II.

Allorquando, dopo tanto tempo, capitò la catastrofe, la scoperta cioè

di un’associazione di falsi monetari a Catania, capitanata dai due

cugini del sensale, e l’arresto di costui come indiziato complice, il

primo sentimento istintivo ch’egli provò fu di viva compiacenza e di

profonda ammirazione dinanzi a sè stesso per la prudenza con cui aveva

preveduto il colpo, per la inaudita furberia con la quale l’aveva

da lunga mano parato, preparandosi la più abile, la più infallibile

difesa. Era la prova migliore del suo talento e della sua astuzia,

il segno lampante delle grandi cose di cui sarebbe stato capace, ove

la propria sorte non l’avesse fatto nascere a Roccamarina e in una

famiglia di contadini! L’assaliva quasi la voglia di raccontare a tutto

il paese la verità delle cose, una matta voglia ch’egli sarebbe stato

felice di cavarsi se non ci fosse andata di mezzo la sua salvezza, pel

gusto di godersi l’attonita sorpresa della gente così ingegnosamente

ingannata, di assaporare la stima di rara finezza che gliene sarebbe

venuta.

A un certo punto però, come lo tradussero nel carcere di Catania, e

non si vedeva principio di chiudere l’istruttoria in sezione d’accusa,

egli cominciò a perdere la sua tranquilla sicurezza ed ebbe paura

davvero! Ma fu una crisi passeggiera di scoraggiamento che durò poco.

Il suo avvocato, che aveva studiato il processo alla Regia Procura di

Palermo, lo assodava in quelle disposizioni di piena serenità d’animo,

confermandogli quanto il sensale, senza sapere nè di diritto nè di

legge, avea chiaramente compreso. Nessuna vera prova esisteva a suo

carico; da parte degli imputati principali, malgrado le bastonate e le

altre carezze del genere somministrate dalla Questura nel segreto delle

camere di sicurezza, neppure la menoma rivelazione era stata fatta.

Tutto si riduceva dunque contro di lui a dei semplici indizi, ai suoi

legami di parentela coi capi della banda, alla dimora fatta a Catania

nell’epoca in cui l’associazione aveva più attivamente funzionato —

indizî questi di assai scarso valore — e sopratutto all’improvviso e,

in apparenza, inesplicabile passaggio dalla miseria più dura ad uno

stato d’invidiabile agiatezza. Ciò, infatti, avrebbe costituito un

elemento di prova terribilmente grave, anzi addirittura schiacciante

contro di lui, se... se — soggiungeva l’avvocato — non fosse risaputa

_per urbem et orbem_, e non si potesse dimostrare con la testimonianza

di tutta Roccamarina la vera e sola origine di un tal felice mutamento

di fortuna.

— Questa è la verità, signor avvocato.... Sono gl’invidiosi che mi

vogliono perdere, sebbene io non abbia mai fatto male ad alcuno....

Ma la mia innocenza è sacrosanta e luminosa come il Vangelo di Dio! —

rispondeva il sensale, con la faccia candidamente composta e un certo

fine sorriso, appena visibile, che incantava l’uomo del fôro.

La _Ricciuta_ veniva a visitarlo sempre che poteva, profittando spesso

di qualche permesso straordinario di cui l’avvocato difensore la

muniva, e si partiva ogni volta dal paese, perchè suo marito non voleva

che restasse a Catania. Era triste e avvilita; nonostante le parole

rassicuranti di lui, non sapeva difendersi da una forte paura, e si

struggeva di vederlo languire in carcere. Eppoi, adesso che era rimasta

sola a Roccamarina, la sua situazione era divenuta assai penosa, e le

toccava subire ogni sorta di umiliazioni e di malignità! Il sensale

le faceva coraggio e si sforzava di comunicarle la propria calma, la

fede assoluta che egli, lasciandosi guidare dall’istinto e dal suo

largo buon senso, aveva acquistato nella lieta soluzione del processo.

Come sapeva regalar bene e con prudenza, le guardie carcerarie che

assistevano a quei colloqui gli risparmiavano volentieri le angherie

della loro consegna; così egli poteva ripeterle ogni volta gli

argomenti usciti dalla bocca dell’avvocato, infiorandoli storpiatamente

delle citazioni latine di cui questi non usava risparmio, persuadendola

che non v’era nulla da temere. Anzi, andava più oltre, non esitava ad

affermarle che c’era da felicitarsi, al contrario, di quanto avveniva,

perchè una volta chiusa quella pagina cessava ogni motivo di pericolo,

di ansie, ogni ragione di fingere e di dar conto al pubblico dei

fatti proprî. La loro buona stella aveva voluto che il barone Spinosa

morisse poco avanti l’arresto di lui, ciò che se da un lato formava

la forza inoppugnabile della sua difesa, dall’altro metteva punto per

l’avvenire al bisogno di recitare la trista commedia. Così, la vita si

presentava loro, all’indomani del processo, tutta rose, senza neppure

la più piccola spina, e avrebbero potuto godersela beatamente. Egli si

trovava nel caso eguale di uno che — le spiegava — per liberarsi da una

sofferenza e dalla minaccia di un gravissimo male a venire, dovesse

subire un’operazione dolorosa, ma d’indubitabile esito. Bisognava

essere una vera bestia per non sottomettervisi volentieri!... E i

suoi occhietti grigi lucevano di sicurezza e di malizia dietro la

grata a buchi del parlatorio, mentre esponeva alla moglie il sereno e

promettente quadro della propria situazione.

La prima donna · 第 29 / 36 题