Il giorno del dibattimento venne, alla fine. L’angusta aula delle
Assise da un pezzo non si era vista così affollata, tanta gente s’era
partita apposta da Roccamarina, e tanta ne aveano attratto la curiosità
e l’interesse locali.
Il banco della stampa era interamente occupato; in quello degli
avvocati non era possibile muoversi perchè, oltre al collegio numeroso
della difesa, l’avea preso d’assalto un plotone di verdi speranze
del fôro: apprendisti di studio che accompagnavano i loro maestri,
laureati del giorno avanti che lasciavano leggere negli occhi animati
e brillanti quanto fossero compresi della loro novella dignità. Era
la parte più attenta e rumorosa del pubblico; si vedeva che quello
spettacolo li interessava e li allettava come mai più alcun altro
forse, e i comenti correvano sulle loro bocche, vivacissimi, pieni di
sale, senza paura dei richiami del presidente, poichè la coscienza del
prestigio e delle prerogative di cui godevano nella loro qualità di
avvocati, li faceva ridere della severità presidenziale. Uno di essi,
specialmente, faceva del chiasso per venti e dominava il gruppo, un
piccoletto senza un pelo sulle labbra, che pure — come raccontava a
tutti, facendoci su un sorrisetto di amor proprio soddisfatto — non
più tardi di un’ora avanti avea riportato, da rappresentante di parte
civile, un bel successo al Tribunale coll’ottenere il massimo della
pena per un povero diavolo di contadino, mezzo ebete e pienamente
confesso, il quale s’era lasciato sorprendere mentre faceva man bassa
di notte in un pollaio.
Il dibattimento procedeva lentamente perchè il numero dei testimoni era
straordinario. Talchè, il Pubblico Ministero aveva l’aria di annoiarsi
molto, e il sensale che dalla gabbia l’osservava attentamente, con
l’occhio col quale si spiano le mosse di un nemico, gli notò sulla
faccia quasi una espressione di sollievo quando il suo difensore venne
a fare un briciolo di conversazione con lui, prima che si trovassero
alle prese nel cimento oratorio. Capiva che parlavano di lui in quel
momento, e poi di sua moglie.... Il procuratore del Re aveva certo
dovuto domandare all’avvocato che gliela mostrasse, perchè l’altro
s’era messo a indicargli in mezzo alla folla, per via di gesti, la
_Ricciuta_. Allora, il rappresentante dell’accusa aveva strizzato gli
occhi in segno d’ammirazioue e aveva fatto un atto del pollice sopra la
spalla, evidentemente accennando al vecchio libertino che s’era serbato
per la fine quel ghiotto boccone, sino a che ci aveva lasciato l’ultimo
dente!... Tutti e due s’erano messi a ridere di vero cuore, cercando
di frenarsi per rispetto alla Corte, ma senza riuscirci, e il Pubblico
Ministero si torceva addirittura sul suo seggiolone di cuoio.... Il
sensale non li perdeva di vista; vedendo colui che era pagato per
fargli da boia abbandonarsi a così viva ilarità, e ne comprese il
senso, sentì istintivamente che non c’era più nulla da temere e che
poteva dire di aver già in tasca il verdetto d’assoluzione....
L’aspetto imponente della sala però lo inquietava, gli metteva una
grande e penosa soggezione addosso. Era proprio davanti a tanta folla,
a tutta quella gente sconosciuta ed ostile, che si doveva bandire e
discutere la vergogna della sua povera creatura innocente? Ella gli
faceva una pena insopportabile, talmente la vedeva pallida, disfatta
e smarrita, sotto il fuoco incrociato di cento occhi pieni di volgare
curiosità, d’insolente ammirazione, della lasciva compiacenza che
destava l’attesa della storia di cui era l’eroina.
I più maligni e i più odiosi erano i suoi compaesani: le facevano il
vuoto attorno, le ridevano in faccia, la mostravano ai signori che
volevano sapere quale fosse tra le donne degli imputati la moglie del
sensale. Era un tormento che gli dava le smanie, che gli attossicava
la gioia della imminente liberazione, ormai certa. Improvvisamente,
davanti a quell’imagine di Addolorata, gli balenava alla mente
l’idea delle sofferenze, dell’avvilimento patito da lei per tanto
tempo, del supplizio continuo ed atroce che aveva dovuto costarle
l’oscena finzione impostale. E mai un lamento, mai una protesta, al
punto ch’egli non ne avea intuito veramente la dolorosa intensità
mai prima d’ora, ed avea potuto lusingarsi che il recitare la parte
assegnatale le riuscisse lieve! Ed era per amore di lui, per la paura
di comprometterlo, di perderlo, che ella avea sempre taciuto, che s’era
prestata così al crudele sacrificio!...
Però, lo consolava l’idea che s’era alla fine, che fra poco quel
purgatorio sarebbe cessato. Invece, non cominciava davvero che allora,
con la sfilata dei testimoni citati a suo discarico, tutti chiamati
apposta da Roccamarina per narrare e far fede ai giurati, alla Corte,
ai giornalisti, al mondo intero infine, come la _Ricciuta_ fosse
stata la ganza del barone Spinosa, il quale in compenso li avea tolti
dalla miseria, lei ed il marito, e come avesse saputo cattivarsi
ed ubbriacare il vecchio vizioso e rimbecillito in modo che nella
loro casa era piovuta ad un tratto l’abbondanza e l’agiatezza.... La
poverina doveva sentirsi snocciolare sul viso tutto un tal rosario di
menzogne e d’infamie, lei a cui metteva schifo la sola idea di essere
stata desiderata da quel libertino incartapecorito! Ella non aveva
più nemmeno la sensibilità del rossore; si sentiva morire di vergogna
fra le risate ed i grassi comenti che accompagnavano da ogni parte
le esilaranti dichiarazioni dei testi. Quella del canonico Arabella
poi, aveva messo in rivoluzione la sala intera, aveva fatto sussultare
persino, nello scoppio irrefrenabile del riso, le calve e gravi teste
della Corte. Il canonico era stato il Pilade del barone Spinosa,
l’immancabile compagno suo nella quotidiana partita di scopa senza
la quale questi non poteva dire di aver chiuso veramente la propria
giornata. E raccontava, dimenando il ventre enorme e socchiudendo gli
occhi, le confidenze che il barone gli avea fatto intorno ai suoi amori
con la _Ricciuta_, l’entusiasmo di cui si accendeva nel descriverne le
grazie nascoste....
Il sensale sudava freddo dentro la gabbia! Sapeva, e se n’era a suo
tempo rallegrato, che il barone un po’ per vanità senile, un po’ perchè
capiva che avrebbe fatto la più barbina figura confessando la verità,
aveva sempre lasciato credere e confermato che le cose stessero davvero
come pareva. Ma dannarsi l’anima a tal segno, inventare tante menzogne,
tante odiose calunnie, esercitare la fantasia malata di libidine
creando persino dei particolari lascivi!... Gli toccava voltarsi
dall’altra parte perchè non sapeva reggere alla vista della _Ricciuta_,
sopportare lo sguardo implorante e perduto dei suoi occhi gravidi di
lacrime, dilatati nell’angoscia della barbara caccia che da ogni parte
le davano, stringendola in quella rete inestricabile di accuse bugiarde
e infamanti, infliggendole senza pietà la gogna delle più caustiche
barzellette, delle risate oltraggiose. Sentiva la sua prudenza
di vecchia volpe, la sua abilità e il suo sangue freddo di attore
consumato, abbandonarlo via via; intuiva confusamente che, se un simile
supplizio fosse durato ancora a lungo, egli avrebbe potuto commettere,
malgrado sè stesso, chissà che pazzia!...
Finalmente, venne l’ora delle arringhe. Il Pubblico Ministero apriva
la serie con un assai gustato movimento oratorio, incitando a mettere
in libertà, a fregiare anzi di qualche nobile decorazione gl’imputati,
che durante il processo i loro difensori si erano ingegnati di
dipingere come dei fior di galantuomini, delle vittime, al solito, di
una macchina montata in Questura da un funzionario ambizioso di rapida
promozione. Ma, giungendo al sensale, aveva dovuto lasciar da parte i
fulmini della sua eloquenza e contentarsi, tanto per l’onor dell’armi,
d’insinuare che, per quanto non ci fosse alcuna vera prova contro
di lui, pure la moralità dell’individuo autorizzava l’ipotesi che
anch’egli fosse stato della banda — ciò che significava il ritiro quasi
dell’accusa, una battaglia vinta per la difesa, la malizia del sensale
che trionfava e lo tirava incolume dal brutto passo!...
Fra gli altri imputati, sulla sorte dei quali non era possibile
alcuna illusione, vi fu un sordo movimento di collera, e delle
occhiate bieche, delle imprecazioni corsero all’indirizzo del complice
fortunato. Erano tutti dei tipi che si sarebbero lasciati tagliare
a pezzi prima di dire una parola, ma ciò non impediva che facesse
troppa rabbia, per Dio, mentre gli altri restavano presi come dei
sorci inesperti nella trappola, vedere quello solo che riusciva a
scamparsela, portandosi via anche il cacio!
Ma il sensale sembrava restasse quasi insensibile al fremito d’invidia
suscitato in mezzo ai suoi compagni, come non comprendendo quanto
terreno avesse guadagnato dopo la requisitoria del Pubblico Ministero.
Egli non vedeva che sua moglie, divenuta d’una pallidezza da far paura,
con le mani tremanti sulle ginocchia e il corpo che sussultava tutto
ad ogni tratto nello sforzo di rattenere le lacrime. Il pensiero della
propria difesa, della propria salvezza, passava in seconda linea per
lui in quel momento; prima di tutto, al disopra di tutto, egli voleva
veder cessato il supplizio della poveretta da lui medesimo esposta
sulla croce così, il supplizio che sarebbe stato già tanto fiero per
una che avesse avuto davvero quella macchia addosso, figurarsi poi per
lei!... Provava un bisogno furioso di finirla, si sarebbe levato per
gridare al suo difensore, che incominciava allora a parlare, di tacere,
di rinunziare alla parola!...
Invece, l’avvocato pareva avesse tutt’altra voglia; dal giro che
prendeva, si capiva come la sua arringa sarebbe durata un pezzo. Andava
adagio, lasciando le frasi, sopratutto nell’esordio, cadere dalla
sua bocca con una mollezza calcolata ed esasperante, passando con un
crescendo sapiente dai piani quasi sussurrati, a certi _forti_ d’una
sonorità, assordante — come allorchè aveva evocato l’ombra del barone
Spinosa perchè fosse venuto a testimoniare la verità sulla fortuna
del suo difeso! Veramente, quella macabra idea di citare il morto
all’udienza, aveva messo un po’ di ghiaccio nel pubblico.... L’oratore
l’avea sentito, però se ne consolava sapendo che il passo male accolto
era un effetto sbagliato, ma solitario nella sua arringa. La nota
dominante era ben altra; il successo doveva consistere nell’ilarità
che avrebbe destato, nel sapore boccaccesco largamente profusovi. La
sua difesa era il riepilogo e l’illustrazione delle testimonianze udite
prima, il contrappelo alla fama già tanto lacerata della _Ricciuta_....
A un certo punto, la disgraziata non avea potuto reggerci più, e s’era
messa a piangere forte, colle dita negli occhi come una bambina, mentre
l’avvocato s’interrompeva, sorpreso e contrariato. Vi fu una pausa,
durante la quale il giovinetto avvocato che faceva più chiasso di tutti
avea esclamato forte, tra un coro di risate:
— Guardate che commediante, questa.... buona serva di Dio!...
A tale uscita il sensale, che non sapeva contenersi più, aveva sentito
il sangue ingorgargli il cervello! Pallido, coi pugni contratti,
sgranando minacciosamente gli occhietti grigi, era scattato in piedi e
pareva schizzasse veleno contro la folla, mentre la donna continuava a
piangere in mezzo agli zittii del pubblico infastidito. Ogni lacrima
di lei gli cadeva sul cuore, lo faceva delirare di pietà.... E il
suo strazio era diventato anche più acuto quando il presidente aveva
ordinato che la conducessero via, e l’altra s’era messa a promettere,
a furia di gesti, cacciandosi il fazzoletto in bocca e affondandovi i
denti, che sarebbe stata tranquilla, avea supplicato che la lasciassero
stare, perchè non voleva andarsene, perchè non voleva abbandonare suo
marito nel momento decisivo!
Intanto, l’avvocato continuava la sua difesa, condendola
inesauribilmente di piacevoli tratti umoristici, destando quasi ad
ogni frase nella sala le più allegre risate. E di nuovo la _Ricciuta_,
non potendo frenarsi, aveva ricominciato a piangere con forza, facendo
accorrere l’usciere che se l’era trascinata via, senza lasciarsi
impietosire più, questa volta.... Allora, il sensale avea provato
un momento di terribile vertigine, era balzato giù afferrandosi ai
ferri della gabbia, scuotendoli forte.... Il grido irreparabile della
verità gli saliva dal cuore, gli faceva ressa tumultuosamente alle
labbra! Ancora un istante, ed egli sentiva che avrebbe smarrito il lume
degli occhi, che si sarebbe condannato da sè, pur di strappare la sua
creatura da quella croce d’infamia, pur di eruttare il proprio furioso
rancore sul viso di colui che, per difenderlo, ve la inchiodava senza
pietà, gridando forte:
— Tutte menzogne, signor presidente!... Forse, l’avvocato intende
parlare di sua madre o di sua sorella, ma quell’innocente là è pura
e senza macchia come la nostra Santa protettrice!... La verità è che
la fortuna me la son fatta a Catania, spacciando moneta falsa, e che
io la costringevo a fingere apposta quella commedia per ingannare gli
altri.... Questa è la verità, signor Presidente!...
Ma già la poveretta non era più là col suo viso disfatto dal pianto,
coi suoi occhi imploranti, con quell’inesprimibile attitudine di
fanciullina martirizzata, che strappava l’anima.... E subitamente,
come se l’avessero liberato da un incubo, egli tornò al dominio di
sè, riacquistò la lucida coscienza dei suoi atti, la fredda calma
ch’era abituale in lui e che avea potuto per un momento smarrire sino
a quel segno estremo. Si ricompose, riprese umilmente il suo posto
fra gl’imputati e rimase così fino all’ultimo, senza più muoversi nè
parlare, con gli occhi a terra e l’aria compunta.