In questi giorni si strinsero con vincoli di amore e di amicizia

in una forte alleanza le città di Piacenza, Parma, Cremona, Reggio,

Modena, Bologna, Ferrara e Brescia, che tutte parteggiavano per la

Chiesa. I partigiani dell'Impero già da lungo tempo esulavano dalle

loro città, e andavan vagando pel mondo senza speranza di rimpatriare,

per quanto dipendeva dal partito della Chiesa; Mantova poi era della

fazione contraria per impulso di Pinamonte, che la signoreggiava. Le

suddette città adunque conoscendo tutti i danni, che avevano incolto

i Modenesi, elessero dal proprio seno un certo numero di cospicui

ambasciatori, e li mandarono a Reggio, perchè ivi convocassero una

grande assemblea allo scopo di ripristinare in Modena la pace, se

ve ne fosse modo. Ma non lo poterono, quantunque vi si adoprassero

attorno molti giorni, e vi fossero convenuti i rappresentanti delle

due parti di Modena, cioè quei di dentro, e quei di fuori. Finalmente

gli ambasciatori con chiusero, deliberarono e decretarono che non si

recherebbe a nessuna delle due parti nè consiglio, nè soccorso, nè

aiuto, nè favore, sia perchè non vollero per loro bene e per la pace

consentire alle proposte fatte, sia perchè non si poteva far danno

a nessuna delle due parti dei Modenesi senza offendere il partito

degli alleati, sendochè tutti stavano per la Chiesa, ed anche per non

alimentare in quei di Reggio e d'altre città la speranza di ricevere

aiuti, se talora in eguale maniera folleggiassero. Allora i Modenesi

vedendosi abbandonati a se stessi da tutti quegli amici loro, in cui

confidavano, mandarono a Firenze e alle altre città della Toscana per

indurle a raccorre soldati, e a formare e mandare un esercito potente

a farla finita, e che l'una parte l'altra esterminasse e disperdesse.

Così stanno le cose oggi, ottava della Natività della beata Vergine.

Come finirà, sallo Iddio; se camperemo, vedremo. Allora i Reggiani

licenziarono il loro Podestà Tobia Rangoni di Modena, che andasse

pe' fatti suoi, e se ne tornasse a Modena sua città, datogli prima

quel salario che ad onore e decoro gli era dovuto. E per tre motivi

ebbero a licenziarlo: Perchè era nuovo nel ministero dell'amministrare

(non aveva mai avuto altra Podesteria che questa) e contro alcuni

procedeva con acrimonia e ingiustizia; e per lievissimo fallo multava,

o cacciava in carcere; la qual cosa spiacque ai Reggiani.... Perchè

era balbuziente, tanto che provocava a riso chi l'ascoltava, e quando

in consiglio voleva dire: Avete udito (_propositam_) la proposta?

Diceva: _audivistis propoltam?_ E lo deridevano come scilinguato; ma

invece era balbuziente. Però meritano più di essere derisi quelli, che

eleggono alle magistrature uomini di quella fatta, i quali non hanno

valore di sorta: il che è segno che i simili godono che vi siano dei

loro simili, lasciandosi guidare dall'interesse privato più che dal

bene pubblico.... Finalmente perchè poneva in opera ogni mezzo per

provocare discordie in Reggio e trascinare i Reggiani a parteggiare

per la sua fazione, cioè quella dei Modenesi, che erano dentro Modena.

Le quali cose considerando, i Reggiani lo deposero dall'ufficio,

lasciandogli facoltà di tornare tra' suoi, ed elessero Podestà quello

che era lor Capitano, aumentadogli il salario, per avere in avvenire

un uomo che fosse saggio ed intraprendente, dal cui diritto operare

e dalla cui fedeltà si crede salvata la città di Reggio.... Egli

era oriondo di Città di Castello. In questi giorni Obizzo Vescovo di

Parma convitò in casa sua il profeta de' Parmigiani, che si chiamava

Asdente, e lo interrogò minutamente intorno a cose che stavano ancora

nascoste nel fitto velo del futuro. Il quale rispose, a udita di molte

persone, che fra breve i Reggiani e i Parmigiani soffrirebbero molte

tribolazioni; e parimente vaticinò intorno alla morte di Martino 4.º

Sommo Pontefice, delle quali cose determinò e specificò i tempi, ch'io

non voglio riportare; e che a Martino dovevano succedere tre Papi tra

loro divisi e nemici, de' quali uno sarebbe stato legittimo, gli altri

eletti illegittimamente; predisse anche la ruina di Modena prima che

avvenisse. E questo profeta altro non è che un uomo che ha l'intelletto

illuminato ad intendere i detti di Merlino, della Sibilla, dell'Abbate

Gioachimo e di tutti quelli che lessero nel futuro; ed è uomo cortese,

umile, famigliare, senza sussiego, senza superbia, nè annunzia mai

cosa con affermazione assoluta; ma dice sempre: Così pare a me; così

intendo io il tal libro. E quando taluno leggendo in sua presenza,

salta qualche tratto, subito se ne accorge, e dice: Tu mi fai inganno,

tu hai ommesso qualche cosa. E molti da diverse parti del mondo vanno

ad interrogarlo. Egli aveva predetto ben tre mesi prima dell'evento

il disastro de' Pisani; e un certo Pisano venne da Pisa a Parma per

un suo scopo ad interrogarlo, dopo due battaglie già combattute coi

Genovesi. Perocchè i Pisani e i Genovesi tre volte si sono battuti

in battaglia navale; la prima nel 1283, e due volte nel 1284, e ne'

primi due combattimenti, tra morti e prigionieri si calcolano messi

fuori di linea 6000, tra' quali il Conte Facio fu condotto prigione

a Genova, e molti altri notabili. E, mentre tra loro in mare ferveva

ancora la battaglia, un tal Genovese montò su una nave Pisana e si

caricò di lastre d'argento; ma avendo l'armatura di ferro, ed essendo

carico di lastre e volendo di nuovo risalire sulla sua nave non potè

raggiungerla e cadde e colò a fondo, come una pietra, col ferro e

coll'argento, e fors'anche colle sue scelleratezze. Tutti questi

particolari li ho uditi dal lettore di Ravenna che era un Genovese,

e veniva allora allora di Genova. E nota miracolo, e pensa: I Pisani

sono stati sbaragliati e fatti prigionieri dai Genovesi nel tempo, nel

luogo, nel mese, nel giorno, in cui essi avevano catturato i Prelati

a' tempi di Papa Gregorio IX di buona memoria; e giudica se è vero ciò

che il signore disse in Zaccaria 2.º: _Chi tocca voi, tocca la pupilla

dell'occhio mio._ Nota che i Parmigiani, uno de' quali mi son io,

dicono che la vendetta sino a trent'anni è ancora in tempo. E dicono

vero. Ve ne ha un esempio lampante in S. Brizio, a cui dopo trent'anni

di episcopato toccò la pena vindice delle moltiplici afflizioni inferte

a S. Martino, per cui ne soffrì moltiplici tormenti. Leggi la vita di

S. Brizio, e vedrai se non è come ti dico. Così l'anno 1284 ripensando

i Pisani al danno inferto loro dai Genovesi, e volendosene vendicare,

costruirono sull'Arno molte navi e galee e attrezzi di marina; e,

allestita la squadra, deliberarono e pubblicarono ordinanza che dei

Pisani dai venti a' sessant'anni nessuno vi fosse esente dal servire in

guerra. E corsero tutta la marina Genovese distruggendo, incendiando,

uccidendo, catturando, e rapinando: e devastarono tutto quel tratto di

litorale che da Genova si stende sino alla Provenza, passando davanti a

tutte le città marittime, cioè Noli, Albenga, Savona, e Ventimiglia in

cerca de' Genovesi per dar loro battaglia. I Genovesi anch'essi avevan

fatta ordinanza che nessuno dei loro dai diciotto ai settant'anni

rimanesse a casa, ma dovesse co' suoi concittadini impugnare la

spada; e così correvano il mare dando la caccia ai Pisani. Finalmente

s'incontrarono fra il Capo Corso e la Gorgona[62], legarono insieme

colle catene le galee, come è loro costume nelle battaglie navali, ed

ivi si batterono con tanta strage d'ambe le parti, che pareva averne

compassione anche il cielo e conturbarsene. Molti dell'una parte e

dell'altra eran morti e molte navi colate a fondo. E già i Pisani

avevano avuto il sopravvento, quando giunse ai Genovesi un rinforzo di

galee, e di nuovo si lanciarono sui Pisani già stanchi; ma pur tuttavia

gli uni e gli altri continuarono la zuffa con accanimento. Finalmente i

Pisani, riconoscendosi vinti, si arresero ai Genovesi, i quali uccisero

i feriti, e mandarono gli altri alle prigioni. Ma anche chi vinse

non potè menarne gran vanto, poichè la battaglia fu deplorevolmente

sanguinosa pei vinti e pei vincitori. E furono tante le lagrime ed

i sospiri in Genova e in Pisa, che mai non ne furono altrettanti in

quelle città dalla loro fondazione sino a noi. E chi senza piangere

e senza contristarsi può narrare il furore, con cui quelle due

nobilissime città, d'onde veniva agli Italiani ogni sorta di ben di

Dio, si laceravano per sola vanità, e ambizione, e vana gloria di

supremazia, come, se il mare non fosse ampio abbastanza ai naviganti?

Quindi invalse l'usanza di dire:

Iniuriam latam sibi nunquam vindicat apte,

Qui ruit in peius, quo dedecoratur aperte.

Male al danno appien provvede

Chi da folle se lo incoglie;

Ma se al peggio volge il piede

Danno ed onta ne raccoglie.

Questa battaglia fu combattuta ai 13 d'Agosto, Domenica, festa dei

SS. Ippolito e Cassiano[63]. Io non ho voluto segnare quì il numero

dei morti e dei prigionieri dell'una e dell'altra parte, perchè si

racconta in diverse maniere. Però l'Arcivescovo di Pisa ne fissava

un numero preciso in una lettera all'Arcivescovo di Bologna, numero

ch'io non voglio notare, perchè aspetto da Pisa alcuni frati Minori,

che me ne daranno la cifra accertata. E nota che questa battaglia

tra Pisani e Genovesi fu pronosticata e segnalata molto prima che

si combattesse, giacchè nella villa di S. Ruffino[64] della diocesi

di Parma, alcune donne, che di notte purgavano il lino, videro due

grandi astri in cielo, che andavano l'uno contro l'altro all'assalto,

e più volte si ritirarono, e più volte di nuovo ritornarono al cozzo.

Nell'anno sussegnato, dopo la battaglia tra Pisani e Genovesi, molte

donne Pisane, belle, nobili, ricche e di potenti famiglie, unite ora a

trenta, ora a quaranta insieme, da Pisa a piedi si recavano a Genova

per cercare e fare visita ai prigionieri di loro famiglie; tra quali

chi vi aveva il marito, chi il figlio, il fratello, il consanguineo,

cui _Iddio non aveva balzati nel seno della misericordia di coloro

che li avevano fatti prigionieri_ (Salmo 105.º). E quando quelle donne

domandavano ai custodi delle carceri di vedere i proprii parenti, si

sentivano rispondere: Ieri ne sono morti trenta, oggi quaranta, e li

abbiamo gettati in mare, e di questo ne tocca ogni giorno ai Pisani.

E quelle donne udendosi dire tali cose de' loro cari, e non potendoli

rivedere, angustiate dalle strette del cuore cadevano a terra, e per

la piena dell'affanno e del dolore appena potevano respirare; e poi,

ripreso fiato, colle unghie si laceravano la faccia, si scarmigliavano

i capelli, e ad alte e gemebonde grida piangevano fino a che loro

restavano lagrime da versare. Imperocchè i Pisani morivano in carcere

d'inedia, di fame, di penuria, di miseria, di dolore e di tristezza,

poichè: _Ebbero dominio su di loro quelli che li odiavano, i loro

nemici eran quelli che li tormentavano, ed erano caduti sotto le loro

mani._ (Salmo 105º). Nè i Pisani erano giudicati degni de' sepolcri

de' padri loro, e perciò li privavano di sepoltura.... E quando le

dette donne Pisane arrivavano di ritorno a casa, trovavano morti

altri, che alla partenza avevano lasciati sani. Iddio in quell'anno

percosse la città di Pisa con una pestilenza, che trasse assai di

cittadini al sepolcro... nè vi era casa, in cui non si trovasse un

morto.... Toccò Iddio i Pisani colla spada del suo furore perchè da

lungo tempo erano diventati ribelli alla Chiesa, e perchè avevano

catturato in mare i prelati che andavano al concilio convocato da

Papa Gregorio IX di buona memoria.... Quattr'anni io ho abitato nel

convento di Pisa dell'Ordine de' frati Minori, ben quarant'anni fa, e

perciò mi contristano le sventure de' Pisani, e ne ho compassione: e

Dio me lo vede nel cuore. E, quando io abitava colà, fu per tre anni

loro Podestà Bonacorso da Palù, cui i Pisani fecero loro Ammiraglio,

e lo misero alla testa di quella loro armata, che condussero sulle

loro galee sino alle bocche del porto di Genova. (Ed i Pisani oltre

le galee vecchie che possedevano, ne costruirono cento di nuove per

trasportare quell'esercito, e l'Imperatore in servizio e aiuto dei

Pisani, ne mandò di sue cinquanta in completo assetto di guerra, le

quali, trovandomi io sul porto di Pisa, ho vedute io arrivare dal

Regno.) Ed i Pisani, giunti colla loro armata vicino al porto di Genova

lanciarono contro la città per millanteria, per fasto ed a sempiterna

memoria, un nembo di saette che portavano l'acuta punta non di ferro,

ma d'argento. Essi per tanto vedendo che i Genovesi non uscivano a

battaglia, risolcarono il mare devastando e incendiando tutto quanto si

parava loro innanzi lungo il litorale de' Genovesi. E nota che come è

naturale l'odio tra l'uomo e il serpente, il cane e il lupo, il cavallo

e il grifone, così cova un lungo odio tra Pisani e Genovesi, Pisani e

Lucchesi, Pisani e Fiorentini. Tra Pisani e Genovesi per cagione della

supremazia sul mare, volendo per una certa ambizione, ciascuno parere

da più dell'altro; e allora i monti si innalzano, ma le pianure non si

abbassano.... Tra Lucchesi e Pisani cova odio, discordia e malevolenza,

non solo perchè quelle due città sono di territorio confinanti,

ma anche perchè i Pisani appresero dieci castelli del Vescovo di

Lucca, e li tennero lungo tempo, per cui furono anche scomunicati, e

persistettero lungo tempo nella loro pertinacia (quelle castella erano

sui monti). Tra Fiorentini poi e Pisani cova odio, perchè quando i

Fiorentini andavano a Pisa per comperare merci, i Pisani facevano loro

pagare troppo grave dazio d'uscita alle porte. Avuta dunque notizia

i Fiorentini e i Lucchesi, che erano legati tra loro d'interessi e di

amicizia, del gran colpo inferto dai Genovesi ai Pisani, giudicarono

quello un momento favorevole, e ordinarono un esercito contro i Pisani

nell'anno preindicato, in Dicembre, poco prima di Natale, e con loro

dovevano trovarsi quei di Prato e di Corneto per avviluppare i restanti

Pisani, e se fosse possibile, ridurli a completa ruina, e farli sparire

dalla faccia della terra. La qual cosa risaputasi dai Pisani, se ne

impensierirono altamente, riconoscendo che su di loro si adempieva

quel detto del Deuteronomio 28.º: _E voi resterete poca gente, là dove

per addietro sarete stati come le stelle del cielo in moltitudine._

Onde i Pisani atterriti si volsero a pregare Iddio.... Avendo dunque

sciolte al cielo le preghiere, s'avverò la scrittura che dice: _È

necessario che intervenga l'aiuto di Dio quando manca quello degli

uomini._ E sorse loro in mente il buon consiglio di mandare le chiavi

della loro Pisa a Papa Martino perchè li difendesse dai loro nemici; il

quale di buon grado li accolse tra le sue braccia, e represse i nemici

insorgenti.... Isaia 60º: _Ed i figliuoli di quelli che ti affliggevano

verranno a te inchinandosi; e tutti quelli che ti dispettavano si

prostreranno alle piante de' tuoi piedi._ Ciò che ho udito, ho scritto;

oggi le cose sono così; non si sa come anderà poi a finire; chi camperà

vedrà l'esito degli eventi. Tutto il mondo è in perturbazione e volto

al sinistro; siamo sulla fine del 1284. Nel millesimo suindicato corse

voce che Federico 2º, già Imperatore, vivesse ancora in Allemagna; e

che avesse sèguito di una immensa moltitudine di Tedeschi, ai quali

largamente faceva le spese. E acquistò tanta consistenza e diffusione

questa voce che molte città Lombarde spedirono messi speciali a vedere

e constatare, se effettivamente ancora vivesse, o se fosse una fiaba.

Anche il Marchese d'Este ne mandò uno per conto proprio. Anche alcuni

Gioachimiti prestarono qualche fede alla voce corsa e credettero non

impossibile la sopravvivenza di Federico, perchè la Sibilla dice:

«Essa chiuderà gli occhi di morte ascosa, cioè la gallina gallicana,

e sorviverà e suonerà fama a dire in mezzo ai popoli, vive e non

vive, essendo superstite uno dei polli, o uno de' polli dei polli.»

Anche Merlino dice di lui: «Due volte quinquagennario sarà trattato

blandamente.» Il qual passo i Gioachimiti lo interpretavano così: Due

volte cinquanta fanno cento; quasi sostenendo che avesse cent'anni.

Ma non ne fu nulla. Col tempo si provò che era un ciurmadore, un

gabbamondo, che tali cose fingeva a guadagno; e così tanto egli che i

suoi seguaci sfumarono. Parimente nello stesso anno suonò altra fama.

Dissero testimoni veridici, cioè frati Minori e Predicatori che da

poco erano arrivati d'oltremare, che tra Tartari e Saraceni era per

avvenire una gran novità. Dicevano dunque che il figlio del defunto Re

dei Tartari era insorto a combattere lo zio regnante, che aveva fatta

adesione ai Saraceni; e l'aveva ucciso, e con lui aveva fatta strage

di una grande moltitudine di Saraceni. Inoltre mandò comando al Soldano

di Babilonia di fuggire in Egitto; altrimenti se l'avrà tra le mani, lo

ucciderà, quando arriverà ai paese di lui, ove si è proposto di andare

sollecitamente; perocchè, come si dice, vuol essere in Gerusalemme il

Sabato Santo; e se vedrà discendere fuoco dal cielo, come asseriscono i

cristiani, minaccia di uccidere tutti gli Agareni che potrà incontrare.

E già prima di cominciare la predetta guerra alleato coi Georgiani e

cogli altri cristiani, a cui aveva fatta adesione, fece coniare moneta,

sovra un lato della quale vedevasi il Sepolcro, e sull'altro stava

scritto: In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Pose

anche sulle armi e sugli stendardi la croce, e nel nome del Crocifisso

menò duplice strage, cioè dei Saraceni e dei Tartari avversi a lui.

Giunto ciò a conoscenza del Soldano di Babilonia e degli Agareni

di lui sudditi, che si affrettavano a portare soccorso ai Tartari,

si ritirarono, velocemente fuggendo, per non perire anch'essi coi

cristiani nemici. E qui finisce l'istoria. In questo stesso millesimo,

i Modenesi di dentro la città, presso Montale[65], il giorno 19

Settembre, il Martedì prima delle Tempora, di nuovo si azzuffarono

coi Modenesi fuorusciti, che abitavano a Sassuolo, e si battagliò

aspramente dall'una e dall'altra parte con grande strage. Però i

Modenesi, che abitavano in Sassuolo furono vittoriosi anche in questo

combattimento, che accadde in Martedì, presso Montale, come li erano

stati nel primo, che avvenne un lunedì, al principio delle ostilità; e

in questi due scontri tra morti sul campo e prigionieri ve ne furono

ben cinquecento; e parte caddero di spada, altri furon tradotti ai

ceppi in carcere, ed ivi trattenuti. In quel tempo i Modenesi di dentro

la città ebbero un tale che si spacciava per astrologo ed indovino,

a cui davano dieci denari grossi d'argento al giorno, e ogni notte

tre grosse candele Genovesi di purgatissima cera, e, interrogando il

futuro, prometteva ai Modenesi che, se una terza volta si cimentassero

a combattimento, ne riporterebbero vittoria. A cui i Modenesi

risposero: Noi non vogliamo misurarci coi nostri nemici nè in Lunedì,

nè in Martedì, perchè in questi due giorni siamo stati vinti: designane

un giorno diverso per combattere, e sappi che se questa volta non

riporteremo la vittoria, che ne prometti, ti caveremo l'altro occhio

che ti resta. (Giacchè era guercio, e un barattiere, un gabbamondo,

come provò l'evento). Temendo egli dunque di non indovinare, se ne

portò via tutto quello che s'era guadagnato, e all'insaputa di tutti...

se la svignò per la sua strada. Allora quei di Sassuolo cominciarono

a far loro le beffe, come a gente che: _Ha sacrificato ai demonii,

e non a Dio; a Dii, i quali essi non avevano conosciuto, Dii nuovi,

venuti di prossimo e a cui i loro padri non avevano prestato culto._

(Deuteronomio 32º). E i Parmigiani, udendo quanti disastri avevano

colpito i Modenesi, mandarono dodici ambasciatori, per desiderio di

ricomporli a concordia. Ma fu opera vana. Non prestarono fede a loro e

non vollero ascoltarli.... Ma tutto questo accadde perchè si avverasse

la profezia di Merlino profeta Inglese. Perocchè Merlino compose

versi, ne' quali presagiva con verità l'avvenire delle città Lombarde,

Toscane, Romagnole e della Marca, versi ch'io credo degni d'essere qui

riportati, e che cominciano così:

Incominciano i versi di Merlino

Venient in mundo —

— et duo erunt sine fine utundo.

Gravia tum dura —

— multa sunt inde futura.

In Lombardia —

— tunc errabit phylosophia.

Superbia regnabit —

— cum ventis tota volabit.

Ipsa Toscana —

— dicetur a gentibus vana.

Peregrinando ibit —

— diffusa, peccando peribit.

Romandiola —

— sub iugo teneatur a stola,

Quæ in perpensum —

— tallionem reddet immensum.

Marchia anchonitana —

— sub Ecclesia stabit romana,

Quæ semper lanam —

— evellet sibi cotidianam.

Apulia vero —

— tota erit plena veneno.

Multi morientur —

— et Reges pro auro delentur.

Marchia delusa —

— plorabit in sanguine fusa;

Et diu plorabit —

— sub dura potestate durabit.

Francia durabit —

— et pluribus praeponderabit;

Et cum defecerit —

— effusio sanguinis erit.

Alamannia imperabit —

— zizaniam mundi fugabit,

Qui retinet gentes —

— Imperium non diligentes.

Provincia sola —

— diu stabit sub arida stola,

Quæ revelata —

— dicetur et accumulata.

Ab Hispanianis multus —

— erit sanguis in terra diffusus

Lombardos natos —

— volens sibi fore ligatos.

Ecclesia plorabit —

— cum superbia tanta regnabit;

Et non providebit, —

— in dura servitute manebit.

Florentia florebit —

— immundo tota lucebit

Lilium depictum —

— in campis erit a Senis devictum;

Sed convalescet —

— Lilii cum victoria crescet.

Inepte peccando —

— semper vivet dissimulando.

Mediolanum —

— sibi turrim firmabit in vanum;

Aquila videbit —

— turrim ipsam totam delebit.

Adducet gentes —

— de longe et sunt venientes,

Quæ dabunt duram —

— delinquentibus in vano iacturam.

Parma patietur —

— multo languore repletur;

In malum recidet —

— quam medicus sanare non valet;

Sed relevatur —

— unguento coronae sanatur.

Quod erit antiquum —

— per exemplum præbet iniquum.

Mutina perversa —

— tota erit in fine demersa.

Volens dominari —

— potentioribus æquiparari.

Regium, regina —

— civitas, erit ipsa supina,

Et non providebit —

— in dissensione multa manebit.

In ipsa Cremona —

— sibi nidum aquiret corona,

E tamdiu stabit —

— ut aquila ipsa volabit

Pace decepta, —

— a sponso accepta,

Et re pensata, —

— Lombardia erit cremata.

Ferraria testatur —

— quod mala subire paratur

Propter peccata,

— quæ diu erunt in ea patrata:

In servitute stabit, —

— donec peccare cessabit,

Et ejiciat illum —

— qui peccatum committit indignum.

Mantua pugnabit, —

— in fine terga Veronæ dabit;

Fugabit serpentes —

— eam sub cauda tenentes.

Bononia regnabit —

— cum integra longe durabit,

Fjiciet unam —

— ad mane partem ituram.

In brevi veniendo —

— per intrinsecam ejiciendo,

Quae non revertetur, —

— donec tota sordibus lavetur.

Faventia oppressa —

— multotiens erit obsessa;

Indicat scriptura —

— quod mala sunt in ea futura,

Et tamen favet, —

— quod in ea pars Bononiæ cadet;

Quæ dabit dorsum, —

— semper eundo deorsum.

Gravia quam plura —

— sustinebit Imola dura,

Quæ re pensata —

— cito erit a languore sanata.

Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. II · 第 6 / 25 段