Allorquando, dopo tanto tempo, capitò la catastrofe, la scoperta cioè
di un’associazione di falsi monetari a Catania, capitanata dai due
cugini del sensale, e l’arresto di costui come indiziato complice, il
primo sentimento istintivo ch’egli provò fu di viva compiacenza e di
profonda ammirazione dinanzi a sè stesso per la prudenza con cui aveva
preveduto il colpo, per la inaudita furberia con la quale l’aveva
da lunga mano parato, preparandosi la più abile, la più infallibile
difesa. Era la prova migliore del suo talento e della sua astuzia,
il segno lampante delle grandi cose di cui sarebbe stato capace, ove
la propria sorte non l’avesse fatto nascere a Roccamarina e in una
famiglia di contadini! L’assaliva quasi la voglia di raccontare a tutto
il paese la verità delle cose, una matta voglia ch’egli sarebbe stato
felice di cavarsi se non ci fosse andata di mezzo la sua salvezza, pel
gusto di godersi l’attonita sorpresa della gente così ingegnosamente
ingannata, di assaporare la stima di rara finezza che gliene sarebbe
venuta.
A un certo punto però, come lo tradussero nel carcere di Catania, e
non si vedeva principio di chiudere l’istruttoria in sezione d’accusa,
egli cominciò a perdere la sua tranquilla sicurezza ed ebbe paura
davvero! Ma fu una crisi passeggiera di scoraggiamento che durò poco.
Il suo avvocato, che aveva studiato il processo alla Regia Procura di
Palermo, lo assodava in quelle disposizioni di piena serenità d’animo,
confermandogli quanto il sensale, senza sapere nè di diritto nè di
legge, avea chiaramente compreso. Nessuna vera prova esisteva a suo
carico; da parte degli imputati principali, malgrado le bastonate e le
altre carezze del genere somministrate dalla Questura nel segreto delle
camere di sicurezza, neppure la menoma rivelazione era stata fatta.
Tutto si riduceva dunque contro di lui a dei semplici indizi, ai suoi
legami di parentela coi capi della banda, alla dimora fatta a Catania
nell’epoca in cui l’associazione aveva più attivamente funzionato —
indizî questi di assai scarso valore — e sopratutto all’improvviso e,
in apparenza, inesplicabile passaggio dalla miseria più dura ad uno
stato d’invidiabile agiatezza. Ciò, infatti, avrebbe costituito un
elemento di prova terribilmente grave, anzi addirittura schiacciante
contro di lui, se... se — soggiungeva l’avvocato — non fosse risaputa
_per urbem et orbem_, e non si potesse dimostrare con la testimonianza
di tutta Roccamarina la vera e sola origine di un tal felice mutamento
di fortuna.
— Questa è la verità, signor avvocato.... Sono gl’invidiosi che mi
vogliono perdere, sebbene io non abbia mai fatto male ad alcuno....
Ma la mia innocenza è sacrosanta e luminosa come il Vangelo di Dio! —
rispondeva il sensale, con la faccia candidamente composta e un certo
fine sorriso, appena visibile, che incantava l’uomo del fôro.
La _Ricciuta_ veniva a visitarlo sempre che poteva, profittando spesso
di qualche permesso straordinario di cui l’avvocato difensore la
muniva, e si partiva ogni volta dal paese, perchè suo marito non voleva
che restasse a Catania. Era triste e avvilita; nonostante le parole
rassicuranti di lui, non sapeva difendersi da una forte paura, e si
struggeva di vederlo languire in carcere. Eppoi, adesso che era rimasta
sola a Roccamarina, la sua situazione era divenuta assai penosa, e le
toccava subire ogni sorta di umiliazioni e di malignità! Il sensale
le faceva coraggio e si sforzava di comunicarle la propria calma, la
fede assoluta che egli, lasciandosi guidare dall’istinto e dal suo
largo buon senso, aveva acquistato nella lieta soluzione del processo.
Come sapeva regalar bene e con prudenza, le guardie carcerarie che
assistevano a quei colloqui gli risparmiavano volentieri le angherie
della loro consegna; così egli poteva ripeterle ogni volta gli
argomenti usciti dalla bocca dell’avvocato, infiorandoli storpiatamente
delle citazioni latine di cui questi non usava risparmio, persuadendola
che non v’era nulla da temere. Anzi, andava più oltre, non esitava ad
affermarle che c’era da felicitarsi, al contrario, di quanto avveniva,
perchè una volta chiusa quella pagina cessava ogni motivo di pericolo,
di ansie, ogni ragione di fingere e di dar conto al pubblico dei
fatti proprî. La loro buona stella aveva voluto che il barone Spinosa
morisse poco avanti l’arresto di lui, ciò che se da un lato formava
la forza inoppugnabile della sua difesa, dall’altro metteva punto per
l’avvenire al bisogno di recitare la trista commedia. Così, la vita si
presentava loro, all’indomani del processo, tutta rose, senza neppure
la più piccola spina, e avrebbero potuto godersela beatamente. Egli si
trovava nel caso eguale di uno che — le spiegava — per liberarsi da una
sofferenza e dalla minaccia di un gravissimo male a venire, dovesse
subire un’operazione dolorosa, ma d’indubitabile esito. Bisognava
essere una vera bestia per non sottomettervisi volentieri!... E i
suoi occhietti grigi lucevano di sicurezza e di malizia dietro la
grata a buchi del parlatorio, mentre esponeva alla moglie il sereno e
promettente quadro della propria situazione.