Ciò che più di tutto Filippo Torreforte temeva, uscendo dalla terribile
crisi di dolore seguìta per lui alla morte di sua madre, era di
ritrovarsi animato da un vero sentimento d’odio contro la moglie. Se il
fiero malanimo che avea covato verso di lei nel petto, per amore della
malata, fosse durato, se fra loro due si fosse insediata la morta,
separandoli per sempre, rammentandogli a tutte le ore donde il colpo
mortale l’era venuto, come avrebbe potuto sopportare ancora l’intima
comunione della vita conjugale?...
Ma di quella vampata d’odio non restavano più che le ceneri spente nel
cuore di lui; una calma apatica vi subentrava, un profondo distacco
di tutto. La considerava adesso con indifferente filosofia, diceva
a sè stesso che poichè ella era così, bisognava prenderla com’era.
Con la sventura subìta, qualche cosa s’era spezzata dentro di lui
irrimediabilmente: la molla del suo affetto di figlio, la sola che
avesse potuto agire ancora su di lui nel naufragio di tutte le proprie
risorse morali. Si lasciava vivere passivamente, abbandonandosi senza
resistenza alla china della sua sorte, incapace di qualunque sforzo
per opporsi alla corrente. I suoi antichi propositi di lavoro, di
lotta, di conquista, gli facevano adesso levare le spalle con suprema
indifferenza, gli davano quasi delle nausee fisiche, tanto l’idea
d’agire, di scuotere la sua triste ignavia, lo trovava repellente.
Tutto ciò che avea saputo fare nel campo dell’azione era stato di
liquidare definitivamente la successione della eredità paterna,
accettando senz’altro le condizioni imposte dal feroce creditore della
sua famiglia. Poichè con la morte della madre la loro casa gli pareva
finita, l’ambizione di ricostituirla in tutta la sua antica e solida
integrità non avea più senso per lui. Assicurata una modesta ma certa
dote alle sorelle, realizzato per sè tanto da poter vivere senz’alcun
pensiero per qualche anno, stimava di avere esaurito il suo compito
di capo della famiglia. Avea preso dimora, malgrado tutte le proteste
della moglie, nella casa paterna, e vi lasciava scorrere stupidamente
i suoi giorni uno dopo l’altro, senza interesse nè mèta, allorchè,
un avvenimento capitale venne bruscamente a scuoterlo: egli stava per
essere padre!
Fu un rimescolio immenso nelle loro esistenze, ma di natura
assolutamente diversa. Per Torreforte era un soffio nuovo e divino
di vita che ad un tratto lo sollevava di peso dal fondo del suo
avvilimento e lo faceva rinascere, mentre per lei era la rivolta di
tutta sè stessa contro l’opera della natura, un motivo d’incredibile
angoscia, di continui lamenti. Ella non si sentiva fatta per essere
madre, aveva orrore del lungo travaglio della gestazione, di tutte le
nausee, le sconce sofferenze da attraversare, e sopratutto una paura
incessante, folle, del momento del parto, dei cento terribili pericoli
ai quali era facile soccombere. E non era tutto; vi s’aggiungeva ancora
lo spasimo insostenibile di poterci rimettere pure la voce, la sua
bella voce calda e robusta di soprano drammatico, il suo tesoro, il suo
orgoglio! Dal giorno in cui non l’era riuscito possibile di dubitare
oltre del suo stato, ella non aveva avuto più un minuto di calma, non
avea fatto che piangere, disperarsi, maledire la sua sorte.... Due
volte, suo marito la sorprese mentre attentava alla propria maternità
coll’aiuto dei soliti rimedi empirici e criminosi, mettendo così a
grave rischio la vita pur di sottrarsi al cómpito sacro assegnatole
dalla natura. A tale scoperta, lo avea invaso una collera violenta, una
reazione fremente di stupore e di sdegno.... Ella non era sensibile
neppure alla voce delle sue viscere, a quell’istinto che è innato
persino nella più infima specie del regno animale?!... Ella dunque non
sapeva essere madre, come non sapeva essere moglie, nè altro, fuorchè
una mostruosa macchina da cantare, da divertire la folla, la quale solo
poteva coi suoi applausi farne agire il congegno!
La sua collera però cadde presto, nel tumulto ineffabile di tenerezza
che gli sconvolgeva l’anima. Dinanzi alla sua paternità imminente si
sentiva rivivere, diventava un altr’uomo.... Ah, per la sua creatura
egli si sarebbe rialzato, si sarebbe rimesso energicamente al timone
della propria casa, avrebbe riamata la vita attraverso il suo sorriso
e le sue fragili grazie infantili!... Ella pure, ella pure si sarebbe
trasformata; la maternità l’avrebbe elevata, purificata, cambiando la
donna di teatro così a disagio nell’onesta ed angusta cornice della
famiglia, in una degna madre, in una degna compagna!... In fondo, gli
inspirava una grande e pungente pietà. Certo, ella portava in sè,
come la comune degli esseri umani, un’egual somma di qualità buone
e cattive; quale colpa era mai la sua se l’eredità, l’educazione
ricevuta, l’atmosfera viziata del palcoscenico che i suoi polmoni
aveano respirato dall’età prima, avevano sviluppato in lei le cattive
qualità a discapito delle buone? Toccava a lui di rifarne l’educazione
morale, di restaurare in essa l’impero dei sentimenti migliori, e più
che il suo, questo era il còmpito soave ed infallibile della fragile
creaturina che avrebbe allietato tra poco la loro casa....
Adesso Torreforte, non solo perdonava ogni cosa a sua moglie, ma
diventava dolce e buono con lei come non era mai stato. Sentiva di
volerle proprio bene in quel momento, si struggeva di tenerezza
vedendola soffrire. Ella pure, sotto l’incubo smanioso della sua
folle paura, si rifugiava in lui come in un porto di salvezza, gli si
attaccava disperatamente, con un abbandono quasi infantile. Si faceva
di continuo promettere che non l’avrebbe abbandonata neanche per un
secondo, nel momento terribile, e che, se ella fosse morta, non avrebbe
permesso di seppellirla prima di quarantotto ore dalla constatazione
di decesso, per paura di esser solo sopita, di svegliarsi poi là,
tra quelle quattro assi, murata viva sotto una montagna di pietre e
di terra.... Egli allora la sgridava con la voce dolcemente burbera,
la trattava da bambina cattiva, le diceva che non si sarebbe accorta
neppure d’attraversare il passo paventato, e che poi sarebbero stati
tanto, tanto felici insieme, con la loro sospirata creaturina....
Il parto, invece, si presentò difficile e laborioso assai; i dolori
erano incominciati presto, acutissimi e infruttuosi. Quando ella
li avea sentiti venire, malgrado la grande prostrazione dei primi
formidabili attacchi s’era levata con uno sforzo dal letto, e s’era
trascinata sino alla specchiera per acconciarvisi un poco, forse
l’ultima volta, perchè non avesse messo orrore a guardarla, nel caso
funesto. Così Torreforte, rientrando in camera, l’avea trovata coi
capelli ben ravviati, i denti nitidissimi, e un dito di _rouge-théatre_
sul viso smunto e contratto atrocemente dai dolori. Ma tale povera
civetteria, in luogo di suggerirgli alcuna amara riflessione come certo
gli sarebbe avvenuto in un diverso momento, allora lo fece piangere di
tenerezza e di pietà. Non sapeva che cosa avrebbe dato per non vederla
soffrire a quel modo, per alleviarle gli spasimi insopportabili che la
facevano torcere come un serpe sul letto!
Venne un ostetrico: l’operazione fu dichiarata necessaria, vitale.
Torreforte s’era trovato spinto fuor dalla camera a forza, ed era
rimasto ad aspettare dietro l’uscio, colle gambe vacillanti, il cuore
in convulsione, ed un orribile ronzio nelle orecchie.... Finalmente,
dopo un’attesa che a lui era parsa di secoli, il dottore spalancò
l’uscio annunziando che la puerpera era salva. Egli non osò domandare
altro lì per lì, soffocando la sua estrema ansia per potersi cullare
ancora in un resto d’illusione.... Tutto il suo avvenire, tutta la sua
vita reggevano solo ad un fragile, sottilissimo filo.... E quel filo —
glielo dissero poco dopo, brutalmente, non sospettando tanta violenza
di dolore in lui per la sua paternità mancata — s’era spezzato, lo
lasciava miseramente piombare nel vuoto....
Era un maschio!... Sarebbe stato il continuatore della sua famiglia,
l’erede del nome antico ed onorato.... Ah, come egli si sarebbe
ammazzato a lavorare, come avrebbe ritrovata tutta la sua energia, la
sua dignità d’uomo per lui, per dargli una fine educazione, un’onesta
agiatezza.... Invece!... Non sapeva staccarsi dalla minuscola bara in
cui aveva voluto comporlo prima che glielo portassero via, coi ceri
ardenti ai piedi e una valanga di rose per lenzuolo.... E davanti a
quel cadaverino sformato dal forcipe con cui gli aveano attenagliata
la testa, mostruoso a vedersi alla livida luce dei ceri, egli s’era
lasciato cadere sotto il peso della sua croce, per non tentare mai più
di rialzarsi.