Gente figli e nepoti, furono dai Parmigiani totalmente espulsi dalla
villa di Campeggine. E causa di questa loro espulsione fu non solo
un vecchio odio contro il padre loro, cioè contro Ghiberto da Gente,
ma un odio recente contro i figli. Perocchè dell'odio paterno si può
dire quel che si legge in Ezechiele 18º. Delle colpe di Ghiberto da
Gente, per le quali i Parmigiani lo presero a odiare, ne fu detto
più sopra abbastanza largamente, ma se ne tacquero alcune, che ora si
debbono trarre in luce. Essendochè quand'egli teneva la signoria di
Parma, avendo Papa Innocenzo IV, che allora aveva residenza a Napoli,
mandato invitando Bertolino Tavernieri di andare da lui, perchè aveva
Elena di lui nipote per moglie, e perchè lo voleva fare Podestà di
Napoli; e Bertolino avendone chiesta licenza a Ghiberto da Gente, e
questi avendogliela concessa, gliela ritolse dopochè con enorme spesa
aveva già fatti gli apprestamenti pel viaggio; e oltracciò lo confinò
a Noceto, dove aveva i suoi possedimenti, e vi passò molti giorni e
molte notti con animo sempre agitato e in timore e in aspettazione
di insidie da parte de' suoi nemici; e massimamente del Pallavicini,
che lo odiava, e teneva allora la Signorìa di Cremona. E quando di
notte udiva romori, e ne udiva di frequente, usciva ai campi col suo
destriero, e tutta notte, in veglia, stava aspettando all'aperto, come
pronto a fuggire. Vedendo poi Bertolino che Ghiberto da Gente non gli
perdonava, nè lo riammetteva in Parma, come gli aveva promesso, ruppe
il confino, e andò a Papa Innocenzo IV, che lo aveva invitato; e lo
fece Podestà di Napoli, e durante la Podesteria di lui, il pontefice
morì, e fu sepolto in Duomo. Ed Alessandro IV fu eletto Papa per arti
del Podestà Bertolino, il quale rattenne i Cardinali dall'uscire dalla
città fino a che non avessero eletto il Papa. E Papa Alessandro non fu
ingrato al ricevuto beneficio, anzi provvide del suo tesoro a Bertolino
finchè visse; e l'anima sua per la misericordia di Dio riposi in pace,
perchè fu uomo cortese, valoroso, potente, ed intimo mio amico. Ma
Ghiberto da Gente fece devastare le possessioni di lui e diroccarne
i palazzi, perchè era uscito di confino, ed era andato al Papa, che
lo aveva invitato. La qual cosa da parte di Ghiberto fu non solo una
bestialità, ma anche una pazzia, perchè quando il superiore comanda, e
l'inferiore contraddice, questi non ha diritto di essere obbedito....
Di Bertolino non rimasero discendenti, nè di Giacomo suo fratello, che
morì dopo lui, e lasciò le sue ricchezze ai Templarii; e così il casato
di Bertolino Tavernieri di Parma, che ai tempi di Federico Imperatore
era stato un nobilissimo barone, si è spento completamente, e a lui
si attaglia a capello quel detto: _Tesoreggia e non sa perchè_....
Quando Ghiberto da Gente dominava in Parma, il Pallavicino dominava
in Cremona. E quando talora parlava in famigliarità col Pallavicino,
questi gli diceva: Ah! Dio, e non avrò io mai la signoria di Parma? e,
in così dire, gettava violentemente contro terra la spada, a dimostrare
che per questa cosa montava in ira. Ma Ghiberto da Gente non gli voleva
cedere la Signoria di Parma, anzi voleva tenersela stretta, perchè
ne traeva non solo onore, ma anche un grosso emolumento. Tuttavia
volle usar grazia al Pallavicino di lasciarlo entrare in Parma con
500 armati, coi quali, quasi pavoneggiandosene, cavalcò più volte per
città, ma i Parmigiani tenevano gli archi tesi, quasi volessero lanciar
saette contro alcuno, e così spaventarli a ciò si partissero da Parma.
E Ghiberto da Gente godeva che se ne partissero, perchè temeva, se
fossero rimasti a lungo in città, che gliene rapissero la Signoria.
Un dì avvenne che dovendo passare il Pallavicino co' suoi armati per
la via di Cò di Ponte, dove abitano i Marchesi Lupi, uno di questi
comandò al suo servo che sotto il portico, che correva lungo la strada,
gli lavasse i piedi in una conca, volendo dimostrare al pubblico
che si curava tanto del Pallavicino, quanto della coda di una capra.
Abitavano una volta tanto i Marchesi Lupi che i Pallavicini in una
villa, che si chiama Soragna, nella diocesi di Parma, a cinque miglia
a settentrione di Borgo S. Donnino; e questa vicinanza d'abitazione
dava origine a molte gare vivacissime. Il Pallavicino pertanto non
potè avere mai, siccome desiderava, la Signoria di Parma, e Ghiberto
da Gente che aveala, col tempo la perdette. Ghiberto da Gente adunque,
oltre le preaccennate colpe, aveva anche queste, onde fu fortemente
in odio ai Parmigiani.... Meglio operò Guido da Polenta, che abitava a
Ravenna, il quale si prese buona vendetta, ma non volle sorpassare la
misura. Di fatto quand'egli era ancor fanciullo, e l'Imperatore teneva
in carcere, come ostaggio, il padre di lui, Guido Malabocca, fratello
del Conte Ruggero di Bagnacavallo, s'adoperò perchè l'Imperatore
gli mozzasse, o facesse mozzare, il capo; ed egli, fatto adulto,
rese la pariglia a Guido Malabocca. Ma andando poi, dopo alcun tempo
a Bagnacavallo con molti armati, ed incontrando lungo la via, in
compagnia di pochi, il Conte Ruggero, e consigliandolo i suoi compagni
di viaggio di sbarazzarsi compiutamente anche del Conte Ruggiero
stesso, per togliersi d'intorno ogni timore, egli rispose: Abbiam fatto
abbastanza; ci basti quanto abbiamo fatto; di male se ne può sempre
fare; ma fatto che sia, non si può più rimediare. E così lo lasciò
andare libero... Del nuovo odio poi degli eredi di Ghiberto da Gente
si può dir questo. È da sapere che ebbe un figlio di nome Pino. Costui
colle sue male opere provocò in mille maniere i Parmigiani contro gli
eredi di suo padre. Anzitutto invase contro i Parmigiani Guastalla e
la prese e volle tenerla occupata; poi prese moglie e la fece poscia
uccidere; d'onde per divina sentenza molti guai piovvero sul suo capo.
Costei voleva sposarla il padre di lui, quando esiliato dai Parmigiani
dimorava in Ancona; ma Pinotto solleticato dalla cupidigia delle
ricchezze, o dall'avvenenza di quella donna, precorrendo al padre,
gliela surrepì, e se la tolse per se. Essa aveva nome Beatrice, era una
Pugliese che abitava in Ancona, aveva tesori, era bellissima, vivace,
sollazzevole, liberale, cortese e molto esperta nel gioco degli scacchi
e dei dadi. Abitava con Pino suo marito a Bibbianello (che una volta
era castello della Contessa Matilde) e di frequente veniva con altre
donne al convento dei frati Minori di Monfalcone per fare una gita, e
per conversare coi frati. Ed io allora appunto ivi abitava; e mi disse
parlando meco confidenzialmente, che la volevano uccidere, e indovinai
chi poteva essere che tramava insidie alla sua vita; e gliene espressi
le mie vivissime doglianze, e le suggerii di confessarsi, e di vivere
sempre in grazia di Dio, per essere ad ogni momento preparata alla
morte.... In quel tempo Pino partì da Bibbianello molto sdegnato contro
Guido suo consanguineo, come ho veduto io coi miei occhi; condusse
seco la moglie sua a Correggio, che è una villa della diocesi di
Reggio, ove da un suo scudiero di nome Martinello, la fece soffocare
con un piumaccio, e fu sepolta nella stessa villa; e di lei rimasero
tre ragazze che sono una bellezza. E, siccome è scritto che _Dio non
permette che resti invendicato_... e perciò sono da dire alcune cose
intorno alle sventure che colpirono il marito di lei. Prima di tutto,
venne in odio non solo ai Parmigiani, ma anche ai consanguinei ed ai
nepoti; in secondo luogo, fu preso dagli assassini di Sassuolo, i quali
per riscatto gli tolsero i cavalli e duecento lire imperiali; terzo,
avendo voluto svaligiare, per una sua vendetta, un tale che viaggiava
per la strada pubblica di Parma, i Parmigiani mandarono alla villa di
Campeggine, ove aveva le sue possessioni, e fecero arare tutti i suoi
seminati, e le già nate seminagioni, e coprirle di terra, e distruggere
14, o 20 sue case che aveva in Campeggine stesso; quarto, dopo la morte
della prima moglie, cui fece uccidere, prese una cert'altra donna, che
per molti impedimenti da ambe le parti, sua moglie non poteva essere
(questa aveva nome Beatrice, come la prima, leggiadrissima, figlia di
Bonacorso da Palli; e la sposò vedova del primo marito Atto da Sesso);
quinto ed ultimo, imprigionò di nuovo alcuni uomini, cui una volta
teneva tra ceppi in carcere, e li aveva prosciolti; nè volle che per
danaro si riscattassero, quantunque non gli avessero mai fatta offesa,
e non avessero verso lui obbligo alcuno non soddisfatto. Essendo stato
dai Parmigiani cacciato in bando, e non desistendo dal mal oprare,
diede ragione ai Parmigiani di espellere dalla villa di Campeggine non
meno lui che tutti gli eredi di Ghiberto da Gente. Questo Pinotto fu
chiamato anche Giacomino, e fu uomo bello e magnanimo, audace, franco,
e a uso dei Parmigiani, superbo. Egli aveva due sorelle, una, moglie a
Gherardo figlio di Bernardo di Rolando Bossi, di nome Aica; l'altra, di
nome Mabilia, che era di natura altiera e disdegnosa, moglie a Guido
di Correggio; e, quando cominciò a malare dell'ultima malattia, di
cui morì, d'improvviso perdette la parola; e di lei rimasero diverse
figlie e due figli. Lombardino poi, fratello di costoro, ebbe moglie
un'avvenentissima Pavese, di nome Aldessona, da cui gli nacquero figli
e figlie; e Lombardino fu il primogenito di Ghiberto da Gente, che a
grande onore lo fece creare cavalliere quando aveva ancora la signoria
di Parma. Chiunque poteva, in quel tempo, lo regalava a larga mano,
e chi regalava credeva d'aver ricevuto grazia singolare, se Ghiberto
non sdegnava di accettare. Altrettanto fu di Giacomo Tavernieri quando
fu fatto cavalliere, al tempo in cui suo padre Bertolo era in fiore
a Parma alla testa del partito imperiale. Nel millesimo sussegnato
vi fu anche estesa malattia e morìa di gatti, i quali colti dal morbo
diventavano come lebbrosi e scabbiosi, e poi morivano. Così pure nello
stesso millesimo, nel mese di Novembre[93], il giorno di San Calisto,
verso oriente, sull'albeggiare, apparvero due stelle come congiunte,
e così ogni notte si mostrarono per molti giorni, sinchè verso il
dì d'Ognissanti cominciarono a disgiungersi ed allontanarsi l'una
dall'altra. E allora si stava appunto trattando per la pacificazione
de' Modenesi, la quale era cosa molto intricata, perchè il progetto
che si presentava non gradiva ai Modenesi della città; e i Modenesi
che erano in Sassuolo ne erano soddisfattissimi, riconoscendo che
i giudici di quel arbitrato erano loro favorevoli. Gli arbitri poi
erano Guido da Correggio e Matteo suo fratello germano. Nello stesso
millesimo Papa Onorio IV, prima del Natale, creò un Cardinale, che
era di sua famiglia, per supplire alla vacanza lasciata dal Cardinale
Vescovo di Frascati, morto in quell'anno. Questo novello Cardinale
era stato Arcivescovo di Monreale in Sicilia. Così in quell'anno
Gherardino da Enzola fu condannato dai Parmigiani a pagare mille
lire parmensi, e le pagò puntualmente; e la cagione della condanna
fu questa. Suo padre Giacomo da Enzola fu Podestà di Modena, ed ivi
malatosi, morto e sepolto nella chiesa maggiore, fu ad onore dipinto
sulla tomba a cavallo, da cavalliere. E siccome fu a tempo della sua
podesteria che avvennero que' misfatti e quegli omicidii, che furono
il principio della successiva discordia e guerra in Modena, quella cioè
che s'accese tra le diverse fazioni Modenesi, e non ne era stata presa
vendetta e giustizia... i Modenesi provocati, sdegnati, turbati, e
accesi d'ira, considerando i guai che loro ne erano derivati, cavarono
gli occhi al ritratto del Podestà, e cacarono sulla tomba di lui; in
seguito poi mandarono a Parma due ambasciatori, uomini del popolo,
uno de' quali nel Consiglio degli anziani di Parma pronunciò molti
oltraggi ed ingiurie contro Giacomo da Enzola, padre dell'or defunto
Gherardino. Provocato adunque Gherardino da Enzola dal linguaggio
di quell'ambasciatore, fece quel che dice la scrittura, Ecclesiaste
I.: _Sino a tempo opportuno porterà pazienza_. Di fatto, quando
quell'ambasciatore, che aveva profferite parole d'oltraggio contro
suo padre, fu in viaggio per ritornare a Modena, Gherardino lo seguì
con alcuni giovani audaci sulla strada, e, in quel della diocesi di
Seggio, lo ferì gravemente e tanto sconciamente che ne restò sformato,
non però ucciso; e quindi i Parmigiani lo condannarono ad una multa
di mille lire parmensi. Ho detto tutte queste cose per dimostrare che
i Parmigiani operarono saviamente a far giustizia, e aveva operato
male chi non l'aveva fatta in Modena. E noto che questo Giacomo da
Enzola prese moglie una vedova di Padova, detta Marchesina, trovatagli
da Matteo da Correggio, quand'era Podestà di Padova. Da questa donna
Giacomo ebbe in dote una somma ingente, cui diede a mutuo, e co'
frutti ne comprò campi, vigne ed estese possessioni nella villa di
Poviglio[94], e diventò ricco e grande assai. In Parma poi comprò la
mia casa, che era presso il battistero[95], e gli fu quasi regalata,
cioè la ebbe per vilissimo prezzo, secondo la stima che ne faceva
mio padre, e che veramente era da farsene. Giacomo fu dappoi fatto
cavalliere sulla porta del battistero che guarda verso la piazza, e
andò a Modena ad assumere la Podesteria, a cui era stato eletto dai
Modenesi; e prima di finire la sua Reggenza, finì la vita, e morì d'una
malattia di gola, che i Greci chiamano apoplessia. Si confessò da frate
Giacomino da Porto di Modena, e con lui aggiustò le cose dell'anima.
Lasciò ai frati Minori di Parma dieci lire imperiali, e altrettante ai
frati Minori di Modena per l'anima sua e per il mal tolto, e l'anima
sua per la misericodia di Dio risposi in pace.... Di lui rimase una
figlia di nome Aica, che ebbe per primo marito Gherardino degli Arcili;
di cui rimasta vedova, sposò Ezzelino figlio del fu Aimerico da Palù;
da cui le nacquero figli e figlie. Il fratello poi della prenominata
Aica, e figlio di Giacomo da Enzola ha nome Gherardino; giovane largo,
liberale, cortese, e che vive onorificamente. L'avolo di Giacomo si
chiamava Guidolino da Enzola, uomo di mezzana statura, ricco, grande
e molto di chiesa, ed io l'ho veduto le mille volte. Egli si divise
dagli altri da Enzola, che abitavano nella strada di S. Cristina, e
venne ad abitare presso il duomo, ove ogni dì assisteva ad una messa
e a tutto l'ufficio diurno e notturno nelle ore in cui si recitava. E
quando non era occupato nell'assistenza dell'ufficio divino, sedeva
co' suoi vicini sotto un portico publico presso il palazzo del
Vescovo, e parlava con loro di Dio, oppure stava ascoltando chi ne
parlava. Non tollerava che alcun ragazzo lanciasse sassi contro il
battistero, o contro il duomo, e portasse guasto alle sculture e alle
pitture. E quando lo vedeva, se ne irritava, gli correva dietro, e
raggiuntolo, lo batteva a colpi di correggiuolo, come se ne fosse ivi
destinato a guardia, mentre lo faceva soltanto per zelo e amore di
Dio, quasi ripetesse quel detto profetico.... E il sunnominato, oltre
al giardino, la torre e il palazzo ove abitava, aveva anche molte
altre case, un forno ed una cantina; e una volta la settimana, sulla
pubblica via, presso casa sua, come ho veduto io più volte co' miei
occhi, faceva una limosina generale a tutti i poveri della città, che
si presentavano, consistente in pane, fave cotte e vino. Egli fu molto
amico e uno dei principali benefattori dell'Ordine de' frati Minori.
Ebbe da sua moglie (che era sorella di Gherardo da Correggio, detto
anche dai Denti, padre di Matteo e di Guido) due figli, cui, come ho
veduto io co' miei occhi, giunti all'età virile, fece cavallieri egli
stesso; e l'uno aveva nome Matteo, e l'altro Ugo, e tuttadue furono
miei speciali amici. Questi due fratelli, allorchè Parma si ribellò
all'Imperatore furono dall'Imperatore presi e tenuti in carcere; e,
in seguito, furono sepolti nel convento de' frati Minori di Parma.
Da Matteo poi, che ebbe moglie Richeldina, sorella di Bernardino
Cornazzani, nacquero tre figli, cioè Bernardo da Enzola, che fu
cavalliere e valoroso personaggio, e Podestà di Perugia quando colà
aveva residenza Papa Clemente IV. (Questi fu mio amico e me lo dimostrò
a fatti, perchè quando io fui a Perugia, ed egli vi era Podestà, mandò
subito cercandomi, e mi affidò una missione alla Corte del Papa. Egli
mori troppo presto, come gli altri suoi fratelli, ma lasciò figli).
Secondogenito di Matteo, figlio di Guidolino da Enzola, fu Giacomo,
Podestà di Modena, di cui s'è parlato abbastanza più su. Il terzogenito
fu Guido, che ebbe moglie una figlia di Albertino dei Turcli di
Ferrara, d'onde gli nacquero più figli, uno de' quali si chiama Turclo,
bandito dai Parmigiani come uomo pestifero e maledetto; sendochè a
molti altri misfatti, di cui era macchiato, aggiunse anche quello
d'aver ucciso crudelissimamente di lancia, mentre sedeva a mensa e
secolui pranzava, l'Abbate del monastero di Brescello senza che questi
alcuna colpa avesse.... Da Ugo poi, figlio di Guidolino da Enzola,
ammogliato con Luchesia del Monastero, cioè di San Marco, discesero due
figli, di cui uno di nome Guglielmo, e l'altro Matteo, e due figlie,
una che diventò moglie di Giacomino dei Panzeri di Reggio, che non ebbe
figli; l'altra si maritò con Bonacorso di Montiglio[96], dalla quale
ebbe molti figli. Dopo queste cose, irritata Luchesia contro i figli,
prese per marito Ghirardino figlio di Lanfranco da Pisa di Modena,
la quale poi gli morì senza aver avuto da essa alcuna prole. Così
Guidolino da Enzola, avolo di tutti i sunnominati, ebbe una figlia,
Richeldina, donna lasciva e mondana, presa per moglie da Giacomino
di Beneceto[97], dalla quale gli nacquero due figli, Arpo e Pietro.
Giacomino degli Arpi fu bel cavalliere e ricchissimo di possessioni,
case e tesori; ma consumò e dissipò tutto in banchetti, istrioni e
cortigianerie, sicchè i figli suoi, come a me lo contava piangendo Arpo
uno di loro, non avevano di che mangiare se non andavano accattandone
dagli altri. Così Arpo di Beneceto, fratello germano del predetto
Giacomino, entrò nell'Ordine de' frati Minori con Bernardo Bafoli,
quasi subito dopo che a Parma si cominciarono a conoscere i detti
frati. Ma Bernardo Bafoli era un cavalliere ricchissimo, famoso e di
gran reputazione in Parma, magnanimo, prode guerriero e dotto nell'arte
militare. Questi sul principio del suo noviziato nell'Ordine dimostrò
un vivissimo fervore nell'adempiere coll'opera il detto apostolico che
sta scritto nella 13ª agli Ebrei: _Usciamo dunque con Gesù fuori della
porta portando il suo vitupero_. Di fatto, all'insaputa de' frati fece
montare su d'un cavallo un suo uomo, e da un altro si fece legare alla
coda del cavallo stesso, e comandò che lo sferzassero camminando per la
pubblica via della città, e a tutta gola gridassero: Dalli al ladro,
dalli al ladro. Ed essendo arrivati al portico di S. Pietro, dove i
militi, secondo l'uso, stanno a sedere in ora di riposo e si divertono,
credendo essi che fosse veramente un ladro, cui bastonassero per i di
lui misfatti, cominciarono anch'essi a gridare: Dalli al ladro, dalli
al ladro. Allora Bernardo, sollevata la faccia, disse loro: In verità,
avete detto bene dalli al ladro, perchè sino ad ora son vissuto come
un ladrone contro Dio altissimo, e contro l'anima mia; e perciò sono
ben degno di essere sferzato. E, ciò detto, comandò a' suoi uomini di
continuare il cammino e le sferzate sino a fuori di porta. Ma quelli
che stavano a sedere sotto il portico quando ebbero conosciuto che
era Bernardo Bafoli, se ne dolsero, e tocchi nel cuore dissero: Oggi
abbiam veduto miracolo; benedetto Dio che umilia e che esalta, e _fa
misericordia a cui egli vuole, ed indura chi egli vuole_ ai Romani 9º.
(Questa fu alla lettera un'ispirazione, un cambiamento operato dalla
destra di Dio, perchè molti animati ed eccitati da questo esempio
abbandonarono il secolo. Allora Bernardo Vizio, associato ad alcuni
altri, fondò la religione de' frati di Martorano. Fu allora che si
istituì in Parma una religione nuova, cioè di quelli che si chiamavano
i militi di Gesù Cristo, nella quale non si ammettevano tranne quelli
che prima fossero stati militari; e que' frati si assomigliavano a
quegli altri, che ora dai contadini si chiamano Gaudenti, salvo che
quelli si chiamavano militi di Gesù Cristo, questi militi di santa
Maria. Quelli erano soltanto in Parma, questi si sono già moltiplicati
in molte città; ma siccome di queste istituzioni ho già parlato più
sopra, non occorre più parlarne. Parimente in quel tempo (cioè quando
Bernardo Bafoli si fece sferzare per la pubblica via in Parma) vi
erano due fratelli germani, che si fecero frati Minori, de' quali
uno aveva nome frate Illuminato, l'altro frate Berardo. Questi due
fratelli, che avevano fatto gli usurai, restituirono le usure ed il
mal tolto, e per amore di Dio fornirono di vestiario duecento poveri,
ed elargirono ai frati Minori duecento lire imperiali, perchè si
fabbricassero il convento[98], che allora si stava già costruendo
di nuovo nel prato del Comune, ove si teneva in antico la fiera, e
dove in quaresima i Parmigiani si esercitavano nell'armi cogli scudi.
Anche frate Illuminato mosso da amore di Dio, ad esempio di frate,
Bernardo Bafoli, si fece sferzare per le strade della città). Di
Bernardo Bafoli poi è da sapere che ebbe una figlia di nome Bernardina,
saggia, prudente, santa e devota a Dio, che è Badessa del monastero
dell'Ordine di santa Chiara in Parma. Così pure è da sapere che
Egidio Bafoli, padre del prenominato Bernardo, quando Costantinopoli
fu presa dai latini, gagliardamente ne abbattè una porta con uno di
quegli spadoni fatti a quest'uso, come io ho saputo da frate Gherardo
Rangone, che era presente e vide. E allora riconobbero i Greci che
s'era adempita quella profezia, che stava sculta sulla porta stessa.
Perocchè molte profezie ivi si trovano scolpite, sia sulle porte,
sia sulle colonne delle porte, le quali non si intendono che quando
si sono avverate. Bernardo Bafoli poi, quand'era frate Minore, e nel
tempo in cui i Parmigiani erano andati coll'Imperatore a campeggiare
contro i Milanesi, accorse un giorno ad un incendio sviluppatosi nel
borgo di santa Cristina, e stando colla scure in mano sul comignolo
di una casa incendiata, divideva e gettava a destra e a sinistra i
legnami per isolare l'incendio. E questo fece a vista di tutti, e tutti
lo commendavano dell'opera sua accorta e vigorosa, e giustamente di
generazione in generazione ne riceverà onore sempiterno, poichè questa
sua buona azione sarà ricordata per molti anni avvenire. Poscia andò
alla Terra Santa, ove terminò lodatamente i suoi giorni nell'Ordine del
beato Francesco, che è l'Ordine dei frati Minori; e l'anima sua per la
misericordia di Dio riposi in pace, chè bene cominciò e bene terminò.
Queste cose dette di sopra ho voluto notare, perchè attinenti a persone
che per la più parte vidi e conobbi, ed, in breve tempo, di questa vita
passarono all'altra....... Se altre più cose avvenissero nel millesimo
sussegnato cioè nel 1285, degne di memoria, non ricordo; di queste ho
parlato con fedeltà e con verità, perchè le ho vedute co' miei occhi.
Basta di quest'anno; or passiamo al successivo.
a. 1286