Colà dunque, sul ciglio del muraglione, dov'era anche un sedile di
pietra addossato al murello, andava a sedersi Laurenti, nell'ora in
cui il giardiniere di sotto girava attorno alle sue piante e le
ripuliva dai pericolosi baci della rugiada, con larghi spruzzi d'acqua
del suo anaffiatoio, innanzi la levata del sole.
Il vedersi ogni mattina, l'uno giù e l'altro su, aveva recato una
certa dimestichezza tra Guido e il giardiniere. L'uno signore, l'altro
bracciante, s'erano indovinati i medesimi affetti nelle medesime
occupazioni; ma non avevano impreso ancora a discorrere insieme. Il
giardiniere, quando giungeva col suo anaffiatoio e col suo sarchiello
fino alle ultime aiuole, nel vicinato dell'olmo, alzava il naso verso
il sommo del muraglione, donde gli sorrideva il viso biondo del
giovine signore, rischiarato dai primi raggi del sole, e metteva la
mano al cappello. Laurenti rispondeva al saluto con un grazioso cenno
della mano o del capo, e la conversazione era finita.
Egli per tal modo non aveva mai chiesto di chi fosse la villa; il caso
non l'aveva mai condotto a udire il nome del padrone, e, non
affacciandosi colà che di buon mattino, mai berretta di velluto
ricamata d'oro, mai veste serica tra i meandri fioriti, mai corsa
chiassosa di allegri fanciulli sul prato, aveva rivelato a Guido
Laurenti gli abitatori di quella palazzina gialla, il cui tetto
rilevato a quattro acque sbucava, là in fondo, da una selva di
magnolie e di allori.
Ma un giorno (ripiglio finalmente il mio _ma_ e il mio _giorno_)
Laurenti ruppe la consuetudine, e andò nel pomeriggio a sedersi presso
la sua edera e presso l'olmo dei vicini.
Mai giorno di primavera era stato così serenamente bello; mai raggio
più tiepido di sole aveva svolte per l'aria, in sottilissime
vaporazioni, le fragranze dei fiori. Bei giorni, momenti beati, nei
quali l'uomo, penetrato da quei raggi di sole, rallegrato da quelle
fragranze, si sente vivere con voluttà, dimenticando un tratto la
grave molestia dell'esser nato!
Guido aveva un libro tra mani, l'Eneide di Virgilio; un libro di
scuola, che aveva tradotto da capo a fondo sulle panche di prima
Umanità, e che però non avea più da leggere per amor di novità, ma che
amava pur di leggicchiare a spizzico, nelle ore di ricreazione. E già,
sostenuta insieme con Enea quella brutta burrasca suscitata dal
consiglio di Giunone, egli aveva dato fondo nella rada di Tunisi, o
poco presso, e andava a caccia su per la costa, prevedendo
l'apparizione della cacciatrice divina che lo avrebbe fatto andare bel
bello fino alle porte di Cartagine.
Senonchè, per effetto di distrazione, egli s'era fermato a mezza
strada. Faceva quattro esametri di viaggio, e poi si baloccava a veder
volare una mosca. I balsamici effluvii, il tepore dell'aria, il cheto
remeggio di una nuvoletta rosea nelle diafane lontananze
dell'orizzonte, quei raggi obbliqui che andavano a rifrangersi sui
vetri delle finestre e sulle banderuole dei tetti circostanti, lo
distoglievano ad ogni tratto dal primo libro dell'Eneide. Si rimetteva
a leggere alcuno di quelli esametri divinamente armoniosi, scandendone
a voce sommessa i melodici numeri (i latinisti che mi leggono
capiranno benissimo questa voluttà delle voluttà), ma al primo
rompersi del periodo in un emistichio del verso seguente, egli
ricadeva subito nella sua contemplazione.
Gira, rigira, di fermata in fermata, gli occhi di Laurenti erano
andati a posarsi su d'un bel pino domestico, che sorgeva nella villa
sottostante, come una rarità di vegetazione; dio Termino piantato
sull'estremo lembo della prateria, accanto al sentiero maestro che
andava a nascondere i suoi meandri tra le magnolie del giardino.
Quel pino lo condusse a pensare alla casa paterna e ai felici giorni
della prima adolescenza, allorquando suo padre lo faceva alzare per
tempissimo per averlo compagno alla caccia, ed egli, sebbene non gli
andasse a' versi quella maniera di passatempo, era lieto di correre su
pei monti insieme con suo padre, di aiutare il rustico servitore a
portar le gabbie degli uccelli di richiamo, le verghette di ferro e la
pania da distendervi sopra.
Colà, sul ciglio di una costiera piantata di piccole roveri, un grosso
pino segnava il cominciamento di una nuova regione vegetale. Di là
passavano a stormi i pellegrini dell'aria, i fringuelli, i cardellini,
le cingallegre, i fanelli; e là, disposta ogni cosa per bene, le
verghette impaniate tra i rami dell'albero, i richiami tra i cespugli,
ambo ascosi in un cappannuccio di frasche, attendevano il passaggio
degli spensierati, che, attratti dal canto traditore dei compagni
prigionieri, venivano a dar ne' panioni, donde non c'erano santi che
potessero cavarli.
Il santo era qualche volta Guido Laurenti, cioè quando il padre suo si
partiva di là, lasciandolo solo nella tesa. L'adolescente non pensava
più agli uccelli. Accoccolato nel suo nascondiglio, col viso
appuntellato sulle palme, e gli occhi nel vano dell'apertura, stava
fantasticando una vaporosa forma di donna; vedeva la castellana, o la
fata dei luoghi, scendere dalle rovine di un antico maniero e sedersi
ai piedi di quel pino, e sè medesimo, nobilmente vestito di velluto,
con le calze divisate di bianco e di rosso, il giustacore serrato ai
fianchi, una berretta piumata capricciosamente posta a sghembo sui
biondi capegli, stare a' piedi di quella gran dama, baciarle per tutti
i versi quella mano bianca ch'ella gli aveva abbandonata tra le sue, e
canticchiarle la sua prima ballata d'amore.
Il dar d'uno sciame di lucherini nell'albero, lo sbatter dell'ali che
sempre più si invescavano sulle verghette fallaci, il pigolare
doloroso dei poveri pennuti, lo risvegliavano dalla sua estasi.
Sbucava sollecito dal suo capannuccio, si arrampicava sull'albero, e
andava a spiccare i tapinelli, badando a non strappar loro le penne
maestre; ripuliva dal vischio le loro graziose zampine, e li rimandava
con Dio, in nome di quella bellissima dama che era sparita pur dianzi.
Poco stante capitava il babbo.--Orbene, non c'è stato nulla?--Nulla,
babbo; uno sciame di lucherini ha dato nei rami, ma la pania non
teneva e non ho fatto a tempo per coglierli; se ne sono volati via.
E il babbo, che notava i piumini sulle verghe e la buona presa del
vischio, a non credere un'acca dei discorsi dell'adolescente, a
sgridarlo un tratto, ma compiacersi in cuor suo delle invenzioni del
figlio, pur promettendo che non l'avrebbe più condotto ad uccellare
con lui.
Bei tempi, bei tempi! e chi non ha di somiglianti memorie, piccoli
quadri dell'adolescenza, che si richiamano, si ridipingono e
s'incorniciano tra le meditazioni dell'uomo adulto, belli di quella
velatura ineffabile che distende sovr'essi la lontananza degli anni?
Ed ecco come la vista di quel pino, sull'ultimo lembo della prateria
sottostante, faceva fantasticare Laurenti, seduto presso il suo
muraglione, colla sua Eneide tra mani.
L'illusione delle circostanze era perfetta; non ci mancava neppure la
castellana.
Essa era laggiù, com'egli l'aveva sognata adolescente. Capelli neri e
morbidi, chiusi in una reticella di filo d'oro, le cui larghe maglie
non ne scemavano la lucentezza; la persona svelta e di graziosi
contorni, a cui aggiungevano maestà e leggiadria le molli pieghe di
una lunga veste di seta cenerognola e uno sciallo rosso di Persia,
lavorato a fogliami, negligentemente raccolto intorno alla vita.
Alla distanza in cui era, non si poteano distinguere i lineamenti del
viso, ma s'indovinavano regolari e bellissimi, al soave effetto che
facevano da lunge. L'ovale un tal po' allungato di quella faccia, la
carnagione bianca, pallida come di una bella morente, richiamavano
alla memoria una di quelle madonne in cui il pennello di Carlo Dolci
ha così mirabilmente accoppiata, compenetrata quasi, la bellezza col
patimento della materia, di guisa che il rimirarle vi sveglia ad un
tempo la voluttà negli occhi e l'angoscia nel cuore.
Laurenti rimase estatico a quella vista, senza sapere se vedesse da
senno, o se per avventura non fosse quella una continuazione delle sue
ricordanze giovanili. Poi, come avviene per simiglianti immagini del
passato che fanno insieme tenerezza e sgomento, si sentì sopraffatto,
e si fe' scorrere una mano sul fronte, quasi sperasse in tal modo
dileguar dalla mente la diletta visione. Si provò a ripigliar l'Eneide
e proseguir la lettura; ma il primo emistichio che gli cadde
sott'occhi «_Et vera incessu patuit Dea_» non fece altro che
richiamarlo all'argomento della sua contemplazione, e ricondurgli lo
sguardo sotto quell'albero di pino.
La dea era pur sempre colà, innanzi agli occhi suoi, dea al volto, al
portamento, all'incesso. Ella era tuttavia sotto l'ombrello del pino,
ma veniva lentamente in su pel sentiero sabbioso, la testa un tal po'
reclinata sull'omero, come persona stanca, una mano al seno sui capi
dello scialle, che senza quel ritegno sarebbe caduto, mentre l'altra,
che si potea scorgere da lontano bianca e sottile, penzolava
mollemente lungo le pieghe della veste fluente.
Non era quella un'illusione per fermo. Il giovine meravigliato
richiuse sull'indice le pagine aperte del libro e rimase intento a
guardare la bianca apparizione. Per la prima volta dacchè dimorava
lassù, egli vedeva qualcheduno, oltre il solito giardiniere, nella
villa sottostante. La divinità misteriosa di quel tempio era là,
pallida, sfinita, ma bella, come la principessa della favola, chiusa
da un incantesimo di mago geloso in un castello dalle mura di
diamante.
La pallida signora si muoveva lentamente su pel sentiero, dando
un'occhiata, ora a questo, ora a quello dei fiori delle aiuole
circostanti. Ella si soffermava spesso, non tanto per guardarsi
dintorno, come da lunge pareva, quanto per aspirare a labbra socchiuse
(labbra di pallido corallo!) quell'aria tepida e ristoratrice. Appena
ella fu presso ad un sedile di ferro dipinto, vi si lasciò andare la
persona, come se fosse stanca oltremodo della via; adagiò gli omeri
contro la spalliera, e rimase inerte, colle dita intrecciate, le
braccia prosciolte, e gli occhi languidamente rivolti verso il sole,
che si nascondeva allora dietro i monti d'Arenzano.
Anch'ella, povera bella, fantasticava; ma, più infelice di Laurenti,
ella soffriva, e le memorie che le tornavano in mente non erano punto
liete, nè caramente malinconiche, come quelle del giovine naturalista.
Venne la notte, ed ella era ancora sul suo sedile, nella istessa
postura; Guido medesimamente fermo a guardarla, coll'indice tra le
pagine del libro.
L'ultimo filo di luce del crepuscolo rischiarò la doppia comparsa del
giardiniere che andò a dar la mano alla signora per ricondurla nella
palazzina, e del servitore di Laurenti che, temendo non s'infreddasse,
da quell'uomo prudente ch'egli era, portava il cappello per coprir la
testa al padrone.