi vincoli delle affinità. Lo stesso
anno un certo maestro Pisano, che era a Parma per fondere campane,
fece anche quella del Comune di Parma, grossa, bella e buona; e deve
farne un'altra pel duomo a spese del Cardinale oriondo di Gainago. E
l'anno antecedente ne aveva fusa un'altra pel Comune, ma, all'atto
del gettarla, per insufficienza di metallo riuscì mancante degli
orecchioni; e quindi non potendo servire a nulla fu ridotta a pezzi.
Un cert'altro maestro Pisano anch'esso ne aveva fatta prima ancora
un'altra, ma non era sonora, e di lontano non si udiva. Questa essendo
stata sospesa alquanto alta da terra ad un castello di legno presso
il palazzo dell'Imperatore, che in Parma è all'Arena, cadde da quella
specie di battifredo a terra, e non offese nessuno, tranne che ad un
giovane portò via la parte anteriore di un piede, col quale aveva dato
un calcio al padre, ma non impunemente, come il giusto giudizio di
Dio lo dimostrò con tale disgrazia.... Dacchè adunque abbiamo fatta
menzione de' lavori pubblici de' Parmigiani, sta bene che ne facciamo
pieno racconto di alcuno per meglio ricordarne le origini; e per farlo
meglio è d'uopo ritornare alquanto indietro (Vedi più su dei lavori
publici dei Parmigiani). Così nel susseguente millesimo, il Mercordì
dell'ottava di Pentecoste, che era ai 28 di Maggio, i Reggiani, fanti
e cavalli, uscirono armati dalla città per battersi con quelli di Gesso
e si misero a campo sul Campora, un torrente che ha le sue scaturigini
presso Canossa, e va a metter foce nel Crostolo. Allora quei di Gesso
uscirono anch'eglino col proponimento di presentare battaglia, e
andavano provocando al combattimento i Reggiani della città. Stavano
l'une squadre di fronte alle altre a mezzo miglio d'intervallo, e
dall'una parte e dall'altra si mandavano avanti quelli che si chiamano
spie od esploratori, per conoscere la moltitudine degli armati, o la
debolezza del nemico; e così durarono tutta la giornata, finchè stanchi
di noia, retrocedettero lo stesso giorno senza essersi scontrati.
Ma nel seguente sabato delle Tempora, cioè l'ultimo di Maggio, festa
di S. Petronilla, que' di Gesso andarono a battere contro la chiesa
plebana di Caviano, attorno alla quale uomini e donne s'erano ritirati
e trincerati. E quel luogo era assai ben munito a cagione della torre,
della chiesa, e della fossa che lo cingevano, e per il numero d'uomini,
di pietre, di baliste ed altre diverse macchine guerresche. Allora
si accostò Guido di Albareto, che era uno dei condottieri di quei di
Gesso, e tenne un'allocuzione a quei della Terra, dicendo: Provegga
ciascuno di voi all'anima propria, e arrendetevi a noi, e andatevene
liberi in pace senza dannaggio di sorta; che se resistete, sappiate
che sarete presi di forza, e senza misericordia appesi alle forche. In
quel punto, irritato da tale linguaggio, uno di quelli che erano sulla
torre, lanciò dall'alto una pietra, che andò a colpire sulla testa il
cavallo di Guido, il quale orribilmente rotando intorno a se stesso,
quasi stramazzò. Allora cominciò l'attacco tra quelli di dentro il
castello, e quei di fuori; e quel giorno dentro il fortilizio della
plebana non erano presenti che quaranta uomini, che ferirono quindici
nemici, de' quali nella ritirata morirono tre e furono sepolti. Ma
quei di fuori riconoscendo che non potevano espugnare le munimenta di
quella Chiesa plebana, si sbandarono per la villa di Caviano a far
bottino di oche, di galline, di capponi, di galli, di porcelli, di
agnelli, e di quanto vi era e loro piacque. Di fatto quella villa era
boscosa e ricca d'ogni ben di Dio, e gli abitanti vivevano quasi a
maniera dei Sidonii, isolati e senza comunione con quelli delle Terre
vicine; nè vi fu chi opponesse resistenza, nè aprisse bocca a gridare.
In quella notte posero a fuoco cinquantatrè case della villa di Caviano
tra buone e in mal essere; e tutte indifferentemente l'avrebbero
bruciate, se non avessero smesso per le istanze e le preghiere dei
frati Minori, che si opposero a quei malandrini. La quale devastazione
scorta quelli di Bibbiano, spillarono cento lire imperiali a quelli
di Gesso, e concordarono seco loro una tregua d'un anno, per poter
lavorare sicuri i loro campi e raccoglierne le messi. Questa tregua si
pattuì mercè di donna Beatrice, vedova, sorella di Guglielmo Rangone
di Parma. Allora Egidiolo di Montecchio cominciò a porsi in mezzo
per concordare una tregua tra quei della villa di Caviano e quelli
di Gesso; e la mediazione di lui era molto promettente, perchè sua
moglie era nata da quei di Canossa, sorella della madre dell'Abbate,
e Monaco di Bibbianello era nipote della moglie di Egidiolo come nato
da un consanguineo di lei. Questo Egidiolo era uomo soave, pacifico e
dolce; e tutto il tempo di queste lotte tra Reggiani e quei di Gesso,
molto si affannò correndo ora a Gesso, ora di là ritornando ai nostri;
ma da questo suo adoperarsi non ne raccolse che calunnie e maldicenze.
A questi giorni era Podestà dei Modenesi Rolando degli Adegherii di
Parma, che chiamò a sè quelli che erano tornati da Sassuolo, e co'
quali i Modenesi della città s'erano pacificati, e con modi cortesi
li persuase di uscire dalla città, perchè non li incogliesse disastro;
specialmente che conosceva addentro l'umore de' Modenesi, e sapeva di
un soccorso, che aspettavano dai Reggiani. E furono in tutto obbedienti
e partirono. Subito dopo arrivarono da Reggio un duecento soldati,
che entrarono tutti in Modena, e fu da loro senza contrasto occupata.
A quei giorni si ripetè molte volte a Reggio la voce che i Parmigiani
erano in discordia tra loro, che tutte le parti eran sull'armi, e si
aveva speranza che Parma fosse dai Parmigiani distrutta. E ognuno
parlava a seconda del proprio desiderio; e molti sembravano godere
della distruzione di Parma, secondo che è scritto nei Treni 1...
perocchè è gran sollievo per gli infelici trovar compagni nella
miseria. Ma la Beata Vergine, che in Parma ha culto e onore, sembra
tenere sotto la sua cura e protezione speciale quella città. In quel
tempo era a Parma Capitano di un partito Obizzo Sanvitali Vescovo
della città, e dell'altro partito Guido da Correggio. Quelli poi, che
erano stati espulsi da Reggio, si chiamavano di Gesso, dal nome di
un castello ove abitavano, il cui Capitano in capo era Rolandino di
Canossa, uomo bello, nobile, cortese, liberale e che aveva avute in
Italia molte Podesterie. Sua madre era una Piemontese, nobil donna e
santissima. E questo Rolandino, di cui parliamo, usò una singolarissima
cortesia, che è ben degna di essere raccontata. Avendo tregua quei di
Gesso con quelli di Albinea, che è una Terra del Vescovo di Reggio, un
certo tale di Albinea si presentò a lui lamentando che uno di quelli
di Gesso gli aveva rapiti i buoi. E subito glieli fece restituire,
dicendo: Vuoi d'altro? E quel tale soggiunse: Vorrei che quell'uomo,
che sta nel vostro paese mi restituisse anche il mio vestito. E
Rolandino invitando quell'uomo a restituire, e non volendovisi esso
prestare, Rolandino stesso si cavò il soprabito, ossia la guarnacca,
gliela diede e disse: Credo che tu sia così ben ripagato del tuo abito;
vattene in pace. La qual cosa avendo veduto quel contadino che aveva
portato via l'abito all'uomo d'Albinea, arrossì e prostrandosi a piedi
di Rolandino, confessò sua colpa e ridiede l'abito all'uomo derubato.
Or sappi che i capi condottieri di quei di Gesso furono: Rolandino di
Canossa, Guido di Albareto co' suoi figli, cioè Azzolino e l'Abbate di
Canossa, che si chiama Rolando; poi Guglielmino Scarabello e Bonifacio,
fratello dell'Abbate di S. Prospero, Reggiano soltanto per madre;
inoltre il Prevosto di Carpineti e suo fratello Francesco Fogliani co'
suoi figli; Giacomino de' Panzeri con Tomasino suo figlio; i quali due
si batterono da leoni nell'occasione della cacciata del loro partito da
Reggio; Bartolomeo dei Panzeri con Zaccaria suo figlio; Ugo di Corrado
con Corradino suo figlio; Manfredino di Guerzo co' suoi figli; Enrico
di Gherro un buon banchiere; e un tal bastardo bell'uomo e valoroso,
che qualche volta fu Podestà di quei di Gesso, (ed anche Enrico fu
loro Podestà); e Ro... poscia Cremona cominciò ad eleggersi Podestà
uno di Cremona. L'altra turba poi che formava le schiere di quei
di Gesso erano, o mercenarii, o assassini, o ribaldi. E si noti che
Corradino, figlio di Ugo di Corrado, fu dai ribaldi fatto Capitano e
Podestà loro. Notisi inoltre che i Lupicini al momento dell'espulsione
od uscita dalla città, abbandonarono il loro partito, e restarono in
città; e si ascrissero al partito di Matteo Fogliani, la cui figlia
la accettò Garsendonio per moglie di Ugolino suo figlio. E sappi che
allora quei di Dallo, in servizio e favore di Matteo Fogliani, stettero
molti giorni a campo intorno a Bismantova, perchè Guido di Albareto
con alcuni altri s'erano ritirati su quella roccia per isfuggire illesi
di fronte al nemico. Dopo, gli assedianti annoiati, levarono il campo,
e quei di Bismantova discesero e partirono. Di Guido d'Albareto poi è
da sapere che, come disse a me suo figlio l'Abbate di Canossa parlando