III.

Il giorno del dibattimento venne, alla fine. L’angusta aula delle

Assise da un pezzo non si era vista così affollata, tanta gente s’era

partita apposta da Roccamarina, e tanta ne aveano attratto la curiosità

e l’interesse locali.

Il banco della stampa era interamente occupato; in quello degli

avvocati non era possibile muoversi perchè, oltre al collegio numeroso

della difesa, l’avea preso d’assalto un plotone di verdi speranze

del fôro: apprendisti di studio che accompagnavano i loro maestri,

laureati del giorno avanti che lasciavano leggere negli occhi animati

e brillanti quanto fossero compresi della loro novella dignità. Era

la parte più attenta e rumorosa del pubblico; si vedeva che quello

spettacolo li interessava e li allettava come mai più alcun altro

forse, e i comenti correvano sulle loro bocche, vivacissimi, pieni di

sale, senza paura dei richiami del presidente, poichè la coscienza del

prestigio e delle prerogative di cui godevano nella loro qualità di

avvocati, li faceva ridere della severità presidenziale. Uno di essi,

specialmente, faceva del chiasso per venti e dominava il gruppo, un

piccoletto senza un pelo sulle labbra, che pure — come raccontava a

tutti, facendoci su un sorrisetto di amor proprio soddisfatto — non

più tardi di un’ora avanti avea riportato, da rappresentante di parte

civile, un bel successo al Tribunale coll’ottenere il massimo della

pena per un povero diavolo di contadino, mezzo ebete e pienamente

confesso, il quale s’era lasciato sorprendere mentre faceva man bassa

di notte in un pollaio.

Il dibattimento procedeva lentamente perchè il numero dei testimoni era

straordinario. Talchè, il Pubblico Ministero aveva l’aria di annoiarsi

molto, e il sensale che dalla gabbia l’osservava attentamente, con

l’occhio col quale si spiano le mosse di un nemico, gli notò sulla

faccia quasi una espressione di sollievo quando il suo difensore venne

a fare un briciolo di conversazione con lui, prima che si trovassero

alle prese nel cimento oratorio. Capiva che parlavano di lui in quel

momento, e poi di sua moglie.... Il procuratore del Re aveva certo

dovuto domandare all’avvocato che gliela mostrasse, perchè l’altro

s’era messo a indicargli in mezzo alla folla, per via di gesti, la

_Ricciuta_. Allora, il rappresentante dell’accusa aveva strizzato gli

occhi in segno d’ammirazioue e aveva fatto un atto del pollice sopra la

spalla, evidentemente accennando al vecchio libertino che s’era serbato

per la fine quel ghiotto boccone, sino a che ci aveva lasciato l’ultimo

dente!... Tutti e due s’erano messi a ridere di vero cuore, cercando

di frenarsi per rispetto alla Corte, ma senza riuscirci, e il Pubblico

Ministero si torceva addirittura sul suo seggiolone di cuoio.... Il

sensale non li perdeva di vista; vedendo colui che era pagato per

fargli da boia abbandonarsi a così viva ilarità, e ne comprese il

senso, sentì istintivamente che non c’era più nulla da temere e che

poteva dire di aver già in tasca il verdetto d’assoluzione....

L’aspetto imponente della sala però lo inquietava, gli metteva una

grande e penosa soggezione addosso. Era proprio davanti a tanta folla,

a tutta quella gente sconosciuta ed ostile, che si doveva bandire e

discutere la vergogna della sua povera creatura innocente? Ella gli

faceva una pena insopportabile, talmente la vedeva pallida, disfatta

e smarrita, sotto il fuoco incrociato di cento occhi pieni di volgare

curiosità, d’insolente ammirazione, della lasciva compiacenza che

destava l’attesa della storia di cui era l’eroina.

I più maligni e i più odiosi erano i suoi compaesani: le facevano il

vuoto attorno, le ridevano in faccia, la mostravano ai signori che

volevano sapere quale fosse tra le donne degli imputati la moglie del

sensale. Era un tormento che gli dava le smanie, che gli attossicava

la gioia della imminente liberazione, ormai certa. Improvvisamente,

davanti a quell’imagine di Addolorata, gli balenava alla mente

l’idea delle sofferenze, dell’avvilimento patito da lei per tanto

tempo, del supplizio continuo ed atroce che aveva dovuto costarle

l’oscena finzione impostale. E mai un lamento, mai una protesta, al

punto ch’egli non ne avea intuito veramente la dolorosa intensità

mai prima d’ora, ed avea potuto lusingarsi che il recitare la parte

assegnatale le riuscisse lieve! Ed era per amore di lui, per la paura

di comprometterlo, di perderlo, che ella avea sempre taciuto, che s’era

prestata così al crudele sacrificio!...

Però, lo consolava l’idea che s’era alla fine, che fra poco quel

purgatorio sarebbe cessato. Invece, non cominciava davvero che allora,

con la sfilata dei testimoni citati a suo discarico, tutti chiamati

apposta da Roccamarina per narrare e far fede ai giurati, alla Corte,

ai giornalisti, al mondo intero infine, come la _Ricciuta_ fosse

stata la ganza del barone Spinosa, il quale in compenso li avea tolti

dalla miseria, lei ed il marito, e come avesse saputo cattivarsi

ed ubbriacare il vecchio vizioso e rimbecillito in modo che nella

loro casa era piovuta ad un tratto l’abbondanza e l’agiatezza.... La

poverina doveva sentirsi snocciolare sul viso tutto un tal rosario di

menzogne e d’infamie, lei a cui metteva schifo la sola idea di essere

stata desiderata da quel libertino incartapecorito! Ella non aveva

più nemmeno la sensibilità del rossore; si sentiva morire di vergogna

fra le risate ed i grassi comenti che accompagnavano da ogni parte

le esilaranti dichiarazioni dei testi. Quella del canonico Arabella

poi, aveva messo in rivoluzione la sala intera, aveva fatto sussultare

persino, nello scoppio irrefrenabile del riso, le calve e gravi teste

della Corte. Il canonico era stato il Pilade del barone Spinosa,

l’immancabile compagno suo nella quotidiana partita di scopa senza

la quale questi non poteva dire di aver chiuso veramente la propria

giornata. E raccontava, dimenando il ventre enorme e socchiudendo gli

occhi, le confidenze che il barone gli avea fatto intorno ai suoi amori

con la _Ricciuta_, l’entusiasmo di cui si accendeva nel descriverne le

grazie nascoste....

Il sensale sudava freddo dentro la gabbia! Sapeva, e se n’era a suo

tempo rallegrato, che il barone un po’ per vanità senile, un po’ perchè

capiva che avrebbe fatto la più barbina figura confessando la verità,

aveva sempre lasciato credere e confermato che le cose stessero davvero

come pareva. Ma dannarsi l’anima a tal segno, inventare tante menzogne,

tante odiose calunnie, esercitare la fantasia malata di libidine

creando persino dei particolari lascivi!... Gli toccava voltarsi

dall’altra parte perchè non sapeva reggere alla vista della _Ricciuta_,

sopportare lo sguardo implorante e perduto dei suoi occhi gravidi di

lacrime, dilatati nell’angoscia della barbara caccia che da ogni parte

le davano, stringendola in quella rete inestricabile di accuse bugiarde

e infamanti, infliggendole senza pietà la gogna delle più caustiche

barzellette, delle risate oltraggiose. Sentiva la sua prudenza

di vecchia volpe, la sua abilità e il suo sangue freddo di attore

consumato, abbandonarlo via via; intuiva confusamente che, se un simile

supplizio fosse durato ancora a lungo, egli avrebbe potuto commettere,

malgrado sè stesso, chissà che pazzia!...

Finalmente, venne l’ora delle arringhe. Il Pubblico Ministero apriva

la serie con un assai gustato movimento oratorio, incitando a mettere

in libertà, a fregiare anzi di qualche nobile decorazione gl’imputati,

che durante il processo i loro difensori si erano ingegnati di

dipingere come dei fior di galantuomini, delle vittime, al solito, di

una macchina montata in Questura da un funzionario ambizioso di rapida

promozione. Ma, giungendo al sensale, aveva dovuto lasciar da parte i

fulmini della sua eloquenza e contentarsi, tanto per l’onor dell’armi,

d’insinuare che, per quanto non ci fosse alcuna vera prova contro

di lui, pure la moralità dell’individuo autorizzava l’ipotesi che

anch’egli fosse stato della banda — ciò che significava il ritiro quasi

dell’accusa, una battaglia vinta per la difesa, la malizia del sensale

che trionfava e lo tirava incolume dal brutto passo!...

Fra gli altri imputati, sulla sorte dei quali non era possibile

alcuna illusione, vi fu un sordo movimento di collera, e delle

occhiate bieche, delle imprecazioni corsero all’indirizzo del complice

fortunato. Erano tutti dei tipi che si sarebbero lasciati tagliare

a pezzi prima di dire una parola, ma ciò non impediva che facesse

troppa rabbia, per Dio, mentre gli altri restavano presi come dei

sorci inesperti nella trappola, vedere quello solo che riusciva a

scamparsela, portandosi via anche il cacio!

Ma il sensale sembrava restasse quasi insensibile al fremito d’invidia

suscitato in mezzo ai suoi compagni, come non comprendendo quanto

terreno avesse guadagnato dopo la requisitoria del Pubblico Ministero.

Egli non vedeva che sua moglie, divenuta d’una pallidezza da far paura,

con le mani tremanti sulle ginocchia e il corpo che sussultava tutto

ad ogni tratto nello sforzo di rattenere le lacrime. Il pensiero della

propria difesa, della propria salvezza, passava in seconda linea per

lui in quel momento; prima di tutto, al disopra di tutto, egli voleva

veder cessato il supplizio della poveretta da lui medesimo esposta

sulla croce così, il supplizio che sarebbe stato già tanto fiero per

una che avesse avuto davvero quella macchia addosso, figurarsi poi per

lei!... Provava un bisogno furioso di finirla, si sarebbe levato per

gridare al suo difensore, che incominciava allora a parlare, di tacere,

di rinunziare alla parola!...

Invece, l’avvocato pareva avesse tutt’altra voglia; dal giro che

prendeva, si capiva come la sua arringa sarebbe durata un pezzo. Andava

adagio, lasciando le frasi, sopratutto nell’esordio, cadere dalla

sua bocca con una mollezza calcolata ed esasperante, passando con un

crescendo sapiente dai piani quasi sussurrati, a certi _forti_ d’una

sonorità, assordante — come allorchè aveva evocato l’ombra del barone

Spinosa perchè fosse venuto a testimoniare la verità sulla fortuna

del suo difeso! Veramente, quella macabra idea di citare il morto

all’udienza, aveva messo un po’ di ghiaccio nel pubblico.... L’oratore

l’avea sentito, però se ne consolava sapendo che il passo male accolto

era un effetto sbagliato, ma solitario nella sua arringa. La nota

dominante era ben altra; il successo doveva consistere nell’ilarità

che avrebbe destato, nel sapore boccaccesco largamente profusovi. La

sua difesa era il riepilogo e l’illustrazione delle testimonianze udite

prima, il contrappelo alla fama già tanto lacerata della _Ricciuta_....

A un certo punto, la disgraziata non avea potuto reggerci più, e s’era

messa a piangere forte, colle dita negli occhi come una bambina, mentre

l’avvocato s’interrompeva, sorpreso e contrariato. Vi fu una pausa,

durante la quale il giovinetto avvocato che faceva più chiasso di tutti

avea esclamato forte, tra un coro di risate:

— Guardate che commediante, questa.... buona serva di Dio!...

A tale uscita il sensale, che non sapeva contenersi più, aveva sentito

il sangue ingorgargli il cervello! Pallido, coi pugni contratti,

sgranando minacciosamente gli occhietti grigi, era scattato in piedi e

pareva schizzasse veleno contro la folla, mentre la donna continuava a

piangere in mezzo agli zittii del pubblico infastidito. Ogni lacrima

di lei gli cadeva sul cuore, lo faceva delirare di pietà.... E il

suo strazio era diventato anche più acuto quando il presidente aveva

ordinato che la conducessero via, e l’altra s’era messa a promettere,

a furia di gesti, cacciandosi il fazzoletto in bocca e affondandovi i

denti, che sarebbe stata tranquilla, avea supplicato che la lasciassero

stare, perchè non voleva andarsene, perchè non voleva abbandonare suo

marito nel momento decisivo!

Intanto, l’avvocato continuava la sua difesa, condendola

inesauribilmente di piacevoli tratti umoristici, destando quasi ad

ogni frase nella sala le più allegre risate. E di nuovo la _Ricciuta_,

non potendo frenarsi, aveva ricominciato a piangere con forza, facendo

accorrere l’usciere che se l’era trascinata via, senza lasciarsi

impietosire più, questa volta.... Allora, il sensale avea provato

un momento di terribile vertigine, era balzato giù afferrandosi ai

ferri della gabbia, scuotendoli forte.... Il grido irreparabile della

verità gli saliva dal cuore, gli faceva ressa tumultuosamente alle

labbra! Ancora un istante, ed egli sentiva che avrebbe smarrito il lume

degli occhi, che si sarebbe condannato da sè, pur di strappare la sua

creatura da quella croce d’infamia, pur di eruttare il proprio furioso

rancore sul viso di colui che, per difenderlo, ve la inchiodava senza

pietà, gridando forte:

— Tutte menzogne, signor presidente!... Forse, l’avvocato intende

parlare di sua madre o di sua sorella, ma quell’innocente là è pura

e senza macchia come la nostra Santa protettrice!... La verità è che

la fortuna me la son fatta a Catania, spacciando moneta falsa, e che

io la costringevo a fingere apposta quella commedia per ingannare gli

altri.... Questa è la verità, signor Presidente!...

Ma già la poveretta non era più là col suo viso disfatto dal pianto,

coi suoi occhi imploranti, con quell’inesprimibile attitudine di

fanciullina martirizzata, che strappava l’anima.... E subitamente,

come se l’avessero liberato da un incubo, egli tornò al dominio di

sè, riacquistò la lucida coscienza dei suoi atti, la fredda calma

ch’era abituale in lui e che avea potuto per un momento smarrire sino

a quel segno estremo. Si ricompose, riprese umilmente il suo posto

fra gl’imputati e rimase così fino all’ultimo, senza più muoversi nè

parlare, con gli occhi a terra e l’aria compunta.

La prima donna · 第 30 / 36 题