L'anno 1282, indizione 10ª, si sviluppò una sì folta quantità di

bruchi da frutti, che a' giorni nostri nessuno ne ricorda l'eguale,

e sbrucarono tutti i frutteti, fiori e fronde, e le piante parevano

come sogliono essere d'inverno, mentre a primavera erano fronzute

e fiorite benissimo; e quando que' bruchi non trovarono più di che

pascersi sulle piante fruttifere, fecero passaggio a quelle dei

salici, e anche quelle rodevano; risparmiarono soltanto le fronde de'

noci, e credo fosse per la loro amarezza. In seguito cominciarono a

cadere a terra grossi e grassi, e strisciavano pe' campi e per le

strade, e finalmente morivano; nè quelli erano bruchi da orto, ma

d'altra specie. Lo stesso anno infierì gran carestia di biade, cioè di

frumento, di spelta, di melica, di fava, di legumi d'ogni specie. Lo

stesso anno fu anche levato, nel giorno de' beati apostoli Filippo e

Giacomo, l'interdetto ai Parmigiani, loro imposto per cagione de' frati

Predicatori, che avevano fatto bruciare per eretica una donna di nome

Alina. E spontaneamente erano usciti tutti i frati Predicatori da Parma

colla croce e in processione, perchè alcuni stolti s'erano avventati

fin dentro il loro convento, e ne avevano ferito alcuni; ma quei

mascalzoni, che avevano portato offesa ai frati Predicatori, furono

gravemente puniti dai Parmigiani. Quell'anno molte persone fecero

tra loro concordia nella città di Reggio; i Parmigiani e i Cremonesi

con loro compagnie andarono a devastare le biade di quei di Soncino,

perchè Boso di Dovaria aveva in quel castello la sua residenza, e

sperava di entrare in Cremona, se l'avesse potuto; ma non gli fu

permesso. Quell'anno il Marchese di Monferrato andò e si mise a campo

nella diocesi di Lodi ad una coi Milanesi, Pavesi e loro carroccio,

e per dir breve e sbrigarmi presto, con tutte le città di parte sua,

cioè Vercellesi, Novaresi, Alessandrini, Comaschi e con tutti gli

altri suoi amici, e andava dicendo che voleva ridonare la pace alla

Lombardia. Ma quelli che parteggiavano per la Chiesa non gli prestarono

fede, e unanimi gli si opposero, e si prepararono a resistenza e a

guerra contro di lui. E subito in prima linea i Cremonesi uscirono

contro tanta oste, e mandarono pregando i Parmigiani che senza indugio

accorressero col loro carroccio a difendere Cremona; e subito andarono.

E quando si sperò che la battaglia fosse vicina, Parmigiani e Cremonesi

chiamarono ad accorrere i loro amici, cioè Ferraresi, Bolognesi,

Modenesi, Reggiani, Bresciani e Piacentini, i quali prontissimi

volarono al campo. E Capitano e condottiero di tutti questi fu Lodovico

Conte di S. Bonifacio di Verona, che allora era Podestà di Parma.

Ma il Marchese prenominato sentissi il tremore in corpo sul punto

d'azzuffarsi con loro, e di soppiatto si allontanò, e ritornarono tutti

dell'una e dell'altra parte alle loro città senza essersi misurati

coll'armi. E mentre erano ancora tutti in Cremona, prima di separarsi,

tutti quelli del partito della Chiesa fecero magnifiche onoranze ai

Parmigiani, e sopratutti i Bolognesi, che sono sempre nobili cavalieri

e gentiluomini, fecero un torneo attorno al Carroccio de' Parmigiani

per ingraziarseli e mostrarsi loro amici. Perocchè i Parmigiani erano

ben voluti da Papa Martino IV, che un tempo aveva studiato leggi in

Parma, alla scuola di Uberto da Bobbio, ed erano nelle buone grazie

della Corte Romana e di Re Carlo, perchè erano sempre pronti a correre

in aiuto della Chiesa. Oltracciò avevano alla Corte un Cardinale

oriondo di Parma, ossia di una villa della diocesi di Parma, che

si chiama Gainago[41]. (In questa villa io frate Salimbene ho avuto

molti possedimenti). Questi aveva attinenze di parentela con maestro

Alberto da Parma, che fu sant'uomo, ed uno dei sette Notai della Corte,

in grazia del quale, e inoltre per ragione dalla sua abilità nelle

lettere, della sua bontà, onestà e intraprendenza, Papa Nicolò III

lo fece Cardinale, e si chiamava Gerardo _Albo_.[42] Papa Martino IV

mandò costui in Sicilia a richiamare i Siciliani all'obbedienza della

Chiesa quando si ribellarono a Re Carlo, e a Palermo uccisero tutti

i Francesi, uomini e donne, e i bambini li battevano a morte contro

le pietre, e alle gravide apersero il ventre. Ed un certo Giudice

francese, nell'atto di uscire di casa per sedare il popolo tumultuante,

fu pregato da un savio cittadino di non immischiarsi fra il popolo, ma

anzi se la svignasse per una finestra appartata, e salvasse sua vita.

S'appigliò al consiglio, e andò ad un certo castello per mettersi

al sicuro. Ma scorto, lo inseguirono i Palermitani, s'impossessarono

del castello, e tratto il Giudice sulla piazza di Palermo lo fecero

a brani. I Messinesi però non incrudelirono tanto contro i francesi,

ma li spogliarono dell'armi e dell'avere, e li inviarono a Carlo loro

Signore, che in quei giorni era tornato indietro per non perdere

Napoli, e perchè Pietro d'Aragona aveva invaso da quella parte la

Sicilia, e aveva per alleati il Re di Castiglia e il Paleologo. Questo

Pietro Re d'Aragona aveva moglie una figlia del Principe Manfredi; e

il Principe Manfredi, cui Carlo aveva tolta la vita, era figlio del

fu Imperatore Federico 2.º. Il Paleologo poi era un tale che teneva

a Costantinopoli la Signoria dei Greci dopo aver ucciso il figlio di

Vattaccio, precedente Signore de' Greci stessi, per potere su loro

signoreggiare; e temeva che Re Carlo e Papa Martino IV volessero

invadere Costantinopoli. Ma papa Martino IV voleva prima sbrigarsi

di Forlì, che teneva occupata tutto la Romagna. E la Romagna era una

piccola Provincia, ma ricca, fertile e popolosa, tra la Marca d'Ancona

e la città di Bologna. E la Chiesa Romana la ebbe in dono da Rodolfo

eletto Imperatore a' tempi di Gregorio X; stantechè spesso, i Romani

Pontefici, quando si fanno le elezioni degli Imperatori, procurano

di raspar qualche lembo di territorio da aggregare al loro dominio

temporale. Nè agli Imperatori di recente eletti conviene negare quello

che loro è domandato: sia per ragione di cortesia e liberalità, che

in sul principio dell'impero vogliono mostrare verso la Chiesa; sia

perchè considerano come un dono loro fatto tutto quello che acquistano

diventando Imperatori; e poi perchè ripugna loro mostrarsi meno che

liberali prima di aver in capo la corona; finalmente per non esporsi

al danno e alla vergogna d'una ripulsa. Ora per una parte Rodolfo,

eletto Imperatore in Allemagna, è in pace; e per l'altra la Chiesa

pare non curarsi di coronarlo. Perciò il Papa inviò il prenominato

Cardinale ai Siciliani; i quali risposero che di buon grado volevano

obbedire ai comandi della Chiesa, ma che respingevano come esorbitante

la dominazione Francese. Per questa cagione i Francesi erano sulle

mosse coll'armata e coll'esercito numerosissimo per soccorrere Re

Carlo. Quello che ne nascerà, lo vedranno i superstiti. In quell'anno

Papa Martino abitò in Orvieto; poscia passò a Montefiascone. Parimente

nel medesimo anno, in concistoro, alla presenza del Papa e de'

Cardinali, furono letti dispacci che annunziavano come il Paleologo

in Costantinopoli avesse creato un Papa Greco e Cardinali Greci. I

Perugini l'anno stesso si posero sull'armi per correre a devastare

Foligno; ma il Papa mandò loro intimando che desistessero, altrimenti

li scomunicherebbe: (sappi che Foligno era dell'orto di S. Pietro). I

Perugini però non se ne trattennero; corsero e devastarono tutta quella

Diocesi sino alle fossa della città, e furono scomunicati. Ma perciò

sdegnati fecero fantocci di paglia rappresentanti Papa e Cardinali,

li trascinarono ad ignominia per le strade della città, e poi sino

ad un certo monte, sulla vetta del quale fecero del Papa vestito di

rosso un falò, ed altrettanto de' Cardinali, battezzando i fantocci

per rappresentanti quale dell'uno, quale dell'altro Cardinale. E noto

che i Perugini credevano in buona fede d'aver ragione di battere i

Folignati e sterminarli, perchè essendosi una volta battuti gli uni

contro gli altri, Perugini e Folignati, questi scatenarono contro

quelli tanta furia di strage, e tanta vergogna e avvilimento inflisse

Iddio in quella battaglia ai Perugini, che una vecchietta di Foligno

con un bastoncello di cannuccia bastò a far andare in carcere dieci de'

Perugini; e altrettanto poterono fare altre donne, senza che a quei

di Perugia restasse tanto di ardire nel cuore da tener testa neppure

a singole donniciuole. Nel sussegnato millesimo, verso S. Martino, un

certo uomo di Soncino, che si chiamava Rossi degli Infonditi, diede a

tradimento quella terra ai Cremonesi, che ora sono dentro la città,

cioè al partito della Chiesa, e, per tale tradigione del castello

di Soncino, si ebbe premio quattrocento lire imperiali. Parimente

lo stesso anno, a fin di maggio, per quattro o cinque giorni si ebbe

tanto caldo che sarebbe parso eccessivo anche pel Luglio; e i contadini

dicevano che nocque assai al frumento; poichè è detto nel libro di

Giobbe 37.º: _Il frumento desidera le nubi_: massimamente quando è in

fiore e in granitura. E non vi fu invero piena annata di raccolta di

frumento; ma di quelle biade, che i contadini chiamano minute, l'anno

fu ubertosissimo, cioè di panico, di miglio, di melica, di fagiuoli

e di rape; anche la vendemmia fu abbondante; ma la grandine devastò

le vigne in più luoghi. Così nella state dello stesso anno si udirono

terribili e orribili tuoni, che parevano quasi visibili e palpabili,

così che molti un giorno, verso sera, per terrore caddero a terra, e

nella notte seguente i tuoni si rinnovarono spaventevoli. Nel predetto

millesimo fu anche celebrato un Capitolo generale de' frati dell'ordine

dei Minori in Allemagna a Strasbourg, sotto il ministro Generale frate

Buonagrazia. Allora il Conte Lodovico di S. Bonifazio di Verona fu

Podestà di Reggio dal 1.º Luglio al 1.º di Gennaio. E in Parma, nel

dì dell'Assunzione della Beata Maria Vergine, fu fatta una nobilissima

corte, che durò quasi un mese, e furono creati due cavalieri del casato

dei Rossi, cioè Guglielmino e Ugolino, fratelli germani, figli del fu

Giacomo di Bernardo di Rolando Rossi. E nella festa del Beato Michele

e del beato Francesco, in Ferrara fu fatta altra nobilissima corte,

perchè Azzone figlio del Marchese d'Este fu fatto cavaliere, e prese

per moglie una figlia di Gentile, figlio di Bertoldo Orsini, e fratello

del fu Papa Nicolò III romano. Nello stesso anno e nella stessa

stagione, anno 2.º del pontificato di Papa Martino, arrivò Pietro,

fratello del Re di Francia e Conte d'Artois, con grosso esercito di

Francesi, che andavano a soccorso di Carlo Re di Sicilia contro Pietro

Re d'Aragona; e il giorno di S. Ilarione Abbate creò a Reggio tre

cavalieri, due de' Fogliani, cioè Bartolino e Simone, e Rondanello

de' Taccoli; e subito ripartì lo stesso giorno, perchè s'affrettava

a soccorrere Carlo, e prima voleva anche fare visita a Papa Martino.

Nella seguente Domenica poi, 25 ottobre, si rappacificarono quelli

degli Strufi cogli Orsi e Salustri, nel convento de' frati Minori di

Reggio, per interposizione di frate Giovannino de' Lupicini, lettore

de' frati Minori a Reggio; ed erano presenti molti uomini e donne,

giovanetti e donzelle, vecchi e ragazzi. In questi tempi viveva

a Parma un pover uomo, che faceva il ciabattino, puro, semplice,

timorato di Dio, cortese, cioè di urbane maniere, ed illetterato;

ma aveva un intelletto tanto illuminato da intendere le scritture

di quelli, che predissero il futuro, cioè dell'Abbate Gioachimo, di

Merlino, di Metodio, della Sibilla, di Isaia, Geremia, Osea, Daniele,

dell'Apocalisse, non che di Michele Scoto, che fu astrologo di Federico

II. Imperatore. E molte cose ho udito da lui, che poscia avvennero;

p. e. che Papa Nicolò III doveva morire in Agosto, e che il successore

sarebbe stato Papa Martino, e molte altre cose, che stiamo aspettando

che accadano, se vivremo, giacchè:

Ratio praeteriti scire futura focit.

Quel che già fu, ciò che avverrà ne insegna.

Quest'uomo, oltre al nome proprio, che è maestro Benvenuto, comunemente

si chiama Asdente, cioè, per ironia, senza denti, perchè anzi ha

denti grossi, e non allineati regolarmente, e la favella ha intricata;

tuttavia intende e si fa intendere bene. Sta in Co' di Ponte a Parma,

presso la fossa della città, e presso il pozzo, lungo la strada che

va a Borgo 8. Donnino. Parimente nell'anno sussegnato, cioè 1282,

Papa Martino IV spedì un esercito in Romagna, composto di Francesi,

Lombardi, Toscani, e Romagnoli, e fece cingere d'assedio più mesi

Meldola, che non si potè prendere, ma però vi forono molte vittime

dell'una e dell'altra parte; e Papa Martino vi spese molte migliaia di

fiorini d'oro. Così pure nel millesimo suddetto fu stabilito il duello

che doveva farsi a Bordeaux tra Re Carlo e Re Pietro d'Aragona, come

diremo più innanzi.

a. 1283

L'anno del Signore 1283, Lodovico Conte di S. Bonifacio di Verona,

scaduto della Podesteria di Reggio, fermò sua stanza nella medesima

città, vicino alla chiesa di S. Giacomo e al convento dei frati Minori,

in casa di Bernardo da Gesso. E lo stesso anno 1283, da Lendinara[43]

venne a Reggio presso di lui sua figlia Mabilia, bellissima donzella, e

nella stessa casa di Bernardo da Gesso[44] ove abitava il detto Conte,

e nello stesso giorno che arrivò presso il padre, ella si maritò con

Savino Torriani Milanese, ricchissimo e potentissimo; e subito dopo

gli sponsali assistette alla messa della beata Vergine nel convento

de' frati Minori; ed, oltre i Reggiani, vi aveva un corteo di molti

cavalieri di Parma e di Modena, e il fior delle donne di Reggio; e,

subito dopo la messa ebbero imbandita una refezione. E l'imbandigione

in quella casa e nel convento di S. Giacomo non fu parca. Questo

avvenne nel suddetto millesimo ed anno, il venerdì precedente la

Domenica di Settuagesima, ai 12 di Febbraio; e il sabato successivo,

la mattina per tempissimo, si posero in viaggio per Parma; ed ivi lo

sposo e la sposa abitano presso il Battistero. Il sunnominato Conte era

figlio di Rizzardo, uomo saggio, prode cavaliere, valoroso in armi,

e dotto nell'arte della guerra. E quando Parma si ribellò a Federico

II, l'anno 1247, fa il primo ad accorrere in aiuto de' Parmigiani,

e, passando pel territorio di Guastalla, entrò in Parma con molti

armati. Il resto come abbiamo detto più sopra. Questo Conte Lodovico

ebbe moglie una tedesca, d'onde gli nacque la figlia prenominata, e

tre figli, che sono giovanetti bellissimi, cortesi ed istruiti, il

primo de' quali si chiama Vinciguerra. E nello stesso anno e millesimo,

l'ottava di Pasqua, che cadde nel giorno di S. Marco Evangelista, il

suddetto Conte, la sera, era agli estremi della vita; e in morte e

nel testamento affidò e raccomandò i suoi figli alle cure di Obizzo

Marchese d'Este, che li accolse affettuosamente e li trattò come figli

suoi, sebbene prima il Marchese non si trovasse in buoni accordi col

Conte. (E la cagione della discordia tra loro era stata la città di

Mantova, di cui ciascuno di loro ambiva la Signoria; ma sfuggì di mano

all'uno e all'altro, e la ebbe Pinamonte). E il predetto Marchese

rimise i figli del detto Conte in possesso di tutti i beni, che il

padre loro aveva in Lendinara. E la notte seguente al dì di S. Marco

morì, assistito dai frati Minori, dai quali si era confessato, e regolò

ottimamente le cose dell'anima sua. E la cittadinanza di Reggio pensò

ad onorare degnamente la salma di lui; e fece a larga mano le spese

del funerale, come a nobile personaggio conveniva, che era stato loro

Podestà e che si trovava espulso da' suoi possedimenti come partigiano

della Chiesa. Alle sue esequie intervennero tutti i Religiosi di Reggio

e molte Religiose, tutta la cittadinanza Reggiana, e molti foresi; e

i più nobili Reggiani ne portarono il feretro al convento de' frati

Minori, ove fu sepolto. Il suo corpo era vestito di scarlatto, con una

bella pelliccia di vaio e un bel manto, e così adorno fu deposto, il

lunedì successivo alla festa di S. Marco, in un magnifico Mausoleo,

che il Comune di Reggio a proprie spese gli fece erigere; ed ebbe la

spada cinta a' fianchi, al tallone gli speroni d'oro, una gran borsa

appesa alla cintura di seta, alle mani i guanti, al capo una bellissima

cappellina scarlatta, orlata di pelle di vaio, ed una clamide pure

scarlatta e ornata di pelliccio di vaio. Il detto Conte lasciò al

convento de' frati Minori il suo destriero e le sue armi. Sulla tomba

sta quest'epitafio:

Cum tua maiestas Lodoyce quae clara potestas

Urbis Veronae comes inclyte sub regione

Hac fait inclusa Libitine morsibus usa

Aprilis quina restabat lux peregrina

Ast octogeni tres anni mille duceni

Requietorio

Di Lodovico inclito Conte di Verona

Che compiuta la Podesteria di Reggio

Il primo di Gennaio

E la vita

Il cinque d'Aprile 1283

In quest'urna

Se ne chiusero le ceneri

E gli splendori della grandezza

Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. II · 第 4 / 25 段