L'anno del Signore 1286, indizione 14ª avvenne quanto segue. Quest'anno

fece un inverno straordinario, e fallirono tutti i proverbi degli

antichi, meno uno che dice: Febbraio breve è il più greve (sottintendi:

dei mesi dell'anno). Questo proverbio si verificò in quest'anno più

che in ogni altro di vita mia; sendochè in questo Febbraio sette volte

Iddio diede _la neve a misura della lana, e come cenere dissipò la

nebbia_, e si ebbe freddo intensissimo e gelo......... E si formarono

molti semi di ascessi tanto negli uomini che nelle galline, che col

tempo si svilupparono. Di fatto in Cremona, Piacenza, Parma, Reggio e

in molte altre città e diocesi d'Italia vi fu grande morìa d'uomini e

di galline; ed in Cremona ad una sola donna in breve tempo ne morirono

quarantotto. Ed un medico aperse il cadavere di quelle galline e trovò

l'ascesso nel cuore, trovò cioè una certa vescichetta alla punta del

cuore di ciascuna gallina; aperse anche il cadavere d'un uomo, e sul

cuore trovò una simile vescichetta. In quei giorni nel mese di Maggio,

maestro Giovannino fisico, che abitava a stipendio in Venezia, scrisse

ai Reggiani suoi concittadini una lettera, colla quale li consigliava

a non mangiare erbaggi, nè uova, nè carni di galline per tutto Maggio.

D'onde avvenne che una gallina si vendeva a soli cinque piccoli

denari. Tuttavia alcune donne sagaci davano da mangiare alle galline la

marrobia pesta, o triturata e mista ad acqua e farro, o farina, e per

benefico effetto di tale antidoto le galline si liberavano del morbo e

si salvavano. Ritorniamo al principio dell'inverno che fu bello e dolce

sino al giorno della Purificazione; nel qual giorno piovve a dirotto,

e così non potè aver luogo il proverbio degli antichi, nè si potè

ridire quello della Cantica 2º.... E a primavera le piante fiorirono

benissimo, ma sopravenne una brina, che in molti luoghi distrusse in

gran parte i fiori de' mandorli e d'altri frutti, e le gemme delle

viti; e così andò perduta la speranza delle frutta. Tuttavia l'annata

fu ricca di prodotti, e si raccolse molto frumento, vino, olio, e

copia d'ogni cosa, e vi fu piena raccolta, tranne che Iddio pareva

sdegnato cogli ortolani; poichè, per mancanza di pioggia sulla terra,

ebbero scarsezza d'erbaggi; ma dell'asciutto s'allegravano molto i

fabbricatori del sale, e dei mattoni, che servono alle opere murarie.

E nota che non piovve nè in tutto Marzo, nè in Aprile, eccetto che il

giorno di S. Giorgio cadde una pioggerellina simile a rugiada, che

si ripetè poi in Maggio il giorno di S. Michele; poi Iddio si fece

benigno, piovve e la terra portò i suoi frutti. Nell'anno sunnotato

fu ucciso Guido da Bibbianello e Bonifacio suo fratello, sui primi

d'Aprile, ai 5, cioè il Venerdì dopo la Domenica di Passione, (il

qual giorno nel calendario si scrive: ultimo della luna di Pasqua) sul

far della sera. Andava Guido da Reggio a Bibbianello con sua cognata

Giovannina, moglie di suo fratello Bonifacio, che, solo, li seguiva

a tre miglia di distanza, e questi tre senza alcuna compagnia, e

inermi, non avevano seco che alcuni ronzinetti. E gli uccisori loro

furono: Primo, Scarabello di Canossa, che gittò giù da cavallo Guido,

e stesolo a terra, gli assestò un colpo di lancia, nè bisognò il

secondo; il secondo a percuoterlo fu Azzolino fratello dell'Abbate di

Canossa, figlio di Guido da Albareto[99], che gli mozzò il capo. Gli

altri furono Ghibertino da Modolena[100], Guerzo di Cortogno[101],

e parecchi altri a piedi e a cavallo, che gli vibrarono molti colpi

aprendogli piaga sopra piaga. Giovannina la rimisero a cavallo, d'onde

s'era precipitata per stendersi come scudo sopra Guido, colla fede

e colla speranza che in grazia di lei lo risparmierebbero (stantechè

era loro parente); e camminò tutto quel giorno vagando sola e gemendo

nell'amarezza del suo cuore, e giunse a Bibbianello, che era una volta

castello della contessa Matilde, e diffuse sinistre voci e piene di

spavento. E, quanti le udirono, con alte grida piansero finchè vennero

loro meno le lagrime. E le salme dei due fratelli giacquero tutta

la notte in quella vasta solitudine. Ma alcuni dicono che Manfredino

figlio di Guercio da Assaiuto, che dimora nella villa di Coviolo[102],

avendo udite queste cose, mosso a pietà, andò con alcuni uomini e

un carro, raccolse i cadaveri di quei due, li mise l'uno accanto

all'altro, e li depose nella chiesa de' Templarii, che è a mezzo della

via, che va a Bibbianello. All'indomani poi da Bibbianello andarono

uomini e portarono le salme degli uccisi a seppellire colle vesti e

l'armi loro nelle tombe della famiglia, al convento de' frati Minori

di Monfalcone; ed era Sabbato, giorno in cui si cantava alla messa,

in vece dell'epistola, quel di Geremia 18º che dice: _Saranno le

mogli loro senza prole e vedove_ ecc. E siccome Rolandino di Canossa

era fratello consanguineo di Scarabello fu denunziato e accusato al

Podestà; poichè Scarabello era stato altra volta bandito da Reggio, e

quindi se fosse stato citato non sarebbe andato, nè sarebbe comparso.

Il Podestà di Reggio adunque, Bonifacio Marchese Lupi di Parma, mandò

per Rolandino, che si presentò a lui con una caterva d'armati. Ma il

Podestà avendo riconosciuto, in quanto riguardava a questo fatto, la

innocenza di lui, lo lasciò andare in pace senza punizione di sorta.

Poscia fu denunziato ed accusato Guido da Albareto, che comparve, fu

sostenuto in carcere dieci giorni e per una volta solo sottoposto a

miti tormenti, e poi prosciolto. E mentre si sottoponeva a' tormenti

Guido da Albareto, i Reggiani credettero che si sommovesse una guerra

intestina per tre ragioni: 1º per cagione di quei due fratelli uccisi;

2º per cagione del grande personaggio che era sottoposto ai tormenti;

3º per cagione dei partiti che tra loro si rodevano in Reggio. (Due

fazioni erano in Reggio; l'una che si chiamava Superiore, l'altra

Inferiore. Ambedue si professavano, ed erano, partigiane della Chiesa;

poichè il partito imperiale, già da molti anni espulso, andava errando

pel mondo. Col tempo poi questa discordia de' Reggiani, sedò alquanto,

e cominciarono le due parti a coabitare in città senza reciproco

timore). Il Podestà quando si cominciò a sottoporre a tormenti Guido,

lo pregò di sopportarli con pazienza per amor suo e per amore di Dio,

specialmente perchè di mal in cuore lo faceva tormentare; ma gli era

necessità il farlo, sia per ragione d'ufficio da parte sua, sia per

ragione di colpa e di pena imposta a Guido. Il quale riconoscendo che

il Podestà faceva questo per onore dell'uno e dell'altro, sostenne

con pazienza quanto prima gli sarebbe parso acerbo e crudo, e dopo,

riconosciutane la ragione, gli parve mite la pena. E disse al Podestà:

_Se questo calice non può passare da me senza che io beva, si faccia

la tua volontà_. Però vi fu chi disse che il sunnominato Guido, per

denaro sborsato, non fosse sottoposto a' tormenti, giacchè al danaro

tutto cede........ Perocchè Rolando Abbate di Canossa, che è figlio di

lui, spillò cento lire imperiali a Guido di Correggio, e altrettante

al Podestà di Reggio, in grazia de' quali schivò i tormenti. E quando

corse voce che si doveva tormentare, il Podestà non permise che vi

fosse persona presente, tranne egli e Guido da Correggio; e lo fece

sedere sopra un pesatoio da farina per qualche tempo, e intanto parlava

con lui famigliarmente delle cose che erano accadute. E smontato da

tale aculeo, e in una camera messosi a letto, mandò a chiamare Giacomo

da Palù, e gli narrò le sofferenze patite fra tormenti. Dopo, discese

dal palazzo, andò a casa di Rolandino da Canossa, che stava vicino

alla piazza, ed ivi passavasi il tempo sollazzevolmente mangiando e

bevendo, e giocondamente vivendo. Ma quando discese dal palazzo del

Comune si fece sorreggere da due uomini a destra e a sinistra, per

far credere che era stato gravemente offeso dai tormenti del Podestà.

Ma il Signore dice in Luca 12º: _Nulla è così coperto che non si

riveli_..... È da sapere che Guido di Bibbianello fu uomo nobile,

giacchè per linea paterna discendeva da quei di Canossa (laonde quelli

che lo uccisero erano suoi parenti), per linea materna era di Parma,

ed i figli di Ghiberto da Gente erano suoi germani consanguinei. Così

ebbe per moglie Giovanna figlia di Guido di Monte (ed era nipote del fu

Guglielmo Fogliani vescovo di Reggio); e Giovannino da Rodeglia[103]

aveva per moglie una sorella germana di lui, laonde si dicevano,

ed erano cognati, essendo mariti di due sorelle. Questo Guido da

Bibbianello fu inoltre bell'uomo, letterato, di raro ingegno, forte

memoria, fluente facondia, stringente eloquenza, vivace, giocondo,

largo, liberale, molto socievole e sollazzevole, benevolo, e uno de'

precipui benefattori de' frati Minori; sendochè i frati Minori avevano

nel territorio appartenente a lui un convento, nel bosco che è a

piedi di Monfalcone, ove come è detto più sopra, è stato sepolto con

suo fratello nelle tombe de' suoi avi; e l'anima sua, se è possibile,

per la misericordia di Dio riposi in pace, e così sia. In suo vivente

mi si mostrò sempre amico, come anche di mio fratello frate Guido di

Adamo, che morì anche esso nel convento di Monfalcone, e vi fu sepolto.

Tuttavia Guido da Bibbianello da' suoi malevoli era giudicato maligno,

e gli attribuivano molte azioni malvagie, che fosse cioè maldicente

e detrattore dei servi di Dio..... E tale è l'abitudine degli uomini

carnali, di denigrare la fama dei servi di Dio, e credono di trovare

una scusa de' loro peccati col far credere d'aver compagni nel mal fare

anche uomini santi. Così gli si attribuiva d'essere solito dire che

se era destinato alla vita eterna, la avrebbe, per quanto peccasse, e

se fosse destinato alle eterne pene avrebbe dovuto sobbarcarvisi, per

quanto operasse dirittamente. E, a provarlo, adduceva quel passo della

Scrittura di Luca 22º: _Il figlio dell'uomo va dov'è prestabilito_. E

fu una stoltezza, perchè, quantunque io ed altri frati amici suoi gli

dicessimo di guardarsene, tenea poco conto del nostro avviso, e non

voleva udirne, e rispondeva: La Scrittura dice, Ecclesiastico 19º:

_Chi crede subito, è di cuor leggiero, e sarà considerato dappoco_.

A cui, essendo egli dotto della Bibbia, io soggiungeva: È scritto

ne' Proverbii che il Savio dice 28º: _Beato l'uomo, che è sempre in

timore_ ecc. Ma, come ho già detto, non voleva ascoltarne; anzi scoteva

il capo, quasi a disprezzo di ciò che gli si diceva. Al già detto

aggiunsi: È scritto ne' Proverbii 22º: _La via dello stolto è diritta

al suo parere_. Insistendo io pertanto in questi concetti, e dicendo:

Io ti ho espresso il mio pensiero, rispose: Le parole sono molte,

ma molte sono quelle che nelle dispute sono vuote...... che è nella

provincia della Siria; secondo, perchè non gli fu data soddisfazione

nella Corte del Papa nè riguardo alle sue petizioni, nè riguardo al

suo compagno della Provenza; terzo, perchè quand'era in viaggio per

andare al ministro Generale, che era a Parigi, prima di arrivarvi,

per voci che ne correvano e per annunzi ricevutine, seppe della morte

del Generale; quindi ritornò alla Corte, e non sappiamo che cosa abbia

fatto. Avevano inoltre a quel tempo i Cardinali un tal Papa, che era

podagroso, di poca dottrina, un vero romano, avaro e meschino, Giacomo

Savelli, e si chiamava Onorio IV. Egli non solo non fu promotore di

Religioni nuove, ma si studiò in ogni maniera di ridurre al nulla le

già iniziate e prosperanti, poichè per denaro avuto da alcuni prelati

di chiese, s'era fitto nell'animo il pensiero e il proposito di fare

ingiuria e oltraggio ad Ordini illustri, come all'ordine de' frati

Minori e de' Predicatori..... Ma Iddio lo tolse di mezzo, e prevenuto

dalla morte non ebbe tempo di effettuare quanto covava in petto.....

Avrebbe apportato grave impedimento alla salute delle anime questo

Papa Onorio, se avesse potuto condurre ad effetto quello che andava

maturando nella sua mente. Riguardo ai Tartari vedi più sopra. E se

alcuno ricerchi perchè le cose che riguardano i Tartari io non le

abbia aggruppate insieme, rispondo d'aver fatto così perchè accadevano

successivamente, ed io successivamente le registrava ogni qual volta

mi venivano riferite..... Nel millesimo soprannotato, nella diocesi di

Bologna avvenne che un giovane ricco, che aveva ancora superstiti il

padre e la madre, avendo preso moglie, la prima sera del matrimonio,

prima ancora d'aver tocca la moglie, diede ospitalità a tre ribaldi,

di quelli che dicono di essere apostoli e non sono, i quali persuasero

a quel giovane di non accoppiarsi colla moglie..... e questa astinenza

insinuavano per far eglino prima del giovine marito...... Allora il

giovane si riconobbe ingannato da que' ribaldi, li fece prendere e

ne sporse querela al Podestà, che li fece impiccare...... Questa cosa

adunque avendola saputa Obizzo Sanvitali, Vescovo di Parma, che lungo

tempo li aveva favoriti per riguardo di Ghirardino Segalello, loro

istitutore, li espulse da Parma e da tutta la sua diocesi, conoscendo

che sono vili truffatori, ribaldi, gabbamondo e seduttori della peggior

risma...... Quel Ghirardino Segalello, che fu loro istitutore, ora è

ridotto a tanta demenza, che va vestito da istrione, e fattosi giullare

e mimo va facendo pazzie pe' viali e per le piazze; poichè ha il cuore

in vanità...... nè ha timore di Dio...... Di lui e de' suoi seguaci

ho parlato più sopra diffusamente. Nel millesimo sussegnato morì in

Reggio un certo Bresciano, che prima insegnava a leggere ai ragazzi il

salterio, e simulava di esser povero, e andava mendicando, e talvolta

suonando e cantando per avere più larga limosina. A costui il diavolo

aveva messo in testa, che doveva sopravvenire una desolante carestia;

e perciò biscottava i pezzi di pane, che accattava, e li riponeva in

serbo, per provvedere in tempo un rimedio a quella fame, che, com'è

detto, il diavolo gli aveva inchiodato in capo che dovesse arrivare.

Ma come fu detto di quel ricco del Vangelo..... così accadde a questo

infelice. Perocchè una sera malò più gravemente del solito, ed, essendo

solo in casa, aveva chiusa con diligenza la porta con una sbarra, e

quella notte fu strozzato dal diavolo, e malamente e disonestamente

trattato. L'indomani non facendosi vedere, gli uomini del vicinato,

le donne, i ragazzi in folla adunati atterrarono a forza la porta, e

lo videro giacente morto in terra, e vi trovarono farina in sacchi già

fetida dentro una cassa, e due altre casse di tozzi di pane biscottato;

e si constatò che aveva in Reggio due case, in due diverse parrocchie,

di cui andò in possesso il Comune di Reggio; e così si verificò quello

che volgarmente si dice: _Ciò che non riceve Cristo, lo piglia il

fisco_. Perciò i ragazzi lo spogliarono nudo questo infelicissimo,

e gli legarono i piedi con vincigli attorcigliati, e così nudo lo

trascinarono per tutta la città, per le strade e per le piazze, scherno

e ludibrio di tutti. E, quel che è singolare, si fu che non furono

sobillati da nessuno a farlo, e che nessuno li rimproverò, come d'aver

fatta una mala cosa. Ed essendo arrivati all'ospedale di Sant'Antonio

stanchi di tedio e di fatica, vollero legare quello sconciato cadavere

alla coda del carro di un bifolco, che per caso conduceva il carro

co' buoi per quella via; ma il contadino facendo opposizione, ecco

che subito i ragazzi gli si scagliarono addosso, e lo percossero

gravemente. E allora il bifolco lasciò fare ai ragazzi quella

ribalderia. Uscirono pertanto di città per la porta di S. Stefano, e

lo gettarono giù dal ponte nella ghiaia del Crostolo, fiume o torrente

che sia; e scendendo giù nell'alveo attorno al cadavere, gli gettarono

addosso una gran caterva di pietre, sclamando ad alte grida: Scendano

con te nell'inferno la tua fame e la tua avarizia insieme colla tua

miseria, e vi stiano in eterno e più oltre. E nota che i ragazzi sono

generosi ed i vecchi tenaci. Perciò anche Marziale Coco disse:

Miramur juvenes largos, vetulosque tenaces;

Illis cum multum, his breve restet iter.

È un fatto in vero sovra ogni altro strano

Che scialacqui il garzon lunge da morte,

E ammassi poi con appetito insano

Chi già del cimiter bussa alle porte.

Parimente nel detto millesimo avvenne un gran turbamento nel monastero

di S. Prospero di Reggio, in occasione delle guerre. In quel tempo era

diciasettesimo Abbate del monastero Guglielmo de' Lupicini, buon uomo,

per quanto a religione ed onestà, ma per quanto riguarda agli affari

mondani, semplice, rustico ed avaro. Trattava anche male a vitto i suoi

monaci, e perciò li ebbe poi avversi. Perocchè Bonifacio, figlio di

Gherardo di Boiardo da Rubiera, di intesa con alcuni monaci, che non se

la intendevano bene coll'Abbate, perchè li trattava male a vitto, la

prima volta occupò il monastero nel giorno di Pentecoste, all'ora del

pranzo, lo spogliò, portò via quello che volle, e si ritirò. L'Abbate

si diede alla fuga e andò al convento de' frati Minori, ove si fermò

tutto quel giorno e la notte seguente; e poscia passò in casa di un suo

fratello germano, che si chiama Sinibaldo, e vi ospitò alcuni giorni

coll'animo sospeso e il cuor pauroso. La seconda volta il prenominato

Bonifacio, al tempo della mietitura, occupò le cascine del monastero,

cioè la Migliarina[104] ed altre cascine; poi si prese di forza

Fossole[105], assediò, prese e mise a fuoco la Casamatta, ed ivi uccise

un uomo, che difendeva i suoi bovini e non glieli voleva dare; un altro

ne ferirono gravemente, e lasciatolo tutto piaghe, se n'andaron via che

era semivivo. E nota che queste cose erano state predette all'Abbate

prima che avvenissero; ma per quella sua semplicità ed avarizia, non

volle prevenirle e guardarsene, poichè le saette previste feriscono

meno..... Ma gli amici dell'Abbate vedendo che era pigro a premunirsi,

spontanei accorsero, non richiesti da lui, ed erano quaranta buoni

Reggiani, che fecero la guardia al monastero di S. Prospero tutta la

notte precedente il giorno di Pentecoste. Ma arrivata l'ora del pranzo,

non li ringraziò nemmeno della guardia che avevan fatta tutta la notte,

non li invitò a pranzo, e lasciò che andassero a pranzare alle proprie

case. Ed egli andò al suo palazzo con alcuni suoi scudieri e donzelli

per pranzare. Ed ecco che mentre sedeva a mensa, e credeva tutto

tranquillo, d'improvviso udì il rintocco della campana della torre,

che era suonata dai monaci di lui avversarii....... Allora i secolari

nemici dell'Abbate, sbucando prontamente dai nascondigli, irruppero nel

monastero, volendo creare un nuovo Abbate; e l'Abbate, per aiuto della

misericordia di Dio, si precipitò da un'angusto solaio, che chiamavano

ambulatorio, poi traversò le fosse, e arrivò, come s'è già detto,

al convento de' frati Minori, spaventato e tremante come un giunco

nell'acqua corrente. Ivi tutti gli amici, che venivano a visitarlo, lo

rimproveravano acremente, e lo caricavano di oltraggiosi rimbrotti,

rinfacciandogli che tali cose lo avevano incolto a cagione della sua

rusticità ed avarizia. Ed egli tutto sopportava con pazienza, perchè

si riconosceva colpevole. Ma nel mese precedente, cioè nel Maggio,

prima che all'Abbate tali cose avvenissero...... e le persone, che

hanno attinenza col detto Ordine de' Cisterciensi si astengono da ogni

contatto cogli stessi frati Minori, e come fossero scomunicati, non

assistono ai loro divini uffici, nè alle loro predicazioni; e questo è

di scandalo universale, ed una grave jattura per la Chiesa; le quali

cose però da molti savi e prudenti uomini si riconoscono promosse da

fomite d'invidia e di odio[106]. Avendo dunque noi sempre prediletto e

favorito in modo speciale il predetto Ordine Cisterciense, ordiniamo

a tutti voi in generale, e a ciascuno in particolare, sotto stretto

comando, di andare in vece nostra ai singoli conventi e monasteri del

detto Ordine esistenti nel distretto della vostra giurisdizione, e di

avvisare gli Abbati, le abbazie e i conventi loro, e di supplicarli

da parte nostra di revocare provvidamente ed effettivamente entro un

mese, a contare dal giorno in cui riceveranno i presenti ordini, i

loro Statuti così improvvidamente pubblicati e promulgati con iscandalo

della Chiesa..... E, se non obbediscono, abbiamo deliberato e decretato

che nessuno, Duca, Marchese, Conte, Nobiluomo, od altri chichessia,

suddito del nostro Impero possa dare all'Ordine Cisterciense nulla de'

suoi beni, nè mobili, nè immobili, nè trasferire in loro proprietà

gli accennati beni con alcun titolo di alienazione senza il nostro

espresso assenso....... le possessioni, delle quali l'Ordine stesso

abbonda; e se altrimenti sarà fatto..... comandando a tutti voi in

generale, e a ciascuno di voi in particolare di revocarle per autorità

della Maestà imperiale..... La causa poi, onde i frati dell'Ordine

Cisterciense si sollevarono contro i frati Minori, per cui fu emanata

contro di loro una legge sì dura, come poi in seguito ho saputo, fu

questa. Uscì dal nostro Ordine, ed entrò in quello dei Cisterciensi un

frate Minore, il quale si comportò tanto bene che arrivò a diventare

Abbate di un cospicuo monastero. I frati Minori per una certa gara

d'emulazione, che in ordine a questa cosa non era secondo il consiglio

della saggezza, temendo che altri, seguendo l'esempio di quel frate,

abbandonassero il loro Ordine, lo presero e lo ricondussero al loro

convento, e lo nutrirono col pane della tribolazione e coll'acqua del

dolore. La qual cosa risaputa, i Cisterciensi s'irritarono acerbamente

e si sdegnarono contro i frati Minori, e questo per cinque motivi:

primo, perchè punirono chi non meritava di essere punito; secondo,

perchè non dipendeva più dall'Ordine nostro; terzo, perchè lo presero

vestito dell'abito monacale; quarto, perchè nell'Ordine loro era stato

elevato ad un'alta prelatura, quella di Abbate; quinto ed ultimo,

perchè si diportava tanto bene nell'Ordine loro per vita, per saviezza,

e buoni costumi, che era loro ben accetto ed in grazia di tutti. Ma

Rodolfo, che è stato legittimamente eletto Imperatore, e che ama di

cuore, e di fatto promuove l'Ordine de' frati Minori, per amore di Dio

e del beato Francesco, saputo che i Cisterciensi avevano preso contro

loro una deliberazione tanto dura, se ne sdegnò, e scrisse a loro

riguardo la lettera surriportata..... Questo Re Rodolfo fu veramente

quel buon vicino, di cui dice il Savio ne' Proverbii 23º: _Il vicino

di loro è forte_. Ma i Cisterciensi, conosciuta la predetta lettera,

revocarono e annullarono subito la deliberazione presa, e ordinarono

che i frati Minori fossero ricevuti nelle loro case con famigliarità,

amorevolezza, cortesia e benignità, non solo per declinare da se

stessi il danno, a cui potevano andare incontro, come aveva minacciato

chi aveva scritta la lettera, ma eziandio per obbedire a sì potente

Signore, secondo il detto dell'Apostolo ai Romani 13º: _Ogni persona

sia sottoposta alle potestà superiori_. Riguardo poi alla deferenza

dell'Imperatore Rodolfo verso i frati Minori, cerca più indietro, e

troverai che cedette loro il suo palazzo, che aveva nella città di

Reggio, perchè vi edificassero il loro convento, e che promise di far

loro in seguito maggiori elargizioni. Simile controversia incontrò

frate Buonagrazia, quando era ministro provinciale a Bologna, contro

il monastero di Nonantola[107], che è nel territorio di Modena. Un

certo frate Guidolino, Ferrarese, uscì dell'Ordine de' frati Minori, ed

entrò in quello di S. Benedetto dei Monaci Neri, ove nel monastero di

Nonantola si comportò tanto bene e tanto lodatamente, che s'acquistò

la benevolenza di tutti, e lo elessero Abbate del nominato monastero.

Per cagione di che sostennero tra loro i frati Minori e que' monaci

Benedettini una fiammante controversia al cospetto di Giovanni Gaetani

(che allora era governatore de' frati Minori, e poscia fu Papa Nicolò

III) e, dopo vivissimo dibattito, i frati Minori ottennero che non

fosse fatto Abbate. E quei monaci spesero 10000 lire imperiali per

riuscire ed averlo Abbate. Ma non potendo averlo, e vedendo che

s'affannavano invano, non elessero nessun altro Abbate, e lo fecero

lui signore dell'abbazia, come se Abbate fosse canonicamente. Questo

dimostri quanto l'amavano que' monaci. Ma egli fece come l'antico

Giuseppe, che a' suoi fratelli non volle rendere male per male, pur

potendolo e non mancandogliene occasione; che anzi si tolse premura di

far loro del bene, adempiendo quel detto dell'Apostolo ai Romani 13º:

_Non rendere a nessuno male per male_, ed anche: _Non lasciarti vincere

dal male, ma col bene vinci il male_. Suona a proposito anche quello

dell'Ecclesiastico 10º: _Non aver memoria dell'ingiuria, che t'ha

fatto il prossimo_; il che appuntino faceva questo frate Guidolino.

E vedeva tanto volentieri e accoglieva i frati Minori nel monastero

di Nonantola, come fossero angeli di Dio, e pregò i suoi confrati di

averne sempre due nel monastero a spese del monastero stesso, come

scrivani a copiare e moltiplicare gli originali degli scrittori, de'

quali originali colà vi era gran dovizia. Questo frate Guidolino fu

mio intimo amico, quando coabitavamo nel convento di Ravenna. E nota

che i frati Minori da Papa Nicolò IV, che era pur esso dell'Ordine de'

Minori, si ebbero un privilegio, pel quale nessuno che uscisse dal loro

Ordine potesse in perpetuo essere promosso ad alcuna prelatura di altro

Ordine.

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Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. II · 第 13 / 25 段