IX.

Ciò che più di tutto Filippo Torreforte temeva, uscendo dalla terribile

crisi di dolore seguìta per lui alla morte di sua madre, era di

ritrovarsi animato da un vero sentimento d’odio contro la moglie. Se il

fiero malanimo che avea covato verso di lei nel petto, per amore della

malata, fosse durato, se fra loro due si fosse insediata la morta,

separandoli per sempre, rammentandogli a tutte le ore donde il colpo

mortale l’era venuto, come avrebbe potuto sopportare ancora l’intima

comunione della vita conjugale?...

Ma di quella vampata d’odio non restavano più che le ceneri spente nel

cuore di lui; una calma apatica vi subentrava, un profondo distacco

di tutto. La considerava adesso con indifferente filosofia, diceva

a sè stesso che poichè ella era così, bisognava prenderla com’era.

Con la sventura subìta, qualche cosa s’era spezzata dentro di lui

irrimediabilmente: la molla del suo affetto di figlio, la sola che

avesse potuto agire ancora su di lui nel naufragio di tutte le proprie

risorse morali. Si lasciava vivere passivamente, abbandonandosi senza

resistenza alla china della sua sorte, incapace di qualunque sforzo

per opporsi alla corrente. I suoi antichi propositi di lavoro, di

lotta, di conquista, gli facevano adesso levare le spalle con suprema

indifferenza, gli davano quasi delle nausee fisiche, tanto l’idea

d’agire, di scuotere la sua triste ignavia, lo trovava repellente.

Tutto ciò che avea saputo fare nel campo dell’azione era stato di

liquidare definitivamente la successione della eredità paterna,

accettando senz’altro le condizioni imposte dal feroce creditore della

sua famiglia. Poichè con la morte della madre la loro casa gli pareva

finita, l’ambizione di ricostituirla in tutta la sua antica e solida

integrità non avea più senso per lui. Assicurata una modesta ma certa

dote alle sorelle, realizzato per sè tanto da poter vivere senz’alcun

pensiero per qualche anno, stimava di avere esaurito il suo compito

di capo della famiglia. Avea preso dimora, malgrado tutte le proteste

della moglie, nella casa paterna, e vi lasciava scorrere stupidamente

i suoi giorni uno dopo l’altro, senza interesse nè mèta, allorchè,

un avvenimento capitale venne bruscamente a scuoterlo: egli stava per

essere padre!

Fu un rimescolio immenso nelle loro esistenze, ma di natura

assolutamente diversa. Per Torreforte era un soffio nuovo e divino

di vita che ad un tratto lo sollevava di peso dal fondo del suo

avvilimento e lo faceva rinascere, mentre per lei era la rivolta di

tutta sè stessa contro l’opera della natura, un motivo d’incredibile

angoscia, di continui lamenti. Ella non si sentiva fatta per essere

madre, aveva orrore del lungo travaglio della gestazione, di tutte le

nausee, le sconce sofferenze da attraversare, e sopratutto una paura

incessante, folle, del momento del parto, dei cento terribili pericoli

ai quali era facile soccombere. E non era tutto; vi s’aggiungeva ancora

lo spasimo insostenibile di poterci rimettere pure la voce, la sua

bella voce calda e robusta di soprano drammatico, il suo tesoro, il suo

orgoglio! Dal giorno in cui non l’era riuscito possibile di dubitare

oltre del suo stato, ella non aveva avuto più un minuto di calma, non

avea fatto che piangere, disperarsi, maledire la sua sorte.... Due

volte, suo marito la sorprese mentre attentava alla propria maternità

coll’aiuto dei soliti rimedi empirici e criminosi, mettendo così a

grave rischio la vita pur di sottrarsi al cómpito sacro assegnatole

dalla natura. A tale scoperta, lo avea invaso una collera violenta, una

reazione fremente di stupore e di sdegno.... Ella non era sensibile

neppure alla voce delle sue viscere, a quell’istinto che è innato

persino nella più infima specie del regno animale?!... Ella dunque non

sapeva essere madre, come non sapeva essere moglie, nè altro, fuorchè

una mostruosa macchina da cantare, da divertire la folla, la quale solo

poteva coi suoi applausi farne agire il congegno!

La sua collera però cadde presto, nel tumulto ineffabile di tenerezza

che gli sconvolgeva l’anima. Dinanzi alla sua paternità imminente si

sentiva rivivere, diventava un altr’uomo.... Ah, per la sua creatura

egli si sarebbe rialzato, si sarebbe rimesso energicamente al timone

della propria casa, avrebbe riamata la vita attraverso il suo sorriso

e le sue fragili grazie infantili!... Ella pure, ella pure si sarebbe

trasformata; la maternità l’avrebbe elevata, purificata, cambiando la

donna di teatro così a disagio nell’onesta ed angusta cornice della

famiglia, in una degna madre, in una degna compagna!... In fondo, gli

inspirava una grande e pungente pietà. Certo, ella portava in sè,

come la comune degli esseri umani, un’egual somma di qualità buone

e cattive; quale colpa era mai la sua se l’eredità, l’educazione

ricevuta, l’atmosfera viziata del palcoscenico che i suoi polmoni

aveano respirato dall’età prima, avevano sviluppato in lei le cattive

qualità a discapito delle buone? Toccava a lui di rifarne l’educazione

morale, di restaurare in essa l’impero dei sentimenti migliori, e più

che il suo, questo era il còmpito soave ed infallibile della fragile

creaturina che avrebbe allietato tra poco la loro casa....

Adesso Torreforte, non solo perdonava ogni cosa a sua moglie, ma

diventava dolce e buono con lei come non era mai stato. Sentiva di

volerle proprio bene in quel momento, si struggeva di tenerezza

vedendola soffrire. Ella pure, sotto l’incubo smanioso della sua

folle paura, si rifugiava in lui come in un porto di salvezza, gli si

attaccava disperatamente, con un abbandono quasi infantile. Si faceva

di continuo promettere che non l’avrebbe abbandonata neanche per un

secondo, nel momento terribile, e che, se ella fosse morta, non avrebbe

permesso di seppellirla prima di quarantotto ore dalla constatazione

di decesso, per paura di esser solo sopita, di svegliarsi poi là,

tra quelle quattro assi, murata viva sotto una montagna di pietre e

di terra.... Egli allora la sgridava con la voce dolcemente burbera,

la trattava da bambina cattiva, le diceva che non si sarebbe accorta

neppure d’attraversare il passo paventato, e che poi sarebbero stati

tanto, tanto felici insieme, con la loro sospirata creaturina....

Il parto, invece, si presentò difficile e laborioso assai; i dolori

erano incominciati presto, acutissimi e infruttuosi. Quando ella

li avea sentiti venire, malgrado la grande prostrazione dei primi

formidabili attacchi s’era levata con uno sforzo dal letto, e s’era

trascinata sino alla specchiera per acconciarvisi un poco, forse

l’ultima volta, perchè non avesse messo orrore a guardarla, nel caso

funesto. Così Torreforte, rientrando in camera, l’avea trovata coi

capelli ben ravviati, i denti nitidissimi, e un dito di _rouge-théatre_

sul viso smunto e contratto atrocemente dai dolori. Ma tale povera

civetteria, in luogo di suggerirgli alcuna amara riflessione come certo

gli sarebbe avvenuto in un diverso momento, allora lo fece piangere di

tenerezza e di pietà. Non sapeva che cosa avrebbe dato per non vederla

soffrire a quel modo, per alleviarle gli spasimi insopportabili che la

facevano torcere come un serpe sul letto!

Venne un ostetrico: l’operazione fu dichiarata necessaria, vitale.

Torreforte s’era trovato spinto fuor dalla camera a forza, ed era

rimasto ad aspettare dietro l’uscio, colle gambe vacillanti, il cuore

in convulsione, ed un orribile ronzio nelle orecchie.... Finalmente,

dopo un’attesa che a lui era parsa di secoli, il dottore spalancò

l’uscio annunziando che la puerpera era salva. Egli non osò domandare

altro lì per lì, soffocando la sua estrema ansia per potersi cullare

ancora in un resto d’illusione.... Tutto il suo avvenire, tutta la sua

vita reggevano solo ad un fragile, sottilissimo filo.... E quel filo —

glielo dissero poco dopo, brutalmente, non sospettando tanta violenza

di dolore in lui per la sua paternità mancata — s’era spezzato, lo

lasciava miseramente piombare nel vuoto....

Era un maschio!... Sarebbe stato il continuatore della sua famiglia,

l’erede del nome antico ed onorato.... Ah, come egli si sarebbe

ammazzato a lavorare, come avrebbe ritrovata tutta la sua energia, la

sua dignità d’uomo per lui, per dargli una fine educazione, un’onesta

agiatezza.... Invece!... Non sapeva staccarsi dalla minuscola bara in

cui aveva voluto comporlo prima che glielo portassero via, coi ceri

ardenti ai piedi e una valanga di rose per lenzuolo.... E davanti a

quel cadaverino sformato dal forcipe con cui gli aveano attenagliata

la testa, mostruoso a vedersi alla livida luce dei ceri, egli s’era

lasciato cadere sotto il peso della sua croce, per non tentare mai più

di rialzarsi.

La prima donna · 第 13 / 36 题