II.

Questo aveva costituito inizialmente lo straordinario favore del barone

Zarchi presso le donne. Tale specie di fascino esotico ch’egli aveva

portato con sè dal suo viaggio, e che avea dato quasi al capo di tutti,

esaltava di preferenza i cervelli femminili.

Ma v’erano delle altre cause: prima di tutto, la fama di donnaïuolo che

avea circondato lui sin da ragazzo, suo padre, suo nonno, e tutta la

famiglia Zarchi; poi le sue qualità fisiche. Don Rocco non era bello, e

non lo era stato nemmeno a vent’anni, così piccolo, angoloso, capelluto

com’era. Ma avea negli occhietti mobilissimi qualche cosa che attirava

come la calamita, e quell’insieme di bruttezza simpatica operava una

seduzione strana che, unita al gaio cinismo che gli era particolare, lo

rendeva assai pericoloso.

Il vero segreto però della sua fortuna con le donne stava in quel

sordo istinto di gelosia che le pungeva al pensiero di tutte le

altre che egli aveva dovuto vedere e possedere nel suo lungo viaggio:

toscane, piemontesi, romane, e persino francesi, e persino austriache!

Le tormentava l’idea ch’egli dovesse inevitabilmente paragonarle a

quelle altre, che dovesse sprezzarle, o per lo meno non curarsene.

Il sentimento della loro inferiorità le rodeva senza posa, fiaccava

le loro boriuzze di piccole provinciali e gliele rendeva umili e

sottomesse come tante agnelle. Intorno a lui era una gara accanita a

chi potesse attirarselo meglio per fargli scordare la loro inferiorità

e compensarnelo a furia di sorrisi, di occhiate, di adulazioni — e

spesso con qualche cosa dippiù. Gli dicevano, con la voce calda:

— Ce le avete sempre negli occhi le vostre forestiere, che non guardate

più le donne del vostro paese?

Don Rocco rideva:

— Lo conoscete il proverbio? Femmine e buoi dei paesi tuoi! — Ed era

come se facesse la grazia!...

Così, poco dopo il suo ritorno, col pretesto che voleva sentirgli

raccontare i viaggi famosi, gli era caduta tra le braccia la moglie

dell’ex-sindaco. Dopo, era stata la moglie del pretore, in seguito la

moglie del medico, e quindi la sorella vedova del cavaliere Nardi, il

collezionista di antichità: una vera strage!

Ma quelle eleganti conquiste non bastavano ad alterare le sue

tendenze e i suoi gusti in fatto di donne. In fondo, malgrado le

sue raffinatezze di uomo che ha girato il mondo, o poco meno, egli

riproduceva in amore gl’istinti di tutti i maschi della sua casa, dei

minuscoli feudatari abituati a non uscir mai dalle loro terre, con

degli appetiti solidi e facili, dediti alle libere e sane mescolanze

nella libera e sana campagna. Per lui, anzi, la visione di eleganza e

di lusso femminile che le grandi città gli aveano lasciato negli occhi,

costituiva una ragione dippiù di fargli preferire, per reazione, alle

goffe e pretensiose signore del paese, le schiette e semplici bellezze

dei campi. Eppoi, ognuno ha il proprio destino, e il suo, certo, voleva

così, ch’egli si fosse dopo un pezzo stancato dei successi cittadini

per mettersi a rinnovare gli allori delle rustiche avventure paterne,

e che alla fine posasse gli occhi sopra la moglie di massaro Nunzio

Candioto, una stupenda creatura, bruna e forte, la quale giusto, un

po’ per paura del marito, un po’ per amore del suo ragazzo, non voleva

saperne.

Don Rocco ci s’era messo di lena, perchè a simili resistenze egli non

era abituato, e quella cristianuccia gli piaceva meglio di tutte le

signorone di Vallestretta riunite insieme. Infine, colei cedette, e il

barone ne parve preso talmente che si scordò della sua prudenza solita.

Così, accadde che massaro Nunzio cominciò a sentirsi prudere qualche

cosa in testa e, una notte che avea detto di restarsene alla masseria

del padrone, se ne venne invece in paese e andò a bussare a casa

sua.... Bussa, bussa, bussa!... Nessuno rispondeva! — Finalmente,

dovettero aprirgli, visto che altrimenti avrebbe atterrato l’uscio,

e come egli si cacciava in casa, con la carabina in mano e gli

occhi spiritati che lucevano nel buio, il barone Zarchi cercava di

sgattajolarsela non visto....

— Ah, cane! — e giù una fucilata addosso.

Intanto, qualche finestra s’era aperta, qualche coraggioso s’era messo

davanti alla porta, a rischio di buscarsi una palla per isbaglio. Don

Rocco, che non era stato colpito, si mise a correre, sempre inseguito

dall’altro, con la carabina spianata, che mirava alla nuca. Una seconda

palla non lo colpì neppure; poi, appena vide l’uscio del suo barbiere

ch’era aperto, vi si cacciò chiudendolo sul muso dell’inseguitore,

il quale gridava come un dannato e pretendeva sul serio che il barone

venisse fuori per dargli il gusto di lasciarsi scannare.... Le guardie

se lo presero così, con la faccia contro l’uscio del barbiere, che

levava i santi ad uno ad uno dalla croce perchè il barone non voleva

uscire!

E nemmeno alla moglie aveva potuto far la festa, per via di quelle

maledette guardie sbucate all’improvviso non si sa di dove! Soltanto,

mentre se lo conducevano via legato come un cristo, aveva potuto

sferrarle un potente calcio nel ventre e gridare al ragazzo che si

teneva aggrappato, piangendo, alle gonnelle di sua madre:

— Se io non torno, pensaci tu! — E alzando le manette verso don Rocco,

il quale s’affacciava alla finestra del barbiere adesso che il pericolo

era cessato: — O io, o mio figlio; ma per mano di uno di noi finirai

certo!

Fu ciò che ripetè alle Assise, quando gli lessero la sentenza che

lo condannava a quattro anni di reclusione per tentato omicidio con

premeditazione, accordate la provocazione e le attenuanti:

— Sta bene, a rivederci da qui a quattro anni! E se non torno io, resta

mio figlio!

Intanto, il barone si fece il calcolo che di lì a quattro anni poteva

morire un papa ed eleggersene un altro, e quanto al ragazzo non era da

pensarci neppure. La tragica notte avea prodotto una durissima scossa

sul figlio di Nunzio Candioto, tanto da farlo ammalare gravissimamente

di nervi. Poi, era guarito, ma il suo sistema nervoso n’era rimasto

squilibrato per sempre. Egli era cresciuto deboluccio, con una estrema

sensibilità che lo faceva cadere in convulsioni ad ogni minuto. Tutto

il giorno, se ne stava cucito alle gonnelle di sua madre, vivendo con

lei e per lei come quelle pianticelle che hanno bisogno di attaccarsi

a un’altra pianta grande per vivere. Aveva per la madre un amore

assoluto e selvaggio; quel ragazzo apatico, distrutto dall’epilessia,

senza un impulso d’energia morale nè d’energia fisica, si sarebbe fatto

ammazzare ad una parola di sua madre, e avrebbe anche all’occasione

saputo ammazzare.

Contro il barone Zarchi provava un odio profondo, una specie di

ribrezzo istintivo; avea sempre stampata negli occhi la terribile

visione della notte indimenticabile, suo padre stretto come un cristo,

in mezzo alle guardie che se lo trascinavano a forza, mentr’egli

urlava, si dibatteva e, prima d’andarsene, gli legava solennemente

l’opera di sangue e di punizione non potuta compire:

— Se io non torno, pensaci tu!

Ma l’obbedienza e l’attaccamento alla madre dominavano tutto in lui.

Sua madre voleva bene al barone, esigeva che gli portasse rispetto, ed

egli andava a baciargli umilmente la mano appena lo vedeva entrare.

Anche da quel lato, dunque, don Rocco poteva dormire tra due guanciali,

e perciò tornava lo stesso di prima, allegro e spensierato come un

giovanotto. Soltanto, lo pungeva la spina di quella poveretta a cui

aveva tolto l’onore, la pace e la famiglia. Egli non le faceva mancare

nulla e le voleva anche del bene, tanto più che si conservava sempre

una stupenda bruna, ma l’altra non smetteva mai la tristezza e non

faceva che piangere, come la Madonna dei sette dolori.

— Che vuoi?! — le diceva don Rocco. — Se non ci fosse quel cappio da

forca di tuo marito, io, per me, ti sposerei.

E in seguito, poichè vedeva che a tali parole ella si rasserenava

e sorrideva, solleticata dalla lieta prospettiva, egli continuava a

ripeterle:

— Ah, se non ci fosse quel cappio da forca di tuo marito!...

Il guaio fu che un giorno giunse dal reclusorio di Palermo la notizia

che Nunzio Candioto era morto davvero, quando gli restavano soltanto

diciotto mesi di condanna da espiare!

La vedova corse subito, vestita di nero, dal barone, e gli si buttò tra

le braccia, col petto gonfio e gli occhi pieni di lacrime, ripetendo

tra i singhiozzi:

— Ora la potete compire la vostra opera santa!

Don Rocco non si smarrì:

— Va bene, va bene! Ho promesso e manterrò!

Intanto, bisognava lasciar passare il lutto di rispetto, per salvare

le convenienze. Ma scorso l’anno del lutto, non si parlava ancora di

matrimonio. Don Rocco ogni tanto, senza che l’altra gli dicesse nulla,

usciva a ripetere:

— Va bene, va bene! Ho promesso e manterrò!

Però, non manteneva mai; quindi cominciarono le prime proteste, i

primi rimproveri, dapprima velati e deboli, poi mano mano, incalzanti

ed aperti. Infine, poichè passava già il secondo anno dalla morte del

marito e non si concludeva nulla, ella gli fece una scena violenta

che andò a finire poi in un grande scoppio di pianto. Don Rocco se la

prese tra le braccia, sorridendo ed asciugandole gli occhi con certi

colpettini di fazzoletto che parevano buffetti:

— Mi stimi dunque tanto poco?! — le diceva. — Sono un galantuomo e

il mio dovere lo farò sino all’ultimo! Ma voglio godermi la mia bella

libertà ancora un poco, prima d’incatenarmi per tutta la vita! Che male

c’è?... Hai paura che ti scappi?

In tal modo, egli incominciò ad allontanarsi da lei e a correre

un’altra volta la cavallina, col pretesto che voleva divertirsi ancora

un poco, prima d’abbandonare la bella vita di scapolo.

La vedova lo lasciava fare, rassegnata, ma sicura che un giorno o

l’altro si sarebbe deciso a finirla e a pagare il suo debito.

— Mai vi stancate, cattivo soggetto?! — gli diceva tutte le volte che

il barone andava a trovarla e le snocciolava le sue eterne promesse.

Infatti, egli non si stancava mai, come se fosse fatto d’acciaio o

il demonio della lussuria gli fustigasse continuamente le reni, e

seguitava a correre dietro a questa ed a quella, senza un pensiero

degli anni e dei figli sparsi di qua e di là, tutti che mangiavano

il pane di lui lavorando nelle sue terre e gli davano del _vostra

eccellenza_, quando s’imbattevano in lui.

Soleva dire il mulattiere che stava di sotto al palazzo Zarchi, con un

sospiro di comica invidia:

— Ah, se avessi i suoi muli!...

Sua moglie gli dava sulla voce, furiosamente, perchè appunto

vagheggiava per la loro creatura uno di quei figli naturali di don

Rocco; e sperava che il barone avrebbe messo fuori la dote. Ma il

mulattiere non si stancava di ripetere la sua grossa facezia, mentre

strigliava le proprie bestie sotto i balconi del barone, sopratutto

pel gusto di vedersi chiudere la finestra in faccia dalla maestra

che abitava dirimpetto. La maestra — una milanese mandata da poco ad

insegnare a Vallestretta — era la nuova passione di don Rocco, una vera

passione che gli faceva perdere persino il sonno e l’appetito. Ella

lo trasportava al tempo felice della sua giovinezza, gli riaccendeva

nello spirito la magica visione di quel mondo di eleganza, di

bellezza e di seduzione femminili del quale gli occhi di lui s’erano

avidamente pasciuti durante il suo pellegrinaggio per le più grandi

città d’Italia, tanti anni avanti; gli ridestava i suoi desideri, il

suo vecchio sogno di avere, tutta per sè però, essendone amato, una

di quelle creature privilegiate di laggiù, così ricche di grazia e di

attrattive nel vestirsi, nel muoversi, nel parlare, al confronto di cui

le donne di Vallestretta lo facevano sorridere di pietà!...

Ma quella era una donna fina e piena d’esperienza, che si sentiva tanto

sale nel cervello da mettersi dieci Zarchi in tasca. Perciò, aveva

tenuto sodo e avea dichiarato senz’altro: O matrimonio o niente!

La prima donna · 第 21 / 36 题