IV.

Colà dunque, sul ciglio del muraglione, dov'era anche un sedile di

pietra addossato al murello, andava a sedersi Laurenti, nell'ora in

cui il giardiniere di sotto girava attorno alle sue piante e le

ripuliva dai pericolosi baci della rugiada, con larghi spruzzi d'acqua

del suo anaffiatoio, innanzi la levata del sole.

Il vedersi ogni mattina, l'uno giù e l'altro su, aveva recato una

certa dimestichezza tra Guido e il giardiniere. L'uno signore, l'altro

bracciante, s'erano indovinati i medesimi affetti nelle medesime

occupazioni; ma non avevano impreso ancora a discorrere insieme. Il

giardiniere, quando giungeva col suo anaffiatoio e col suo sarchiello

fino alle ultime aiuole, nel vicinato dell'olmo, alzava il naso verso

il sommo del muraglione, donde gli sorrideva il viso biondo del

giovine signore, rischiarato dai primi raggi del sole, e metteva la

mano al cappello. Laurenti rispondeva al saluto con un grazioso cenno

della mano o del capo, e la conversazione era finita.

Egli per tal modo non aveva mai chiesto di chi fosse la villa; il caso

non l'aveva mai condotto a udire il nome del padrone, e, non

affacciandosi colà che di buon mattino, mai berretta di velluto

ricamata d'oro, mai veste serica tra i meandri fioriti, mai corsa

chiassosa di allegri fanciulli sul prato, aveva rivelato a Guido

Laurenti gli abitatori di quella palazzina gialla, il cui tetto

rilevato a quattro acque sbucava, là in fondo, da una selva di

magnolie e di allori.

Ma un giorno (ripiglio finalmente il mio _ma_ e il mio _giorno_)

Laurenti ruppe la consuetudine, e andò nel pomeriggio a sedersi presso

la sua edera e presso l'olmo dei vicini.

Mai giorno di primavera era stato così serenamente bello; mai raggio

più tiepido di sole aveva svolte per l'aria, in sottilissime

vaporazioni, le fragranze dei fiori. Bei giorni, momenti beati, nei

quali l'uomo, penetrato da quei raggi di sole, rallegrato da quelle

fragranze, si sente vivere con voluttà, dimenticando un tratto la

grave molestia dell'esser nato!

Guido aveva un libro tra mani, l'Eneide di Virgilio; un libro di

scuola, che aveva tradotto da capo a fondo sulle panche di prima

Umanità, e che però non avea più da leggere per amor di novità, ma che

amava pur di leggicchiare a spizzico, nelle ore di ricreazione. E già,

sostenuta insieme con Enea quella brutta burrasca suscitata dal

consiglio di Giunone, egli aveva dato fondo nella rada di Tunisi, o

poco presso, e andava a caccia su per la costa, prevedendo

l'apparizione della cacciatrice divina che lo avrebbe fatto andare bel

bello fino alle porte di Cartagine.

Senonchè, per effetto di distrazione, egli s'era fermato a mezza

strada. Faceva quattro esametri di viaggio, e poi si baloccava a veder

volare una mosca. I balsamici effluvii, il tepore dell'aria, il cheto

remeggio di una nuvoletta rosea nelle diafane lontananze

dell'orizzonte, quei raggi obbliqui che andavano a rifrangersi sui

vetri delle finestre e sulle banderuole dei tetti circostanti, lo

distoglievano ad ogni tratto dal primo libro dell'Eneide. Si rimetteva

a leggere alcuno di quelli esametri divinamente armoniosi, scandendone

a voce sommessa i melodici numeri (i latinisti che mi leggono

capiranno benissimo questa voluttà delle voluttà), ma al primo

rompersi del periodo in un emistichio del verso seguente, egli

ricadeva subito nella sua contemplazione.

Gira, rigira, di fermata in fermata, gli occhi di Laurenti erano

andati a posarsi su d'un bel pino domestico, che sorgeva nella villa

sottostante, come una rarità di vegetazione; dio Termino piantato

sull'estremo lembo della prateria, accanto al sentiero maestro che

andava a nascondere i suoi meandri tra le magnolie del giardino.

Quel pino lo condusse a pensare alla casa paterna e ai felici giorni

della prima adolescenza, allorquando suo padre lo faceva alzare per

tempissimo per averlo compagno alla caccia, ed egli, sebbene non gli

andasse a' versi quella maniera di passatempo, era lieto di correre su

pei monti insieme con suo padre, di aiutare il rustico servitore a

portar le gabbie degli uccelli di richiamo, le verghette di ferro e la

pania da distendervi sopra.

Colà, sul ciglio di una costiera piantata di piccole roveri, un grosso

pino segnava il cominciamento di una nuova regione vegetale. Di là

passavano a stormi i pellegrini dell'aria, i fringuelli, i cardellini,

le cingallegre, i fanelli; e là, disposta ogni cosa per bene, le

verghette impaniate tra i rami dell'albero, i richiami tra i cespugli,

ambo ascosi in un cappannuccio di frasche, attendevano il passaggio

degli spensierati, che, attratti dal canto traditore dei compagni

prigionieri, venivano a dar ne' panioni, donde non c'erano santi che

potessero cavarli.

Il santo era qualche volta Guido Laurenti, cioè quando il padre suo si

partiva di là, lasciandolo solo nella tesa. L'adolescente non pensava

più agli uccelli. Accoccolato nel suo nascondiglio, col viso

appuntellato sulle palme, e gli occhi nel vano dell'apertura, stava

fantasticando una vaporosa forma di donna; vedeva la castellana, o la

fata dei luoghi, scendere dalle rovine di un antico maniero e sedersi

ai piedi di quel pino, e sè medesimo, nobilmente vestito di velluto,

con le calze divisate di bianco e di rosso, il giustacore serrato ai

fianchi, una berretta piumata capricciosamente posta a sghembo sui

biondi capegli, stare a' piedi di quella gran dama, baciarle per tutti

i versi quella mano bianca ch'ella gli aveva abbandonata tra le sue, e

canticchiarle la sua prima ballata d'amore.

Il dar d'uno sciame di lucherini nell'albero, lo sbatter dell'ali che

sempre più si invescavano sulle verghette fallaci, il pigolare

doloroso dei poveri pennuti, lo risvegliavano dalla sua estasi.

Sbucava sollecito dal suo capannuccio, si arrampicava sull'albero, e

andava a spiccare i tapinelli, badando a non strappar loro le penne

maestre; ripuliva dal vischio le loro graziose zampine, e li rimandava

con Dio, in nome di quella bellissima dama che era sparita pur dianzi.

Poco stante capitava il babbo.--Orbene, non c'è stato nulla?--Nulla,

babbo; uno sciame di lucherini ha dato nei rami, ma la pania non

teneva e non ho fatto a tempo per coglierli; se ne sono volati via.

E il babbo, che notava i piumini sulle verghe e la buona presa del

vischio, a non credere un'acca dei discorsi dell'adolescente, a

sgridarlo un tratto, ma compiacersi in cuor suo delle invenzioni del

figlio, pur promettendo che non l'avrebbe più condotto ad uccellare

con lui.

Bei tempi, bei tempi! e chi non ha di somiglianti memorie, piccoli

quadri dell'adolescenza, che si richiamano, si ridipingono e

s'incorniciano tra le meditazioni dell'uomo adulto, belli di quella

velatura ineffabile che distende sovr'essi la lontananza degli anni?

Ed ecco come la vista di quel pino, sull'ultimo lembo della prateria

sottostante, faceva fantasticare Laurenti, seduto presso il suo

muraglione, colla sua Eneide tra mani.

L'illusione delle circostanze era perfetta; non ci mancava neppure la

castellana.

Essa era laggiù, com'egli l'aveva sognata adolescente. Capelli neri e

morbidi, chiusi in una reticella di filo d'oro, le cui larghe maglie

non ne scemavano la lucentezza; la persona svelta e di graziosi

contorni, a cui aggiungevano maestà e leggiadria le molli pieghe di

una lunga veste di seta cenerognola e uno sciallo rosso di Persia,

lavorato a fogliami, negligentemente raccolto intorno alla vita.

Alla distanza in cui era, non si poteano distinguere i lineamenti del

viso, ma s'indovinavano regolari e bellissimi, al soave effetto che

facevano da lunge. L'ovale un tal po' allungato di quella faccia, la

carnagione bianca, pallida come di una bella morente, richiamavano

alla memoria una di quelle madonne in cui il pennello di Carlo Dolci

ha così mirabilmente accoppiata, compenetrata quasi, la bellezza col

patimento della materia, di guisa che il rimirarle vi sveglia ad un

tempo la voluttà negli occhi e l'angoscia nel cuore.

Laurenti rimase estatico a quella vista, senza sapere se vedesse da

senno, o se per avventura non fosse quella una continuazione delle sue

ricordanze giovanili. Poi, come avviene per simiglianti immagini del

passato che fanno insieme tenerezza e sgomento, si sentì sopraffatto,

e si fe' scorrere una mano sul fronte, quasi sperasse in tal modo

dileguar dalla mente la diletta visione. Si provò a ripigliar l'Eneide

e proseguir la lettura; ma il primo emistichio che gli cadde

sott'occhi «_Et vera incessu patuit Dea_» non fece altro che

richiamarlo all'argomento della sua contemplazione, e ricondurgli lo

sguardo sotto quell'albero di pino.

La dea era pur sempre colà, innanzi agli occhi suoi, dea al volto, al

portamento, all'incesso. Ella era tuttavia sotto l'ombrello del pino,

ma veniva lentamente in su pel sentiero sabbioso, la testa un tal po'

reclinata sull'omero, come persona stanca, una mano al seno sui capi

dello scialle, che senza quel ritegno sarebbe caduto, mentre l'altra,

che si potea scorgere da lontano bianca e sottile, penzolava

mollemente lungo le pieghe della veste fluente.

Non era quella un'illusione per fermo. Il giovine meravigliato

richiuse sull'indice le pagine aperte del libro e rimase intento a

guardare la bianca apparizione. Per la prima volta dacchè dimorava

lassù, egli vedeva qualcheduno, oltre il solito giardiniere, nella

villa sottostante. La divinità misteriosa di quel tempio era là,

pallida, sfinita, ma bella, come la principessa della favola, chiusa

da un incantesimo di mago geloso in un castello dalle mura di

diamante.

La pallida signora si muoveva lentamente su pel sentiero, dando

un'occhiata, ora a questo, ora a quello dei fiori delle aiuole

circostanti. Ella si soffermava spesso, non tanto per guardarsi

dintorno, come da lunge pareva, quanto per aspirare a labbra socchiuse

(labbra di pallido corallo!) quell'aria tepida e ristoratrice. Appena

ella fu presso ad un sedile di ferro dipinto, vi si lasciò andare la

persona, come se fosse stanca oltremodo della via; adagiò gli omeri

contro la spalliera, e rimase inerte, colle dita intrecciate, le

braccia prosciolte, e gli occhi languidamente rivolti verso il sole,

che si nascondeva allora dietro i monti d'Arenzano.

Anch'ella, povera bella, fantasticava; ma, più infelice di Laurenti,

ella soffriva, e le memorie che le tornavano in mente non erano punto

liete, nè caramente malinconiche, come quelle del giovine naturalista.

Venne la notte, ed ella era ancora sul suo sedile, nella istessa

postura; Guido medesimamente fermo a guardarla, coll'indice tra le

pagine del libro.

L'ultimo filo di luce del crepuscolo rischiarò la doppia comparsa del

giardiniere che andò a dar la mano alla signora per ricondurla nella

palazzina, e del servitore di Laurenti che, temendo non s'infreddasse,

da quell'uomo prudente ch'egli era, portava il cappello per coprir la

testa al padrone.

L'olmo e l'edera · 第 17 / 45 题