in una forte alleanza le città di Piacenza, Parma, Cremona, Reggio,
Modena, Bologna, Ferrara e Brescia, che tutte parteggiavano per la
Chiesa. I partigiani dell'Impero già da lungo tempo esulavano dalle
loro città, e andavan vagando pel mondo senza speranza di rimpatriare,
per quanto dipendeva dal partito della Chiesa; Mantova poi era della
fazione contraria per impulso di Pinamonte, che la signoreggiava. Le
suddette città adunque conoscendo tutti i danni, che avevano incolto
i Modenesi, elessero dal proprio seno un certo numero di cospicui
ambasciatori, e li mandarono a Reggio, perchè ivi convocassero una
grande assemblea allo scopo di ripristinare in Modena la pace, se
ve ne fosse modo. Ma non lo poterono, quantunque vi si adoprassero
attorno molti giorni, e vi fossero convenuti i rappresentanti delle
due parti di Modena, cioè quei di dentro, e quei di fuori. Finalmente
gli ambasciatori con chiusero, deliberarono e decretarono che non si
recherebbe a nessuna delle due parti nè consiglio, nè soccorso, nè
aiuto, nè favore, sia perchè non vollero per loro bene e per la pace
consentire alle proposte fatte, sia perchè non si poteva far danno
a nessuna delle due parti dei Modenesi senza offendere il partito
degli alleati, sendochè tutti stavano per la Chiesa, ed anche per non
alimentare in quei di Reggio e d'altre città la speranza di ricevere
aiuti, se talora in eguale maniera folleggiassero. Allora i Modenesi
vedendosi abbandonati a se stessi da tutti quegli amici loro, in cui
confidavano, mandarono a Firenze e alle altre città della Toscana per
indurle a raccorre soldati, e a formare e mandare un esercito potente
a farla finita, e che l'una parte l'altra esterminasse e disperdesse.
Così stanno le cose oggi, ottava della Natività della beata Vergine.
Come finirà, sallo Iddio; se camperemo, vedremo. Allora i Reggiani
licenziarono il loro Podestà Tobia Rangoni di Modena, che andasse
pe' fatti suoi, e se ne tornasse a Modena sua città, datogli prima
quel salario che ad onore e decoro gli era dovuto. E per tre motivi
ebbero a licenziarlo: Perchè era nuovo nel ministero dell'amministrare
(non aveva mai avuto altra Podesteria che questa) e contro alcuni
procedeva con acrimonia e ingiustizia; e per lievissimo fallo multava,
o cacciava in carcere; la qual cosa spiacque ai Reggiani.... Perchè
era balbuziente, tanto che provocava a riso chi l'ascoltava, e quando
in consiglio voleva dire: Avete udito (_propositam_) la proposta?
Diceva: _audivistis propoltam?_ E lo deridevano come scilinguato; ma
invece era balbuziente. Però meritano più di essere derisi quelli, che
eleggono alle magistrature uomini di quella fatta, i quali non hanno
valore di sorta: il che è segno che i simili godono che vi siano dei
loro simili, lasciandosi guidare dall'interesse privato più che dal
bene pubblico.... Finalmente perchè poneva in opera ogni mezzo per
provocare discordie in Reggio e trascinare i Reggiani a parteggiare
per la sua fazione, cioè quella dei Modenesi, che erano dentro Modena.
Le quali cose considerando, i Reggiani lo deposero dall'ufficio,
lasciandogli facoltà di tornare tra' suoi, ed elessero Podestà quello
che era lor Capitano, aumentadogli il salario, per avere in avvenire
un uomo che fosse saggio ed intraprendente, dal cui diritto operare
e dalla cui fedeltà si crede salvata la città di Reggio.... Egli
era oriondo di Città di Castello. In questi giorni Obizzo Vescovo di
Parma convitò in casa sua il profeta de' Parmigiani, che si chiamava
Asdente, e lo interrogò minutamente intorno a cose che stavano ancora
nascoste nel fitto velo del futuro. Il quale rispose, a udita di molte
persone, che fra breve i Reggiani e i Parmigiani soffrirebbero molte
tribolazioni; e parimente vaticinò intorno alla morte di Martino 4.º
Sommo Pontefice, delle quali cose determinò e specificò i tempi, ch'io
non voglio riportare; e che a Martino dovevano succedere tre Papi tra
loro divisi e nemici, de' quali uno sarebbe stato legittimo, gli altri
eletti illegittimamente; predisse anche la ruina di Modena prima che
avvenisse. E questo profeta altro non è che un uomo che ha l'intelletto
illuminato ad intendere i detti di Merlino, della Sibilla, dell'Abbate
Gioachimo e di tutti quelli che lessero nel futuro; ed è uomo cortese,
umile, famigliare, senza sussiego, senza superbia, nè annunzia mai
cosa con affermazione assoluta; ma dice sempre: Così pare a me; così
intendo io il tal libro. E quando taluno leggendo in sua presenza,
salta qualche tratto, subito se ne accorge, e dice: Tu mi fai inganno,
tu hai ommesso qualche cosa. E molti da diverse parti del mondo vanno
ad interrogarlo. Egli aveva predetto ben tre mesi prima dell'evento
il disastro de' Pisani; e un certo Pisano venne da Pisa a Parma per
un suo scopo ad interrogarlo, dopo due battaglie già combattute coi
Genovesi. Perocchè i Pisani e i Genovesi tre volte si sono battuti
in battaglia navale; la prima nel 1283, e due volte nel 1284, e ne'
primi due combattimenti, tra morti e prigionieri si calcolano messi
fuori di linea 6000, tra' quali il Conte Facio fu condotto prigione
a Genova, e molti altri notabili. E, mentre tra loro in mare ferveva
ancora la battaglia, un tal Genovese montò su una nave Pisana e si
caricò di lastre d'argento; ma avendo l'armatura di ferro, ed essendo
carico di lastre e volendo di nuovo risalire sulla sua nave non potè
raggiungerla e cadde e colò a fondo, come una pietra, col ferro e
coll'argento, e fors'anche colle sue scelleratezze. Tutti questi
particolari li ho uditi dal lettore di Ravenna che era un Genovese,
e veniva allora allora di Genova. E nota miracolo, e pensa: I Pisani
sono stati sbaragliati e fatti prigionieri dai Genovesi nel tempo, nel
luogo, nel mese, nel giorno, in cui essi avevano catturato i Prelati
a' tempi di Papa Gregorio IX di buona memoria; e giudica se è vero ciò
che il signore disse in Zaccaria 2.º: _Chi tocca voi, tocca la pupilla
dell'occhio mio._ Nota che i Parmigiani, uno de' quali mi son io,
dicono che la vendetta sino a trent'anni è ancora in tempo. E dicono
vero. Ve ne ha un esempio lampante in S. Brizio, a cui dopo trent'anni
di episcopato toccò la pena vindice delle moltiplici afflizioni inferte
a S. Martino, per cui ne soffrì moltiplici tormenti. Leggi la vita di
S. Brizio, e vedrai se non è come ti dico. Così l'anno 1284 ripensando
i Pisani al danno inferto loro dai Genovesi, e volendosene vendicare,
costruirono sull'Arno molte navi e galee e attrezzi di marina; e,
allestita la squadra, deliberarono e pubblicarono ordinanza che dei
Pisani dai venti a' sessant'anni nessuno vi fosse esente dal servire in
guerra. E corsero tutta la marina Genovese distruggendo, incendiando,
uccidendo, catturando, e rapinando: e devastarono tutto quel tratto di
litorale che da Genova si stende sino alla Provenza, passando davanti a
tutte le città marittime, cioè Noli, Albenga, Savona, e Ventimiglia in
cerca de' Genovesi per dar loro battaglia. I Genovesi anch'essi avevan
fatta ordinanza che nessuno dei loro dai diciotto ai settant'anni
rimanesse a casa, ma dovesse co' suoi concittadini impugnare la
spada; e così correvano il mare dando la caccia ai Pisani. Finalmente
s'incontrarono fra il Capo Corso e la Gorgona[62], legarono insieme
colle catene le galee, come è loro costume nelle battaglie navali, ed
ivi si batterono con tanta strage d'ambe le parti, che pareva averne
compassione anche il cielo e conturbarsene. Molti dell'una parte e
dell'altra eran morti e molte navi colate a fondo. E già i Pisani
avevano avuto il sopravvento, quando giunse ai Genovesi un rinforzo di
galee, e di nuovo si lanciarono sui Pisani già stanchi; ma pur tuttavia
gli uni e gli altri continuarono la zuffa con accanimento. Finalmente i
Pisani, riconoscendosi vinti, si arresero ai Genovesi, i quali uccisero
i feriti, e mandarono gli altri alle prigioni. Ma anche chi vinse
non potè menarne gran vanto, poichè la battaglia fu deplorevolmente
sanguinosa pei vinti e pei vincitori. E furono tante le lagrime ed
i sospiri in Genova e in Pisa, che mai non ne furono altrettanti in
quelle città dalla loro fondazione sino a noi. E chi senza piangere
e senza contristarsi può narrare il furore, con cui quelle due
nobilissime città, d'onde veniva agli Italiani ogni sorta di ben di
Dio, si laceravano per sola vanità, e ambizione, e vana gloria di
supremazia, come, se il mare non fosse ampio abbastanza ai naviganti?
Quindi invalse l'usanza di dire:
Iniuriam latam sibi nunquam vindicat apte,
Qui ruit in peius, quo dedecoratur aperte.
Male al danno appien provvede
Chi da folle se lo incoglie;
Ma se al peggio volge il piede
Danno ed onta ne raccoglie.
Questa battaglia fu combattuta ai 13 d'Agosto, Domenica, festa dei
SS. Ippolito e Cassiano[63]. Io non ho voluto segnare quì il numero
dei morti e dei prigionieri dell'una e dell'altra parte, perchè si
racconta in diverse maniere. Però l'Arcivescovo di Pisa ne fissava
un numero preciso in una lettera all'Arcivescovo di Bologna, numero
ch'io non voglio notare, perchè aspetto da Pisa alcuni frati Minori,
che me ne daranno la cifra accertata. E nota che questa battaglia
tra Pisani e Genovesi fu pronosticata e segnalata molto prima che
si combattesse, giacchè nella villa di S. Ruffino[64] della diocesi
di Parma, alcune donne, che di notte purgavano il lino, videro due
grandi astri in cielo, che andavano l'uno contro l'altro all'assalto,
e più volte si ritirarono, e più volte di nuovo ritornarono al cozzo.
Nell'anno sussegnato, dopo la battaglia tra Pisani e Genovesi, molte
donne Pisane, belle, nobili, ricche e di potenti famiglie, unite ora a
trenta, ora a quaranta insieme, da Pisa a piedi si recavano a Genova
per cercare e fare visita ai prigionieri di loro famiglie; tra quali
chi vi aveva il marito, chi il figlio, il fratello, il consanguineo,
cui _Iddio non aveva balzati nel seno della misericordia di coloro
che li avevano fatti prigionieri_ (Salmo 105.º). E quando quelle donne
domandavano ai custodi delle carceri di vedere i proprii parenti, si
sentivano rispondere: Ieri ne sono morti trenta, oggi quaranta, e li
abbiamo gettati in mare, e di questo ne tocca ogni giorno ai Pisani.
E quelle donne udendosi dire tali cose de' loro cari, e non potendoli
rivedere, angustiate dalle strette del cuore cadevano a terra, e per
la piena dell'affanno e del dolore appena potevano respirare; e poi,
ripreso fiato, colle unghie si laceravano la faccia, si scarmigliavano
i capelli, e ad alte e gemebonde grida piangevano fino a che loro
restavano lagrime da versare. Imperocchè i Pisani morivano in carcere
d'inedia, di fame, di penuria, di miseria, di dolore e di tristezza,
poichè: _Ebbero dominio su di loro quelli che li odiavano, i loro
nemici eran quelli che li tormentavano, ed erano caduti sotto le loro
mani._ (Salmo 105º). Nè i Pisani erano giudicati degni de' sepolcri
de' padri loro, e perciò li privavano di sepoltura.... E quando le
dette donne Pisane arrivavano di ritorno a casa, trovavano morti
altri, che alla partenza avevano lasciati sani. Iddio in quell'anno
percosse la città di Pisa con una pestilenza, che trasse assai di
cittadini al sepolcro... nè vi era casa, in cui non si trovasse un
morto.... Toccò Iddio i Pisani colla spada del suo furore perchè da
lungo tempo erano diventati ribelli alla Chiesa, e perchè avevano
catturato in mare i prelati che andavano al concilio convocato da
Papa Gregorio IX di buona memoria.... Quattr'anni io ho abitato nel
convento di Pisa dell'Ordine de' frati Minori, ben quarant'anni fa, e
perciò mi contristano le sventure de' Pisani, e ne ho compassione: e
Dio me lo vede nel cuore. E, quando io abitava colà, fu per tre anni
loro Podestà Bonacorso da Palù, cui i Pisani fecero loro Ammiraglio,
e lo misero alla testa di quella loro armata, che condussero sulle
loro galee sino alle bocche del porto di Genova. (Ed i Pisani oltre
le galee vecchie che possedevano, ne costruirono cento di nuove per
trasportare quell'esercito, e l'Imperatore in servizio e aiuto dei
Pisani, ne mandò di sue cinquanta in completo assetto di guerra, le
quali, trovandomi io sul porto di Pisa, ho vedute io arrivare dal
Regno.) Ed i Pisani, giunti colla loro armata vicino al porto di Genova
lanciarono contro la città per millanteria, per fasto ed a sempiterna
memoria, un nembo di saette che portavano l'acuta punta non di ferro,
ma d'argento. Essi per tanto vedendo che i Genovesi non uscivano a
battaglia, risolcarono il mare devastando e incendiando tutto quanto si
parava loro innanzi lungo il litorale de' Genovesi. E nota che come è
naturale l'odio tra l'uomo e il serpente, il cane e il lupo, il cavallo
e il grifone, così cova un lungo odio tra Pisani e Genovesi, Pisani e
Lucchesi, Pisani e Fiorentini. Tra Pisani e Genovesi per cagione della
supremazia sul mare, volendo per una certa ambizione, ciascuno parere
da più dell'altro; e allora i monti si innalzano, ma le pianure non si
abbassano.... Tra Lucchesi e Pisani cova odio, discordia e malevolenza,
non solo perchè quelle due città sono di territorio confinanti,
ma anche perchè i Pisani appresero dieci castelli del Vescovo di
Lucca, e li tennero lungo tempo, per cui furono anche scomunicati, e
persistettero lungo tempo nella loro pertinacia (quelle castella erano
sui monti). Tra Fiorentini poi e Pisani cova odio, perchè quando i
Fiorentini andavano a Pisa per comperare merci, i Pisani facevano loro
pagare troppo grave dazio d'uscita alle porte. Avuta dunque notizia
i Fiorentini e i Lucchesi, che erano legati tra loro d'interessi e di
amicizia, del gran colpo inferto dai Genovesi ai Pisani, giudicarono
quello un momento favorevole, e ordinarono un esercito contro i Pisani
nell'anno preindicato, in Dicembre, poco prima di Natale, e con loro
dovevano trovarsi quei di Prato e di Corneto per avviluppare i restanti
Pisani, e se fosse possibile, ridurli a completa ruina, e farli sparire
dalla faccia della terra. La qual cosa risaputasi dai Pisani, se ne
impensierirono altamente, riconoscendo che su di loro si adempieva
quel detto del Deuteronomio 28.º: _E voi resterete poca gente, là dove
per addietro sarete stati come le stelle del cielo in moltitudine._
Onde i Pisani atterriti si volsero a pregare Iddio.... Avendo dunque
sciolte al cielo le preghiere, s'avverò la scrittura che dice: _È
necessario che intervenga l'aiuto di Dio quando manca quello degli
uomini._ E sorse loro in mente il buon consiglio di mandare le chiavi
della loro Pisa a Papa Martino perchè li difendesse dai loro nemici; il
quale di buon grado li accolse tra le sue braccia, e represse i nemici
insorgenti.... Isaia 60º: _Ed i figliuoli di quelli che ti affliggevano
verranno a te inchinandosi; e tutti quelli che ti dispettavano si
prostreranno alle piante de' tuoi piedi._ Ciò che ho udito, ho scritto;
oggi le cose sono così; non si sa come anderà poi a finire; chi camperà
vedrà l'esito degli eventi. Tutto il mondo è in perturbazione e volto
al sinistro; siamo sulla fine del 1284. Nel millesimo suindicato corse
voce che Federico 2º, già Imperatore, vivesse ancora in Allemagna; e
che avesse sèguito di una immensa moltitudine di Tedeschi, ai quali
largamente faceva le spese. E acquistò tanta consistenza e diffusione
questa voce che molte città Lombarde spedirono messi speciali a vedere
e constatare, se effettivamente ancora vivesse, o se fosse una fiaba.
Anche il Marchese d'Este ne mandò uno per conto proprio. Anche alcuni
Gioachimiti prestarono qualche fede alla voce corsa e credettero non
impossibile la sopravvivenza di Federico, perchè la Sibilla dice:
«Essa chiuderà gli occhi di morte ascosa, cioè la gallina gallicana,
e sorviverà e suonerà fama a dire in mezzo ai popoli, vive e non
vive, essendo superstite uno dei polli, o uno de' polli dei polli.»
Anche Merlino dice di lui: «Due volte quinquagennario sarà trattato
blandamente.» Il qual passo i Gioachimiti lo interpretavano così: Due
volte cinquanta fanno cento; quasi sostenendo che avesse cent'anni.
Ma non ne fu nulla. Col tempo si provò che era un ciurmadore, un
gabbamondo, che tali cose fingeva a guadagno; e così tanto egli che i
suoi seguaci sfumarono. Parimente nello stesso anno suonò altra fama.
Dissero testimoni veridici, cioè frati Minori e Predicatori che da
poco erano arrivati d'oltremare, che tra Tartari e Saraceni era per
avvenire una gran novità. Dicevano dunque che il figlio del defunto Re
dei Tartari era insorto a combattere lo zio regnante, che aveva fatta
adesione ai Saraceni; e l'aveva ucciso, e con lui aveva fatta strage
di una grande moltitudine di Saraceni. Inoltre mandò comando al Soldano
di Babilonia di fuggire in Egitto; altrimenti se l'avrà tra le mani, lo
ucciderà, quando arriverà ai paese di lui, ove si è proposto di andare
sollecitamente; perocchè, come si dice, vuol essere in Gerusalemme il
Sabato Santo; e se vedrà discendere fuoco dal cielo, come asseriscono i
cristiani, minaccia di uccidere tutti gli Agareni che potrà incontrare.
E già prima di cominciare la predetta guerra alleato coi Georgiani e
cogli altri cristiani, a cui aveva fatta adesione, fece coniare moneta,
sovra un lato della quale vedevasi il Sepolcro, e sull'altro stava
scritto: In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Pose
anche sulle armi e sugli stendardi la croce, e nel nome del Crocifisso
menò duplice strage, cioè dei Saraceni e dei Tartari avversi a lui.
Giunto ciò a conoscenza del Soldano di Babilonia e degli Agareni
di lui sudditi, che si affrettavano a portare soccorso ai Tartari,
si ritirarono, velocemente fuggendo, per non perire anch'essi coi
cristiani nemici. E qui finisce l'istoria. In questo stesso millesimo,
i Modenesi di dentro la città, presso Montale[65], il giorno 19
Settembre, il Martedì prima delle Tempora, di nuovo si azzuffarono
coi Modenesi fuorusciti, che abitavano a Sassuolo, e si battagliò
aspramente dall'una e dall'altra parte con grande strage. Però i
Modenesi, che abitavano in Sassuolo furono vittoriosi anche in questo
combattimento, che accadde in Martedì, presso Montale, come li erano
stati nel primo, che avvenne un lunedì, al principio delle ostilità; e
in questi due scontri tra morti sul campo e prigionieri ve ne furono
ben cinquecento; e parte caddero di spada, altri furon tradotti ai
ceppi in carcere, ed ivi trattenuti. In quel tempo i Modenesi di dentro
la città ebbero un tale che si spacciava per astrologo ed indovino,
a cui davano dieci denari grossi d'argento al giorno, e ogni notte
tre grosse candele Genovesi di purgatissima cera, e, interrogando il
futuro, prometteva ai Modenesi che, se una terza volta si cimentassero
a combattimento, ne riporterebbero vittoria. A cui i Modenesi
risposero: Noi non vogliamo misurarci coi nostri nemici nè in Lunedì,
nè in Martedì, perchè in questi due giorni siamo stati vinti: designane
un giorno diverso per combattere, e sappi che se questa volta non
riporteremo la vittoria, che ne prometti, ti caveremo l'altro occhio
che ti resta. (Giacchè era guercio, e un barattiere, un gabbamondo,
come provò l'evento). Temendo egli dunque di non indovinare, se ne
portò via tutto quello che s'era guadagnato, e all'insaputa di tutti...
se la svignò per la sua strada. Allora quei di Sassuolo cominciarono
a far loro le beffe, come a gente che: _Ha sacrificato ai demonii,
e non a Dio; a Dii, i quali essi non avevano conosciuto, Dii nuovi,
venuti di prossimo e a cui i loro padri non avevano prestato culto._
(Deuteronomio 32º). E i Parmigiani, udendo quanti disastri avevano
colpito i Modenesi, mandarono dodici ambasciatori, per desiderio di
ricomporli a concordia. Ma fu opera vana. Non prestarono fede a loro e
non vollero ascoltarli.... Ma tutto questo accadde perchè si avverasse
la profezia di Merlino profeta Inglese. Perocchè Merlino compose
versi, ne' quali presagiva con verità l'avvenire delle città Lombarde,
Toscane, Romagnole e della Marca, versi ch'io credo degni d'essere qui
riportati, e che cominciano così:
Incominciano i versi di Merlino
Venient in mundo —
— et duo erunt sine fine utundo.
Gravia tum dura —
— multa sunt inde futura.
In Lombardia —
— tunc errabit phylosophia.
Superbia regnabit —
— cum ventis tota volabit.
Ipsa Toscana —
— dicetur a gentibus vana.
Peregrinando ibit —
— diffusa, peccando peribit.
Romandiola —
— sub iugo teneatur a stola,
Quæ in perpensum —
— tallionem reddet immensum.
Marchia anchonitana —
— sub Ecclesia stabit romana,
Quæ semper lanam —
— evellet sibi cotidianam.
Apulia vero —
— tota erit plena veneno.
Multi morientur —
— et Reges pro auro delentur.
Marchia delusa —
— plorabit in sanguine fusa;
Et diu plorabit —
— sub dura potestate durabit.
Francia durabit —
— et pluribus praeponderabit;
Et cum defecerit —
— effusio sanguinis erit.
Alamannia imperabit —
— zizaniam mundi fugabit,
Qui retinet gentes —
— Imperium non diligentes.
Provincia sola —
— diu stabit sub arida stola,
Quæ revelata —
— dicetur et accumulata.
Ab Hispanianis multus —
— erit sanguis in terra diffusus
Lombardos natos —
— volens sibi fore ligatos.
Ecclesia plorabit —
— cum superbia tanta regnabit;
Et non providebit, —
— in dura servitute manebit.
Florentia florebit —
— immundo tota lucebit
Lilium depictum —
— in campis erit a Senis devictum;
Sed convalescet —
— Lilii cum victoria crescet.
Inepte peccando —
— semper vivet dissimulando.
Mediolanum —
— sibi turrim firmabit in vanum;
Aquila videbit —
— turrim ipsam totam delebit.
Adducet gentes —
— de longe et sunt venientes,
Quæ dabunt duram —
— delinquentibus in vano iacturam.
Parma patietur —
— multo languore repletur;
In malum recidet —
— quam medicus sanare non valet;
Sed relevatur —
— unguento coronae sanatur.
Quod erit antiquum —
— per exemplum præbet iniquum.
Mutina perversa —
— tota erit in fine demersa.
Volens dominari —
— potentioribus æquiparari.
Regium, regina —
— civitas, erit ipsa supina,
Et non providebit —
— in dissensione multa manebit.
In ipsa Cremona —
— sibi nidum aquiret corona,
E tamdiu stabit —
— ut aquila ipsa volabit
Pace decepta, —
— a sponso accepta,
Et re pensata, —
— Lombardia erit cremata.
Ferraria testatur —
— quod mala subire paratur
Propter peccata,
— quæ diu erunt in ea patrata:
In servitute stabit, —
— donec peccare cessabit,
Et ejiciat illum —
— qui peccatum committit indignum.
Mantua pugnabit, —
— in fine terga Veronæ dabit;
Fugabit serpentes —
— eam sub cauda tenentes.
Bononia regnabit —
— cum integra longe durabit,
Fjiciet unam —
— ad mane partem ituram.
In brevi veniendo —
— per intrinsecam ejiciendo,
Quae non revertetur, —
— donec tota sordibus lavetur.
Faventia oppressa —
— multotiens erit obsessa;
Indicat scriptura —
— quod mala sunt in ea futura,
Et tamen favet, —
— quod in ea pars Bononiæ cadet;
Quæ dabit dorsum, —
— semper eundo deorsum.
Gravia quam plura —
— sustinebit Imola dura,
Quæ re pensata —
— cito erit a languore sanata.