La vedova di Nunzio Candioto, allorchè vennero a dirle che il barone
sposava la maestra, credette di sentirsi crollare il tetto sul capo.
Giusto, don Rocco mandava da lei per vedere di accomodare le cose e
sapere che prezzo ella metteva per non pensare più alla vagheggiata
corona di baronessa. Ma ella scacciò il mediatore, e si chiuse in casa
a piangere la propria sciagura. Suo figlio, vedendola consumarsi così,
senza smettere un minuto di piangere, diventava scuro, e le convulsioni
gli venivano una dopo l’altra. La supplicava:
— Prendete un boccone, che non vi reggete più!... Dormite un poco, che
così v’ammazzate!...
Ma la poveretta non mangiava, non dormiva, e continuava a piangere con
gli occhi gonfi e rossi che parevano divenuti due fontane.
— Per carità, finitela! — le gridò un giorno suo figlio — se no, mi
fate commettere uno sproposito!
Ed ella avea risposto, senza pensare a ciò che faceva, nel furore
scomposto della sua gelosia e del suo disinganno:
— Ah, come bene gli starebbe, sciagurato!
Poi, mentre affondava la testa nei guanciali del letto, mordendoli e
bagnandoli di lacrime, non vide l’altro, col viso di cera, che staccava
dal muro la carabina di suo padre e usciva zitto, zitto...
Don Rocco tornava allora dalla sua passeggiata consueta fuori porta.
Quando se lo vide davanti in quella straduccia solitaria, con quel
volto e la carabina di suo padre sul braccio, ebbe paura. Ma si rimise
subito, punto dalla vergogna di aver tremato davanti ad un ragazzaccio.
— Che c’è? — domandò, aggrottando le ciglia.
— È vero che voi sposate la maestra?
— Tua madre non vuole ascoltare la ragione? Senti, dovresti dirglielo
tu, dovresti persuaderla....
Ma l’altro ripeteva coi denti serrati:
— È vero che voi sposate la maestra?
— Ebbene sì, è vero!
— Ah!... — e gli scaricò la carabina nel petto.
*
* *
Appena si sparse la notizia che don Rocco era stato portato a casa sua
in istato gravissimo, tutti gli amici e i conoscenti corsero da lui e
s’installarono nel vecchio palazzo, aggirandovisi con la faccia solenne
delle grandi occasioni. Però si sa, l’abitudine è tiranna, e qualcuno
incominciava ad intavolare nel salotto la partita di tresette o di
calabresella, mentre gli altri fumavano e leggevano i giornali, come se
la casa del moribondo fosse diventata la succursale del Circolo.
L’ultimo giorno, il cavaliere Nardi, prima di mettersi al tavolo di
scopa, sollecitato dal pretore che lo tentava col mazzo nuovo delle
carte in mano, si avvicinò al malato.
— State meglio oggi, mi pare! Voi, come vi sentite?...
— Eh!... come quelli che se ne vanno!
Ma quando venne l’arciprete a domandargli se volesse somministrato il
santissimo sacramento, poichè era tempo di pensare all’anima sua, don
Rocco disse, puntellandosi penosamente sui cuscini:
— Io?!.. Perdio!... Io mi sento un.... leo....ne!...