L'anno 1227 Torello Strada, di Pavia fu di nuovo Podestà di Parma. E

allora si cominciò a costruire il castello così detto di Torello[85]

contro Borgo S. Donnino, perchè i Borghigiani non volevano stare

all'obbedienza de' Parmigiani; ma siccome poi i Borghigiani si

sottomisero al Comune di Parma, perciò i Parmigiani desistettero

dalla costruzione del castello. Questo per ora sia detto de' lavori

pubblici e delle gesta dei Parmigiani. Altrove forse diremo d'altro,

se si presenterà occasione di parlarne, e se mi parrà opportuno. Si

continui dunque il millesimo cominciato. L'anno pertanto suindicato,

cioè 1285, Manfredo Torta degli Alberghetti di Faenza morì nella

villa di Sezaria a cinque miglia da Faenza; e fu ucciso in una con suo

figlio da' suoi consanguinei, mentre reduce da Ravenna era a pranzo

con loro. E lo stesso anno i nipoti del conte Taddeo di Buonconte

insorsero contro Malatesta di Rimini, e lo percossero, e volevano

ucciderlo a Cesena presso la casa degli Eremitani, per aiuto de' quali

potè evadersi, perchè la loro porta era aperta. Così in quell'anno fu

deliberato dai Reggiani, in pieno Consiglio, che i pescivendoli non

potessero vendere pesce a cominciare dal principio di quaresima sin

dopo Pasqua, sotto comminatoria e pena di venticinque lire di bonini;

la quale deliberazione fu appuntino eseguita. La cagione poi di questa

deliberazione fu che quando i cavallieri, o i giudici domandavano

ad un pescivendolo: Quanto vale questo pesce? esso richiestone due o

tre volte, sdegnava di rispondere, anzi si voltava da altra parte, e

chiacchierava col compare dicendogli: Compare, poni quà, spingi là il

cesto, o il cavagno. D'onde quel de' Proverbii XXIX: _Il servo non si

corregge con parole: benchè intenda, però non risponderà_.... Oltre

ciò volevano di una piccola tinca, o anguilla tre o quattro grossi. Ma

i pescatori e i pescivendoli vedendo che quello era stato stabilito

contro loro si eseguiva con fermezza e con rigore, e che ne avevan

danno, poichè tutti i loro pesci furono numerati e posti in vivai da

starvi sino a dopo Pasqua, andarono ai frati Minori scongiurandoli di

supplicare il Podestà, il Capitano e gli Anziani e tutto il Consiglio

di voler ritirare quella legge, e promettevano di vendere il loro

pesce, a chi voleva comprarne, a prezzo ragionevole e discreto, con

cortesia e a buon mercato. Ma non pertanto fu disdetta la deliberazione

presa, secondo la parola detta dall'Apostolo per Esaù nella lettera

agli Ebrei 12.ª _Imperciocchè non trovò luogo di pentimento benchè

richiedesse quello con lagrime_. Ed i Reggiani minacciavano di fare

altrettanto ai beccai, se per Pasqua non vendessero le carni al

macello con cortesia e a prezzo ragionevole. Il che udendo buccinare

i beccai, si regolarono secondo che insegna la Sapienza ne' Proverbii

XIX: _Percuoti lo schernitore, e il semplice ne diventerà avveduto_

ecc. Gherardo Varoli, Giudice, fu il primo a denunziare in Consiglio

la malizia dei pescivendoli, e la sua denunzia fece prendere quella

deliberazione.... Parimente nel millesimo soprassegnato, cioè 1285

quei di Sassuolo catturarono 800 donne di quelli che erano dentro

Modena, uscite alle vigne a vendemmiare, e le condussero a Sassuolo

in prigione. Il che avvenne un martedì, 4 Settembre; ma presto furono

prosciolte, perchè i Modenesi della città ne catturarono similmente

di quelle dei Sassuolesi. Furono anche presi il 21 Settembre, giorno

di S. Matteo Apostolo, ventiquattro di quei di Sassuolo dai Modenesi

della città che erano a Rubiera, e li sorpresero nella villa di

Corticella[86], ad un miglio e mezzo da Rubiera; tra cui furono i

principali: Burigardo, che era maestro della milizia di Sassuolo,

prode dell'armi e dotto nell'arte militare, (questi era di Gap, che

è piccola città della Provenza. Fu questi che aveva consigliato di

catturare le dette donne e mandarle in carcere; e lo stesso mese fu

anch'egli preso e condotto nelle prigioni di Modena). Un altro de' più

cospicui fu il Conte Lesnardo di Crema; tutti gli altri erano Francesi,

meno uno di Modena. E nota che, come dissero poscia i Modenesi di

dentro la città, se Burigardo, quando in principio corse in aiuto

di quei di Sassuolo, avesse fatto un colpo di mano ardito sopra la

città, eglino erano deliberati di svignarsela e abbandonare Modena;

tanto il timore era diventato loro consigliere e padrone. Ma Iddio

meglio dispose ne' suoi decreti; perchè ai 7 di Ottobre fu firmato un

compromesso tra i Modenesi fuorusciti e quelli di dentro la città. E

Guido di Correggio e Matteo suo fratello furono i principali autori di

quella pacificazione, e de' patti convenuti; anche Mastino Sanvitali

di Parma molto s'adoperò a fine che i Modenesi si riamicassero; e

Frate Pietro da Collecchio di Parma, dell'Ordine de' frati Minori e

lettore nel convento di Modena, egualmente e fedelmente se ne curò,

recandosi con insistenza dai sunnominati personaggi, e correndo e

ricorrendo da Modena a Sassuolo e viceversa, rapportando, come loro

nunzio, quanto avevano detto le parti. Però era intendimento tanto

di quei della città di Modena, come di quelli di Sassuolo, che in

ogni modo un componimento si conchiudesse. Perocchè la miseria e la

povertà avevano già vinto gli uni e gli altri ed erano vincolati a

grossi debiti, e le loro casse erano al verde; e le avevano esauste i

Toscani, i Francesi, i Romagnuoli e molte altre genti cogli stipendi

che ricevevano. Anch'io frate Salimbene di Parma dell'Ordine de' frati

Minori, accompagnai in occasione di quelle trattative frate Pietro da

Collecchio, e andai a Sassuolo da Manfredino e pregai lui, non meno che

gli altri maggiorenti de' fuorusciti Modenesi, a non respingere, per

quanto dipendeva da loro, le proposte di pace.... I quali risposero

con cortesia e benignità che in ogni modo volevano la pace co' loro

concittadini, e che erano dell'animo disposti ad accettare le proposte

di coloro che s'erano intromessi in quell'affare, quantunque paressero

loro gravi, e realmente le fossero. A que' giorni andai a Carpi per

festeggiare ivi il giorno del beato Francesco. Arrivando là vi trovai

i messi secreti del Marchese d'Este adunati nella chiesa plebana,

e nell'ora stessa giunsero da Parma Guido da Correggio e Matteo suo

fratello; e tosto tennero tra loro consiglio intorno al trattato di

pace. E perchè i pensieri pigliano forza e maturità dai consigli,

intanto di notte.... interloquirono, e stabilirono un progetto, cui

nessuno a Carpi conobbe, tranne l'Arciprete della Chiesa plebana. E

la mattina per tempissimo i messi del Marchese partirono per Ferrara,

e Guido e Matteo andarono a Modena, e cominciarono a trattare della

pace. Pochi giorni dopo poi, i prenominati due fratelli, si recarono

a Parma, e pregarono il Podestà, il Capitano e tutto il Consiglio

a volersi intromettere in quella pacificazione de' Modenesi, perchè

la volevan pur fare colla loro annuenza; e il Capitano, il Podestà e

tutto il Consiglio acconsentirono. Allora Guido prese a prestito dai

Parmigiani mille lire, ed altrettante ne prese dai Reggiani Matteo, per

pagare lo stipendio ai soldati che erano in Modena e licenziarli, per

trattare la pace con maggiore speranza di riescita. Queste trattative

però si strascicarono per molti giorni, perchè le passioni erano molto

accese e la matassa assai intricata. E mandarono a Reggio Burigardo,

che era in ceppi a Modena, e il Conte Lesnardo con alcuni altri, e

vi furono ritenuti prigioni nel palazzo del Comune. Poscia Guido da

Correggio andò e prese Burigardo e lo condusse a Correggio, che è

una villa nella diocesi di Reggio, ed ivi gli fece gli onori; poi lo

condusse a Castelnuovo[87], nella diocesi di Parma, dove sì egli che

suo fratello Matteo da Correggio hanno loro possedimenti, ed ivi lo

onorò magnificamente banchettando e servendo squisite imbandigioni. E

Burigardo disse a Guido: Se mi ti dessi anche in mano per ischiavo,

io non ricambierei condegnamente la tua gentilezza. E aggiunse: Voi

mi liberaste dal carcere di Modena, o Guido, e mi sottraeste dalle

unghie de' miei nemici, e di quelli che mi tendevano insidie, e

tramavano alla mia vita. Perciò ogni volta che avesse da insorgere

guerra contro di voi, per tutta la mia vita mi troverete sulla breccia

in vostro aiuto, in vostro servizio. Di che Guido gli rese grazie, lo

lasciò andar libero in pace, anzi lo accompagnò sino a luogo sicuro.

E Burigardo andò a Sassuolo, e da quelli di Sassuolo fu accolto e

veduto festosamente e onorificamente, come fosse arrivato un Angelo del

cielo. E nota che Burigardo non mancò di reverenza verso Dio; e fugli

devoto a segno che aveva sempre in sua Corte un proprio cappellano

che ciascun giorno diceva messa e celebrava i divini uffici per lui.

Quando fu a Reggio mandò regalando ai frati Minori un grosso doppiero

da accendersi, in onore del corpo del Signore, al momento della

elevazione nella messa. Ma quando Burigardo fu ritornato a Sassuolo,

allora si disperò della pace; e que' di Sassuolo incominciarono a

rifortificare il loro castello. Però Matteo da Correggio nel Consiglio

de' Modenesi parlò assai caldamente in favore di quei di Sassuolo, e

perorò splendidamente producendo allegazioni in favor loro; e si mostrò

vivamente sdegnato co' Modenesi, perchè non volevano dare l'amplesso

della pace ai loro concittadini fuorusciti, e perchè essi due fratelli

dovettero stare occupati, per le trattative di quella pace, dal

giorno del beato Francesco sino al giorno di Santa Lucia. Inoltre i

Modenesi avevano eletto Guido a loro Podestà per l'anno seguente, il

quale aveva anche ordinato che fossero diroccati tutti i castelli e le

fortezze che erano nella diocesi di Modena, come era stato convenuto

nel trattato di pace. Partissi adunque Matteo da Modena focosamente

sdegnato per le cagioni suesposte, dicendo che porterebbe la sua dimora

tra quelli di Sassuolo, dacchè per loro bene i Modenesi non volevano

ascoltarlo. Anche Guido suo fratello fece altrettanto, minacciando di

associarsi ad Obizzo vescovo di Parma, che teneva le parti di quei di

Sassuolo, e combattere per tutta vita sua contro i Modenesi, finchè

non fosse ristabilita la pace in Modena..... Il che ponderando i

Modenesi, riconobbero d'aver operato male, perchè avevano già seminate

le campagne, e avevano edificate case per la diocesi; ma se perdurava

la guerra non c'era lume di speranza di raccoglierne il frutto;

laonde mandaron dicendo che volevano in ogni modo rappacificarsi

coi loro concittadini..... Così stanno le cose oggi, poco prima di

Natale. Vedremo come va a finire. Però della pace de' Lombardi confido

poco; perchè quando penso alle loro pacificazioni, mi par di vedere

quel gioco che fanno i ragazzi, quando l'uno pone le sue mani sulle

ginocchia, e l'altro vi soprapone le sue, e quando l'uno vuol essere

vincitore trae rapidamente le mani che ha sotto e le porta sopra a

quelle del compagno battendole d'un colpo forte, e così si dà l'aria

del vincitore. Ma spesso di vincitore lo vediamo vinto; donde nacque il

detto:

Ratio præteriti scire futura facit

Quello che fu, quel che verrà ne insegna.

È provato ciò che diciamo. Ho visto a' miei giorni che i Parmigiani,

che erano in Borgo S. Donnino, di parte imperiale, pregarono i loro

concittadini, che erano in Parma, di ammetterli al bacio della pace;

e si fece. Ma rientrati in città volevano trattare alla pari con

quelli, che parteggiavano per la Chiesa; e perciò, moltiplicatesi le

discordie dall'una e dall'altra parte, di nuovo furono espulsi....

Altrettanto accadde ai Bolognesi, Modenesi, Reggiani; altrettanto ai

Cremonesi. Quando quelli, che tenevano in Cremona le parti dell'Impero,

ebbero accolto festevolmente ed onorificamente i loro concittadini

fuorusciti, questi dopo un mese, con frode maligna, resero loro male

per bene, onde il partito della Chiesa espulse e cacciò in fuga l'altro

partito..... Dunque l'Imperatore Federico seminò in Italia queste

fazioni, queste divisioni, queste maledizioni, che durano ancora; nè si

possono spegnere gli odii, nè cancellarsi per la pravità degli uomini

e la malizia del diavolo..... Ma Federico è passato di questa vita, e

sebbene avesse in sè qualche seme di buono, ebbe anche assai di pravo e

di perverso, come si palesa dal fatto seguente. Essendo stato un tempo

scomunicato da Papa Gregorio IX, ed essendo arrivato ad una terra nella

quale si trovava il Patriarca di Aquileia (era bell'uomo e zio di Santa

Elisabetta Langravia), Bertoldo, persona ch'io ho veduta e conosciuta,

mandò a dire al Patriarca che andasse a messa coll'Imperatore. Ma

il Patriarca, che sapeva già di questo sin prima di vedere il messo

dell'Imperatore, per dar colore al diniego, aveva fatto chiamare il

barbiere, poi fece imbandire la mensa, si assise e cominciò a pranzare;

e mandò a dire all'Imperatore che non poteva andare a messa, perchè

era languido, ed era a tavola per rifocillarsi. Il quale di nuovo gli

mandò dicendo che, messo da banda ogni pretesto, si recasse a lui.

Ed egli, volendo togliersi d'attorno quella vessazione, umilmente

accondiscese, e andato, assistette alla messa con lui. Quindi si legge

che l'Imperatore Costantino dicesse: «Chi tenta perpetrare ciò che è

male, si studia di cattivarsi i buoni.» Quindi Giovanni e Paolo dissero

di Giuliano apostata: «Dopo che Giuliano è stato ributtato dal cospetto

di Dio, tenta di trarre anche gli altri a morte.» Ciò avvenne nella

Marca Trivigiana a Vicenza, il giorno di Pentecoste. Altre pravità del

fu Imperatore Federico più sopra ho notate. Anche in altra cronaca più

breve ne ho parlato, ma non di tutte, che erano moltissime. Tuttavia

si sappia che non fu tanto crudele, quanto Ezzelino da Romano, che

signoreggiò a lungo la Marca Trivigiana; si sappia anche che fu a

volte uomo sollazzevole, ma ebbe molti detrattori, e insidiatori, che

ne cercavano la vita, e volevano ucciderlo, specialmente in Puglia,

in Sicilia e in tutto il Regno. Inoltre in quell'anno 1285 i Modenesi

fuorusciti cinsero d'assedio il castello di Magreda[88] nella diocesi

di Modena, che essendo debole e mal munito, e difeso da pochi uomini,

fu preso agevolmente. Allora Neri di Leccaterra, di cui ho parlato

più su nel catalogo dei Modenesi, entrato nella chiesa della beata

Vergine, che era nel castello, vi pose fuoco per incendiarla, dicendo:

Ora pensaci tu, o Santa Maria, a difenderti, se il puoi. Ma, appena

profferite queste parole, a malizia ed ingiuria, tosto una lancia da

altri vibrata trapassò la corazza di lui, gli si infisse nel cuore,

e cadde subito morto. E siccome è accertato che non l'avevano vibrata

i suoi, si crede che sia stato colpito da Mercurio; sia perchè questi

fu solito farsi ultore delle ingiurie recate alla beata Vergine; sia

perchè uccise con una lancia anche Giuliano Apostata nella guerra

coi Persiani. E quel Neri era assai lodato vibratore di lancia, e di

lancia avea ucciso molti..... Nello stesso anno la Corte romana, cioè

Papa Onorio IV co' suoi Cardinali, tenne la sua residenza a Tivoli;

ove infierì una peste micidiale tanto che, di soli foresi, ne morirono

2000. Ed i frati Minori spesso avevano nella loro chiesa quattro

funerali al giorno; e vi fu un vecchietto transalpino, eletto Vescovo,

venuto per la sua consacrazione, che morì egli e venticinque della sua

famiglia. Udii dire questo dal Ministro della Touraine, ossia di S.

Martino, che vi era..... E nota, come anche altrove mi ricorda d'aver

detto, che questa è la regola generale e provata che, ogni volta che vi

è morìa di bovini, nell'anno susseguente capita morìa d'uomini. Così

anche dopo una fame avviene similmente che sussegue morìa d'uomini.

Nello stesso anno frate Vitale, Ministro di Bologna, morì in Settembre

presso Bologna, ed era stato Ministro 15 o 16 anni, e fu uomo di

poco valore, in quanto riguarda gli atti esterni. Dopo la cui morte

congregatisi i frati nel convento di Bologna, cioè i Guardiani, i

Custodi, i Lettori ed alcuni Discreti, a cui era devoluta la elezione,

nel mese di Ottobre nominarono Ministro frate Bartolomeo da Bologna,

che era stato conventato maestro a Parigi. E mandarono frate Filippo

Boschetti di Modena a Parigi al Ministro Generale, frate Arlotto, per

la conferma del Provinciale eletto. E così fece. Parimente in questo

stesso anno morì in Ispagna a Girona[89] Filippo Re di Francia, ove

era andato con un grosso esercito contro Pietro Re d'Aragona. (Ne

morirono molti anche dell'esercito del Re, non colpiti dal nemico,

ma dal volere di Dio, al cui cenno ogni cosa nasce e muore. Questi

era figlio di S. Lodovico). La salma di Re Filippo fu trasportata e

sepolta a Parigi; e gli successe Filippo figlio suo. E nota, che ora

i Re di Francia si chiamano tutti o col nome di Lodovico, o col nome

di Filippo. Nota eziandio, che in poco tempo il partito della Chiesa

fu colpito di gravissimi danni ed infortunii durissimi; primo, perchè

in battaglia navale restò prigioniero il figlio di Carlo in mano delle

genti di Pietro d'Aragona, ed è tenuto in carcere in Sicilia; secondo,

perchè Re Carlo morì poco dopo la cattura di suo figlio; terzo, perchè

Papa Martino IV nello stesso anno passò fra il numero dei più; quarto,

perchè lo stesso avvenne del Re di Francia. E tutto questo accadde in

quasi un sol anno, cioè nel 1285; nel quale anno stesso Papa Onorio

IV mandò ordinando di riscuotere le decime di tre anni di tutte

le Chiese, e che si pagassero e dessero al figlio di Re Carlo per

liberare la Sicilia dalla Signoria, dalla podestà e dalla schiavitù

di Pietro d'Aragona, che la occupava contro il beneplacito della

Chiesa. Quest'anno cadde anche la torre del castello di Bibbianello.

È Bibbianello un castello della fu Contessa Matilde, nella diocesi di

Reggio, sulle colline, ove s'innalzano quattro castelli vicini gli

uni agli altri; e l'uno dista dall'altro quanto è la gittata d'una

balista. E il primo si chiama Montevecchio; il secondo Bibbianello,

in cui abita Guido di Canossa con Bonifazio suo fratello; il terzo si

chiama Monte-Luncilo, nel quale non è che la chiesa di S. Leonardo;

il quarto si chiama Mongiovanni, ove abita un sacerdote vecchio,

vecchissimo, carico d'anni che ha nome Gherardo e fa molto di bene;

nessun altro vi è tranne le persone di suo servigio, ed è addetto alla

Chiesa di S. Nicolò. E nota che questi quattro castelli in antico

furono comodamente abitati da cavallieri e donne, e vi ebbero torri

e palazzi, che ora sono diroccati, e i resti dei caseggiati e le

fondamenta sono lasciati in abbandono. Ci pensino i padroni! I quali

si sono assottigliati di famiglia, e sono bersagliati da tribolazioni

e da dolori. Lo stesso anno, verso il giorno di S.ª Lucia, morì di

improvviso, senza precedente malattia, nel suo letto, Barnaba, che si

soprannomava della Regina, oriondo di Reggio. Egli fu mio molto amico,

ed era il divertimento de' chierici, canonici, prelati, cavallieri,

baroni, e di tutti quelli che cercavano di divertirsi in sentirlo

parlare, essendo che parlava benissimo francese, toscano, lombardo e

molte altre lingue, e sapeva contraffare i fanciulli quando parlano

coi fanciulli, le donne quando in famigliare discorso cinguettano

de' fatti loro con altre donne loro comari; e così era destro a

contraffare i predicatori antichi, imitando quelli che predicavano al

tempo dell'allelluia, allorchè si arrogavano di far miracoli, come a

que' giorni ho visto io co' miei occhi. Eglino furono frate Giovanni

da Vicenza dell'Ordine de' Predicatori, che faceva miracoli a Parma;

frate Giacomino da Parma che li faceva a Reggio, e perciò si diceva da

Reggio, ed era dell'Ordine de' Predicatori; frate Ghirardo di Modena,

dell'Ordine de' Minori, che girava quà e là per l'Italia e predicava

benissimo in Milano; e molti altri, ch'io vidi e conobbi, la cui

memoria sia con Dio, e così sia. Così nello stesso anno morì maestro

Rolando da Parma, il cui padre era chiamato maestro Taverna, bell'uomo

e cortese, e bravissimo sartore, che faceva gli abiti dei nobili.

Questo maestro Rolando andò a Parigi assai povero, ove studiò per molti

anni molte scienze e diventò un illustre chierico e letterato, e si

fece denaroso, ricco e rinomatissimo. Quando poi Papa Nicolò III creò

una serie di Cardinali, fra cui c'era anche Gerardo Albo di Gainago

(che è una villa della diocesi di Parma) assunse questo maestro Rolando

al vescovado di Spoleto. Papa Martino IV poi lo tolse da Spoleto e

lo mandò in Francia a raccogliere nota de' Miracoli di S. Lodovico

Re di Francia di buona memoria, che voleva canonizzarlo e ascriverlo

all'albo dei Santi. Al quale ufficio soddisfece ottimamente; e quando,

reduce dalla Francia lo vidi a Reggio, mi disse che portava al Papa

la storia di settantaquattro miracoli, che Dio, per amore del Re suo

servo ed amico, aveva operati sopra diversi malati, miracoli tutti

provati per mezzo di attendibili testimoni, e diligentemente registrati

da notai, e con tutte le più legali forme autenticati. E quando Papa

Martino vide queste cose ne fu lietissimo; poichè egli stesso, prima

di essere Pontefice romano, era stato collettore dei miracoli del Re

di Francia, ma dopo che fu Papa, sostituì a se stesso maestro Rolando.

Perciò il Papa lo retribuì del lavoro fatto, dandogli un Vescovado più

cospicuo in Francia, del quale, prevenuto dalla morte, non ricevette

l'investitura; e morì anche il Papa lo stesso anno, e non potè, come

stava in cima a' suoi desiderii, canonizzare S. Lodovico Re di Francia

di buona memoria. Forse questa canonizzazione è riserbata per altro

Papa. Questo maestro Rolando Vescovo di Spoleto fece in Parma alcune

opere per qualche riguardo degne di ricordo. Nella Chiesa di S.

Sepolcro, dove stanno i frati di S.ª Fenicola, eresse a sue spese una

bellissima cappella sorretta da colonne di marmo, rasente la strada, e

la dotò convenientemente a celebrarvisi, come voleva, ne' tempi e ne'

giorni permessi, una messa da morti per le anime di suo padre, di sua

madre e de' suoi parenti, che ivi sono sepolti. Come pure vicino alla

Chiesa maggiore, che è della Vergine gloriosa, e vicino all'ingresso

di S. Giovanni Evangelista, ove abitano i monaci, comperò le casamenta

del fu Gerardo da Correggio (padre di Guido e di Matteo) e fece alzare

alte muraglie per fabbricarvi un palazzo; e di dietro a queste comperò

le case de' Boveri, e vi fece fare muraglie e pometi, e appartamenti

a diversi piani per abitarvi e riposare quando andasse a Parma. Così

pregato dai frati Umiliati del Paullo[90], che abitano presso a Parma

fuori porta S. Benedetto, volle comprare il convento e le terre, che

essi ivi avevano, come egli ha contato a me, e dar loro mille lire

imperiali, per passarvi la state, e per ritirarvisi quando fosse che

gli piacesse; ma siccome volevano duecento lire imperiali più di quante

egli ne voleva dare, si sciolsero le trattative del contratto, perchè

_chi munge con troppa veemenza ne trae il sangue_, come è detto ne'

Proverbii 10.º. Così presso Gainago comprò ampie possessioni cioè tutta

la villa di Sinzanese[91] (che una volta fu di Tomaso di Ugo Armario, e

poi di Antonino de' Buzzoli, da cui le comprò) e le diede a certi frati

oltramontani, che sono dell'Ordine della Chartreuse, e si assomigliano

ai frati Predicatori nell'abito nero, come ho veduto io co' miei occhi

quando venuti a Parma per prendere possesso personalmente del tenimento

loro donato, nel giorno dell'Assunzione della beata Vergine vennero a

sentir messa alla Chiesa de' Frati Minori. E nota che Rolando Taverna,

di cui abbiamo più sopra parlato, fu sempre duro e burbero, e non

mai famigliare e umano verso i Religiosi di Parma, e nulla loro legò

neppure in morte. E tutti i Parmigiani, chierici, laici, uomini, donne,

nobili e popolani hanno comunemente questa qualità e questa maledizione

nelle ossa, di essere poco devoti, e duri e crudi coi Religiosi e cogli

altri servi di Dio, siano dei loro, siano forestieri. Il che sembra

essere pessimo segno dell'ira di Dio sul loro capo.... Ed in Ezechiele

16.º... che sta bene e si può applicare ai Parmigiani per la durezza

e nessuna loro misericordia verso i poveri servi di Dio... e perciò io

frate Salimbene Parmigiano sono stato già quarantott'anni nell'Ordine

de' frati Minori, ma non volli mai abitare in mezzo ai Parmigiani per

la niuna loro devozione, che in apparenza e di fatto non hanno verso

i servi di Dio. E non si curano di far loro alcun bene, quantunque lo

potrebbero e saprebbero fare benissimo, se n'avessero voglia, perchè

cogli istrioni, co' giullari e coi mimi largheggiano, e ai cavallieri,

che si dicono della Corte, a l'ho visto io co' miei occhi, fecero

talvolta di magnifici regali. Certo è che, se vi fosse in Francia una

Città grande come è Parma in Lombardia, vi potrebbero abitare e vivere

con decoro ben cento frati Minori con abbondanza di tutto quello che

occorre. Però nel sussegnato millesimo Gerardo Albo, Cardinale della

Corte romana, che è di Parma, fece una limosina ai frati Minori di

Parma, regalando al convento venti lire imperiali, e altrettanto ai

frati, che si recarono a lui come nunzii nella Corte, alla quale si

trovava; i quali erano anch'essi Parmigiani, cioè frate Ghirardino

Rangone e frate Francesco Torniglio; ciascuno de' quali ricevette dieci

lire imperiali, e quindici ne mandò a Guglielmo Rangone di Parma, in

grazia di frate Ghirardino, che era figlio di lui. Anzi il Cardinale

mandò invitando Guglielmo Rangone ad andare e star seco in Corte;

e accettò e in quella Corte si elevò a rara grandezza. Il suddetto

Cardinale fece anche fabbricare a sue spese un bello e buono dormitorio

per le donne della Religione Vecchia di Parma, perchè in quel monastero

aveva una sua sorella. Parimente donò cento lire imperiali alla Chiesa

matrice di Parma, che è della beata Vergine gloriosa, perchè vi si

facesse una buona campana, e fu gettata buona, anzi ottima e sonora.

Così ai frati Predicatori largì duecento lire imperiali perchè si

fabbricassero la loro Chiesa; e la fabbricano ora che sono ritornati

dalla loro schiavitù di Babilonia, già riconciliati coi Parmigiani, che

li avevano costretti a fuggire per cagione del rosolamento di donna

Alina; schiavitù di Babilonia che per loro ha durato molti anni. In

questo stesso millesimo, la vigilia di San Martino Pietro d'Aragona

morì di morte naturale, ed il guardiano de' frati Minori lo confessò,

e fu sepolto a Villafranca[92] nel convento de' frati Minori. E furono

inviati messi a Papa Onorio IV supplicandolo di frapporsi e mettere in

concordia i figli di Pietro d'Aragona coi figli del Re di Francia, i

quali si dice che siano consanguinei; e il duca d'Austria, che aveva

moglie una sorella di Pietro d'Aragona vi si pose in mezzo paciere.

Questo Pietro Re d'Aragona fu uomo magnanimo, forte guerriero, e

dotto nell'arte militare, audace e assai intraprendente, come lo

dimostra chiaro l'impresa del Regno di Sicilia, nella quale ardì por

piede contro il volere e le armi di Re Carlo e Papa Martino. La sua

arditezza appare chiaramente anche da altro fatto, che ora narrerò.

Tra la Provenza e la Spagna s'erge un monte altissimo, che dagli

abitanti di quella regione, si chiama monte _Canigoso_, e che in nostra

lingua si chiamerebbe _Caliginoso_. Questo monte è la prima terra che

appare ai naviganti che arrivano, ed è l'ultima a scomparire a quei

che partono; e dopo questa non possono più vederne altra. Su questo

monte non abitò mai uomo; nè figlio d'uomo osò mai salirvi su per la

smisurata altezza e per la fatica e la difficoltà della salita: alle

pendici però del monte vi sono abitanti. Or dunque essendosi proposto

Pietro d'Aragona di salirvi sopra per vedere e toccar con mano che

cosa vi fosse sulla vetta del monte, chiamati due cavalli eri suoi

intimi amici, cui amava intrinsecamente, espose loro ciò che s'avea

proposto di fare; i quali se ne rallegrarono, e promisero che non solo

serberebbero il secreto, ma che inoltre non si dividerebbero mai da

lui. Preso adunque vitto ed armi all'uopo, lasciati i cavalli alle

falde del monte, dove erano abitanti, cominciarono a salire grado grado

a piedi: e montati già molto in alto, cominciarono a udire terribili

e paurosi tuoni, e guizzavano lampi e saette, e imperversava grandine

e bufera. Di che spaventati caddero a terra come esanimi, non tanto

per l'orrore del presente, quanto per il timore del futuro. Ma Pietro,

che era più robusto di corpo e più forte di animo, e che voleva dare

adempimento al desiderio del suo cuore, li confortava a non ismarrirsi

di coraggio tra quelle tempeste e quei dolori, dicendo che alla fin

fine anche quel travaglio frutterebbe loro onore e gloria; e dava loro

mangiare, e mangiava con loro, e dopo la fatica concedeva riposo, e

di nuovo li inanimava a salire da bravi con lui. E questo fu detto e

fatto più volte. Finalmente que' due compagni di Pietro cominciarono

a venir meno, sicchè, per la eccessiva stanchezza, e il cammino e lo

spavento de' tuoni, appena potevano respirare. Allora Pietro li pregò

di fermarsi e aspettarlo sino alla sera del giorno seguente, e se a

quel tempo non fosse di ritorno a loro, scendessero pure, e andassero

dove loro gradisse. Salì dunque Pietro solo con gran fatica, e giunto

alla vetta, vi trovò un lago, nel quale gettando una pietruzza, ne

saltò fuori un drago orribile e gigantesco, che cominciò a svolazzare

per l'aria, e l'aria diventò tenebrosa e scura per l'alito che mandava.

Dopo di che Pietro cominciò la discesa, e ai compagni riferì, espose

e narrò quanto aveva veduto e fatto; e lungo la discesa comandò loro

di ripetere, a chi loro piacesse, queste cose. Mi pare che questo

fatto di Pietro d'Aragona si possa annoverare tra le meraviglie del

genere di quelle d'Alessandro, il quale, per acquistarsi gloria, volle

misurarsi in molte e tremende imprese. Di Re Carlo è da sapere che fu

uomo magnanimo, prode dell'armi e dotto nell'arte militare, e che per

acquistarsi fama si esponeva a molti pericoli, il che si fece palese in

fatti all'evidenza provati. E prima di tutto, quando uccise Manfredi,

Principe del Regno di Sicilia e figlio del fu Imperatore Federico.

Poi quando uccise Corradino, che era figlio del suddetto fu Imperatore

Federico; e parimente si acquistò fama in molti altri combattimenti.

Egli avendo un giorno udito che un certo cavalliere della Campania,

tra Roma e Terra di Lavoro, vinceva tutti in singolare certame, sì

Francesi che Lombardi, comandò al Principe suo figlio di sfidarlo, e

divolgare la fama che un nuovo cavalliere era pronto a misurarsi col

cavalliere della Campania. Il che avendo udito il figlio suo, come

meglio seppe e potè, tentò distorre il padre dal proposito, dicendo che

quel cavalliere era fortissimo, robusto e destro nel combattimento,

e poi perchè _vi è sempre un eccelso al disopra dell'eccelso_, ecc.

Ecclesiaste 5. Il padre non volle piegarsi alla preghiera, nè dare

ascolto al figlio, e fissò il giorno al duello. E nel dì prefisso

trovandosi tutti e due pronti al posto e all'armi, dopo il terzo suonar

della tromba, cominciarono a corrersi incontro ed urtarsi, e l'un

forte contro l'altro forte tanto fortemente cozzò, che tutti ne ebbero

meraviglia, nè caddero di cavallo, e nemmeno si scossero sulla sella

del loro destriero; e l'uno calò al volto dell'altro tale fendente, che

le spade, dell'uno che colpiva e dell'altro che parava, si fransero

dalla punta all'elsa. Volle poi Re Carlo misurarsi colla clava, e a

sua scelta ne sostenne il primo colpo. Ma il cavalliere della Campania

fu sopra lui come nibbio sopra un uccelletto, e come sparviero sopra

un'anitrella, e tenendo la clava a due mani, calò si fiero un colpo

sul capo di lui, che se avesse colto in pieno, senza dubbio ne sarebbe

caduto esanime. Ma il colpo scivolò dal capo all'omero e lungo il

busto, e battè in pieno sulla sella tanto potentemente, che il cavallo

piegò le ginocchia, e Carlo ne restò stordito con due coste rotte. Il

Principe suo figlio lo condusse alla tenda, e gli altri cavallieri,

spogliatolo dell'armi, riconobbero che era Re Carlo, e restarono

meravigliati. La qual cosa risaputasi dal cavalliere della Campania, si

lasciò vincere dal timore, inforcò la sella del suo cavallo, e si diede

alla fuga, e stettesi nascosto per buon tempo nella Marca d'Ancona. E

Carlo, dopo rinvenuto, chè il colpo l'aveva come fatto uscire di sè,

domandò al figlio se quel cavalliere l'aspettasse tuttavia sul terreno,

perchè voleva alla sua volta fare il suo colpo. Ma il figlio rispose:

Statevene pure in tranquillo, chè i medici dicono che avete due costole

rotte. Tanto fece e sostenne Re Carlo per onore della Francia; poichè

non voleva che nessun Lombardo avesse fama di gagliardia maggiore di

quella de' Francesi. E noto che questi quattro, di cui si è parlato,

furono robusti cacciatori al cospetto di Dio.... Papa Martino volle

pertinacemente soggiogare la Romagna, e ottenne il suo intento, e per

acquistarla molti perirono di spada e molti ci spesero tesori. Re Carlo

condusse l'esercito contro il Principe Manfredi e contro Corradino,

e vinse; Pietro Re d'Aragona guerreggiò ed occupò il Regno di Sicilia

contro Carlo, e invase la Puglia. Il Re di Francia poi, per vendicare

lo zio Carlo, gettò in Ispagna un grosso esercito di Francesi contro

Pietro d'Aragona; e tuttavia nel breve giro d'un solo anno passarono

tutti nel novero dei più.... Ma Primasso nel trattato _Della vita del

mondo_, disse benissimo:

Heu! Heu! mundi vita,

Quare me delectas ita?

Cum non possis mecum stare.

Quid me cogis te amare?

Ahi vita! Ahi vita! perchè mai cotanto

Il tuo m'alletta lusinghiero incanto!

Perchè mi leghi a te d'amor si forte,

Se teco vien necessità di morte?

Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. II · 第 11 / 25 段