La _Ricciuta_, allorchè si ritrovarono insieme due giorni appresso
nell’intimitè della loro casetta così gaia, linda e doviziosa,
ripensando a tutte le ansie, i terrori, le angosce attraversate sino
alla vigilia, quasi non osava abbandonarsi alla realtà. Gli girava a
torno svelta e festosa come un buon fido cane restituito al padrone;
attendeva a preparargli il desinare più ghiotto, il più soffice letto,
ogni ristoro, ogni vezzeggiamento.
Il sensale, invece, conservava in mezzo alla sua allegrezza una certa
nobile misura, la composta dignità di colui che non agli uomini, non
alla Fortuna, non al Cielo deve il trionfo della propria sorte, ma solo
a sè stesso! Non aveva adunque avuto ragione di felicitarsene, quando
la sorpresa terribilmente minacciosa di quel processo gli era piombata
sul capo? Ora, dopo il verdetto assolutorio dei giurati, neppure
il Diavolo poteva nuocergli ancora; era una partita definitivamente
chiusa che nessuno aveva potere di riaprire più mai. Liquidato, così,
felicemente il passato, non restava innanzi a loro che il roseo,
luminoso orizzonte dell’avvenire, tutta una vita molle e beata di
agiatezza, di piacere, di dolce far niente. Il suo genio trionfava!
Quel giorno lieto che solennemente coronava l’ammirabile edificio del
talento e della malizia di lui, era come la sua apoteosi, ed egli ne
assaporava la gioia esaltante con una serenità piena di grandezza....
Ma traendo fuor dall’impenetrabile nascondiglio, dove prima di
lasciarsi arrestare l’aveva sepolto, il suo non disprezzabile tesoro
— due sacchetti ricolmi di buon oro sonante, accumulato a furia di
spacciare l’altro, quello falso — la curiosa maschera di olimpica
compostezza gli cadde a un tratto dal volto.... Si mise a versare il
contenuto luccicante e sonoro di quelle due piccoli otri di ricchezza
nel grembo della sua donna, affondandovi cupidamente una mano, mentre
nel tempo stesso brancicava i fianchi ed il petto di lei, accarezzando
con non minore avidità l’altro tesoro suo, l’opulento tesoro di rosee
carni fragranti di giovinezza per cui egli si struggeva. Un’ebrezza
d’indicibile orgoglio lo invadeva tutto, gli accendeva gli occhietti
di scimmia ladra e lasciva, abbacinati dal riflesso giallo dell’oro,
intorbidati dal brancicamento voluttuoso. La coscienza della propria
forza lo esaltava ancora più che la vista di tutto quel denaro ed il
contatto della carne amata....
A parte un momento passeggero di debolezza e d’oblio là, alle
Assise, allorquando l’angoscia troppo crudele della poveretta l’avea
ridotto quasi al punto di tradirsi e di perdersi, come egli era stato
inarrivabilmente ingegnoso, abile, astuto dal principio alla fine!
Come era riuscito — egli così miserevole all’aspetto, così umile di
condizione, e rozzo, digiuno di qualunque studio, tenuto da ognuno
in conto di un buono a nulla — a cacciarsi in tasca il mondo intero!
Tutti, dai cinquemila abitanti di Roccamarina, ai giudici istruttori,
al Pubblico Ministero, al Presidente, ai giurati, alla folla insolente
che aveva assistito al processo, tutti s’erano lasciati prendere
nella mirabile trappola della sua furberia, erano rimasti ingannati e
beffati!
La inesorabilità della giustizia punitrice a cui non sfugge alcun
colpevole, costituiva ora un soggetto d’allegra incredulità per lui che
avea saputo, con la sola risorsa del suo cervello fino, mettersi sotto
i piedi il Diritto e la Legge, risolvere il problema di _rompere_ senza
_pagare_.... Là, alle Assise, dopo il verdetto dei giurati, quando
la Corte avea fatto il suo ultimo ingresso, suscitando una mortale
ansia negli altri imputati, egli, dinanzi alla solennità quasi lugubre
delle loro toghe in quel momento, dinanzi alla gravità imponente
dell’apparato e del prestigio che circondava le persone loro, s’era
sentito assalire da uno scoppio a stento frenato d’ilarità. Mentre i
suoi compagni di gabbia concentravano l’anima ansiosa e perduta in
ogni parola della sentenza, egli che non aveva più nulla a temere,
lasciava interiormente fluire la ricca vena del suo umorismo plebeo, si
abbandonava dentro di sè ad ogni sorta di comiche osservazioni sul naso
del Presidente, enorme, purpureo, costellato di escrescenze — sulla
barba del giudice di sinistra che a furia di tinture avea preso certi
vaghi riflessi di legno mogano — sulla figura del giudice di destra,
ridotto dagli anni, forse anche dall’abitudine del proprio ministero,
ad uno scolorito e cartilaginoso stato di mummificazione, come se da
secoli dormisse il suo solito profondo sonno all’udienza.... Ah, che
sforzo aveva dovuto imporsi per contenersi e conservare sino all’ultimo
la sua aria di compunzione e di umiltà!...
Ma adesso, ricostruendo col pensiero la scena così terribilmente
solenne per gli altri e così buffa per lui, non si tratteneva più,
si cavava liberamente alla fine la prepotente voglia di riso che gli
era venuta colà, nel tempio sacro della giustizia. E rideva, rideva
inesauribilmente, d’un riso muto e fantastico che gli fendeva oltre
ogni misura la bocca esangue e sottile, mentre continuava a rinvangare
con una mano il mucchio d’oro versato nel grembo della donna, e a
brancicare con l’altra il fiorente busto di lei....