che, passeggiando per città, non alzava mai gli occhi verso alcuna
donna, sicchè le donne, ed anche le bellissime signore ne facevano
le meraviglie .... E il Conte d'Artois, Pietro, fratello del Re di
Francia, passando da Reggio, e avendo udito che era un sant'uomo,
e che aveva il nome del padre suo, cioè Lodovico, e che si trovava
fuori de' suoi possedimenti a cagione del parteggiare per la Chiesa,
gli volle fare visita, lo abbracciò e lo baciò. Quel Pietro fratello
del Re di Francia si compiaceva di fare visita a tutti que' santi
uomini, di cui aveva udito parlare, onde mandò anche cercando, per
vederlo, frate Giovanni da Carpinete dell'Ordine de frati Minori.
(Questi era entrato nell'Ordine prima del gran terremoto del 1222).
Nell'anniversario poi della morte del Conte Lodovico la moglie di
lui mandò a Reggio pel convento de' frati Minori, ove era sepolto suo
marito, un bel paliotto da altare di sciamito e porpora. E l'anima di
lui per la misericordia di Dio riposi in pace, e così sia. In questo
1283 si deplorò una grandissima morìa di bovini in tutta la Lombardia,
Romagna e Italia, e nell'anno successivo grande mortalità d'uomini.
E di fatto presso Salins[45] in Borgogna, in un convento di frati
Minori vi erano ventidue frati, veduti da un certo frate Francese che
dimorava in Grecia e passava per andare a Parigi; d'onde ritornando
poi indietro lo stesso anno, nè trovò morti undici, cioè la metà di
quanti erano. Udii questo dalle labbra di lui a Reggio. Anche in altre
parti del mondo dominò in quell'anno grande mortalità; e in breve
questa è regola generale, che ogni volta che accade morìa di bovini,
subito l'anno dopo sussegue mortalità d'uomini. L'anno già detto 1283
Bernardo Lanfredo di Lucca fu Podestà di Reggio per sei mesi, dal
1.º Luglio sino al 1.º Gennaio; al tempo del quale, perchè era troppo
debole, si commisero molti omicidi ed altri delitti nella città e nel
territorio di Reggio, tanto che i nemici di un tale in città con una
scala entrarono nella casa per una finestra, e lo uccisero in letto.
Così questo Podestà, a cagione della sua non curanza e debolezza
nell'applicazione delle leggi, fu del numero di quelli, di cui il
Signore dice per bocca d'Isaia 3.º _Io farò che de' giovinetti saranno
lor principi_. Alla lettera costui non era giovinetto d'età, ma di
negligenza nel far giustizia. A lui successe Barnaba Pallastrelli di
Piacenza, che non la perdonò a nessuno, e tolse di mezzo molti ladri
e malfattori. Molti ne condannò a morte, e se ne eseguì la sentenza,
durante la sua Podesteria, sicchè i Reggiani per la severa applicazione
della giustizia dissero che era un distruttore della loro città. Ma
molto maggior danno apportò il suo antecessore colla sua negligenza
e rilassatezza, per la quale nella città di Reggio si accesero molte
nimistà e guerre, che durano tuttora e saranno cause della ruina di
Reggio, se Dio non provvede altrimenti.... Tuttavia il primo, che era
Lucchese e rilassato, se lo vollero i Parmigiani per loro Capitano; e
il secondo, di Piacenza, che era stato severo e rigido, se lo presero
i Modenesi; e a tempo della sua Podesteria Modena fu ruinata, come
diremo sotto la rubrica dell'anno 1284. Nell'anno 1283 il Numero
d'oro e l'indizione coincidevano nel numero 11; e ai due d'Aprile, che
era luna piena, la stella lucidissima, che si chiama Venere, pareva
entrata nel cerchio della luna nuova; e di notte, dopo mattutino,
un'altra splendissima stella, che si chiama Giove, pareva, verso il
sud, occupare la branca superiore dello Scorpione. Così, nello stesso
anno, Forlì ritornò all'obbedienza della chiesa, la qual città da molti
anni le era ribelle, e Papa Martino IV ogni anno le mandava contro
un grosso esercito di Francesi, e di diverse altre genti. (E davano
il guasto alle vigne, alle biade, alle piante pomifere, agli oliveti,
ai fichi, ai mandorli, alle melagrane, alle case, agli animali, alle
botti, ai dolii, e ad ogni cosa nata ne' campi. Questa città avrebbe
francata dai Bolognesi, che l'avevano occupata, tutta la Romagna, se
non vi si fosse intromessa la Chiesa, che prese le armi contro Forlì.
La causa poi, per cui la Chiesa vi si intromise, fu che il Papa aveva
domandata in dono la Romagna a Rodolfo quando fu eletto Imperatore,
e Rodolfo gli aveva concesso di occuparla) E, in più anni, vi spese
per insignorirsene molte migliaia di fiorini d'oro, anzi molte some di
monete d'oro. Stantechè Papa Martino s'aveva fatto pertinace proposito
d'averla di violenza, se non poteva di accordo. E così avvenne, perchè,
come suol dirsi, _il lavoro costante vince tutto_. E venuta che fu
quella città all'obbedienza della Chiesa, ne furono spianate le fosse,
smantellate le porte, atterrate case e palazzi, e rasi al suolo i più
cospicui edifici. I principali cittadini di quella città ne uscirono,
e andarono a ricoverarsi in nascosi ricettacoli per lasciar sbollire
gli sdegni. Ma il Conte Guido di Montefeltro, che era Capitano e
condottiero de' Forlivesi e del partito imperiale, venne ad accordi
colla Chiesa, e andò a confino per alcun tempo a Chioggia. Poscia fu
mandato in Lombardia, ed abitò ad Asti distintamente ricolmo d'onori,
perchè era ben voluto da tutti per la sua precedente probità, per le
molte vittorie riportate, e per la saviezza e sottomissione, colla
quale ora obbediva alla Chiesa. Inoltre egli era uomo nobile, sensato,
prudente, costumato, liberale, cortese, largo, cavaliere valoroso e
prode nell'armi, e dotto nell'arte militare. Prediligeva l'Ordine de'
frati Minori, non solo perchè vi aveva alcuni parenti, ma anche perchè
il beato Francesco lo aveva salvato miracolosamente da molti pericoli,
e liberato da' ceppi e dal carcere del Malatesta. Nulla ostante da
alcuni sciocchi di frati Minori ebbe più volte a soffrire gravissime
ingiurie. Egli in Asti ebbe una conveniente compagnia e famiglia,
e molte persone non cessavano di darsi premura di offrigli aiuto e
servigio. Queste cose accaddero tra il tempo in cui i Re sogliono
cominciare le guerre, e la festa del beato Giovanni Battista; ed ivi
era Legato del Papa Bernardo di Provenza Cardinale della Corte romana.
Lo stesso anno Re Carlo da Napoli recossi a Bordeaux, credendo di
scontrarsi in duello con Pietro Re d'Aragona. Questi due Re dovevano
aver secoloro soli cento cavallieri per ciascuno, come avevano
convenuto con giuramento. Ma quella prova d'armi non ebbe luogo, perchè
il Re d'Aragona la declinò. E quello scontro si doveva fare per cagione
della Sicilia, in cui Pietro Re d'Aragona aveva posto piede, e l'aveva
occupata con un esercito; poichè Papa Nicolò III gliel'aveva data, in
odio di Re Carlo, coll'assenso di alcuni Cardinali, che allora erano
alla Corte, e d'altronde lo stesso Pietro Re d'Aragona credeva d'avervi
diritto, come genero del Principe Manfredi. Ma Carlo, fratello del Re
di Francia, avevala avuta prima da Papa Urbano IV per aver soccorsa la
Chiesa contro Manfredi, figlio di Federico Imperatore deposto. Nello
stesso millesimo morì Guglielmo Fogliani Vescovo di Reggio, e provvide
male all'anima sua, essendochè fu uomo avaro, illetterato e quasi un
laico: fu _pastore ed idolo_ come dice Zaccaria 11.º ecc. Voleva vivere
splendidamente, cioè avere ciascun giorno per sè tavola lautissima;
e spesso imbandiva sontuosi banchetti ai ricchi ed ai parenti; ma per
i poveri ebbe insensibili le viscere della pietà, nè collocò a marito
le zitelle povere; fu uomo grossolano, cioè ebete e rude; trovò pochi
che parlassero bene di lui. Meglio per lui se fosse stato porcaio,
o se avesse avuta la lebbra, che fare il Vescovo. Nulla diede mai
ai religiosi, nè ai frati Minori, nè ai Predicatori, nè ad altri
poveri; e i poveri Religiosi, che assistettero alle sue esequie, non
ebbero nemmeno di che mangiare per quel giorno a spese prelevate dal
patrimonio di lui o dalla mensa vescovile. Io fui presente al funerale
e alla sepoltura, e so che un cane cacò sulla tomba di lui tosto che
egli fu sepolto. Fu collocato nella parte inferiore della chiesa
maggiore, ove si mettono quelli del popolo (ma veramente meritava
d'esser sepolto in una fogna). Egli in vita conturbò molte persone che
godevano la loro pace. Fu Vescovo di Reggio quarant'anni, meno un mese,
morì in Agosto il giorno di S. Agostino, e fu sepolto la Domenica dopo,
giorno della decollazione di S. Giovanni Battista. Parimente nel detto
millesimo quelli di Bibbiano, che è una villa della diocesi di Reggio
a case sparse, accordatisi insieme fecero nella villa stessa un borgo;
e i frati Minori di Parma fabbricarono un bel refettorio nel prato
di S. Ercolano, ove si trova il loro convento, e dove anticamente i
Parmigiani facevano il mercato, e poi dopo, verso quaresima, correvano
torneamenti. Nello stesso anno i Parmigiani fecero un ponte di pietre
sul torrente Parma, a capo della contrada che si chiama Galera[46],
dalla casa degli Umiliati alla casa dei Predicatori, e murarono la
città dalla parte de' monti, vicino al torrente Parma e all'Ospedale
di S. Francesco[47]. Così negli anni precedenti i Parmigiani avevano
fatto molti miglioramenti alla città loro; avevano compiuto il
Battistero in tutta la parte superiore, tirandolo su sino al comignolo;
e sarebbe stato terminato molto tempo prima se Ezzelino da Romano, che
signoreggiava a Verona, non avesse frapposto ostacoli[48]; poichè quel
Battistero si costruiva tutto di marmi di Verona; fecero scolpire i
colossali leoni e le colonne, a ornamento della porta principale del
duomo, sulla piazza del Battistero e dell'episcopio; fecero anche tre
ampie, belle e magnifiche vie; una, dalla chiesa di S. Cristina sino
al palazzo del Comune; una seconda, dalla piazza nuova, ove il Podestà
tiene a concione il popolo, sino alla chiesa di S Tommaso Apostolo; la
terza, dalla piazza del Comune sino alla chiesa di S. Paolo; e su tutte
queste vie a destra e a sinistra sorsero belle case e palazzi. Fecero
anche il palazzo del Capitano, assai bello, presso il palazzo vecchio,
che era stato fatto da Torello da Strada, Pavese e Podestà di Parma;
sotto la cui Podesteria fu anche cominciato il castello di Torello
sulla strada che va a Borgo S. Donnino. Ma siccome quelli di Borgo S.
Donnino si sottomisero all'obbedienza del Comune di Parma, i Parmigiani
desistettero dall'opera intrapresa e non compirono il castello, che
avevano progettato di costruire. Così nell'anno sussegnato ampliarono
la piazza nuova del Comune comprando tutte le case attorno alla piazza;
e si proponevano di erigere un altro palazzo con botteghe a comodo del
pubblico sull'area, ove in antico sorgeva il bellissimo palazzo dei
Pagani, ch'io ho visto co' miei occhi, e poi fu palazzo di Manfredo da
Scipione[49], più bello ancora; e finalmente vi si costruì il macello
de' beccai; poi il Comune lo comprò per sè colle casamenta che vi erano
attigue[50] e colla torre di Rufino Vernazzi, che era dalla parte di S.
Pietro. Avevano anche aperto negli anni anteriori un canale naviglio,
ma poco utile. Discendeva giù per un vecchio alveo sino alla Villa del
Cardinale Gerardo Albo, che fu anche una volta Villa mia, perchè io
vi aveva estesi possedimenti, e che si chiama Gainago; e nella parte
inferiore di detta Villa svoltava, perchè non andasse come prima a
Colorno, ma portasse le barche a Frassinara[51]; ma sia che andasse a
Colorno, sia che a Frassinara, era sempre un naviglio di poco conto.
E certamente saprei cavarlo meglio io un naviglio utile ai Parmigiani
se avessi pieno e libero potere. Nello stesso anno scavarono un lungo
fossato lungo la strada che va a Brescello, dall'ospedale sino a
Sorbolo[52], nel quale immisero il Gambalone, perchè colle sue acque
inondava tutti i campi al di sotto della strada, sicchè non potevano
servire nè all'agricoltura, nè agli agricoltori. Quell'anno morì frate
Bonagrazia, Ministro Generale dell'Ordine de' Minori, in Provenza ad
Avignone, la vigilia del beato Francesco, giorno di Domenica, e fu
sepolto nella chiesa de' frati Minori, davanti all'altare maggiore,
e alla sua morte si trovò presente frate Vitale, Ministro Provinciale
di Bologna, che ricevette incarico di benedire, da parte del morente,
tutti i frati della Provincia di Bologna, e di assolverli da tutti
i loro peccati. E fu fatto. Fu Ministro Generale quattr'anni, e si
differì la convocazione del Capitolo generale sino alla Pentecoste
del 1285 perchè, come era stato deliberato nel Capitolo generale
precedente, si doveva celebrare a Milano. Nel 1283 si trovò il corpo
della beata Maria Maddalena tutto intero, tranne una gamba, in Provenza
nel castello di S. Massimino (S. Massimino fu uno dei settantadue
discepoli, de' quali si parla in Luca 10.º; e fu Arcivescovo di Aix,
che è la città in cui è il sepolcro di quel Conte, la cui figlia fu
moglie del Re di Francia S. Lodovico, che andò oltremare in soccorso
di Terra Santa l'anno 1248; la qual città è distante quindici miglia
da Marsiglia, ed io vi soggiornai l'anno che il Re andò oltre mare,
perchè io era addetto a quel convento). E, quando fu trovato il corpo
della beata Maria Maddalena, a stento si poteva leggere l'iscrizione
con una lente, stante l'antichità della scrittura. E piacque a Re Carlo
(che era Conte di Provenza e quell'anno andava a Bordeaux per quel
duello, che era stato convenuto ed ordinato con Pietro Re d'Aragona)
che il corpo della beata Maria Maddalena fosse esposto al pubblico,
e fosse esaltato ed onorato, e se ne celebrasse una festa solenne.
Così si fece. Da allora in poi cessarono le contese, le opposizioni,
i cavilli, gli abusi e gli inganni che avevano luogo per cagione
del corpo della beata Maria Maddalena. Perocchè quelli di Sinigaglia
dicono di possederlo essi, e que' di Vezelay anch'eglino pretendono
di possederlo, e ne avevano una leggenda che ne parlava. Ma è chiaro
che in tre luoghi non può essere il corpo di una donna. (Per causa
congenere ardenti contese vi sono anche a Ravenna per il corpo di S.
Apollinare, perchè quei di Chiassi, che fu una volta città, sostengono
di possederlo, quei di Ravenna parimente pretendono di averlo, stando
di fatto che un Arcivescovo di Ravenna trasportò il corpo di S.
Appollinare da Chiassi a Ravenna, per timore che gli Agareni[53] lo
involassero, come ho letto più volte nel pontificale di Ravenna, e
reverentemente lo collocò nella chiesa di S. Martino, presso la chiesa
di S. Salvatore, che una volta fu chiesa dei Greci; ma che da Ravenna
sia poi stato di nuovo asportato non si trova scritto in nessun luogo).
Il corpo dunque della Beata Maria Maddalena è veramente nel castello
di S. Massimino, come quello di S. Marta sua sorella è a Tarascon. Il
fratello poi di loro, Lazzaro, fu Vescovo di Marsiglia. E la spelonca
di S. Maria Maddalena, nella quale essa fece penitenza trent'anni,
dista da Marsiglia quindici miglia, e vi ho dormito dentro una notte,
immediatamente dopo la sua festa; ed è al fianco di un monte altissimo,
roccioso, e tanto vasta è quella spelonca, che a mio avviso, se ricordo
bene, possono starvi dentro mille persone. Vi sono tre altari, ed un
zampillo d'acqua come quello della fontana di Siloe, e una bellissima
strada vi conduce; e fuori e vicino all'ingresso della spelonca
vi è una chiesa, alla quale è addetto un sacerdote. Al di sopra di
quello speco l'altezza del monte è ancora tanta, quanta è quella del
Battistero di Parma; e lo speco è tanto elevato sulla pianura di quel
territorio che tre volte la torre degli Asinelli di Bologna, a mio
avviso e se ricordo bene, non potrebbe arrivarvi, sicchè gli alberi di
alto fusto che sono al piano, guardati da quel punto sembrano ortiche,
o salvia del Caspio. E siccome quella regione, o contrada, è ancora al
tutto disabitata e deserta, le donne e le nobili signore di Marsiglia,
quando per divozione si recano colà, fanno condurre dietro sè asini
carichi di pane, di vino, di torte, di pesci e di quali altre vivande
desiderano. Sulla strada però, a cinque miglia dalla spelonca, vi è
un monastero delle Albe, che hanno molte deferenze pei frati Minori,
e di buon grado li veggono, li accolgono, servono loro con ogni
attenzione il bisognevole, ed offrono un'agiata ospitalità. A riprova
poi dell'invenzione del vero corpo della Maddalena concorre un miracolo
che a que' giorni fece il Signore mercè di lei, a dimostrare che quello
ne era il vero corpo. Ed eccolo. Camminando in quel tempo un giovane
beccaio per una strada, incontrò un suo conoscente, che gli domandò
d'onde venisse. Ed egli rispose: Torno dal castello di S. Massimino,
ove di recente è stato scoperto il corpo della beata Maria Maddalena,
della quale ho baciato una tibia. A cui disse. No, non avrai baciato
una tibia di lei, ma quella di un'asina, o di un asino, che i chierici
a guadagno mostreranno ai semplici. Ed essendosi perciò acceso alterco
acre tra loro, l'incredulo non divoto della Maddalena appioppò diversi
colpi di spada al divoto, nè, la mercè di Maddalena, gli produsse
ferita di sorta. Il divoto della Maddalena, a sua volta aggiustò un sol
fendente al non devoto, e non bisognò il secondo, chè subito perdette
la vita e ritrovò la morte. Dolentissimo poi il difensore della
Maddalena d'aver ucciso un uomo (e l'aveva fatto a propria difesa,
e malgrado, e fortuitamente) e temendo di essere preso dai parenti
dell'ucciso, si ricoverò ad Arles, e poscia a S. Egidio, per essere
quivi sicuro e lasciar sbollire gli sdegni. Ma il padre dell'ucciso
spillando dieci lire ad un traditore, fece imprigionare l'uccisore del
figlio, già condannato nel capo. Ma la notte precedente il giorno, in
cui doveva essere impiccato, a lui che vegliava apparve in carcere la
Maddalena, e gli disse: Non temere, o divoto mio, e difensore zelante
della mia gloria, che non morirai. Io ti assisterò al momento opportuno
in modo che tutti quelli che vedranno, ne rimarrano esterrefatti, e
scioglieranno inni di grazie al Signore, che opera miracoli, e a me di
lui serva. Ma quando sarai liberato, riconosci da me questo beneficio a
te conferito, ed a vantaggio dell'anima tua, abbine gratitudini a Dio
tuo liberatore. Ciò detto, la Maddalena sparve lasciandolo consolato.
L'indomani fu appeso alla forca senza riportarne nè guasti al corpo,
nè dolore all'anima. Ma poscia a poco, ecco d'improvviso, a vista di
tutti gli spettatori calare dal cielo a rattissimo volo una colomba
candida come la neve, e posare sul patibolo, sciogliere il capestro
dal collo dell'impiccato devoto alla Maddalena, e deporlo in terra
illeso. Ma gli ufficiali pubblici e i giustizieri, per insistenza de'
parenti dell'ucciso, volendolo di nuovo appendere, per opera de' beccai
si evase, de' quali era ivi adunata gran caterva armata di spade e di
bastoni. (Tanto s'adoperavano perchè era stato collega ed amico, ed
anche perchè avevano ammirato il prodigio chiaro e stupendo). Avendo
poi raccontato a tutti che aveva commesso quell'omicidio suo malgrado,
e per ragione di difesa sua e dell'onore della Maddalena, e che essa
gli aveva già promesso in carcere che al momento opportuno lo avrebbe
liberato, ne ebbero consolazione e cantarono lodi a Dio e alla beata
Maria Maddalena liberatrice del devoto di lei. Il Conte di Provenza,
udito parlare di questi fatti, volle vedere quell'uomo, e udirseli
raccontare dalla bocca di lui, e tenerlo in Corte finchè campasse; ma
egli rispose che se vi fosse chi lo facesse anche padrone di tutto il
mondo, non vorrebbe finir la sua vita altrove che in servizio della
Maddalena, nel castello di S. Massimino, ove il corpo di lei era stato
di recente scoperto, cioè nel 1283. E così fece. E nello stesso anno,
nel mese di Giugno, dovevano battersi a duello Re Carlo, e Pietro Re
d'Aragona. Titoli di Re Carlo, che fu Re di Gerusalemme e Sicilia,
Duca di Puglia, Principe di Capua, Senatore dell'Alma Città, Principe
dell'Acaia, d'Anjou[54], di Provenza, Conte di Forcalquier[55] e
di Tonnerre[56]. Avendo Pietro Re d'Aragona inviato con sue lettere
credenziali il Prefetto di Marsiglia a Re Carlo, allo scopo di trattare
e concludere un matrimonio tra un figlio di detto Pietro e una figlia
d'un figlio del predetto Re Carlo; pochi giorni dopo quelle trattative
di matrimonio, del quale lo stesso Pietro si diceva desiderosissimo,
secondo che ne assicurava quel prefetto, e secondo che egli stesso
esprimeva nelle sue lettere credenziali, e dopo molte altre amichevoli
dimostrazioni da parte di Pietro stesso fatte allo stesso Re Carlo
per mezzo del preaccennato Prefetto, Pietro Re d'Aragona spogliò
Re Carlo del Regno di Sicilia con una frode, che si copriva sotto
le apparenze di trattative di pace e parentela tra loro. E avendo
Pietro Re d'Aragona già allestito navi e quanto occorre a guerra per
navigare alla volta della Sicilia, il Re di Francia mandò a lui una
straordinaria ambasciata e messi speciali, a significargli che non
andasse punto contro suo figlio Re Carlo, nè ponesse piede sul regno
di lui, perchè se mai facesse ingiuria a Re Carlo, o all'erede di Re
Carlo, la reputerebbe fatta alla propria persona. E Pietro con cortesia
e benignità rispose agli ambasciatori che egli non aveva per nulla
intenzione di fare ingiuria a Re Carlo, nè all'erede di Re Carlo; ma
desiderava di andar oltremare contro gli infedeli Saraceni, e che tutto
quel di territorio potesse conquistare, lo assegnerebbe a quel proprio
figlio che prendesse moglie la figlia del figlio di Re Carlo. Ricercò
per di più al Sommo Pontefice la decima delle terre dello Stato della
Chiesa in aiuto di quell'impresa, che voleva compiere oltremare contro
i Saraceni, ad esaltazione e gloria della fede cristiana; e pregollo
altresì di voler prendere sotto la propria custodia e tutela il suo
regno di Aragona. Quando poi Re Carlo ebbe notizie che Pietro con quel
tessuto di menzogna era riuscito a por piede in Sicilia, per mezzo di
messi speciali e per lettere gli impose di ritirarsi dal suo regno,
e per nessun pretesto lo occupasse. Ma Pietro, fidente nelle proprie
forze e nelle popolazioni della Sicilia, rispose che non sgombrerebbe
mai dal Regno di Sicilia, finchè potesse tenerlo in suo dominio. Udita
tale risposta, Re Carlo, che allora era in Puglia, adunò un esercito
innumerevole di fanti e di cavalli, e per mare con immenso naviglio
mosse contro di lui. Ma i Cavalieri più saggi, che accompagnavano
l'uno e l'altro Re, ad evitare che tanta moltitudine d'uomini fosse
condotta a strage, proposero che tra Re Pietro e Re Carlo si facesse
un duello. E furono eletti sei probi e prudenti Cavalieri dall'una e
dall'altra parte, che dovevano ordinare e disporre in che luogo, in
che modo, con quali formalità, in che tempo e come s'avesse a fare il
duello. I quali tutti concordemente deliberarono e statuirono per lo
meglio che si dovesse fare a Bordeaux, città della Guascogna, sotto la
Podestà e il dominio del Re d'Inghilterra, e definitivamente fissarono
che l'uno e l'altro, Re Carlo e Re Pietro d'Aragona eleggessero
que' cento de' loro migliori Cavalieri che volessero, e con loro i
Re medesimi in persona si dovessero trovare al 1.º di Giugno 1283
indizione 11ª nel luogo prestabilito; e che nel medesimo luogo e
città si dovesse preparare un campo tutt'intorno chiuso, sicchè
nessuno potesse entrare, tranne i detti Re e loro Cavalieri. Le quali
cose tutte Re Carlo e Re Pietro giurarono sul santo Vangelo di Dio
di osservare appuntino e che al dì prefisso, nel preindicato luogo
anderebbero coi duecento cavalieri, salvo impedimento di salute, e
che tra loro personalmente si batterebbero. Così pure sul Vangelo di
Dio giurarono che chi non si trovasse al convegno nel giorno e nel
luogo prestabilito, si dovesse per tutta la di lui vita chiamare non
Re, ma mentitore, traditore, e mancatore della fede data, e che del
resto non potesse avere nè conseguire onore alcuno al mondo; e se da
persona ne fosse interrogato, non lo dovesse negare, ma dappertutto
e a tutti e singoli l'avesse da confessare. Il serenissimo Re Carlo,
illustre protettore e scudo della sacrosanta madre Chiesa romana e
della fede cristiana, secondo le convenzioni e i patti preaccennati,
al tempo prefisso, presente Giovanni di Grillo Cavaliere siniscalco
dell'illustre Re d'Inghilterra, e presenti moltissimi altri Giudici e
Ufficiali del detto Re d'Inghilterra, di lui Luogotenenti in Guascogna,
e specialmente nella città di Bordeaux, si presentò in questa città al
giorno prefisso, con i suoi cento Cavalieri per battersi personalmente
in duello, e aspettò Re Pietro da mattina a sera. Ma Re Pietro,
quantunque da più persone degne di fede fosse stato veduto sano di
corpo il giorno precedente, e tanto vicino alla città di Bordeaux,
che, se avesse voluto, avrebbe potuto trovarvisi, tuttavia non vi
andò, non comparve; nè esso, nè altri per lui ne fece scuse di nessuna
sorta. Dovendo dunque il detto Pietro d'Aragona, giusta le ragioni e
le convenzioni sopra allegate, essere spogliato e privato d'ogni onore
reale, e passar sempre la vita sua nell'ignominia, il Legato, per
mandato del Sommo Pontefice, conferì il Regno d'Aragona all'illustre Re
di Francia pel figlio di lui. Il Re di Francia lo accettò, e inviò sua
gente ad occuparlo dalla parte della Navarra, e ordinò di fare subito
una leva generale nella Catalogna. Il Re Carlo va in Francia, e deve
trovarsi ad un abboccamento col Re d'Allemagna. Il Re di Francia e il
Re d'Inghilterra inviano loro gente in aiuto del Re di Castiglia contro
i di lui figli ribelli; in aiuto del quale andò Boise Re de' Mori con
10000 soldati, e ricuperò già molte terre; e si è fatto accordo che i
nepoti del Re di Francia abbiano da avere il regno dopo la morte dello
stesso Re di Castiglia. Il Re di Portogallo e dell'Algarvia scrisse
al Re di Francia e al Re d'Inghilterra, e inviò a loro messi speciali
per significare che era dolente della fatuità di Pietro suo cognato,
e che era pronto a fare ciò che volessero. Il Re d'Inghilterra negò al
figlio del detto Pietro la sua figlia che gli aveva promessa moglie; e
il Re di Maiorica mandò una solenne ambasciata e lettere per avvisare
che non voleva immischiarsi negli affari di suo fratello. E si crede
per fermo che si firmassero patti secreti tra lui e il Re di Francia a
Moissac[57], ai 27 di Giugno, indizione 11.ª. E nota che quando i due
detti Re giurarono di fare quel duello, Papa Martino IV s'interpose
per consiglio e assenso de' suoi Cardinali, e proibì che si facesse;
ma la sua opposizione non approdò a distorne l'ostinato animo di
Carlo, se pure Pietro d'Aragona si fosse prestato a farlo. Tuttavia
non mancano coloro che scusano Pietro Re d'Aragona d'essersi sottratto
al convenuto duello, e sostengono che non presentossi, perchè il Re di
Francia stava pronto con un esercito vicino al luogo del combattimento
per soccorrere al bisogno suo zio Re Carlo. E vi fu chi disse che Re
Pietro sotto mentite spoglie di mercante andò fino presso al luogo
fissato pel combattimento per non infrangere il giuramento, e ne fece
rogare atto pubblico: e che poi se ne sottrasse per timore che il Re di
Francia accorresse in aiuto di Carlo. Nell'anno sussegnato s'incendiò
il convento dei frati Predicatori in Verona, e ne furono danneggiati
assai, essendone bruciati i libri, e fusi i calici. Lo stesso
infortunio toccò ai frati Minori presso Lione, dopo Natale, la sera di
S. Stefano, quando colà risedeva Papa Innocenzo IV co' suoi Cardinali.
In quell'ora frate Pietro di Belleville, un vecchietto, studiava la
predica che doveva fare l'indomani; ed essendosi addormentato, s'accese
il fuoco; e se, svegliatosi, avesse gridato, avrebbe avuto soccorso,
ma invece s'affrettò alla cucina per una secchia d'acqua, volendo
all'insaputa di tutti estinguerlo; ma quando tornò, il fuoco era tanto
dilatato, che ne bruciò il dormitorio e tutti i libri. Ed in quell'anno
io mi trovai là con frate Giovanni da Parma Ministro Generale, cui il
Papa voleva mandare in Grecia. E nel detto millesimo 1283, abitando io
nel convento di Seggio, il dì d'Ognissanti, dopo mattutino, uscendo
di chiesa entrai nel chiostro, ed ivi stetti all'aperto sul prato;
e pioveva dall'alto una pioggia copiosa, e più alto ancora io vedeva
contemporaneamente un cielo sereno, lucidissimo e trapunto di stelle.
Questa cosa l'ho vista anche un'altra volta l'anno dopo, ma di giorno,
e non potei vedere le stelle.
a. 1284
L'anno 1284, indizione 12., il 27 di Febbraio, si udirono terribili
tuoni, quali sogliono udirsi il giorno di S. Gervaso e Protaso,
e Giovanni e Paolo piovve e grandinò. L'anno stesso i Parmigiani
costruirono un bel ponte di pietra sul torrente Parma, dove era ab
antico un ponte di legname, che si diceva di donna Egidia[58]. E fu
donna Egidia da Palù, che aveva anticamente fatto costruire quel
ponte di legno, quando il Comune di Parma assegnò a Bonacorso da
Palù una porta della città, da difendere, ed era allora vassallo del
Comune di Parma, perchè occupava quella porta, e dal Comune avevala
avuta. Ma in seguito per le accese ire dei partiti, e per rottura
tra la Chiesa e l'Impero, i Parmigiani in odio al partito imperiale
ruinarono quella porta sino alle fondamenta. Parimente in quest'anno
si cominciò in Parma un nuovo e bel campanile tra la Chiesa maggiore e
la canonica[59], dove prima era il vecchio. In detto anno vi fu anche
abbondanza di frumento; di vino se n'ebbe poco a confronto dell'anno
anteriore, ma buono; d'ogni sorta frutti ve ne fu gran copia... fu
misericordia di Dio, giacchè gli anni precedenti, a cagione de' bruchi
da frutti, le piante non ne portarono a maturità.... Nello stesso
millesimo molti fatti accaddero non veramente degni di storia, ma che
però non debbono passare al tutto sotto silenzio. In assenza di Re
Carlo, il figlio di lui, al quale aveva affidato il Regno di Puglia,
andò e commise battaglia navale coll'armata di Pietro d'Aragona, e la
sua armata fu rotta, ed egli stesso prigioniero; nè vi era presente
il Re d'Aragona, ma l'Ammiraglio di lui colle sue navi. Arrivato poi
Re Carlo a Napoli, pochi giorni dopo la cattura del figlio, convocata
un'adunanza, proclamò suo figlio uno stolto, pazzo, insensato, e
che aveva operato senza senno, commettendo battaglia senza il suo
consiglio, e perciò non voleva prendersi pensiero di lui, come non
fosse mai nato. E lo diseredò, gli tolse il Principato e lo assegnò
al figlio del figlio prigioniero. E a dimostrare allegrezza, e far
scomparire ogni segno di lutto, ed esaltare la promozione del nipote,
fece in città co' suoi cavalieri un torneo; e così si finse sereno e
senza rabbia. Tuttavia in processo di tempo si trovò in brutte acque,
a tale che, quanto a denari, ne cercò a' suoi amici per le città
Lombarde; ed anche i Parmigiani per amichevole soccorso gli diedero
due migliaia di fiorini d'oro, cioè mille lire imperiali. E credo che
anche altre città gli stendessero la mano soccorrevole. Questi due Re,
cioè Carlo e Pietro d'Aragona, gravi e reciproche insidie si tramavano
a cagione del possesso del Regno di Sicilia; ma la loro fine sta ancora
sepolta nell'avvenire. Ora, che scriviamo queste cose volge l'anno
1284, settembre, giorno dell'esaltazione della santa Croce; e chi ama
il Re d'Aragona dice di lui ogni bene; e chi ama Re Carlo dice ogni
bene di Re Carlo. In questo stesso anno, la città di Modena si divise
in due fazioni; e cagione di tale scissura furono alcuni omicidii
commessi maliziosamente, turpemente e vergognosamente senza che i loro
autori ne toccassero la dovuta pena, cioè senza applicazione della
legge. E quelli da Rosa, ossia di Sassuolo andarono fuori di città
con quelli di Savignano e co' Grassoni e loro aderenti, tanto popolani
che militari; ed occuparono Sassuolo, Savignano[60], Monbaranzone[61],
e in breve, occuparono tutta la zona di territorio al di sopra della
strada Emilia. Fortificarono Sassuolo, inchiudendo nella cerchia dei
fortilizii tutte le case del paese, e cavarono fosse d'ogni intorno;
e scorrazzavano per la diocesi di Modena, devastando, incendiando e
rapinando, perchè quelli della città non li volevano lasciar rientrare.
E mandaron dicendo ai Parmigiani che accettassero le chiavi de' loro
castelli e delle fortezze che avevano, e fossero loro Signori. Quelli
poi che erano in città licenziarono il loro Podestà, Pallastrelli di
Piacenza, pagandogliene il salario, e crearono Podestà un Pistoiese,
e posero a ruina le case e i palazzi dei fuorusciti. E quando i
Parmigiani mandarono i loro ambasciatori a Modena per rappacificare
tra loro i due partiti, mentre gli ambasciatori andavano per la città
pregando di fare quanto era necessario per la pacificazione, i Modenesi
stavano per le vie sull'armi alle porte delle case loro, e digrignavano
i denti contro gli ambasciatori Parmigiani, e andavano ripetendo:
Che si fa? Gettiamoci sopra di loro, dilaceriamoli, perchè son essi
che ruinano la città nostra. E così calunniavano chi non aveva colpa;
stantechè per contrario i Parmigiani molte volte hanno sguainate le
spade a favore di Modena contro i Bolognesi. Gli ambasciatori inviati
dai Parmigiani a Modena erano: Il Capitano del popolo Egidio Milleduci,
che è maestro di leggi, ed altri non pochi, che riferirono al ritorno
queste scene ai Parmigiani nel palazzo, in pieno Consiglio generale.
Ed i Parmigiani ridevano all'udir queste cose, nè vi fu persona che
proferisse sinistre parole contro i Modenesi. Poichè sapevano tutti
di non aver inferto alcun danno a Modena, e sapevano anche che la
causa della ruina di Modena era il tizzone della discordia ardente
tra i Boschetti e quelli di Savignano. E i maggiorenti che erano in
Modena, e che furono e ne sono i capitani, erano i Rangoni, i Boschetti
e i Guidi. E al principio di questo dissidio i Modenesi di dentro
la città fecero grande allestimento d'armi e di tutte le cose che a
guerra sono necessarie; e approntarono carri carichi di vettovaglie,
di baliste e d'armi, e condussero numerose squadre contro i Modenesi
fuorusciti, sperando di avvilupparli; e con questo apparato corsero
sopra Sassuolo, e cominciò un combattimento con quelli di Sassuolo.
(Sassuolo è un castello a dieci miglia da Modena sulla Secchia). Ma i
Modenesi fuorusciti si trovavano a Savignano. Tostochè Manfredino di
Sassuolo seppe che i suoi erano alle prese coi nemici, e che virilmente
si battevano aspettando soccorso, coll'eccitamento nell'animo disse
a quelli di sua parte: Se vi è chi sia mio amico, si unisca a me, ed
ora ne faccia prova, e combattiamo oggi per noi e pei nostri amici.
Lo seguirono allora tutti quelli che erano atti a portare le armi,
giovani e vecchi, eccetto quelli che erano necessari a tenere guardia
a Savignano; ed irruppero poderosamente contro i Modenesi di dentro
la città, e li sconfissero, molti ne passarono a fil di spada, e molti
ne fecero prigionieri, e fecero bottino di tutte le vettovaglie e del
materiale da guerra. È vero però che i vinti, quand'ebbero veduto
la fierezza dell'assalto e l'audacia de' loro nemici concittadini,
si diedero a fuggire gettando via le armi e i vestiari e quanto
portarono, pensando solo a salvarsi. Sapute i Parmigiani queste cose,
mandarono con grande apparato ai Reggiani otto ambasciatori, persone
che tutte erano state più volte insignite dell'ufficio di Podestà di
città cospicue, a pregarli di non far pazzie, come i Modenesi, e non
rovinare la patria; e si fermarono a Reggio non pochi giorni, ed io
li ho veduti, ed ho loro fatto visita, perchè in quel tempo io era
addetto al convento di Reggio. (Gli ambasciatori Parmigiani erano:
Matteo da Correggio, Bonacorso di Montecchio, Rolando Putagio, Rolando
degli Adegherii, Ugolino Rossi, Egidiolo di Marano, e due popolani,
i cui nomi non ricordo). Ai quali i Reggiani risposero che avessero
pur eglino cura e sollecitudine di custodire la loro Parma, ch'essi
s'adoprerebbero a custodire la città propria, a ciò non cadesse a
ruina. E i Reggiani diedero risposta di questo tenore, perchè tanto
in Parma che in Reggio regnava una certa ambizione e gelosia, quasi
volessero dire: _O medico, cura te stesso_. In Reggio, oltre il partito
imperiale, già da lungo tempo espulso, vagante ed errante in esilio,
s'erano formati due partiti tra quelli che tenevano per la Chiesa,
dei quali uno si diceva il superiore, e l'altro l'inferiore. Del
partito superiore della città di Reggio erano principali personaggi
e Capitani: Azzone Manfredi, Antonio Roberti, Tomasino suo figlio, e
Matteo Fogliani co' suoi seguaci. Del partito inferiore erano capi:
Rolandino di Canossa, Francesco Fogliani, il suo fratello Prevosto di
Carpineti co' suoi aderenti, Guido da Albareto, Ezzelino suo figlio,
ed un altro Rolando, Abbate di Canossa, Scarabello, Manfredino di
Guercio, Ugo di Corrado, Corradino suo figlio, Giacomino de' Panzeri,
Tomasino suo figlio, Bartolomeo dei Panzeri, Zaccaria suo figlio,
Guglielmo de' Lupicini Abbate di S. Prospero (che fece pace coi Bajardi
e si rimase nel suo monastero) e Garsendonio de Lupicini (costui poi
disertò, abbandonando il partito, e fece adesione a Matteo Fogliani,
e s'imparentò con lui, accettando una figlia per moglie al proprio
figliuolo Ugolino), finalmente Guido de' Lupicini, e più altri. In
Parma poi vi era questa divisione: Obizzo Sanvitali Vescovo di Parma
coi di lui seguaci era capo dell'una parte; dell'altra parte era Ugo
Sossi germano consanguineo di lui, essendo figli di due sorelle,
ed ambidue nipoti di Papa Innocenzo IV. Per Ugo Rossi tenevano
quelli da Correggio e molti altri notabili Parmigiani. Queste sono
pompe ed ambizioni da lasciarsi in disparte e degne dello sprezzo
degli uomini sennati, perchè l'Apostolo dice... Frattanto accortisi
i Reggiani d'aver data risposta di poco garbo agli ambasciatori
Parmigiani, pentiti, e costretti da necessità, elessero alcuni proprii
ambasciatori, li inviarono ai Parmigiani e dai Parmigiani ottennero
tutto quello che vollero, e li fecero giurare sull'anima propria di non
venir meno a quello che domandavano, cioè se l'un partito di Reggio
malignamente espellesse l'altro, i Parmigiani aiuterebbero sempre
chi fosse stato iniquamente espulso, e molte altre cose si pattuirono
utili a mantenere in città la concordia. Gli ambasciatori mandati dai
Reggiani ai Parmigiani erano: Rolandino di Canossa, Guido da Tripoli,
ed un Giudice, Pietro di Albinea, che fu l'oratore dell'ambasciata.
Questi avendo, nel loro albergo in borgo di S. Cristina, udito
parlare di Asdente, profeta de' Parmigiani, lo mandarono a chiamare
per consultarlo intorno alle sorti della loro città; e gli imposero
sulla sua coscienza di non tacer nulla di quello che Dio stava loro
preparando per l'avvenire. Ed egli rispose che se si conservassero
in pace sino a Natale, sfuggirebbero all'ira di Dio; diversamente
berrebbero tutto il calice dell'ira divina, come l'avevano ingollato i
Modenesi. Essi risposero che si sarebbero mantenuti in pace; che anzi,
per raffermare la pace e l'amicizia, si disponevano a stringere tra
loro vincoli di parentela per mezzo di matrimonii. Ai quali egli di
ripiglio soggiunse che queste cose si facevano da loro con mala fede, e
che sotto il velo della pace si nascondeva il veleno. Se ne ritornarono
pertanto gli ambasciatori, e non si parlò più in seguito di matrimonii;
studiarono vieppiù a fabbricare materiale da guerra, che a mantenere
una scambievole amicizia; e si verificò di loro quello che Michele
Scoto disse in que' suoi versi, ne' quali vaticinava il futuro:
Et Regii partes insimul mala verba tenebunt.
In Reggio ogni fazion rotta ha la fede,
Le lingue arrota, si dilania e fiede.