bruchi da frutti, che a' giorni nostri nessuno ne ricorda l'eguale,
e sbrucarono tutti i frutteti, fiori e fronde, e le piante parevano
come sogliono essere d'inverno, mentre a primavera erano fronzute
e fiorite benissimo; e quando que' bruchi non trovarono più di che
pascersi sulle piante fruttifere, fecero passaggio a quelle dei
salici, e anche quelle rodevano; risparmiarono soltanto le fronde de'
noci, e credo fosse per la loro amarezza. In seguito cominciarono a
cadere a terra grossi e grassi, e strisciavano pe' campi e per le
strade, e finalmente morivano; nè quelli erano bruchi da orto, ma
d'altra specie. Lo stesso anno infierì gran carestia di biade, cioè di
frumento, di spelta, di melica, di fava, di legumi d'ogni specie. Lo
stesso anno fu anche levato, nel giorno de' beati apostoli Filippo e
Giacomo, l'interdetto ai Parmigiani, loro imposto per cagione de' frati
Predicatori, che avevano fatto bruciare per eretica una donna di nome
Alina. E spontaneamente erano usciti tutti i frati Predicatori da Parma
colla croce e in processione, perchè alcuni stolti s'erano avventati
fin dentro il loro convento, e ne avevano ferito alcuni; ma quei
mascalzoni, che avevano portato offesa ai frati Predicatori, furono
gravemente puniti dai Parmigiani. Quell'anno molte persone fecero
tra loro concordia nella città di Reggio; i Parmigiani e i Cremonesi
con loro compagnie andarono a devastare le biade di quei di Soncino,
perchè Boso di Dovaria aveva in quel castello la sua residenza, e
sperava di entrare in Cremona, se l'avesse potuto; ma non gli fu
permesso. Quell'anno il Marchese di Monferrato andò e si mise a campo
nella diocesi di Lodi ad una coi Milanesi, Pavesi e loro carroccio,
e per dir breve e sbrigarmi presto, con tutte le città di parte sua,
cioè Vercellesi, Novaresi, Alessandrini, Comaschi e con tutti gli
altri suoi amici, e andava dicendo che voleva ridonare la pace alla
Lombardia. Ma quelli che parteggiavano per la Chiesa non gli prestarono
fede, e unanimi gli si opposero, e si prepararono a resistenza e a
guerra contro di lui. E subito in prima linea i Cremonesi uscirono
contro tanta oste, e mandarono pregando i Parmigiani che senza indugio
accorressero col loro carroccio a difendere Cremona; e subito andarono.
E quando si sperò che la battaglia fosse vicina, Parmigiani e Cremonesi
chiamarono ad accorrere i loro amici, cioè Ferraresi, Bolognesi,
Modenesi, Reggiani, Bresciani e Piacentini, i quali prontissimi
volarono al campo. E Capitano e condottiero di tutti questi fu Lodovico
Conte di S. Bonifacio di Verona, che allora era Podestà di Parma.
Ma il Marchese prenominato sentissi il tremore in corpo sul punto
d'azzuffarsi con loro, e di soppiatto si allontanò, e ritornarono tutti
dell'una e dell'altra parte alle loro città senza essersi misurati
coll'armi. E mentre erano ancora tutti in Cremona, prima di separarsi,
tutti quelli del partito della Chiesa fecero magnifiche onoranze ai
Parmigiani, e sopratutti i Bolognesi, che sono sempre nobili cavalieri
e gentiluomini, fecero un torneo attorno al Carroccio de' Parmigiani
per ingraziarseli e mostrarsi loro amici. Perocchè i Parmigiani erano
ben voluti da Papa Martino IV, che un tempo aveva studiato leggi in
Parma, alla scuola di Uberto da Bobbio, ed erano nelle buone grazie
della Corte Romana e di Re Carlo, perchè erano sempre pronti a correre
in aiuto della Chiesa. Oltracciò avevano alla Corte un Cardinale
oriondo di Parma, ossia di una villa della diocesi di Parma, che
si chiama Gainago[41]. (In questa villa io frate Salimbene ho avuto
molti possedimenti). Questi aveva attinenze di parentela con maestro
Alberto da Parma, che fu sant'uomo, ed uno dei sette Notai della Corte,
in grazia del quale, e inoltre per ragione dalla sua abilità nelle
lettere, della sua bontà, onestà e intraprendenza, Papa Nicolò III
lo fece Cardinale, e si chiamava Gerardo _Albo_.[42] Papa Martino IV
mandò costui in Sicilia a richiamare i Siciliani all'obbedienza della
Chiesa quando si ribellarono a Re Carlo, e a Palermo uccisero tutti
i Francesi, uomini e donne, e i bambini li battevano a morte contro
le pietre, e alle gravide apersero il ventre. Ed un certo Giudice
francese, nell'atto di uscire di casa per sedare il popolo tumultuante,
fu pregato da un savio cittadino di non immischiarsi fra il popolo, ma
anzi se la svignasse per una finestra appartata, e salvasse sua vita.
S'appigliò al consiglio, e andò ad un certo castello per mettersi
al sicuro. Ma scorto, lo inseguirono i Palermitani, s'impossessarono
del castello, e tratto il Giudice sulla piazza di Palermo lo fecero
a brani. I Messinesi però non incrudelirono tanto contro i francesi,
ma li spogliarono dell'armi e dell'avere, e li inviarono a Carlo loro
Signore, che in quei giorni era tornato indietro per non perdere
Napoli, e perchè Pietro d'Aragona aveva invaso da quella parte la
Sicilia, e aveva per alleati il Re di Castiglia e il Paleologo. Questo
Pietro Re d'Aragona aveva moglie una figlia del Principe Manfredi; e
il Principe Manfredi, cui Carlo aveva tolta la vita, era figlio del
fu Imperatore Federico 2.º. Il Paleologo poi era un tale che teneva
a Costantinopoli la Signoria dei Greci dopo aver ucciso il figlio di
Vattaccio, precedente Signore de' Greci stessi, per potere su loro
signoreggiare; e temeva che Re Carlo e Papa Martino IV volessero
invadere Costantinopoli. Ma papa Martino IV voleva prima sbrigarsi
di Forlì, che teneva occupata tutto la Romagna. E la Romagna era una
piccola Provincia, ma ricca, fertile e popolosa, tra la Marca d'Ancona
e la città di Bologna. E la Chiesa Romana la ebbe in dono da Rodolfo
eletto Imperatore a' tempi di Gregorio X; stantechè spesso, i Romani
Pontefici, quando si fanno le elezioni degli Imperatori, procurano
di raspar qualche lembo di territorio da aggregare al loro dominio
temporale. Nè agli Imperatori di recente eletti conviene negare quello
che loro è domandato: sia per ragione di cortesia e liberalità, che
in sul principio dell'impero vogliono mostrare verso la Chiesa; sia
perchè considerano come un dono loro fatto tutto quello che acquistano
diventando Imperatori; e poi perchè ripugna loro mostrarsi meno che
liberali prima di aver in capo la corona; finalmente per non esporsi
al danno e alla vergogna d'una ripulsa. Ora per una parte Rodolfo,
eletto Imperatore in Allemagna, è in pace; e per l'altra la Chiesa
pare non curarsi di coronarlo. Perciò il Papa inviò il prenominato
Cardinale ai Siciliani; i quali risposero che di buon grado volevano
obbedire ai comandi della Chiesa, ma che respingevano come esorbitante
la dominazione Francese. Per questa cagione i Francesi erano sulle
mosse coll'armata e coll'esercito numerosissimo per soccorrere Re
Carlo. Quello che ne nascerà, lo vedranno i superstiti. In quell'anno
Papa Martino abitò in Orvieto; poscia passò a Montefiascone. Parimente
nel medesimo anno, in concistoro, alla presenza del Papa e de'
Cardinali, furono letti dispacci che annunziavano come il Paleologo
in Costantinopoli avesse creato un Papa Greco e Cardinali Greci. I
Perugini l'anno stesso si posero sull'armi per correre a devastare
Foligno; ma il Papa mandò loro intimando che desistessero, altrimenti
li scomunicherebbe: (sappi che Foligno era dell'orto di S. Pietro). I
Perugini però non se ne trattennero; corsero e devastarono tutta quella
Diocesi sino alle fossa della città, e furono scomunicati. Ma perciò
sdegnati fecero fantocci di paglia rappresentanti Papa e Cardinali,
li trascinarono ad ignominia per le strade della città, e poi sino
ad un certo monte, sulla vetta del quale fecero del Papa vestito di
rosso un falò, ed altrettanto de' Cardinali, battezzando i fantocci
per rappresentanti quale dell'uno, quale dell'altro Cardinale. E noto
che i Perugini credevano in buona fede d'aver ragione di battere i
Folignati e sterminarli, perchè essendosi una volta battuti gli uni
contro gli altri, Perugini e Folignati, questi scatenarono contro
quelli tanta furia di strage, e tanta vergogna e avvilimento inflisse
Iddio in quella battaglia ai Perugini, che una vecchietta di Foligno
con un bastoncello di cannuccia bastò a far andare in carcere dieci de'
Perugini; e altrettanto poterono fare altre donne, senza che a quei
di Perugia restasse tanto di ardire nel cuore da tener testa neppure
a singole donniciuole. Nel sussegnato millesimo, verso S. Martino, un
certo uomo di Soncino, che si chiamava Rossi degli Infonditi, diede a
tradimento quella terra ai Cremonesi, che ora sono dentro la città,
cioè al partito della Chiesa, e, per tale tradigione del castello
di Soncino, si ebbe premio quattrocento lire imperiali. Parimente
lo stesso anno, a fin di maggio, per quattro o cinque giorni si ebbe
tanto caldo che sarebbe parso eccessivo anche pel Luglio; e i contadini
dicevano che nocque assai al frumento; poichè è detto nel libro di
Giobbe 37.º: _Il frumento desidera le nubi_: massimamente quando è in
fiore e in granitura. E non vi fu invero piena annata di raccolta di
frumento; ma di quelle biade, che i contadini chiamano minute, l'anno
fu ubertosissimo, cioè di panico, di miglio, di melica, di fagiuoli
e di rape; anche la vendemmia fu abbondante; ma la grandine devastò
le vigne in più luoghi. Così nella state dello stesso anno si udirono
terribili e orribili tuoni, che parevano quasi visibili e palpabili,
così che molti un giorno, verso sera, per terrore caddero a terra, e
nella notte seguente i tuoni si rinnovarono spaventevoli. Nel predetto
millesimo fu anche celebrato un Capitolo generale de' frati dell'ordine
dei Minori in Allemagna a Strasbourg, sotto il ministro Generale frate
Buonagrazia. Allora il Conte Lodovico di S. Bonifazio di Verona fu
Podestà di Reggio dal 1.º Luglio al 1.º di Gennaio. E in Parma, nel
dì dell'Assunzione della Beata Maria Vergine, fu fatta una nobilissima
corte, che durò quasi un mese, e furono creati due cavalieri del casato
dei Rossi, cioè Guglielmino e Ugolino, fratelli germani, figli del fu
Giacomo di Bernardo di Rolando Rossi. E nella festa del Beato Michele
e del beato Francesco, in Ferrara fu fatta altra nobilissima corte,
perchè Azzone figlio del Marchese d'Este fu fatto cavaliere, e prese
per moglie una figlia di Gentile, figlio di Bertoldo Orsini, e fratello
del fu Papa Nicolò III romano. Nello stesso anno e nella stessa
stagione, anno 2.º del pontificato di Papa Martino, arrivò Pietro,
fratello del Re di Francia e Conte d'Artois, con grosso esercito di
Francesi, che andavano a soccorso di Carlo Re di Sicilia contro Pietro
Re d'Aragona; e il giorno di S. Ilarione Abbate creò a Reggio tre
cavalieri, due de' Fogliani, cioè Bartolino e Simone, e Rondanello
de' Taccoli; e subito ripartì lo stesso giorno, perchè s'affrettava
a soccorrere Carlo, e prima voleva anche fare visita a Papa Martino.
Nella seguente Domenica poi, 25 ottobre, si rappacificarono quelli
degli Strufi cogli Orsi e Salustri, nel convento de' frati Minori di
Reggio, per interposizione di frate Giovannino de' Lupicini, lettore
de' frati Minori a Reggio; ed erano presenti molti uomini e donne,
giovanetti e donzelle, vecchi e ragazzi. In questi tempi viveva
a Parma un pover uomo, che faceva il ciabattino, puro, semplice,
timorato di Dio, cortese, cioè di urbane maniere, ed illetterato;
ma aveva un intelletto tanto illuminato da intendere le scritture
di quelli, che predissero il futuro, cioè dell'Abbate Gioachimo, di
Merlino, di Metodio, della Sibilla, di Isaia, Geremia, Osea, Daniele,
dell'Apocalisse, non che di Michele Scoto, che fu astrologo di Federico
II. Imperatore. E molte cose ho udito da lui, che poscia avvennero;
p. e. che Papa Nicolò III doveva morire in Agosto, e che il successore
sarebbe stato Papa Martino, e molte altre cose, che stiamo aspettando
che accadano, se vivremo, giacchè:
Ratio praeteriti scire futura focit.
Quel che già fu, ciò che avverrà ne insegna.
Quest'uomo, oltre al nome proprio, che è maestro Benvenuto, comunemente
si chiama Asdente, cioè, per ironia, senza denti, perchè anzi ha
denti grossi, e non allineati regolarmente, e la favella ha intricata;
tuttavia intende e si fa intendere bene. Sta in Co' di Ponte a Parma,
presso la fossa della città, e presso il pozzo, lungo la strada che
va a Borgo 8. Donnino. Parimente nell'anno sussegnato, cioè 1282,
Papa Martino IV spedì un esercito in Romagna, composto di Francesi,
Lombardi, Toscani, e Romagnoli, e fece cingere d'assedio più mesi
Meldola, che non si potè prendere, ma però vi forono molte vittime
dell'una e dell'altra parte; e Papa Martino vi spese molte migliaia di
fiorini d'oro. Così pure nel millesimo suddetto fu stabilito il duello
che doveva farsi a Bordeaux tra Re Carlo e Re Pietro d'Aragona, come
diremo più innanzi.
a. 1283
L'anno del Signore 1283, Lodovico Conte di S. Bonifacio di Verona,
scaduto della Podesteria di Reggio, fermò sua stanza nella medesima
città, vicino alla chiesa di S. Giacomo e al convento dei frati Minori,
in casa di Bernardo da Gesso. E lo stesso anno 1283, da Lendinara[43]
venne a Reggio presso di lui sua figlia Mabilia, bellissima donzella, e
nella stessa casa di Bernardo da Gesso[44] ove abitava il detto Conte,
e nello stesso giorno che arrivò presso il padre, ella si maritò con
Savino Torriani Milanese, ricchissimo e potentissimo; e subito dopo
gli sponsali assistette alla messa della beata Vergine nel convento
de' frati Minori; ed, oltre i Reggiani, vi aveva un corteo di molti
cavalieri di Parma e di Modena, e il fior delle donne di Reggio; e,
subito dopo la messa ebbero imbandita una refezione. E l'imbandigione
in quella casa e nel convento di S. Giacomo non fu parca. Questo
avvenne nel suddetto millesimo ed anno, il venerdì precedente la
Domenica di Settuagesima, ai 12 di Febbraio; e il sabato successivo,
la mattina per tempissimo, si posero in viaggio per Parma; ed ivi lo
sposo e la sposa abitano presso il Battistero. Il sunnominato Conte era
figlio di Rizzardo, uomo saggio, prode cavaliere, valoroso in armi,
e dotto nell'arte della guerra. E quando Parma si ribellò a Federico
II, l'anno 1247, fa il primo ad accorrere in aiuto de' Parmigiani,
e, passando pel territorio di Guastalla, entrò in Parma con molti
armati. Il resto come abbiamo detto più sopra. Questo Conte Lodovico
ebbe moglie una tedesca, d'onde gli nacque la figlia prenominata, e
tre figli, che sono giovanetti bellissimi, cortesi ed istruiti, il
primo de' quali si chiama Vinciguerra. E nello stesso anno e millesimo,
l'ottava di Pasqua, che cadde nel giorno di S. Marco Evangelista, il
suddetto Conte, la sera, era agli estremi della vita; e in morte e
nel testamento affidò e raccomandò i suoi figli alle cure di Obizzo
Marchese d'Este, che li accolse affettuosamente e li trattò come figli
suoi, sebbene prima il Marchese non si trovasse in buoni accordi col
Conte. (E la cagione della discordia tra loro era stata la città di
Mantova, di cui ciascuno di loro ambiva la Signoria; ma sfuggì di mano
all'uno e all'altro, e la ebbe Pinamonte). E il predetto Marchese
rimise i figli del detto Conte in possesso di tutti i beni, che il
padre loro aveva in Lendinara. E la notte seguente al dì di S. Marco
morì, assistito dai frati Minori, dai quali si era confessato, e regolò
ottimamente le cose dell'anima sua. E la cittadinanza di Reggio pensò
ad onorare degnamente la salma di lui; e fece a larga mano le spese
del funerale, come a nobile personaggio conveniva, che era stato loro
Podestà e che si trovava espulso da' suoi possedimenti come partigiano
della Chiesa. Alle sue esequie intervennero tutti i Religiosi di Reggio
e molte Religiose, tutta la cittadinanza Reggiana, e molti foresi; e
i più nobili Reggiani ne portarono il feretro al convento de' frati
Minori, ove fu sepolto. Il suo corpo era vestito di scarlatto, con una
bella pelliccia di vaio e un bel manto, e così adorno fu deposto, il
lunedì successivo alla festa di S. Marco, in un magnifico Mausoleo,
che il Comune di Reggio a proprie spese gli fece erigere; ed ebbe la
spada cinta a' fianchi, al tallone gli speroni d'oro, una gran borsa
appesa alla cintura di seta, alle mani i guanti, al capo una bellissima
cappellina scarlatta, orlata di pelle di vaio, ed una clamide pure
scarlatta e ornata di pelliccio di vaio. Il detto Conte lasciò al
convento de' frati Minori il suo destriero e le sue armi. Sulla tomba
sta quest'epitafio:
Cum tua maiestas Lodoyce quae clara potestas
Urbis Veronae comes inclyte sub regione
Hac fait inclusa Libitine morsibus usa
Aprilis quina restabat lux peregrina
Ast octogeni tres anni mille duceni
Requietorio
Di Lodovico inclito Conte di Verona
Che compiuta la Podesteria di Reggio
Il primo di Gennaio
E la vita
Il cinque d'Aprile 1283
In quest'urna
Se ne chiusero le ceneri
E gli splendori della grandezza