lupo[35], che divorava i ragazzi. E nello stesso anno, nel mese
di Febbraio, Tommasino di Gorzano e quei di Banzola di soppiatto
occuparono Bismantova, e ne portarono via roba, vettovaglie e tutto
quanto vi si trovava; e nello stesso mese i prenominati invasori
consegnarono ogni cosa nelle mani di un milite del Podestà di Reggio
pel Comune, che ne pagò mille lire reggiane. Nel mese di Maggio poi
morì Aimerico da Palù in Parma, e fu sepolto nel convento de' frati
Minori, e dai Parmigiani si ebbe distinte dimostrazioni d'onore tanto
alla morte, quanto sulla tomba. E lo stesso anno, nel mese di Febbraio,
o sul principio di Marzo, fu segnata la pace tra i Torriani e quei
di Lodi da una parte, e i Milanesi dall'altra. E, nel mese d'Aprile,
a Reggio furono giurate e contratte parentele tra quei di Fogliano e
Antonio de' Roberti, tra Giacomino di Rodiglia e Guido da Tripoli, e
tra Guido di Bibianello e Guglielmo di Canossa. E poscia, in Aprile
o in Maggio, quei di Bismantova rioccuparono Pietra Bismantova;
e un certo numero di fanti e di cavalli da Bologna e da Parma con
balestrieri di Modena andò a oste colà, e vi stettero quindici giorni;
finchè quelli di Bismantova restituirono a patti quella Terra al Comune
di Reggio, e si ritirarono. (Nel soprassegnato millesimo due Re co'
loro eserciti si azzuffarono e n'ebbero aspra ed accanita battaglia,
cioè Rodolfo Re de' Romani, che coll'assenso di Gregorio X era stato
eletto al seggio d'Imperatore, e il Re di Boemia; urtarono dunque
l'uno contro l'altro, e Re Rodolfo ne riportò la vittoria e uccise
il Re di Boemia; e l'uno e l'altro erano buoni amici dell'Ordine
de' frati Minori). Lo stesso anno, nella festa dei SS. Apostoli
Filippo e Giacomo, cioè il 1º Maggio, un fortissimo terremoto scosse
la Marca d'Ancona, sicchè due parti di Camerino[36] subissarono, e
molte vittime si ebbero a deplorare: Fabriano, Matelica, Cagli, S.
Severino e Cingoli, tutti questi castelli ruinarono, e parimente
Nocera, Foligno, Spello[37], e in breve tutti i castelli, che sono
tra que' monti ne furono assai malconci. Così tre monti tra i quali
eranvi artificialmente formati due laghi e costrutto un castello si
riunirono; e i laghi e il fiume, che col rigurgito delle acque li
formava, ed il castello restarono sepolti. In Romagna e sui monti
tra Firenze e Bologna ruinarono castelli ed ogni sorta di edifici con
innumerevoli vittime sotto le ruine; e tanto timore invase l'animo di
tutti, che da quelle parti nessuno s'attentava più di stare in casa,
neppure il Legato Cardinale Latino. Nella Marca d'Ancona e altrove
si rappacificarono molte discordie per timore e per l'aspettazione di
imminente pericolo. Fu fatta anche pace tra i Bolognesi e i Romagnoli
per mediazione del Cardinale Latino dell'Ordine dei Predicatori. Così
nello stesso anno, verso il giorno d'Ognissanti, fu la città di Parma
interdetta dagli uffici ecclesiastici, per cagione di due donne, che
in quella città furono bruciate vive per eretiche (delle quali una si
chiamava Alina, l'altra era una sua seguace) e per cagione de' frati
Predicatori e del Cardinale Latino. Come pure verso Natale furono di
nuovo espulsi da Bologna quelli che vi erano rientrati per la fatta
concordia, cioè i Lambertazzi, perchè pretendevano un trattamento pari
a quello dei partigiani della Chiesa. (Parimente nel suddetto millesimo
fu ucciso Francesco Cavatrutta di Parma per intrighi e sollecitazioni
di un certo capo di assassini, che si chiamava Cecco Tosco di Firenze.
Accorse dunque alla chiamata di costui Guglielmo Bestiario de'
Lambertini di Bologna con alcuni malfattori, e lo ferì di spada nel
palazzo del Comune di Bologna, e lo dilacerarono a brandellini, e lo
gettarono giù dal palazzo come vile carname. Allora era Podestà di
Bologna Guglielmo Putagio di Parma, e frate Ghifredo Pagani di Parma
era Guardiano de' frati Minori di Bologna). Nello stesso millesimo si
videro anche le imposture di miracoli di un certo Alberto, che stava a
Cremona e che era stato un portatore e ad un tempo un tracannatore di
vino, non che un peccatore; dopo la cui morte, come se ne faceva correr
voce, operò molti miracoli a Cremona, a Parma e a Reggio. In Reggio
alla chiesa di S. Giorgio, e del beato Giovanni Battista; a Parma nella
chiesa di S. Pietro, che è presso la piazza nuova, ove avevano la loro
stazione, tutti i brentori di Parma ossia i tracannatori di vino; e
beato chi li poteva toccare, o dare loro qualche cosa del proprio;
altrettanto facevano le donne. Ed univano compagnie per le parrocchie,
ed uscivano per le vie, e per le piazze, per andare processionalmente
alla chiesa di S. Pietro, ove si veneravano reliquie di quell'Alberto;
e cantando portavano croci e gonfaloni, e facevano offerte di porpore,
sciamiti, broccati, baldacchini[38] e molti denari; che poi i brentori
si dividevano tra di loro e tenevano per sè. La qual cosa vedendo i
parrochi si affrettarono a far dipingere le immagini di quell'Alberto
nelle loro chiese, perchè crescesse il numero e il pregio delle
offerte. E non solo in quel tempo si faceva dipingere l'immagine di lui
nelle chiese, ma anche sui muri, sotto i porticati delle città, delle
campagne e de' castelli. Il che è contrario alle leggi ecclesiastiche,
le quali proibiscono di venerare le reliquie di chi non è stato dalla
Chiesa riconosciuto e ascritto all'albo dei Santi; nè si può dipingere
l'immagine di alcuno come di Santo, se prima non ne sia pubblicata
la canonizzazione. Laonde i Vescovi, che permettono tali abusi nelle
loro diocesi, meriterebbero d'essere rimossi dal loro ufficio, cioè
meriterebbero d'essere spogliati della loro dignità episcopale.........
E chiunque avesse mancato d'intervenire a queste solennità, si
riguardava come un eretico che le avesse in odio. E i secolari andavan
dicendo a chiara e viva voce ai frati Minori ed ai Predicatori: Voi
credete che non possano far miracoli che i vostri Santi; ma siete
pure in inganno; ed ora lo si vede da questo. Ma Iddio sbugiardò
presto l'accusa infame, apposta a' suoi servi ed amici, mettendo in
chiaro la menzogna di coloro, che li avevano accusati, e castigando i
calunniatori degli innocenti. Di fatto, arrivato un tale da Cremona,
che diceva d'aver portato una reliquia di questo S. Alberto, cioè
il dito mignolo del piede destro, accorsero affollati i Parmigiani,
uomini, donne, ragazzi, ragazze, vecchi, giovani, chierici, secolari,
e tutti i Religiosi, e con processione lunga, infinita, portarono
quel dito alla chiesa matrice, che è quella della Vergine gloriosa; e
collocato quel dito sull'altare maggiore, s'accostò Anselmo Sanvitali,
Canonico della cattedrale, e, a volte, Vicario del Vescovo, e lo baciò.
Ma sentito odore, cioè fetore d'aglio, e dettolo agli altri preti,
s'accorsero anch'essi e riconobbero che erano stati gabbati, poichè
non trovarono che fosse nulla fuorchè uno spicchio di aglio; e così
restarono canzonati i Parmigiani e beffati, i quali _folleggiarono in
vanità e diventarono vani_. In Cremona, nella chiesa ove era sepolto
quell'Alberto, i Cremonesi volevano dimostrare che Dio per mezzo di lui
operava miracoli; e perciò da Pavia e da altre città Lombarde molti
infermi vi si facevano condurre per liberarsi dalle loro infermità.
Accorsero anche da Pavia a Cremona molte nobili donne e donzelle,
alcune per divozione, altre per isperanza di guarigione........ e
perciò di gran lunga sbaglia il peccatore, o il malato, che abbandona i
Santi conosciuti a prova, e si rivolge ad invocare l'aiuto di chi non
può essere esaudito...... Nota però e considera che come i Cremonesi,
i Parmigiani, e i Reggiani folleggiarono per Alberto brentore, anche
i Padovani avevano folleggiato prima per un certo Antonio, che era un
pellegrino, e i Ferraresi per un certo Armanno Pungilupo..............
Iddio realmente ascolta anche le invocazioni del beato Francesco, del
beato Antonio, di S. Domenico e de' figli loro, ai quali debbono dare
ascolto i peccatori. Ma la venerazione di tali nuovi Santi nasceva
da molteplici cause: da parte de' malati, per ricuperare la sanità;
da parte de' curiosi, per vedere novità; da parte dei preti, per
invidia che hanno de' moderni Religiosi; da parte dei Vescovi e dei
Canonici, pel lucro che ne ritraggono, come è palese nel Vescovo e
ne' Canonici di Ferrara, che guadagnarono molto per la divozione di
Armanno Pungilupo; e finalmente da parte di coloro che vagavano fuori
delle loro città, come partigiani dell'Impero, i quali speravano, in
occasione de' prodigi operati da questi nuovi Santi, di rappacificarsi
coi loro concittadini, essere rimessi in possesso de' loro averi, e di
finirla d'andare vagolanti pel mondo. Nel millesimo sussegnato, cioè
1279, indizione 7ª, fu rotta la pace di Milano, perchè il Marchese
di Monferrato ingannò e tradì i Torriani, come fece divulgare per la
Lombardia il Patriarca, che era uno de' Torriani. Però ebbe luogo la
pace de' Bolognesi, che nel mese di Settembre rientrarono in Bologna; e
fu fatta una tregua e una pace tra' Bresciani e i Mantovani. E, l'anno
stesso, i frati Predicatori di Parma fuggirono e si ricoverarono a
Reggio, perchè i Parmigiani si sollevarono contro di loro, a cagione
di una donna, cui essi avevano fatta arrostire come una gazzera. Perciò
i Parmigiani furono scomunicati da frate Latino Cardinale e Legato del
Papa, che era a Firenze, e che apparteneva all'Ordine dei Predicatori.
E un venerdì, 22 Dicembre, fu rotta la pace tra i Bolognesi della città
e i fuorusciti. Vi fu guerra civile, e molti ne rimasero morti, e una
quasi innumerevole quantità di case, che appartenevano a quelli del
partito dei Lambertazzi, furono incendiate e diroccate dal partito
avverso; laonde per timore di peggio i Lambertazzi uscirono dalla
città.
a. 1280
L'anno 1280, indizione 8ª, uno staio di seme di canapa si vendeva 16,
sino a 20 soldi imperiali. E in quell'anno i Parmigiani incominciarono
a fare i cavi per murarvi le fondamenta di un castello presso a Cadeo
sulla strada pubblica[39], e nel mese di Marzo scavarono le fossa di
quel castello nella contrada di Cella, e lo chiamarono il castello
della Croce. E i Mantovani fecero un ponte nella contrada che si chiama
Brazzolo[40]. E nel mese di Agosto, nell'ottava dell'Assunzione della
beata Maria Vergine, morì Papa Nicolò III. E i partigiani dell'Impero,
di Faenza e di molte altre Terre della Romagna, uscirono dalle loro
città. Il Conte di Romagna, che era Podestà di Bologna, cominciò allora
a parteggiare per gli anzidetti Bolognesi. Nello stesso anno firmossi
una pace fra quelli di Padova e di Verona, e la fazione imperiale
lasciò Bologna; nel Settembre la parte imperiale uscì di Vercelli.
Nello stesso anno insorse discordia tra Guglielmo Vescovo di Reggio, i
preti della città e della diocesi di Reggio stessa da una parte, e Dego
Capitano del popolo e il popolo di Reggio dall'altra, a cagione delle
decime, parendo che i preti volessero esigere troppo dal popolo e dalla
città. Perciò il Capitano con ventiquattro difensori delle ragioni del
popolo statuirono leggi contro i laici collettori delle dette decime;
e per cagione di quelle leggi il Vescovo scomunicò il Capitano, i
ventiquattro Avvocati e tutto il Consiglio generale del popolo, e
oltracciò pubblicò l'interdetto su tutta la città. D'onde il popolo in
furore elesse altri venticinque popolani, tra' quali sette Giudici (e
ne' predetti ventiquattro, ce n'erano già quattro di Giudici) e presero
gravissime deliberazioni contro il clero: 1º che nessuno dovesse
pagare decima di sorta nè dare consiglio, aiuto o favore ai preti, nè
con loro trovarsi commensali, nè prendere servigio in casa loro, nè
abitare in loro appartamenti, nè prendere da loro mezzadrie, nè dar
loro da bere nè da mangiare (e molte altre pene ognuna delle quali
per sè gravissima), nè macinare, nè cuocer pane nel forno per loro, nè
radere la barba, nè prestare a loro ministero di sorta; arrogando a sè
stessi, i preaccennati sapienti, autorità di dire, stabilire, ordinare
a loro talento ed arbitrio checchè loro piacesse riguardo al clero.
La quale autorità fu poi loro confermata dal Consiglio generale del
popolo; e tutte le suddette ordinanze furono approvate ed osservate
tanto dal popolo in ogni singolo individuo, quanto dal corpo della
milizia e da tutti i buoni uomini. E in quell'occasione molti mugnai
furono condannati a pagare cinquanta lire reggiane a testa, perchè
contro le dette ordinanze macinarono al di là del termine fissato in
mulini di chierici, e molte altre persone toccarono multe. Nello stesso
anno, cioè 1280, Tebaldello, verso la festa del beato Martino Vescovo,
a tradimento pose Faenza in mano a quelli che erano del partito della
Chiesa, cioè in mano ai Bolognesi e ai Manfredi di Faenza, ed espulse
i suoi; e colse il momento, in cui la massima parte de' suoi erano
all'assedio di un castello. Lo stesso anno i Parmigiani restituirono ai
Cremonesi il carroccio, che tolsero loro quando fugarono da Vittoria
l'Imperatore Federico II; ed i Cremonesi ne ricambiarono i Parmigiani
restituendo il carroccio, che avevano loro tolto in altra occasione;
e questi scambi furono eseguiti con reciproche onorificenze, in mezzo
all'allegria, ed all'esultanza d'ambe le parti, la vigilia della
natività della beata Vergine Maria, che era una Domenica. E le due
città accorsero in aiuto di Lodi con fanteria e cavalleria contro i
Milanesi e il Marchese di Monferrato, che per distruggerla s'era mosso
con tutti gli altri Lombardi. Fu anche allora che nel mese di Novembre
Faenza fu presa dai Ravennati e da venticinque soldati Reggiani, che
erano ad Imola pel Comune di Reggio a servigio de' Bolognesi, e da
alcuni militi del Conte, e dai Bolognesi stessi, che dopo accorsero
colà, e dopo loro tutta la milizia de' Parmigiani e de' Reggiani, che
corse sino ad Imola. E molti Bolognesi furon morti, molti prigionieri,
tra' quali se ne contarono quarantacinque che erano dei più valenti.
E fu uno de' grandi e potenti di Faenza che pose la sua città in mano
ai Bolognesi, e si chiamava Tebaldello de' Zambrasi. Questi, ch'io ho
veduto e conosciuto, e fu un guerriero valoroso come un secondo Jefte,
non era un figlio legittimo; pure un fratello di lui, frate Zambrasino
dell'Ordine de' Gaudenti, gli assegnò mezza l'eredità paterna, perchè
riconosceva in lui un uomo intraprendente, e perchè dei Zambrasi
nessuno più sopravviveva tranne loro due; e giacchè c'era da esserne
ricchi ambedue, divise in parti eguali il patrimonio del padre, e
innalzò il fratello a grandezza di stato. E quando i Bolognesi della
città, quelli cioè che si dicevano partigiani della Chiesa, fecero il
loro ingresso in Faenza, mezza Faenza era all'assedio di un castello
coi Bolognesi fuorusciti; e Tebaldello aveva spiato tempo opportuno a
fare sua ribalderia. In quell'anno il ponte di Brazzolo, fatto fare
dai Mantovani, fu distrutto dalla violenza delle correnti d'acque
diluviali, che furono tali da asportare inferiormente, come dicevasi,
quel ponte. Allora fu anche conchiusa una concordia tra il Vescovo di
Reggio e i suoi preti da una parte, e il Capitano del popolo, il popolo
stesso, ed il Comune di Reggio dall'altra, riguardo alle decime, nel
senso che nessuno dovesse essere costretto a pagarle, se non secondo
la propria coscienza; e molti altri patti furono convenuti in quella
concordia. L'anno stesso Sinigallia fu a tradimento data in Signoria al
Conte Guido di Montefeltro, il quale, come ne correva voce, condannò a
morte, e fece uccidere in quella città 1500 persone.
a. 1281
L'anno 1281, indizione 9.ª, Cassone della Torre di Milano fu morto
in battaglia con molti altri Lodigiani dai Milanesi, come anche restò
morto sul campo il Podestà di Lodi nello stesso combattimento, ed era
Scurtapelliccia de' Porta, Parmigiano e consanguineo di Obizzo Vescovo
di Parma. Nello stesso millesimo ed anno fu eletto Papa Martino IV
d'origine francese. Fu eletto alla cattedra di S. Pietro in Febbraio,
e preso dal Collegio de' Cardinali: prima si chiamava Simone. Era stato
Tesoriere della chiesa di S. Martino di Tours, amico de' frati Minori,
de' quali teneva sempre alcuni alla sua Corte, e da loro si confessava.
A questi frati diede anche un ampio privilegio di confessare e
predicare, e promise di fare loro ancora più ampie concessioni. Questi
spedì più volte forze armate contro Forlì, ma il partito della Chiesa
si ebbe la peggio, restandone i militi debellati, fugati, prigioni e
morti, tra' quali cadde anche Tebaldello, due volte traditore della sua
patria, e restò sommerso insieme al suo cavallo nella fossa della città
di Forlì. Morì allora di parte della Chiesa anche il Conte Taddeo e
Comacio fratello di Anselmo de' Corradini di Ravenna, e morirono molti
altri. Della parte contraria vi lasciarono la vita Guido degli Acarisii
di Faenza, e molti altri sì di Bologna che d'altronde, ben degni
d'essere ricordati.
a. 1282