X.

Passata l’esaltazione violenta del nuovo dolore, Torreforte tornò a

chiudersi più di prima nella sua desolata attitudine di passività e

d’indifferenza a tutto. Soltanto, avea ceduto all’assedio senza tregua

postogli dalla moglie, e avea abbandonato la casa paterna, l’oscuro

angolo di provincia ov’era nato. Così, dopo un’assenza di quasi due

anni aveano fatto ritorno nella grande e rumorosa città, ma egli avea

continuato a vivervi come nella sua muta bicocca natale, inattivo e

segregato da ogni consorzio.

Questo contrariava moltissimo l’_ex_-prima donna, e costituiva un

soggetto continuo d’irritazione e di dispute fra loro. Rimessasi a poco

a poco, e non senza stento, dalle conseguenze del suo parto disastroso,

ella sentiva operarsi dentro di lei una rifioritura turbolenta di

salute, un rinnovamento oscuro di vita. Le pareva di soffocare, così

chiusa nell’angusto ed opprimente cerchio della sua casa, tra il marito

sempre silenzioso, sempre cupo, ripugnante a tutto, e la serva ebete,

sudicia, brontolona. Provava un’irrequietezza tormentosa, uno stimolo

esaltante di vaghe aspirazioni verso una mèta ignota a lei medesima.

Come mai suo marito poteva ridursi ad un tal grado di stupida apatia,

d’inerzia bruta?... Dove se n’era andata dunque la vantata energia del

suo carattere, la sua forte tempra di lavoratore, di uomo destinato

ad un grande avvenire, di cui avea fatto tanta pompa con lei prima

del loro matrimonio?!... Perchè si abbandonava a quel modo in braccio

all’ozio ed all’avvilimento più profondo, e avea rinunziato affatto

alla sua lucrosa professione? E dove mai si sarebbero trovati di lì

a qualche tempo, dopo aver dato fondo al capitale riscosso dalla sua

parte d’eredità?...

Ella lo sentiva calare ogni giorno dippiù nella sua stima, gli

faceva continuamente il processo con la severità d’un giudice, senza

intendere nulla di ciò che avveniva in lui, senza coscienza d’essere

il principio e la fine del pietoso dramma interiore di cui egli

era la vittima. Non lo comprendeva, nè gli aveva compassione, ma si

rivoltava. Non avea abbandonato le scene, dato addio alla sua lieta

e luminosa vita di successi morali e materiali per finire nel modo

più oscuro ed umile, privandosi di tutto, soffocando ogni desiderio,

ogni giusta ambizione!... Egli poteva pure segregarsi completamente

dal mondo, ridursi a vegetare come un bruto, ma per suo conto non si

sentiva proprio d’imitarlo, era troppo giovane e bella, troppo ricca di

vitalità per questo. Sopratutto, non sapeva adattarsi a perdere affatto

il gusto della sua arte, a viverne addirittura al di fuori. E vessava

dalla mattina alla sera Torreforte perchè buttasse il suo danaro dietro

a tutti gli abbonamenti di giornali artistici, perchè la conducesse al

teatro, ai concerti.

Quando al _Massimo_ tornarono a rappresentare la _Gioconda_, per

la prima volta dopo che tale opera stata eseguita da lei su quelle

scene quasi tre anni innanzi, suo marito dovette rassegnarsi ad

accompagnarvela, tanto la cosa l’avea messa in orgasmo e le avea

suscitato una voglia acutissima di intervenire allo spettacolo. La

nuova edizione dell’opera con una cantante ancora ignota al pubblico,

destava molta curiosità fra gli assidui e gli amatori di teatro.

I più, ricordando la forte impressione lasciata dalla _Gioconda_

precedente, non dubitavano che la nuova restasse schiacciata dai

confronti inevitabili: era appunto ciò che l’ex-prima donna aspettava

e desiderava ardentissimamente, e per cui ad ogni costo non aveva

voluto mancare a quella rappresentazione, sicura di assistere per

via indiretta al proprio trionfo. Durante i primi tre atti, ella

potè infatti gustare la più deliziosa soddisfazione d’amor proprio;

la sua rivale lasciava il pubblico freddo e scontento, non aveva

saputo strappargli un solo vero applauso con la sua voce corta, poco

squillante, affiochita dal panico che la dominava. Nella sala, piena

di spettatori e di animazione, si sentiva quasi gravare la musoneria

del pubblico deluso, che faceva prevedere una sommaria giustizia

a sipario definitivamente calato; molti, avendo scorto nell’ombra

del suo palchetto la indimenticabile artista così presto ritiratasi

dalle scene, se l’additavano tra loro con certe scrollatine assai

significative del capo, attirandole così, a poco a poco, gli sguardi

dell’intera platea, che salivano a lei come delle ondate voluttuose

d’incenso.

Ella assaporava l’inesprimibile gioia estaticamente, col cuore in

dolce tumulto, tutta ridente di piacere. Ed attendeva con impazienza

l’apoteosi finale che i fischi del pubblico, seppellendo all’ultimo

l’opera così eseguita e la sua protagonista, avrebbero decretata

a lei.... Invece, contro l’unanime aspettativa, il successo mutò

radicalmente di faccia all’atto quarto: la cantante già condannata

vi rivelò ad un tratto una tale rara potenza d’arte, di talento, e

d’efficacia drammatica da farsi in un momento perdonare la sua voce non

bella e la debole esecuzione degli atti precedenti. Alla fine del suo

monologo, il pubblico vinto, vibrante d’entusiasmo e di commozione le

avea battuto le mani per dieci minuti, e da quel punto ad ogni aria,

ad ogni frase principale, gli applausi erano echeggiati fragorosi,

scoppiando all’ultimo come un vero uragano, interminabilmente. Allora,

Torreforte aveva veduto sua moglie diventare incredibilmente pallida,

quasi convulsa, col labbro serrato a sangue tra i denti, gli occhi

pieni di lagrime, e una fretta smaniosa di andarsene, di sottrarsi a

quel supplizio.... Ah, il pubblico! Com’era incostante ed ingrato, come

rassomigliava ad un amante perfido e fatale, tanto più volubile quanto

più adorato!... Un giorno avea posto lei sugli altari, dichiarandola

insuperabile: ora le preferiva un’altra, l’acclamava sotto i suoi

stessi occhi, con un calore d’entusiasmo ch’ella non era riuscita a

suscitare mai, neppure nelle sue serate migliori!... Ella avrebbe dato

dieci anni della sua esistenza in quel momento per poter prendere il

posto dell’altra sul palcoscenico e ripetere la sua parte, in una gara

suprema. E per vincere la rivale, per strappare al pubblico un applauso

più nutrito, un urlo più assordante d’approvazione, ella si sentiva

capace di concentrare e di consumare nel canto tutta la sua vita, come

certi rosignuoli si rompono il petto a furia di gareggiare tra loro, ed

esalano gorgheggiando l’anima canora....

A lenire tale ferita, di cui il dolore tardava a calmarsi, le venne

tra le mani in quei giorni un giornale teatrale dove, a proposito

dell’annunziata rappresentazione di _Lucrezia Borgia_ — uno dei

suoi cavalli di battaglia — al Regio di Torino, vi si affermava che

difficilmente la protagonista dell’opera avrebbe potuto lottare con

gl’incancellabili ricordi lasciati da lei colà, nella medesima parte.

E altrove, un altro giornale, all’indomani dell’andata in scena di

_Norma_ con una cantante preceduta da gran fama, usciva in un vero

inno in memoria della esecuzione fattane da lei sulle stesse scene

qualche anno prima, concludendo col dire che la pretesa diva aveva

fatto rimpiangere amaramente al pubblico unanime la grande artista

allontanatasi troppo per tempo dal teatro. Così, non peranco era

spenta l’eco del suo nome nel mondo lirico!... A più di due anni di

distanza dalla sua scomparsa dal palcoscenico, si continuava a parlare

di lei, la si rimpiangeva malinconicamente, quasi che ella fosse del

tutto morta per l’arte, mentre si sentiva tuttavia capace di sollevare

l’entusiasmo di cento platee, di aggiungere al suo passato artistico

ancora dieci anni di carriera e di successi.

Invece era finita!... Ella dovea contentarsi di assistere al trionfo

delle altre, lasciare impassibilmente che le nuove venute occupassero

il bel posto conquistato da lei in arte con tanta fatica! L’unica

consolazione sua nell’eccesso della tristezza che l’invadeva pensando

a ciò, era di raccogliersi tutto il tempo nel passato, riandandolo

attraverso i mille documenti che stavano ad attestarne imperituramente

lo splendore. Gli _albums_ nei quali avea collezionato tutti i giudizii

dei giornali su di lei, i sonetti d’occasione nella ricorrenza delle

serate d’onore o d’addio, erano divenuti la esclusiva e costante

lettura di lei; nel suo salottino da lavoro ci si poteva a stento

muovere, tanta era la folla di corone, di ricchi nastri e d’ogni genere

di regali ricevuti sul palcoscenico e disposti colò come trofei di

guerra gloriosamente conquistati. Ma ci voleva ben altro, per appagare

la sete ond’era arsa!... Ella voleva trarre dalla lunga inerzia la

sua ugola preziosa e rimetterne in circolazione i tesori; voleva avere

degli ascoltatori almeno nel cerchio ristretto d’un salotto, in casa

propria o altrove, pur di cantare per qualcuno, di essere ammirata,

di riprovare l’ineffabile ebrezza d’un applauso.... E suo marito la

contrariava anche in questo, non voleva vedere nessuno, nè condurla in

alcun luogo!

Per vendicarsi, ella non gli lasciava più un minuto di riposo, gli

assordava dalla mattina alla sera le orecchie ripassando tutto il

suo repertorio, esercitando la gola ad una sfrenata ginnastica di

vocalizzi e di scale. Un momento, aveva tremato di paura: le era parso

di non ritrovare più la sua voce, di averne perduta la freschezza e la

forza, dopo il grave travaglio del parto. Ma poi, si convinse che si

trattava soltanto d’un fenomeno passeggiero prodotto dal troppo lungo

riposo dell’organo vocale, e per ridargli la primitiva elasticità e

robustezza, s’abbandonava più che mai a quella sua pazza ginnastica

d’ugola. Cantare significava già godere per lei, ma così, era un

piacere sterile, di cui non poteva contentarsi, che anzi le inacerbiva

dippiù la tormentosa voglia della quale languiva.... E non potendo

soddisfarla altrimenti, nel parossismo della sua febbre malsana, ella

s’era ridotta ad offrirsi persino in accademia alla propria serva, a

cantare per esclusivo piacere di colei. Spesso, magari andava ella

medesima a trovarla in cucina; la megera lasciava di occuparsi dei

suoi fornelli o del suo bucato, e si raccoglieva ad ascoltare, a bocca

aperta, colle braccia conserte sul ventre sudicio ed enorme. Quindi,

ogni volta, alla fine si metteva a battere furiosamente le manacce

nere, accompagnando l’applauso con rauche grida di _brava, bene, bis_,

facendo quanto più chiasso le riusciva, poichè sapeva di procurarle

tanto più piacere.... Allora, ella restava a sentire col cuore sospeso,

gli occhi brillanti, e una fiamma viva di sangue sulle guancie.... Non

aveva più la coscienza d’essere in quel luogo e in quella compagnia

degradanti; si ritrovava come per incanto altrove, in una vasta

sala scintillante di lumi e piena di gente.... E per un analogo

fenomeno d’allucinazione, lo sconcio assolo d’applausi della serva si

trasformava alle sue orecchie nell’ovazione strepitosa, esaltante di

centinaia di persone, di un intero pubblico trascinato dall’entusiasmo!

In seguito, sempre più incalzata dal crescendo morboso della sua

manìa, s’era spinta anche in là, sino a cavare dalle grandi casse

relegate nel solajo i costumi delle sue opere favorite ed a vestirsene,

acconciandosi in tutto come per la scena. _Gioconda, Norma, Aida_,

rivivevano in lei; ella si metteva ad illustrarne per la sua

unica ed ignobile spettatrice, col canto e con l’azione insieme, i

patetici casi, animandosi quasi che calpestasse davvero le tavole

del palcoscenico, e la serva ebete e sudicia spalancava allora tanto

d’occhi, senza troppo capirci, presa spesso da irresistibile ilarità

come davanti ad una mascherata carnevalesca, con le nere manacce pronte

a sollevare l’indiavolato rumore di applausi per cui la sua padrona

andava pazza....

Ora, ella non ignorava più quale fosse la mèta delle sue vaghe

aspirazioni, il tarlo segreto che le avea roso sordamente l’anima

e lo spirito tutto quel tempo! Era la nostalgia del teatro che la

riprendeva furiosamente e non le dava più tregua; ella s’era sbagliata

di troppo immaginandosi di potervi rinunziare sul serio, di poter

vivere per sempre senza le sue febbri e le sue gioie! L’imperdonabile

errore commesso abbandonando le scene per maritarsi, le appariva adesso

in tutta la sua enormità, pur non tenendo calcolo delle condizioni

particolarmente tristi della propria esistenza conjugale. E nel tempo

medesimo, nettamente s’imponeva al suo spirito l’ineluttabile necessità

di annullare l’errore fatto, avesse dovuto per questo spezzare

qualunque ostacolo, perchè ella aveva bisogno del palcoscenico come

dell’aria per respirare, e non poteva starne più a lungo lontana!

Suo marito però non si sarebbe piegato mai senza vivissima lotta

ad acconsentire al ritorno di lei sulle scene, n’era sicura. Pure,

cominciò ad insinuargli la cosa delicatamente, con ogni tatto e

dolcezza, cercando di riuscire così. E gli dipingeva l’avvenire coi più

lieti colori, sempre tra viaggi, emozioni gradite e nuovi successi;

gli mostrava i numerosi esempî di cantanti ritornate all’arte dopo

aver contratto matrimonio, anche nelle più alte sfere sociali, e

col _placet_ del marito. I testi da citare non mancavano: Siglinda

Wederlson — l’usignuolo norvegese, come la chiamavano — che aveva

sposato un gran signore russo e poi s’era rimessa a girare insieme a

costui di teatro in teatro; Dora Neuman, la più bella voce di contralto

dell’arte, tornata al palcoscenico dopo due anni di matrimonio con

un milionario napoletano — e via, via così, sino al caso classico di

Adelina Patti e del marchese di Caux.... Ma Torreforte aveva troncato

subito, senz’altro, ogni tentativo di persuasione, con un reciso

rifiuto. All’idea di ciò che la moglie pretendeva da lui, egli si

rialzava bruscamente dal suo avvilimento per difendere la sua dignità

dal minacciato ludibrio. Avea vissuto abbastanza in palcoscenico per

non sapere quale sarebbe stata inevitabilmente la propria parte accanto

a lei, se avesse ceduto alla sua volontà; _mariti di prime donne_ ne

aveva conosciuti parecchi — quello di Regina Morelli fra gli altri —

e al solo pensiero della vergogna riserbatagli si sentiva avvampare di

rossore il viso! Allora, ella lo prese di fronte con brutale audacia,

mise da parte le moine per piantargli crudamente dinanzi il problema

dell’avvenire. Poichè egli aveva abbandonato affatto la professione

e non voleva occuparsi di nulla, poichè non si decideva nè si sarebbe

mai deciso ad uscire da quello stato di triste ignavia, come pensava

di provvedere all’esistenza di lei, quando, in un giorno non lontano,

a furia di sbocconcellare il capitale di cui vivevano, senza produrre

nulla, si sarebbero ritrovati fatalmente sulla paglia?!... Ah, egli non

si preoccupava punto di ciò, restava senza risposta davanti al quesito

propostogli?! Ebbene, toccava a lei di pensarci allora, mentre era

giovane ancora ed a tempo per farlo, e non sapeva con che diritto ed

a qual titolo egli potesse impedirle di provvedere ai casi suoi, dopo

averla abbandonata a sè stessa per l’avvenire!...

Sapientemente, con perfido intuito, ella avea posto il dito giusto

sul punto vulnerabile; affrontato così, Torreforte perdeva ad un

tratto ogni energia di resistenza, restava disarmato dinanzi a lei.

Sì, era giusto: che diritto aveva di sbarrarle la via dell’avvenire,

quando egli non era stato e non era capace di assicurargliene alcuno,

malgrado che in faccia a lei ed alla società gliene incombesse

l’obbligo più rigoroso?... Per assumere onestamente ed a cuor sereno

la responsabilità a cui ella lo aveva richiamato con l’imperiosa

esigenza d’un creditore brutale, egli doveva imporsi uno sforzo eroico,

riattaccarsi con ardore e fede alla vita, ridiventare un _uomo_ infine,

in tutta la dignità e la nobile energia della parola. E non sapeva,

non poteva galvanizzare a tal segno la propria volontà ed il proprio

spirito, schiacciato com’era dalla coscienza della sua infelicità,

della sua vita sbagliata, col cuore tuttavia sanguinante per la morte

della madre ch’egli addebitava a sè stesso, e per l’ultimo e atroce

colpo ricevuto in pieno petto davanti al cadaverino della sua creatura

nata morta, del povero piccolo Messia, tanto atteso e sognato, da cui

doveva venirgli la salvezza!...

Così, ella lo avea sentito cedere a poco, a poco, e da quel momento,

era ritornata dolce e insinuante come prima, aveva preparato abilmente

la vittoria finale. Una volta, gli aveva mostrato la lettera d’un

agente teatrale che le proponeva delle condizioni superbe se avesse

voluto accettare una scrittura, eppoi il telegramma di un impresario

famoso, concepito nei medesimi sensi, senza ch’ella avesse fatto nulla

per provocare simili offerte, diceva, tal quale come a Sant’Antonio

sorgevano da ogni parte le irresistibili tentazioni. Ed infine, un

bel giorno, comparve in iscena l’impresario del Massimo, pregandola

in nome di tutti gli amatori di teatro di cantare per poche recite

straordinarie di _Aida_, offrendo magnifici patti.... Un’occasione

veramente eccezionale: nessun disturbo, nessun’apparenza di ritornare

per forza maggiore al teatro, ma avendo quasi l’aria invece di

accondiscendere per cortesia, come certi celebri artisti ritiratisi

dalle scene da un pezzo, si piegano qualche volta al desiderio dei

loro ammiratori. Ricusare sarebbe stata una vera follia; un volerla

danneggiare a qualunque costo, per puro capriccio! Che fare?... Egli si

sentiva stanco di lottare, incapace di resistere alla corrente che lo

travolgeva: cedette. Almeno, pensava — chi sa? — che sarebbe riuscito a

togliersi bene o male d’addosso la camicia di forza della sua desolata

apatia, che avrebbe ritrovato la malsana febbre di desiderio d’una

volta, davanti all’entusiasmo rumoroso della folla per lei!...

Le indicibili amarezze alle quali aveva preveduto di andare incontro

lasciandosi trascinare da sua moglie, non si fecero attendere per

Torreforte. Sin dal primo giorno che ella aveva rimesso piede in

teatro per le prove dell’opera, tutti i suoi antichi corteggiatori,

i vecchi topi di palcoscenico, con Valdora e l’onorevole Ascani alla

testa, erano ritornati al loro posto di combattimento, aveano ripreso

l’assedio di un tempo, nè più nè meno come se nulla fosse mutato

d’allora, come se l’uomo che le aveva dato il suo nome e consacrato

l’esistenza fosse ancora il timido aspirante di prima, inscritto

insieme a loro in quello _steeple-chase_ galante, e di cui non s’erano

mai dati troppo pensiero. Ed ella pure ritornava tal quale la consumata

civetta che sapevasi armeggiare fra cento adoratori senza alienarsene

alcuno, alimentando sapientemente le speranze e la vanità di tutti

e prendendo da ognuno quello che le tornava utile! Ma Torreforte non

aveva perduto ancora del tutto il sentimento della sua dignità; se non

era più geloso di lei, lo era sempre del proprio onore, del rispetto

di sè stesso, ed intendeva mostrare con i fatti che non avrebbe mai

permesso ad alcuno di attentarvi, in nessun modo.... Allora, sua moglie

gli si rivoltò come una furia. Al vedergli prendere un tale energico

e fiero atteggiamento che le avrebbe inevitabilmente inimicato i suoi

influenti amici, gli autorevoli critici che aveva saputo accaparrarsi,

ella si sentì minacciata nel suo successo, e questo le dava una

violenza estrema di reazione, la rendeva capace di tutto.... Quindi,

per paura di qualche scandalo, per evitare guai peggiori, Torreforte

dovette sopportare ancora e tacere.

Ma alla prima donna ciò non era giovato a nulla; il lungo travaglio

del parto era stato realmente disastroso per lei e le avea addirittura

devastato la voce. Talchè la sera che ella riapparve sul palcoscenico

del _Massimo_, dopo tanta attesa, fu una enorme delusione pel

pubblico e quasi un _fiasco_ per lei, tanto più umiliante, quanto

meglio gli spettatori aveano mostrato di esser disposti in suo

favore, applaudendola interminabilmente al primo vederla in iscena.

Ella pareva quasi sul punto d’impazzirne! Però, non pensava neppure

lontanamente ad arrendersi; credeva in buona fede d’essere stata

vittima di un improvviso abbassamento di voce, fors’anche delle solite

cabale di palcoscenico, e non anelava che ad una rivincita solenne,

strepitosa. Un agente teatrale che formava una grande compagnia lirica

per l’estero, le offerse di scritturarla: ella accettò con gioia.

A Torreforte, che rimaneva a fare?... Lasciarla andar via sola,

abbandonando il suo nome in balìa di lei, perchè ella ne facesse

qualunque scempio?... Si decise dunque a seguirla!

D’allora, la sua esistenza, non era stata che una corsa ininterrotta,

vertiginosa verso la rovina finale. Era come se un vortice lo

trascinasse, senza resistenza possibile, nella caduta; egli aveva

talmente questa sensazione spaventevole, che se avesse dovuto ritessere

per raccontarla ad altri tutta la triste trama del suo povero dramma,

mentre si sarebbe a lungo indugiato per illustrarne il corso dal

principio sin’allora, da quel punto in poi non avrebbe saputo trovare

che poche, sintetiche frasi per dire il resto. S’era messo a seguire

la moglie rassegnatamente, di teatro in teatro. Il termometro del

successo calava ogni giorno dippiù, e quindi era incominciata per

loro la parabola umiliante attraverso i piccoli teatri di provincia,

la vergognosa caccia all’applauso, la corte ai giornalisti, le lunghe

ed inutili attese nelle anticamere delle agenzie — un supplizio senza

nome per Torreforte, tutto il rosario di miserie della sua degradante

parte di _marito della prima donna_!... Quand’anche avesse trovato in

sè la forza d’energia necessaria per arrestarsi su quella china, egli

non si sarebbe sentito il coraggio di usarla contro di lei, tanto ella

gli faceva pietà in fondo, trascinata com’era da un vero soffio di

follìa, invasa ad ogni nuovo insuccesso da un delirio di disperazione

e di furore. Per tal modo, si abbandonava passivamente alla sua sorte,

lasciando ad ogni stazione del crudele calvario gli ultimi resti di

forza volitiva e di fierezza....

Finalmente, quel martirio aveva dovuto trovar termine, perch’ella

era stata costretta a riconoscere, malgrado ogni disperata illusione

in contrario, che bisognava abbandonare il teatro. Però, non voleva

e non poteva rinunziare del tutto all’arte sua: forzata ad uscirne

dalla porta, aveva imaginato di rientrarci per la finestra adoperando

i propri talenti musicali nell’aprire una scuola di canto. Un nuovo

avvilimento, anche peggiore, era incominciato per Torreforte. Degli

estranei aveano invaso la sua casa, vi portavano in giro a tutti i

momenti le loro faccie sconosciute ed insolenti per lui; qualche

giovanotto elegante s’era sentito nascere, per via delle forme

giunoniche dell’_ex_-prima donna, delle improvvise disposizioni pel

canto, e s’era inscritto alla nuova scuola. Tra gli altri, Santo

Stefano, ricomparso ad un tratto sull’orizzonte, figurava in prima

linea. Egli s’era fatto cordialmente perdonare i propri torti con un

apologetico medaglione della _diva_ in ritiro, pubblicato su di un

giornale a proposito della sua scuola, solleticando la vanità di lei in

tutti i modi, ed era divenuto uno degli allievi più assidui....

E Torreforte aveva accettato anche questo, non sapendo opporsi più a

nulla, adagiandosi supinamente nell’abisso scavatosi.... Tutto, tutto

egli avea subìto, impotente a ribellarsi, come un ebete; aveva vuotato

l’orribile calice della sua miseria sino alla feccia, sino a quel

giorno in cui aveva sentito di toccarne l’ultimo fondo!... Egli era

rientrato a casa sua improvvisamente. Attraversando l’anticamera, avea

riconosciuto il cappello e la mazza di Santo Stefano, ma dalla stanza

del pianoforte nessuna voce, nessun suono veniva: la porta n’era chiusa

di dentro, e ai suoi picchi nessuno rispondeva.... Allora, una collera

cieca, spaventevole, l’avea invaso, un bisogno imperioso, delirante,

di travolgere anche loro nella catastrofe che lo atterrava, ed era

corso di là, ad armarsi di una rivoltella!... Ma non era stata che una

vampata; un immenso abbandono, una disperata calma, lo aveano vinto a

poco, a poco, gli aveano mostrato l’inutilità di un delitto che solo

sarebbe servito a renderlo più miserabile di prima, aumentando l’orrore

ch’egli ispirava a sè stesso. Perchè poi — egli pensava — l’avrebbe

uccisa?... Era assurdo pretendere ch’ella fosse diversa di così, più

stimabile oggi di ieri, del giorno in cui, non riuscendogli per la

calcolata resistenza di lei di farsene un’amante, l’avea innalzata

al grado di moglie!... No, meglio valeva finirla altrimenti, sotto le

ruote del primo treno incontrato lungo un binario di ferrovia!... E se

n’era andato chetamente, lentamente, con le spalle curve, senza badare

ad asciugarsi le lacrime che gli inondavano il viso....

La prima donna · 第 14 / 36 题