Se qualcuno si congratulava col barone Zarchi per la bella ciera che
mostrava, il barone rispondeva invariabilmente, con la voce lamentosa:
— Lasciatemi stare! Non vedete come sono andato giù, maledetti i reumi!
Invece, quando lo compiangevano e gli consigliavano di curarsi perchè
lo trovavano assai malandato in salute, don Rocco Zarchi interrompeva,
rizzando la testa e battendo per terra il bastone:
— Io?... Perdio!... Io mi sento un leone!...
La verità era che con tutti i suoi malanni, reali o imaginari, il
barone Zarchi era ancora il _don Giovanni_ di Vallestretta, e le
donne gli correvano sempre dietro. Anzi, lo chiamavano appunto così,
da quando, molti anni avanti, gli era venuta la brutta idea di porre
l’assedio alla moglie del comandante l’esigua guarnigione locale
e questi, una sera, era andato a cercarlo al _Casino dei civili_ —
mentre l’altro, avvertito a tempo, s’era andato a chiudere in casa —
gridando furioso che voleva prendere a schiaffi quel _don Giovanni_ di
villaggio.
D’allora in poi, questo era stato come il suo secondo nome, e persino
i contadini delle sue terre lo chiamavano in tal modo, senza poi troppo
capire perchè ad un donnaiuolo dovesse toccare quel battesimo, in luogo
d’un altro qualunque.
Ma siffatta aureola di seduttore pericoloso avea cominciato a
circondarlo sin da ragazzo, e suo padre, buon’anima, si torceva dal
gran ridere allorchè le donne della sua casa venivano a reclamare
presso di lui perchè il baronello non si dilettava di pizzicare la
chitarra soltanto....
— Una stampa come voi, quel ragazzo! — gli dicevano i suoi fittaiuoli,
se volevano disarmare il rigore di lui quando andava per le proprie
terre a fare le riscossioni.
Allora, il barone scordava il suo danaro e si metteva a ripassare le
storie della propria giovinezza.
— Vi ricordate quella lì, eh?... Vi ricordate quell’altra?... — e
cominciava a snocciolare la minuta di tutti i bocconi da re che aveano
ornato la mensa della sua lussuria.
E gli altri astutamente incalzavano, vantandone la malizia, la
consumata abilità ed il tatto con cui aveva sempre saputo accomodare
ogni pasticcio, soffocare ogni scandalo, seminando, a seconda dei casi,
il danaro, le vane promesse o le minaccie — senza contare i canonicati
a spese del Comune per quei padri o quei mariti che masticavano in
modo inquietante il _Vostra Eccellenza_, incontrandolo vicino alle loro
case!...
— Questo no, questo no!... — gridava allora il barone che voleva essere
rieletto sindaco. — I miei affari li ho sempre accomodati coi miei
danari!...
Però, la gaia indulgenza paterna cadde a un tratto, allorchè si seppe
che il baronello se n’era scappato a Palermo con l’amorosa d’una
compagnia di comici capitata di passaggio a Vallestretta. Il barone non
faceva che bestemmiare, urlava che l’avrebbe fatto tornare in mezzo ai
carabinieri, che avrebbe saputo metterlo a dovere!... Ma era scritto
che Rocco Zarchi non dovesse mai sperimentare la severità di suo padre,
perchè egli era ancora a Palermo con la sua _amorosa_, quando il barone
si mise a letto con una perniciosa che avrebbe ammazzato un cavallo,
cosicchè il figlio giunse appena in tempo per chiudergli gli occhi.
Come scorse l’anno del lutto di rigore, don Rocco, che avea passato
tutto quel tempo in giro per le sue terre, annunziò che partiva.
— Andate a Palermo? — gli domandavano.
Egli rideva e alzava le spalle....
— A Messina?... A Napoli?...
Egli continuava a ridere e ad accennare con un gesto vago della
mano, con un’espressione misteriosa del volto, che sarebbe andato più
lontano, più lontano assai!...
Fu un vero avvenimento per quella povera cittadina di montagna deve
nessuno si muoveva mai, abitualmente, oltre il limite della provincia,
oltre Palermo al massimo, e solo pochissimi privilegiati potevano
vantarsi d’essersi spinti sino a Napoli o d’aver toccato le colonne
d’Ercole della Capitale. Per tre mesi giunsero a Vallestretta lettere
di lui, e tutte da provenienze diverse e lontane, ora da Roma, ora da
Firenze, da Venezia, da Milano, e persino una col francobollo verde
e un’aquila a due teste, da Trieste, e un’altra col francobollo della
Repubblica, da Nizza! Queste lettere erano portate subito al _Casino
dei civili_, lette, rilette, comentate; ma lasciavano la curiosità
che trovavano. Su per giù, il loro tenore era sempre il medesimo: “_Vi
faccio sentire che mi trovo a Genova_ — per esempio — _e che ho visto
delle meraviglie che non si possono descrivere! Quando sarò tornato, vi
racconterò._„ Da Venezia, tra l’altro, avea scritto: “_Voi imaginerete
che Venezia sia come Vallestretta, che c’è il paese in mezzo ai
giardini e si cammina sulle strade.... Ma che!... A Venezia si cammina
sul mare!_„ E poi?... Poi: “_Sentirete, quando ritornerò!_„
Così, quando alla fine don Rocco si decise a tornare, tutto il
paese era a riceverlo, e se lo portarono quasi in trionfo! Giusto,
in quei giorni, il sindaco s’era dovuto dimettere, vista l’ostilità
del Consiglio contro di lui che non aveva mai messo il naso fuori
della provincia, mentre c’era in paese chi avea girato mezzo mondo; e
come coincidevano le elezioni, il nome di don Rocco era stato votato
all’unanimità.
Ma era l’ultima cosa che potesse solleticare la vanità del barone. La
vera autorità non veniva a lui dalla sciarpa a tre colori e non andava
ad esercitarla al Municipio, ma là, al _Casino dei civili_, dove ogni
giorno, dopo pranzo, egli si metteva a parlare del suo viaggio, e le
carte restavano abbandonate sui tavolini verdi, poichè nessuno aveva
più voglia di giuocare a scopa o a tresettè.
Bisognava prima pregarlo a lungo, quasi forzarlo, e ciò volta per
volta, perchè don Rocco non andava mai in fondo alle sue descrizioni
e sempre diceva di sentirsi stanco o di non aver più la mente lucida.
Non voleva lasciarsi sfruttare troppo presto, ecco tutto! Eppoi, avea
compreso ch’egli diventava tanto più interessante, quanto più era
oscuro e vago, quanto più stimolava la loro curiosità senza appagarla.
La sua astuzia era di richiamare a proposito di qualunque cosa, con una
crollatina di spalle e un sorrisetto di compassione, il correlativo
delle grandi città. Così, passeggiando alla Villa comunale, egli
ricordava le Cascine; e quando vi furono le corse dei giannetti e molti
impegnarono delle scommesse, egli sospirava: “Ah, le Capannelle!... I
_bookmakers_!...„ Tutti i pretesti per lui erano buoni onde suscitare
intorno a sè un tal fremito di curiosità, tale folla di vaghe, ma
pungenti aspirazioni verso l’ignoto, il volo di quelle vergini fantasie
esaltate dal sole e dall’astinenza d’ogni pascolo nuovo. Gli bastava,
passando davanti alla Madre-Chiesa, per esempio, di mormorare come
in sogno: _Ah, San Marco!_... E quando si parlava di bagni: _Ah,
Pancaldi!_... E davanti alla collezione di cocci e di sferre del
cavaliere Nardi, grande amatore di antichità: _Ah, Pompei!... Il museo
egiziano di Torino!_... E via, via così, sempre con quel suo gesto vago
della mano e quella compostezza mistica di oracolo.
Ogni parola lasciata cadere in tal modo, era subito raccolta, ripetuta
e comentata. Ciascuno diceva la sua, dava un’interpretazione propria;
ma, come nessuno ne sapeva nulla, si andava a ricorrere alla fonte,
e don Rocco spiegava, badando però di non uscire dalle sue solite
mezze frasi, dagli accenni oscuri che stimolavano la curiosità senza
appagarla. Appunto, era avvenuto ciò per quel parolone inglese
a proposito delle corse dei giannetti: c’erano voluti parecchi
giorni di discussione per sapere come si pronunziasse, altrettanti
per comprenderne il significato, e infine dovettero ricorrere
all’interpretazione autentica.... dopo di che ne capirono meno di
prima.
Ancora, don Rocco aveva addirittura sconvolto la moda del paese,
nel taglio degli abiti, nella foggia dei cappelli, nella forma delle
cravatte, nel modo di pettinarsi, di camminare. Ed era una gara a chi
sapesse meglio imitarlo che li incitava tutti, giovani e vecchi, quasi
fossero ammattiti. Però, l’imitazione doveva arrestarsi per forza
davanti a talune specialità di cui egli conservava gelosamente la
privativa, davanti a quel suo pastrano leggero, leggero, per esempio,
attraverso il quale l’acqua non sarebbe penetrata nemmeno a buttarvela
a secchie, oppure a certi solini duri, duri, su cui bastava passare la
spazzolina bagnata per vederli tornar bianchi e lucidi come fossero di
porcellana.
Poi, quello spirito giacobino di novità era penetrato nelle case
fugandone le vecchie carte da parato, i vecchi mobili comodi e pesanti,
sostituendovi le imbiancature a tempera, le ventoline giapponesi
disposte a trofeo con le daghe dell’ex-guardia nazionale, le piccole
tavole traballanti su tre piedi e le sedie dove ci si poteva stare
a pena. E don Rocco, allorchè gli dicevano che avea saputo mutare la
faccia del paese, rispondeva modestamente:
— Io?... Io non c’entro per nulla! Sono i tempi che cambiano, sono i
nuovi gusti, le nuove esigenze del secolo che s’impongono!