Questo aveva costituito inizialmente lo straordinario favore del barone
Zarchi presso le donne. Tale specie di fascino esotico ch’egli aveva
portato con sè dal suo viaggio, e che avea dato quasi al capo di tutti,
esaltava di preferenza i cervelli femminili.
Ma v’erano delle altre cause: prima di tutto, la fama di donnaïuolo che
avea circondato lui sin da ragazzo, suo padre, suo nonno, e tutta la
famiglia Zarchi; poi le sue qualità fisiche. Don Rocco non era bello, e
non lo era stato nemmeno a vent’anni, così piccolo, angoloso, capelluto
com’era. Ma avea negli occhietti mobilissimi qualche cosa che attirava
come la calamita, e quell’insieme di bruttezza simpatica operava una
seduzione strana che, unita al gaio cinismo che gli era particolare, lo
rendeva assai pericoloso.
Il vero segreto però della sua fortuna con le donne stava in quel
sordo istinto di gelosia che le pungeva al pensiero di tutte le
altre che egli aveva dovuto vedere e possedere nel suo lungo viaggio:
toscane, piemontesi, romane, e persino francesi, e persino austriache!
Le tormentava l’idea ch’egli dovesse inevitabilmente paragonarle a
quelle altre, che dovesse sprezzarle, o per lo meno non curarsene.
Il sentimento della loro inferiorità le rodeva senza posa, fiaccava
le loro boriuzze di piccole provinciali e gliele rendeva umili e
sottomesse come tante agnelle. Intorno a lui era una gara accanita a
chi potesse attirarselo meglio per fargli scordare la loro inferiorità
e compensarnelo a furia di sorrisi, di occhiate, di adulazioni — e
spesso con qualche cosa dippiù. Gli dicevano, con la voce calda:
— Ce le avete sempre negli occhi le vostre forestiere, che non guardate
più le donne del vostro paese?
Don Rocco rideva:
— Lo conoscete il proverbio? Femmine e buoi dei paesi tuoi! — Ed era
come se facesse la grazia!...
Così, poco dopo il suo ritorno, col pretesto che voleva sentirgli
raccontare i viaggi famosi, gli era caduta tra le braccia la moglie
dell’ex-sindaco. Dopo, era stata la moglie del pretore, in seguito la
moglie del medico, e quindi la sorella vedova del cavaliere Nardi, il
collezionista di antichità: una vera strage!
Ma quelle eleganti conquiste non bastavano ad alterare le sue
tendenze e i suoi gusti in fatto di donne. In fondo, malgrado le
sue raffinatezze di uomo che ha girato il mondo, o poco meno, egli
riproduceva in amore gl’istinti di tutti i maschi della sua casa, dei
minuscoli feudatari abituati a non uscir mai dalle loro terre, con
degli appetiti solidi e facili, dediti alle libere e sane mescolanze
nella libera e sana campagna. Per lui, anzi, la visione di eleganza e
di lusso femminile che le grandi città gli aveano lasciato negli occhi,
costituiva una ragione dippiù di fargli preferire, per reazione, alle
goffe e pretensiose signore del paese, le schiette e semplici bellezze
dei campi. Eppoi, ognuno ha il proprio destino, e il suo, certo, voleva
così, ch’egli si fosse dopo un pezzo stancato dei successi cittadini
per mettersi a rinnovare gli allori delle rustiche avventure paterne,
e che alla fine posasse gli occhi sopra la moglie di massaro Nunzio
Candioto, una stupenda creatura, bruna e forte, la quale giusto, un
po’ per paura del marito, un po’ per amore del suo ragazzo, non voleva
saperne.
Don Rocco ci s’era messo di lena, perchè a simili resistenze egli non
era abituato, e quella cristianuccia gli piaceva meglio di tutte le
signorone di Vallestretta riunite insieme. Infine, colei cedette, e il
barone ne parve preso talmente che si scordò della sua prudenza solita.
Così, accadde che massaro Nunzio cominciò a sentirsi prudere qualche
cosa in testa e, una notte che avea detto di restarsene alla masseria
del padrone, se ne venne invece in paese e andò a bussare a casa
sua.... Bussa, bussa, bussa!... Nessuno rispondeva! — Finalmente,
dovettero aprirgli, visto che altrimenti avrebbe atterrato l’uscio,
e come egli si cacciava in casa, con la carabina in mano e gli
occhi spiritati che lucevano nel buio, il barone Zarchi cercava di
sgattajolarsela non visto....
— Ah, cane! — e giù una fucilata addosso.
Intanto, qualche finestra s’era aperta, qualche coraggioso s’era messo
davanti alla porta, a rischio di buscarsi una palla per isbaglio. Don
Rocco, che non era stato colpito, si mise a correre, sempre inseguito
dall’altro, con la carabina spianata, che mirava alla nuca. Una seconda
palla non lo colpì neppure; poi, appena vide l’uscio del suo barbiere
ch’era aperto, vi si cacciò chiudendolo sul muso dell’inseguitore,
il quale gridava come un dannato e pretendeva sul serio che il barone
venisse fuori per dargli il gusto di lasciarsi scannare.... Le guardie
se lo presero così, con la faccia contro l’uscio del barbiere, che
levava i santi ad uno ad uno dalla croce perchè il barone non voleva
uscire!
E nemmeno alla moglie aveva potuto far la festa, per via di quelle
maledette guardie sbucate all’improvviso non si sa di dove! Soltanto,
mentre se lo conducevano via legato come un cristo, aveva potuto
sferrarle un potente calcio nel ventre e gridare al ragazzo che si
teneva aggrappato, piangendo, alle gonnelle di sua madre:
— Se io non torno, pensaci tu! — E alzando le manette verso don Rocco,
il quale s’affacciava alla finestra del barbiere adesso che il pericolo
era cessato: — O io, o mio figlio; ma per mano di uno di noi finirai
certo!
Fu ciò che ripetè alle Assise, quando gli lessero la sentenza che
lo condannava a quattro anni di reclusione per tentato omicidio con
premeditazione, accordate la provocazione e le attenuanti:
— Sta bene, a rivederci da qui a quattro anni! E se non torno io, resta
mio figlio!
Intanto, il barone si fece il calcolo che di lì a quattro anni poteva
morire un papa ed eleggersene un altro, e quanto al ragazzo non era da
pensarci neppure. La tragica notte avea prodotto una durissima scossa
sul figlio di Nunzio Candioto, tanto da farlo ammalare gravissimamente
di nervi. Poi, era guarito, ma il suo sistema nervoso n’era rimasto
squilibrato per sempre. Egli era cresciuto deboluccio, con una estrema
sensibilità che lo faceva cadere in convulsioni ad ogni minuto. Tutto
il giorno, se ne stava cucito alle gonnelle di sua madre, vivendo con
lei e per lei come quelle pianticelle che hanno bisogno di attaccarsi
a un’altra pianta grande per vivere. Aveva per la madre un amore
assoluto e selvaggio; quel ragazzo apatico, distrutto dall’epilessia,
senza un impulso d’energia morale nè d’energia fisica, si sarebbe fatto
ammazzare ad una parola di sua madre, e avrebbe anche all’occasione
saputo ammazzare.
Contro il barone Zarchi provava un odio profondo, una specie di
ribrezzo istintivo; avea sempre stampata negli occhi la terribile
visione della notte indimenticabile, suo padre stretto come un cristo,
in mezzo alle guardie che se lo trascinavano a forza, mentr’egli
urlava, si dibatteva e, prima d’andarsene, gli legava solennemente
l’opera di sangue e di punizione non potuta compire:
— Se io non torno, pensaci tu!
Ma l’obbedienza e l’attaccamento alla madre dominavano tutto in lui.
Sua madre voleva bene al barone, esigeva che gli portasse rispetto, ed
egli andava a baciargli umilmente la mano appena lo vedeva entrare.
Anche da quel lato, dunque, don Rocco poteva dormire tra due guanciali,
e perciò tornava lo stesso di prima, allegro e spensierato come un
giovanotto. Soltanto, lo pungeva la spina di quella poveretta a cui
aveva tolto l’onore, la pace e la famiglia. Egli non le faceva mancare
nulla e le voleva anche del bene, tanto più che si conservava sempre
una stupenda bruna, ma l’altra non smetteva mai la tristezza e non
faceva che piangere, come la Madonna dei sette dolori.
— Che vuoi?! — le diceva don Rocco. — Se non ci fosse quel cappio da
forca di tuo marito, io, per me, ti sposerei.
E in seguito, poichè vedeva che a tali parole ella si rasserenava
e sorrideva, solleticata dalla lieta prospettiva, egli continuava a
ripeterle:
— Ah, se non ci fosse quel cappio da forca di tuo marito!...
Il guaio fu che un giorno giunse dal reclusorio di Palermo la notizia
che Nunzio Candioto era morto davvero, quando gli restavano soltanto
diciotto mesi di condanna da espiare!
La vedova corse subito, vestita di nero, dal barone, e gli si buttò tra
le braccia, col petto gonfio e gli occhi pieni di lacrime, ripetendo
tra i singhiozzi:
— Ora la potete compire la vostra opera santa!
Don Rocco non si smarrì:
— Va bene, va bene! Ho promesso e manterrò!
Intanto, bisognava lasciar passare il lutto di rispetto, per salvare
le convenienze. Ma scorso l’anno del lutto, non si parlava ancora di
matrimonio. Don Rocco ogni tanto, senza che l’altra gli dicesse nulla,
usciva a ripetere:
— Va bene, va bene! Ho promesso e manterrò!
Però, non manteneva mai; quindi cominciarono le prime proteste, i
primi rimproveri, dapprima velati e deboli, poi mano mano, incalzanti
ed aperti. Infine, poichè passava già il secondo anno dalla morte del
marito e non si concludeva nulla, ella gli fece una scena violenta
che andò a finire poi in un grande scoppio di pianto. Don Rocco se la
prese tra le braccia, sorridendo ed asciugandole gli occhi con certi
colpettini di fazzoletto che parevano buffetti:
— Mi stimi dunque tanto poco?! — le diceva. — Sono un galantuomo e
il mio dovere lo farò sino all’ultimo! Ma voglio godermi la mia bella
libertà ancora un poco, prima d’incatenarmi per tutta la vita! Che male
c’è?... Hai paura che ti scappi?
In tal modo, egli incominciò ad allontanarsi da lei e a correre
un’altra volta la cavallina, col pretesto che voleva divertirsi ancora
un poco, prima d’abbandonare la bella vita di scapolo.
La vedova lo lasciava fare, rassegnata, ma sicura che un giorno o
l’altro si sarebbe deciso a finirla e a pagare il suo debito.
— Mai vi stancate, cattivo soggetto?! — gli diceva tutte le volte che
il barone andava a trovarla e le snocciolava le sue eterne promesse.
Infatti, egli non si stancava mai, come se fosse fatto d’acciaio o
il demonio della lussuria gli fustigasse continuamente le reni, e
seguitava a correre dietro a questa ed a quella, senza un pensiero
degli anni e dei figli sparsi di qua e di là, tutti che mangiavano
il pane di lui lavorando nelle sue terre e gli davano del _vostra
eccellenza_, quando s’imbattevano in lui.
Soleva dire il mulattiere che stava di sotto al palazzo Zarchi, con un
sospiro di comica invidia:
— Ah, se avessi i suoi muli!...
Sua moglie gli dava sulla voce, furiosamente, perchè appunto
vagheggiava per la loro creatura uno di quei figli naturali di don
Rocco; e sperava che il barone avrebbe messo fuori la dote. Ma il
mulattiere non si stancava di ripetere la sua grossa facezia, mentre
strigliava le proprie bestie sotto i balconi del barone, sopratutto
pel gusto di vedersi chiudere la finestra in faccia dalla maestra
che abitava dirimpetto. La maestra — una milanese mandata da poco ad
insegnare a Vallestretta — era la nuova passione di don Rocco, una vera
passione che gli faceva perdere persino il sonno e l’appetito. Ella
lo trasportava al tempo felice della sua giovinezza, gli riaccendeva
nello spirito la magica visione di quel mondo di eleganza, di
bellezza e di seduzione femminili del quale gli occhi di lui s’erano
avidamente pasciuti durante il suo pellegrinaggio per le più grandi
città d’Italia, tanti anni avanti; gli ridestava i suoi desideri, il
suo vecchio sogno di avere, tutta per sè però, essendone amato, una
di quelle creature privilegiate di laggiù, così ricche di grazia e di
attrattive nel vestirsi, nel muoversi, nel parlare, al confronto di cui
le donne di Vallestretta lo facevano sorridere di pietà!...
Ma quella era una donna fina e piena d’esperienza, che si sentiva tanto
sale nel cervello da mettersi dieci Zarchi in tasca. Perciò, aveva
tenuto sodo e avea dichiarato senz’altro: O matrimonio o niente!