Verranno e due saran che in infinito

Il mondo emungeran di lito in lito.

Duri travagli e piaghe e un mar di mali

Scosso allor pioverà sovra i mortali.

Sillogizzando allor filosofia

Errante annebbierà la Lombardia.

Regnerà la superbia, e in suo talento,

Sull'ale, vuota, volerà del vento.

Anche sull'Arno la gentil Toscana

Dalle genti sarà chiamata vana;

Pellegrinando affogherà dispersa

Nel vano mar del suo peccato immersa.

Sulla Romagna regneran le stole,

Che taglia le imporran d'immensa mole.

La Chiesa avrà la Marca Anconitana,

Qual pecora, da cui trarre la lana.

Dal monte al mar l'Apula terra eletta

Tutta sarà d'atro veleno infetta.

Molti dì morte assaggieran lo strale;

Farà sfumare i re compro pugnale.

La Marca illusa, ogni speranza persa,

Cadrà nel pianto e nel suo sangue immersa.

E lungo il pianto fia, lungo il lamento

Sotto un Signor ch'ogni pietade ha spento.

Salda colonna erta starà la Francia:

Sul capo a molti agiterà la lancia;

Ma, se la destra un dì stanca le langue,

Suoi fiumi e mari avrà tinti di sangue.

La gran Lamagna imperierà superba,

Disvellerà dal mondo ogni mal erba;

Dal mondo ove s'annida e si nutrica

Gente all'Impero asprissima nemica.

Sulla Provenza segregata e sola

Suo regno a lungo avrà l'arida stola;

Che sotto d'ogni ciel sarà chiamata

Insiem la rivelata e accumulata.

Di sangue esausta a pien la Spagna fia

Per conquistare a sè la Lombardia.

Lungo la Chiesa emetterà lamento

Perchè superbia alza tant'ala al vento;

Ma provvedere al mal non sa, non cura:

E geme in servitù spietata e dura.

Fiorenza in fiore a tutto il mondo splende.

Siena sul campo il giglio a terra stende;

Ma il giglio poi risorgerà fiorente

Quando vittoria avrà piena e ridente.

E in ogni inettudine peccando

Viverà sempre mai dissimulando.

Alza Milano invan torre superba;

L'aquila viene e la pareggia all'erba.

Viene, e da lunge folte schiere adduce;

Fa de' ribelli aspra vendetta e truce.

Parma patisce e langue; e poi nel male

Ricade e niuno a risanarla vale;

Ma si rileva, e a lei vigore dona

L'unguento sanator della corona.

Quei che valean per i vetusti tempi

Innanzi or reca disadatti esempi.

Modena fatta in sua ragion perversa

In un mare di guai sarà sommersa.

Gonfiando il core a dominare aspira

Ed a salir tra que' che in alto mira.

Reggio cadrà, cadrà pur essa a terra

E senza freno avrà continua guerra.

Sull'argine del Po dentro Cremona

Suo nido comporrà l'alta Corona,

E a lungo in sen l'avrà l'ospite suolo.

Sinchè i vanni aprirà l'aquila al volo.

Rotta la data fè, rotta la tregua

Ferma da giuro che 'l dubbiar dilegua,

Lo sposo, a studio frodolento, insano,

A foco e fiamma osa mandar Milano.

Ferrara a sopportar s'appresta il lutto,

Di lunghe colpe sue condegno frutto.

Serva sarà fin che il peccare dura

E scacci il peccator dalle sue mura.

Mantova pugnerà d'ardore piena

Ed a Verona in fin mostra la schiena.

Costringerà la serpe a via fuggire,

La serpe che la stringe tra le spire.

Bologna in auge avrà sua signoria

Finchè concorde ed incorrotta sia;

Ma caccierà gran schiera di sua gente,

Errante in pianto e duol verso l'oriente;

Che presto tornerà coll'ira in petto,

A sbandeggiar chi resta al patrio tetto,

E più non torneran senza paura,

Se mondi non saran di lor sozzura.

Faenza oppressa e d'ogni parte vinta

Molte fiate sarà d'assedio cinta.

Indica la scrittura e chiaro rende

Che futuro di guai nembo l'attende.

Pur favoreggia in un'iniqua guerra

Chi i fuorusciti Bolognesi atterra,

Che fuggiranno in duol cupo profondo,

Precipitando sempre in sino al fondo,

Imola colpirà lunga sventura;

E il ripensarvi sol l'assenna e cura.

Vi fu anche nello stesso millesimo un Notaio Reggiano, di nome Giovanni

Malvezzo, cioè avente un brutto vezzo, il quale volendo consigliare

i suoi concittadini di non folleggiare come i Modenesi, compose i

seguenti versi:

Mutina, quid speras —

— dum tecum jurgia quæras?

Nil, nisi te superas. —

— Vis mala ferre? Feras.

Tu te persequeris, —

— quasi desperata teneris

Te furiosa feris; —

— digna perire, peris

Cur, rea, te prodis, —

— cur destruis, uris et odis?

Cur tua, totque fodis —

— viscera rupta modis?

Hic satis, ac alibi, —

— poteris quasi mortua scribi.

Gens inimica sibi, —

— Mutina, parce tibi.

Cerne tuas aedes, —

— incendia, bellaque, cædes,

Tu, milesque pedes —

— tristis ubique sedes.

Mutina, te recole, —

— nimia iam languida mole,

Et te cum prole —

— flente perire dole.

Sit tibi, sit sedis —

— paritas laris, urbis et æedis

Sit tibi; si credis, —

— ad bona prima redis.

Desinat armorum —

— furor et discursus equorum,

Sub strepitu quorum

— fit sine pace forum.

Suscipe doctrinas, —

— et quas tibi do medicinas;

Et quas pono minas, —

— me posuisse sinas.

Si prece, sive minis, —

— non flecteris, aut medicinis,

Ecce tuus finis, —

— præda, ruina, cinis.

Gens regina lege —

— qua vivit Mutina lege;

Te cum pace tege; —

— te sine parte rege.

Hæc aliena vide, —

— discrimina, schisma recide:

De te confide —

— non trepidanda fide

Proxima es: harum —

— rerum sit cura tuarum,

Exemplum quarum —

— non tibi credo parum.

Modena cieca, fra torbid'ire

Speri tu forse di rifiorire?

Speranze vane. Tu cerchi guai.

Cerca ed avrai.

Te stessa struggi; morta è la speme:

Un furibondo destin ti preme.

Perir sei degna. Sentenza data.

Tu se' spacciata.

Contro te stessa perchè t'affanni?

Perchè ti struggi? Perchè t'inganni?

Perchè le carni tanto ti sbrani

In modi strani?

Modena folle! basti: Deh! cessa.

L'albo de' morti tra' suoi t'ha messa.

Di te, che d'astio su te ribocchi,

Pietà ti tocchi.

Ve' quanti incendi! Che guerre e stragi!

Ve' la ruina de' tuoi palagi.

Vedi dispersi fanti e cavalli,

Armi e timballi.

Modena, pensa. Lasciar tuoi nati

Sotto la mole de' tuoi peccati

Teco perire, non ti rampogna?

Non hai vergogna?

Cittade e tetto, l'ara e la mensa

Vi sia comune. Modena, pensa.

E, se la prisca gloria ti piace,

Componti in pace.

Cessin dell'armi lampi e furori

E scalpitio di corridori;

brilli la gioia, regni l'amore

In ogni cuore.

Ascolta il verbo, fa tuo 'l consiglio

Di chi vuol trarti da reo periglio;

E, se talora minaccia suona,

Me lo perdona.

Se chi minaccia, se chi ti prega,

Favella a rupe che non si piega,

Ecco il destino, che a te si serba:

Ruina acerba.

Reggio gentile, guarda l'esempio.

Modena scissa di sè fa scempio.

Pace fraterna ti sia muraglia,

Scudo e zagaglia.

Quest'è l'esempio. Pensa, fa senno,

Guerre intestine troncar si denno;

E poi confida. Vivi secura

Fra le tue mura.

Sei sulla china: ferma, t'arretra.

Pensa a te stessa; la scena è tetra,

E fosca luce d'intorno spande.

L'esempio è grande.

Si noti che il senso di questi versi s'incontra anche nelle parole

di Salomone. Proverbii 24.º: _Io passai presso al campo del pigro,

e presso alla vigna dell'uomo scemo di senno_ ecc. Lo stesso anno

Guglielmo Marchese di Monferrato maritò sua figlia col figlio del

Paleologo defunto, che risiede nella città di Costantinopoli, Signore

dei Greci; e le assegnò in dote il Regno di Tessalonica, cui la

famiglia del Marchese di Monferrato aveva ricevuto ab antico, cioè

ai tempi dell'Imperatore Federico I., quando Manuele Imperatore

Costantinopolitano fece invito al Marchese stesso di mandargli uno

dei suoi figli, al quale voleva impalmare una propria figlia; e così

fu fatto e gli diede in moglie donna Maria, e in dote il Regno di

Tessalonica che da quel tempo e per tal modo passò ai Marchesi di

Monferrato. Ma il detto Marchese, causa la dominazione dei Greci, non

ritraendo alcun utile da quel Regno lo assegnò in dote a quella sua

figlia che maritò l'anno 1284 col figlio del Paleologo. E il figlio

del Paleologo diede allo suocero molte migliaia di bizantini[66].

Inoltre gli promise che in tutta sua vita gli speserebbe in Lombardia

cinquecento soldati per la guerra. Allora il Marchese, fidente in tale

aiuto, andò e prese Tortona, e molti uccise, molti incarcerò cittadini

e soldati che eran venuti d'altronde. Al Vescovo poi, che era nativo di

quella città, il Marchese disse: Ditemi, o Vescovo, questi Tortonesi

sono vostri sudditi, e sotto la vostra Signoria? No, Signore, rispose

il Vescovo. E allora il Marchese ripigliò: Perchè dunque vi cuoce

tanto l'animo che si diano a me? Perchè, rispose il Vescovo, io sono

stato eletto pastore, rettore e custode del popolo di questa città, e

voi combattete in un campo nemico al partito della Chiesa. Allora il

Marchese soggiunse: Se vorrete essere amico mio, io sarò amico vostro;

altrimenti scatenerò le fiamme del mio furore sopra di voi. Manderò

dunque un esercito con tre Capitani a' vostri castelli, e voi anderete

seco loro, e v'adoprerete in modo che i Castellani consegnino a me la

signoria de' castelli, che hanno in custodia. E il Vescovo di rimando:

Signore, curerò fedelmente che le castella vi siano consegnate.

Giunti ai castelli, il Vescovo chiamò i Castellani, e con premura li

sollecitò a porre le loro castella sotto la Signoria del Marchese. Ma

i Castellani, quasi tutti per una bocca, risposero al Vescovo a udita

dei Capitani: O Vescovo, sappiate che le castella, che difendiamo ad

onore della santa Chiesa romana, noi non le daremo no in mano di chi

non cessa mai di opprimere il partito della Chiesa, nè le consegneremo

neppure a voi, sino a tanto che voi non sarete libero padrone di

voi stesso. Così risposero tutti i Castellani dei castelli, ai quali

fu condotto il Vescovo. Il che udendo i Capitani presero la via per

ricondurre il Vescovo al Marchese. Ma a mezzo della strada, lasciato in

disparte il Vescovo, buccinavano tra loro di ucciderlo. La qual cosa

il Vescovo per conghiettura indovinando, disse loro: _quant'è a me,

eccomi nelle vostre mani: fatemi secondo che vi parrà buono e diritto.

Ma pur sappiate per certo, che se voi mi fate morire, voi mettete del

sangue innocente addosso a voi, ed a questa città ed a' suoi abitanti_.

Geremia 26.º. E aggiunse, parlando con uno de' Capitani, che era suo

consanguineo: Sappi che una volta fosti mio soggetto ed io ti poteva

far danno, ma l'occhio mio ti perdonò. Ciò udito, quell'insano subito

con un coltello, o con un'alabarda, trapassò d'un colpo il corpo del

Vescovo, dicendo: Del resto non sarò più sotto la tua Signoria. Il

secondo Capitano perforò il cranio del Vescovo colla spada. Il terzo

Capitano lo ferì pure di spada all'omero; e così il Vescovo morì per

le spade degli iniqui. Il Marchese udendo che il Vescovo era stato

morto, mandonne a raccogliere la salma, e invitando tutti i Religiosi

e i Chierici, che erano in Tortona, gli fece dare onorifica sepoltura;

ed egli stesso in persona, ad onoranza del Vescovo, volle essere uno di

quelli che portavano il feretro, per argomento che il Vescovo non era

stato ucciso per ordine suo. I Castellani poi preaccennati fecero buona

difesa ai castelli consegnati alla loro fede, nè li posero mai nelle

mani del Marchese; il quale abitava in Tortona, e allestiva un esercito

per muovere a tempo opportuno guerra ai Milanesi. La qual cosa risaputa

dalle milizie che erano in Sassuolo, corsero al Marchese, a cui si può

applicare quello che per comando del Signore disse Elia ad Acab. 3.

dei Re 21.º. _Uccideste per soprappiù e v'impadroniste_ ecc. Le cose

oggi stanno così; nessuno può indovinarne la fine: chi camperà, vedrà

lo scioglimento del nodo. Lo stesso anno i Parmigiani facevano venire

del sale da Cervia, ossia dalla Romagna, per loro uso; e i Modenesi

che erano dentro la città, irruppero sopra i bifolchi presso Bazzano,

e tolsero loro e carri, e sale e buoi in odio ai Parmigiani,[67]

perchè pareva a que' Modenesi che prima che si scatenasse quella

guerra e distruzione della città per la malizia de' loro concittadini

fuorusciti, i Parmigiani avrebbero potuto impedire che tanti mali

piombassero poi a loro sul capo. Ed attribuivano questo principalmente

a Matteo da Correggio e a Guido di lui fratello, che nella Podesteria

erano succeduti a Giacomo da Enzola, morto prima della scadenza del

proprio ufficio. Ed usarono i Modenesi quella soperchieria anche perchè

quel carico di sale deviava dalla strada sua diritta e naturale, ove

si pagava il pedaggio; finalmente operarono quella cattura in odio

di quelli di Sassuolo, che avevano permesso ai Parmigiani di passare

per le terre da loro occupate senza pagamento di pedaggio, come lo

avrebbero pagato, se il messo si fosse presentato a loro quando i

bifolchi erano arrivati col sale a Bazzano; ma per una certa stolidità

andando tra nemici, e sviando dagli amici entrò nella città di Modena.

Onde il savio ne' proverbii 26.º dice: _Chi si taglia i piedi ne

bee l'ingiuria; così avviene a chi manda a far de' messaggi per uno

stolto_... ne hai esempio in Gerardo dei Rozzi di Parma, che spacciava

se stesso per astrologo e indovino. Quando i Parmigiani fuorusciti, che

parteggiavano per l'Impero, presero Colorno, e vi entrarono il giorno

di S. Domenico, e gli ebbero domandato se l'anderebbe bene per loro,

egli rispose che ottimamente, perchè vi erano entrati sotto il segno

dello scorpione. Eppure pochi giorni dopo sopravvennero i Parmigiani

del partito della Chiesa, e li espulsero tutti, e alcuni ne uccisero,

e Colorno riconquistarono; e lo scorpione non salvò punto quelli che vi

erano entrati prima. Nello stesso anno mangiai per la prima volta, nel

giorno di S. Chiara, i ravioli senza involucro di pasta; e questo lo

dico per mostrare quanto s'è raffinata la ghiottoneria degli uomini per

i commestibili, a confronto di quella degli uomini primitivi, i quali

erano contenti de' cibi semplici, che loro imbandiva la madre natura,

de' quali dice Ovidio nel 1.º libro delle Metamorfosi:

Contentique cibis, nullo cogente, creatis,

Arbuteos foetus, montanaque fraga legebant,

Cornaque, et in duris haerentia mora rubetis

Et quae deciderant patula Iovis arbore glandes.

E contento del cibo che s'avea,

Senza sudarlo, da natura amica,

Corniòle, corbezzole cogliea

Fragole ognor dalla pendice aprica,

E l'atra mora che tra spin pendea

Dell'aspra rosa nella selva antica,

E quella che dall'albero di Giove

Edula ghianda maturando piove.

Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. II · 第 7 / 25 段