Un nuovo e più vivace elemento entrava nella vita di Guido Laurenti.
Era una bella e nobile vita la sua, intelligente, studiosa, operosa, e
si disponeva acconciamente a diventar feconda d'intendimenti generosi.
Ma il calore non c'era; non c'era quella tal cosa che fa dire col
poeta latino: «_spiritus intus alit_». Egli era, se posso giovarmi del
paragone, come un bel disegno senza colore, o come un bel paese senza
luce, il che poi torna lo stesso, imperocchè i colori non sono che le
sette persone di quella santissima _Settenità_. Ora, quel nuovo
elemento era come l'alba che rischiara il paese, facendolo nuotare
dapprima in una vaghissima nebbia, tinta a gradi con tutte le più
soavi temperanze della tavolozza dell'iride, e dandogli da ultimo que'
toni più giusti, que' lumeggiamenti ricisi, che fanno risaltare ogni
cosa in tutta la sua schietta bellezza, colla debita osservanza a
tutte le leggi della prospettiva.
Tutte queste belle cose, che io dico del resto così male, non le disse
a sè stesso, nè mal nè bene, il mio giovine protagonista. Egli non
fece esame di coscienza allorquando, dopo aver pigliato il suo
cappello dalle mani del servitore, stette ancora un pezzo immobile a
guardare colà dove la bella gentildonna era sparita nel buio della
sera, e non pensò neppure a farlo, quando con passi lenti e misurati
rifece il viale del suo giardino per tornarsene in casa.
A che cosa pensava egli, mutando i passi dell'uomo pensieroso? A
nulla, proprio a nulla. E del pari senza pensare a nulla, entrò in
casa, appiccò il cappello alla prima gruccia del cappellinaio, e andò
svogliato a sedersi su d'un divano del suo salotto.
Per la prima volta dopo dieci anni si sentì senza desiderio di metter
mano a cosa veruna; se il servitore, vedutolo entrare colà, non si
fosse affrettato ad accendere la lucerna, egli non avrebbe pensato a
chiedere un po' di lume. E non pensava a nulla, non gli veniva neppure
in mente di chiedere a sè stesso il perchè non pensasse a nulla.
Si alzò, e poichè si vide dinanzi il cembalo, andò a sedersi alla
tastiera, su cui non metteva le dita da parecchi mesi, e accesi i
torchietti, si fece a suonare quella stessa musica che vide
squadernata sul leggio. La era una mazurka, ed egli suonò la mazurka;
poi diede di mano ad un altro quaderno, e suonò quel che c'era, dalla
prima all'ultima nota, senza nemmanco badare al genere del pezzo.
Senonchè, la era musica in _minore_, e il _minore_ è come le ciliegie,
che una tira l'altra; e Guido Laurenti, senza metter mano ad altri
quaderni, suonò una infilzata di romanze malinconiche, andando da
ultimo a immorbidirsi in quella famosa del Verdi: «_Quando la sera, al
placido_» con tutto quello che segue.
L'amore entrava, come i lettori vedono: c'era già la sera, e il
placido chiarore del cielo stellato.
Egli tuttavia, ripeto, non ne sapeva nulla, e continuava a suonare
come se fosse stato quello lo studio e il passatempo di tutte le sere,
in cambio della _Trasformazione delle specie_ di Darwin, o del
_Cosmos_ di Alessandro Humboldt.
Così del resto avviene mai sempre. Se l'uomo al primo mutar dell'aria
fosse sollecito a mettere la sua brava flanella, non ci sarebbero più
reumi nè bronchiti. E se ai primi segni di una simpatia, ma proprio ai
primi, un uomo assennato facesse il suo esame di coscienza, pesasse il
pro e il contro sulla bilancia, i rischi e i guadagni, io metto pegno
che non andrebbe più innanzi. Ma, passano due giorni, e la flanella
non è giunta a tempo per isviare la tosse; passano cinque, e i
gagliardi propositi non custodiscono più dai colpi di un affetto
veemente. La malattia è nei bronchi; la passione è giunta al cuore, e
arrivederci col senno di poi!
Il primo pensiero di Laurenti (gli era proprio tempo che tornasse a
pensare!) fu per la gentildonna veduta pur dianzi; ma era un pensiero
innocente, naturale come la curiosità, legittimo come la compassione
del prossimo. Ed ecco poi in che forma logica gli si dipanò nella
mente, in quella che stava seduto al cembalo, cogli occhi sopra uno
dei torchietti accesi:
«.....Povera donna! mi pareva molto stanca. Che male avrà? Era bianca
come la cera intorno al lucignolo, e liquefatta del pari. Che la sia
offesa nei polmoni? Sì certo; son queste le malattie in apparenza più
dolci, che uccidono a gradi, e non c'è bisogno di starsene inchiodati
in un letto per sentirsi morire. Si sfiaccola come questa candela; ci
si rimette ogni giorno uno strato di vitalità; si ama sempre più la
luce, il calore, quanto più vanno mancando di dentro; poi, la cera
liquida, giunta all'ultimo strato, si riversa nella padellina, il
lucignolo si abbatte, stride, e buona notte!
«Povera donna! Ma perchè non cura la sua salute? Le son malattie da
badarci per bene. I medici le hanno sentenziate insanabili, poichè
essi guardano alla interna rovina di un organismo e non alle cause
morali che la guidano, come soprastanti alle opere di demolizione.
Questi mali s'hanno a pigliare anch'essi pel loro verso; vuolsi curar
l'anima in pari tempo del corpo. È ci vuol altro che olio di fegato di
merluzzo! S'ha da svagare il malato, fargli mutare sensazioni, mutando
paese, e via via. La dama è ricca. A quella palazzina e a quel
magnifico giardino dee rispondere un largo censo. Perchè si lascia
sgretolare a quel modo dal male!
«Chi sa? forse la ci avrà le sue millanta ragioni a non muoversi. Si è
a volte legati in un paese con funi di canape, a volte con fili di
seta... che tengono assai più forte del canape. E invero un marito non
può essere impedimento a fare quello che la cura del proprio corpo
consiglia; laddove un amante... Un amante! e perchè?...»
La supposizione dell'amante non pareva gli andasse molto a' versi. La
masticò un tratto fra i denti, quindi balzò in piedi con piglio
d'insofferenza.--Vadano in malora gli amanti!..... esclamò.--E le
amanti!--soggiunse, ma più sommesso, come chi senta di dire una mezza
bugia a sè stesso. E uscito dal salotto, andò a cangiar vestimenta,
zufolando (egli che non zufolava mai); quindi uscì, dopo aver detto al
servitore che sarebbe tornato tardi, poichè andava al teatro Carlo
Felice; e uscì zufolando pur sempre.
Quella per fermo era serata di musica!
Il teatro Carlo Felice quella sera aveva faccia di legno. Laurenti, il
quale non s'era più ricordato d'essere in lunedì, se ne addiede come
fu alla porta; ma non se ne dolse; che anzi! Egli aveva detto al
servitore e a sè medesimo che andava a teatro, soltanto per dire
qualcosa, e gli parve una ventura di dover appiccare la voglia
all'arpione.
Ha mai pensato il lettore che siamo sempre in due, dentro di noi, o,
per dir meglio, che il nostro _noi_ è composto di due persone, che una
vuole e l'altra disvuole, e quella che vuole o disvuole più
tenacemente non è sempre la prima per ragione di dignità? Egli avviene
spesso nel nostro interno come un dialogo, un battibecco inavvertito,
una sorda puntaglia, e le gambe e le mani nostre non eseguiscono
sempre i comandi della parte più autorevole. La parte seconda, che è
la materia, l'istinto, o quel diavolo che vorrete, pensa anco lei, e
talfiata ragiona anche meglio dell'intelletto; testimone il fatto
degli ubbriachi che non si rompono mai il _nomine patris_, e trovano
sempre la toppa dell'uscio di casa, senza mestieri del lumicino della
ragione.
Ora, uno dei due contendenti voleva che Guido andasse a passeggio; e
fu proprio quello che si rallegrò nella mente sua, quando il capo di
casa trovò chiuso il teatro.
Laurenti se n'andò dunque girelloni per la città, ma con una spasimata
voglia di salire. E fu di tal guisa condotto per una strada larga,
nella quale non si vedeva anima viva, e che egli per conseguenza potè
popolare di morti a sua posta, vo' dire delle sue ricordanze
giovanili, delle care imagini de' suoi parenti, e perfino de' suoi
compagni di scuola, allorquando pigliava i primi granchi nel mare del
sapere, chiamando le lettere dell'alfabeto con nome sempre diverso da
quello che avevano avuto, dai Pelasgi fino al tempo presente.
Erano, in fin dei conti, innocentissime meditazioni, e non c'era nulla
a ridire. Ma chi avesse potuto (come fa il lettore dietro la scorta di
un minuto racconto) notare le speculazioni di Laurenti dal ciglio del
muraglione, e scorgere nel suo soliloquio accanto al cembalo il germe
di una simpatia per la signora della palazzina gialla, avrebbe anche
notato che quella strada nella quale era ito a meditare, andava per
l'appunto a far capo, indovinate dove! alla palazzina gialla.
Per la chiusa del primo giorno, non c'era male davvero!