Passata l’esaltazione violenta del nuovo dolore, Torreforte tornò a
chiudersi più di prima nella sua desolata attitudine di passività e
d’indifferenza a tutto. Soltanto, avea ceduto all’assedio senza tregua
postogli dalla moglie, e avea abbandonato la casa paterna, l’oscuro
angolo di provincia ov’era nato. Così, dopo un’assenza di quasi due
anni aveano fatto ritorno nella grande e rumorosa città, ma egli avea
continuato a vivervi come nella sua muta bicocca natale, inattivo e
segregato da ogni consorzio.
Questo contrariava moltissimo l’_ex_-prima donna, e costituiva un
soggetto continuo d’irritazione e di dispute fra loro. Rimessasi a poco
a poco, e non senza stento, dalle conseguenze del suo parto disastroso,
ella sentiva operarsi dentro di lei una rifioritura turbolenta di
salute, un rinnovamento oscuro di vita. Le pareva di soffocare, così
chiusa nell’angusto ed opprimente cerchio della sua casa, tra il marito
sempre silenzioso, sempre cupo, ripugnante a tutto, e la serva ebete,
sudicia, brontolona. Provava un’irrequietezza tormentosa, uno stimolo
esaltante di vaghe aspirazioni verso una mèta ignota a lei medesima.
Come mai suo marito poteva ridursi ad un tal grado di stupida apatia,
d’inerzia bruta?... Dove se n’era andata dunque la vantata energia del
suo carattere, la sua forte tempra di lavoratore, di uomo destinato
ad un grande avvenire, di cui avea fatto tanta pompa con lei prima
del loro matrimonio?!... Perchè si abbandonava a quel modo in braccio
all’ozio ed all’avvilimento più profondo, e avea rinunziato affatto
alla sua lucrosa professione? E dove mai si sarebbero trovati di lì
a qualche tempo, dopo aver dato fondo al capitale riscosso dalla sua
parte d’eredità?...
Ella lo sentiva calare ogni giorno dippiù nella sua stima, gli
faceva continuamente il processo con la severità d’un giudice, senza
intendere nulla di ciò che avveniva in lui, senza coscienza d’essere
il principio e la fine del pietoso dramma interiore di cui egli
era la vittima. Non lo comprendeva, nè gli aveva compassione, ma si
rivoltava. Non avea abbandonato le scene, dato addio alla sua lieta
e luminosa vita di successi morali e materiali per finire nel modo
più oscuro ed umile, privandosi di tutto, soffocando ogni desiderio,
ogni giusta ambizione!... Egli poteva pure segregarsi completamente
dal mondo, ridursi a vegetare come un bruto, ma per suo conto non si
sentiva proprio d’imitarlo, era troppo giovane e bella, troppo ricca di
vitalità per questo. Sopratutto, non sapeva adattarsi a perdere affatto
il gusto della sua arte, a viverne addirittura al di fuori. E vessava
dalla mattina alla sera Torreforte perchè buttasse il suo danaro dietro
a tutti gli abbonamenti di giornali artistici, perchè la conducesse al
teatro, ai concerti.
Quando al _Massimo_ tornarono a rappresentare la _Gioconda_, per
la prima volta dopo che tale opera stata eseguita da lei su quelle
scene quasi tre anni innanzi, suo marito dovette rassegnarsi ad
accompagnarvela, tanto la cosa l’avea messa in orgasmo e le avea
suscitato una voglia acutissima di intervenire allo spettacolo. La
nuova edizione dell’opera con una cantante ancora ignota al pubblico,
destava molta curiosità fra gli assidui e gli amatori di teatro.
I più, ricordando la forte impressione lasciata dalla _Gioconda_
precedente, non dubitavano che la nuova restasse schiacciata dai
confronti inevitabili: era appunto ciò che l’ex-prima donna aspettava
e desiderava ardentissimamente, e per cui ad ogni costo non aveva
voluto mancare a quella rappresentazione, sicura di assistere per
via indiretta al proprio trionfo. Durante i primi tre atti, ella
potè infatti gustare la più deliziosa soddisfazione d’amor proprio;
la sua rivale lasciava il pubblico freddo e scontento, non aveva
saputo strappargli un solo vero applauso con la sua voce corta, poco
squillante, affiochita dal panico che la dominava. Nella sala, piena
di spettatori e di animazione, si sentiva quasi gravare la musoneria
del pubblico deluso, che faceva prevedere una sommaria giustizia
a sipario definitivamente calato; molti, avendo scorto nell’ombra
del suo palchetto la indimenticabile artista così presto ritiratasi
dalle scene, se l’additavano tra loro con certe scrollatine assai
significative del capo, attirandole così, a poco a poco, gli sguardi
dell’intera platea, che salivano a lei come delle ondate voluttuose
d’incenso.
Ella assaporava l’inesprimibile gioia estaticamente, col cuore in
dolce tumulto, tutta ridente di piacere. Ed attendeva con impazienza
l’apoteosi finale che i fischi del pubblico, seppellendo all’ultimo
l’opera così eseguita e la sua protagonista, avrebbero decretata
a lei.... Invece, contro l’unanime aspettativa, il successo mutò
radicalmente di faccia all’atto quarto: la cantante già condannata
vi rivelò ad un tratto una tale rara potenza d’arte, di talento, e
d’efficacia drammatica da farsi in un momento perdonare la sua voce non
bella e la debole esecuzione degli atti precedenti. Alla fine del suo
monologo, il pubblico vinto, vibrante d’entusiasmo e di commozione le
avea battuto le mani per dieci minuti, e da quel punto ad ogni aria,
ad ogni frase principale, gli applausi erano echeggiati fragorosi,
scoppiando all’ultimo come un vero uragano, interminabilmente. Allora,
Torreforte aveva veduto sua moglie diventare incredibilmente pallida,
quasi convulsa, col labbro serrato a sangue tra i denti, gli occhi
pieni di lagrime, e una fretta smaniosa di andarsene, di sottrarsi a
quel supplizio.... Ah, il pubblico! Com’era incostante ed ingrato, come
rassomigliava ad un amante perfido e fatale, tanto più volubile quanto
più adorato!... Un giorno avea posto lei sugli altari, dichiarandola
insuperabile: ora le preferiva un’altra, l’acclamava sotto i suoi
stessi occhi, con un calore d’entusiasmo ch’ella non era riuscita a
suscitare mai, neppure nelle sue serate migliori!... Ella avrebbe dato
dieci anni della sua esistenza in quel momento per poter prendere il
posto dell’altra sul palcoscenico e ripetere la sua parte, in una gara
suprema. E per vincere la rivale, per strappare al pubblico un applauso
più nutrito, un urlo più assordante d’approvazione, ella si sentiva
capace di concentrare e di consumare nel canto tutta la sua vita, come
certi rosignuoli si rompono il petto a furia di gareggiare tra loro, ed
esalano gorgheggiando l’anima canora....
A lenire tale ferita, di cui il dolore tardava a calmarsi, le venne
tra le mani in quei giorni un giornale teatrale dove, a proposito
dell’annunziata rappresentazione di _Lucrezia Borgia_ — uno dei
suoi cavalli di battaglia — al Regio di Torino, vi si affermava che
difficilmente la protagonista dell’opera avrebbe potuto lottare con
gl’incancellabili ricordi lasciati da lei colà, nella medesima parte.
E altrove, un altro giornale, all’indomani dell’andata in scena di
_Norma_ con una cantante preceduta da gran fama, usciva in un vero
inno in memoria della esecuzione fattane da lei sulle stesse scene
qualche anno prima, concludendo col dire che la pretesa diva aveva
fatto rimpiangere amaramente al pubblico unanime la grande artista
allontanatasi troppo per tempo dal teatro. Così, non peranco era
spenta l’eco del suo nome nel mondo lirico!... A più di due anni di
distanza dalla sua scomparsa dal palcoscenico, si continuava a parlare
di lei, la si rimpiangeva malinconicamente, quasi che ella fosse del
tutto morta per l’arte, mentre si sentiva tuttavia capace di sollevare
l’entusiasmo di cento platee, di aggiungere al suo passato artistico
ancora dieci anni di carriera e di successi.
Invece era finita!... Ella dovea contentarsi di assistere al trionfo
delle altre, lasciare impassibilmente che le nuove venute occupassero
il bel posto conquistato da lei in arte con tanta fatica! L’unica
consolazione sua nell’eccesso della tristezza che l’invadeva pensando
a ciò, era di raccogliersi tutto il tempo nel passato, riandandolo
attraverso i mille documenti che stavano ad attestarne imperituramente
lo splendore. Gli _albums_ nei quali avea collezionato tutti i giudizii
dei giornali su di lei, i sonetti d’occasione nella ricorrenza delle
serate d’onore o d’addio, erano divenuti la esclusiva e costante
lettura di lei; nel suo salottino da lavoro ci si poteva a stento
muovere, tanta era la folla di corone, di ricchi nastri e d’ogni genere
di regali ricevuti sul palcoscenico e disposti colò come trofei di
guerra gloriosamente conquistati. Ma ci voleva ben altro, per appagare
la sete ond’era arsa!... Ella voleva trarre dalla lunga inerzia la
sua ugola preziosa e rimetterne in circolazione i tesori; voleva avere
degli ascoltatori almeno nel cerchio ristretto d’un salotto, in casa
propria o altrove, pur di cantare per qualcuno, di essere ammirata,
di riprovare l’ineffabile ebrezza d’un applauso.... E suo marito la
contrariava anche in questo, non voleva vedere nessuno, nè condurla in
alcun luogo!
Per vendicarsi, ella non gli lasciava più un minuto di riposo, gli
assordava dalla mattina alla sera le orecchie ripassando tutto il
suo repertorio, esercitando la gola ad una sfrenata ginnastica di
vocalizzi e di scale. Un momento, aveva tremato di paura: le era parso
di non ritrovare più la sua voce, di averne perduta la freschezza e la
forza, dopo il grave travaglio del parto. Ma poi, si convinse che si
trattava soltanto d’un fenomeno passeggiero prodotto dal troppo lungo
riposo dell’organo vocale, e per ridargli la primitiva elasticità e
robustezza, s’abbandonava più che mai a quella sua pazza ginnastica
d’ugola. Cantare significava già godere per lei, ma così, era un
piacere sterile, di cui non poteva contentarsi, che anzi le inacerbiva
dippiù la tormentosa voglia della quale languiva.... E non potendo
soddisfarla altrimenti, nel parossismo della sua febbre malsana, ella
s’era ridotta ad offrirsi persino in accademia alla propria serva, a
cantare per esclusivo piacere di colei. Spesso, magari andava ella
medesima a trovarla in cucina; la megera lasciava di occuparsi dei
suoi fornelli o del suo bucato, e si raccoglieva ad ascoltare, a bocca
aperta, colle braccia conserte sul ventre sudicio ed enorme. Quindi,
ogni volta, alla fine si metteva a battere furiosamente le manacce
nere, accompagnando l’applauso con rauche grida di _brava, bene, bis_,
facendo quanto più chiasso le riusciva, poichè sapeva di procurarle
tanto più piacere.... Allora, ella restava a sentire col cuore sospeso,
gli occhi brillanti, e una fiamma viva di sangue sulle guancie.... Non
aveva più la coscienza d’essere in quel luogo e in quella compagnia
degradanti; si ritrovava come per incanto altrove, in una vasta
sala scintillante di lumi e piena di gente.... E per un analogo
fenomeno d’allucinazione, lo sconcio assolo d’applausi della serva si
trasformava alle sue orecchie nell’ovazione strepitosa, esaltante di
centinaia di persone, di un intero pubblico trascinato dall’entusiasmo!
In seguito, sempre più incalzata dal crescendo morboso della sua
manìa, s’era spinta anche in là, sino a cavare dalle grandi casse
relegate nel solajo i costumi delle sue opere favorite ed a vestirsene,
acconciandosi in tutto come per la scena. _Gioconda, Norma, Aida_,
rivivevano in lei; ella si metteva ad illustrarne per la sua
unica ed ignobile spettatrice, col canto e con l’azione insieme, i
patetici casi, animandosi quasi che calpestasse davvero le tavole
del palcoscenico, e la serva ebete e sudicia spalancava allora tanto
d’occhi, senza troppo capirci, presa spesso da irresistibile ilarità
come davanti ad una mascherata carnevalesca, con le nere manacce pronte
a sollevare l’indiavolato rumore di applausi per cui la sua padrona
andava pazza....
Ora, ella non ignorava più quale fosse la mèta delle sue vaghe
aspirazioni, il tarlo segreto che le avea roso sordamente l’anima
e lo spirito tutto quel tempo! Era la nostalgia del teatro che la
riprendeva furiosamente e non le dava più tregua; ella s’era sbagliata
di troppo immaginandosi di potervi rinunziare sul serio, di poter
vivere per sempre senza le sue febbri e le sue gioie! L’imperdonabile
errore commesso abbandonando le scene per maritarsi, le appariva adesso
in tutta la sua enormità, pur non tenendo calcolo delle condizioni
particolarmente tristi della propria esistenza conjugale. E nel tempo
medesimo, nettamente s’imponeva al suo spirito l’ineluttabile necessità
di annullare l’errore fatto, avesse dovuto per questo spezzare
qualunque ostacolo, perchè ella aveva bisogno del palcoscenico come
dell’aria per respirare, e non poteva starne più a lungo lontana!
Suo marito però non si sarebbe piegato mai senza vivissima lotta
ad acconsentire al ritorno di lei sulle scene, n’era sicura. Pure,
cominciò ad insinuargli la cosa delicatamente, con ogni tatto e
dolcezza, cercando di riuscire così. E gli dipingeva l’avvenire coi più
lieti colori, sempre tra viaggi, emozioni gradite e nuovi successi;
gli mostrava i numerosi esempî di cantanti ritornate all’arte dopo
aver contratto matrimonio, anche nelle più alte sfere sociali, e
col _placet_ del marito. I testi da citare non mancavano: Siglinda
Wederlson — l’usignuolo norvegese, come la chiamavano — che aveva
sposato un gran signore russo e poi s’era rimessa a girare insieme a
costui di teatro in teatro; Dora Neuman, la più bella voce di contralto
dell’arte, tornata al palcoscenico dopo due anni di matrimonio con
un milionario napoletano — e via, via così, sino al caso classico di
Adelina Patti e del marchese di Caux.... Ma Torreforte aveva troncato
subito, senz’altro, ogni tentativo di persuasione, con un reciso
rifiuto. All’idea di ciò che la moglie pretendeva da lui, egli si
rialzava bruscamente dal suo avvilimento per difendere la sua dignità
dal minacciato ludibrio. Avea vissuto abbastanza in palcoscenico per
non sapere quale sarebbe stata inevitabilmente la propria parte accanto
a lei, se avesse ceduto alla sua volontà; _mariti di prime donne_ ne
aveva conosciuti parecchi — quello di Regina Morelli fra gli altri —
e al solo pensiero della vergogna riserbatagli si sentiva avvampare di
rossore il viso! Allora, ella lo prese di fronte con brutale audacia,
mise da parte le moine per piantargli crudamente dinanzi il problema
dell’avvenire. Poichè egli aveva abbandonato affatto la professione
e non voleva occuparsi di nulla, poichè non si decideva nè si sarebbe
mai deciso ad uscire da quello stato di triste ignavia, come pensava
di provvedere all’esistenza di lei, quando, in un giorno non lontano,
a furia di sbocconcellare il capitale di cui vivevano, senza produrre
nulla, si sarebbero ritrovati fatalmente sulla paglia?!... Ah, egli non
si preoccupava punto di ciò, restava senza risposta davanti al quesito
propostogli?! Ebbene, toccava a lei di pensarci allora, mentre era
giovane ancora ed a tempo per farlo, e non sapeva con che diritto ed
a qual titolo egli potesse impedirle di provvedere ai casi suoi, dopo
averla abbandonata a sè stessa per l’avvenire!...
Sapientemente, con perfido intuito, ella avea posto il dito giusto
sul punto vulnerabile; affrontato così, Torreforte perdeva ad un
tratto ogni energia di resistenza, restava disarmato dinanzi a lei.
Sì, era giusto: che diritto aveva di sbarrarle la via dell’avvenire,
quando egli non era stato e non era capace di assicurargliene alcuno,
malgrado che in faccia a lei ed alla società gliene incombesse
l’obbligo più rigoroso?... Per assumere onestamente ed a cuor sereno
la responsabilità a cui ella lo aveva richiamato con l’imperiosa
esigenza d’un creditore brutale, egli doveva imporsi uno sforzo eroico,
riattaccarsi con ardore e fede alla vita, ridiventare un _uomo_ infine,
in tutta la dignità e la nobile energia della parola. E non sapeva,
non poteva galvanizzare a tal segno la propria volontà ed il proprio
spirito, schiacciato com’era dalla coscienza della sua infelicità,
della sua vita sbagliata, col cuore tuttavia sanguinante per la morte
della madre ch’egli addebitava a sè stesso, e per l’ultimo e atroce
colpo ricevuto in pieno petto davanti al cadaverino della sua creatura
nata morta, del povero piccolo Messia, tanto atteso e sognato, da cui
doveva venirgli la salvezza!...
Così, ella lo avea sentito cedere a poco, a poco, e da quel momento,
era ritornata dolce e insinuante come prima, aveva preparato abilmente
la vittoria finale. Una volta, gli aveva mostrato la lettera d’un
agente teatrale che le proponeva delle condizioni superbe se avesse
voluto accettare una scrittura, eppoi il telegramma di un impresario
famoso, concepito nei medesimi sensi, senza ch’ella avesse fatto nulla
per provocare simili offerte, diceva, tal quale come a Sant’Antonio
sorgevano da ogni parte le irresistibili tentazioni. Ed infine, un
bel giorno, comparve in iscena l’impresario del Massimo, pregandola
in nome di tutti gli amatori di teatro di cantare per poche recite
straordinarie di _Aida_, offrendo magnifici patti.... Un’occasione
veramente eccezionale: nessun disturbo, nessun’apparenza di ritornare
per forza maggiore al teatro, ma avendo quasi l’aria invece di
accondiscendere per cortesia, come certi celebri artisti ritiratisi
dalle scene da un pezzo, si piegano qualche volta al desiderio dei
loro ammiratori. Ricusare sarebbe stata una vera follia; un volerla
danneggiare a qualunque costo, per puro capriccio! Che fare?... Egli si
sentiva stanco di lottare, incapace di resistere alla corrente che lo
travolgeva: cedette. Almeno, pensava — chi sa? — che sarebbe riuscito a
togliersi bene o male d’addosso la camicia di forza della sua desolata
apatia, che avrebbe ritrovato la malsana febbre di desiderio d’una
volta, davanti all’entusiasmo rumoroso della folla per lei!...
Le indicibili amarezze alle quali aveva preveduto di andare incontro
lasciandosi trascinare da sua moglie, non si fecero attendere per
Torreforte. Sin dal primo giorno che ella aveva rimesso piede in
teatro per le prove dell’opera, tutti i suoi antichi corteggiatori,
i vecchi topi di palcoscenico, con Valdora e l’onorevole Ascani alla
testa, erano ritornati al loro posto di combattimento, aveano ripreso
l’assedio di un tempo, nè più nè meno come se nulla fosse mutato
d’allora, come se l’uomo che le aveva dato il suo nome e consacrato
l’esistenza fosse ancora il timido aspirante di prima, inscritto
insieme a loro in quello _steeple-chase_ galante, e di cui non s’erano
mai dati troppo pensiero. Ed ella pure ritornava tal quale la consumata
civetta che sapevasi armeggiare fra cento adoratori senza alienarsene
alcuno, alimentando sapientemente le speranze e la vanità di tutti
e prendendo da ognuno quello che le tornava utile! Ma Torreforte non
aveva perduto ancora del tutto il sentimento della sua dignità; se non
era più geloso di lei, lo era sempre del proprio onore, del rispetto
di sè stesso, ed intendeva mostrare con i fatti che non avrebbe mai
permesso ad alcuno di attentarvi, in nessun modo.... Allora, sua moglie
gli si rivoltò come una furia. Al vedergli prendere un tale energico
e fiero atteggiamento che le avrebbe inevitabilmente inimicato i suoi
influenti amici, gli autorevoli critici che aveva saputo accaparrarsi,
ella si sentì minacciata nel suo successo, e questo le dava una
violenza estrema di reazione, la rendeva capace di tutto.... Quindi,
per paura di qualche scandalo, per evitare guai peggiori, Torreforte
dovette sopportare ancora e tacere.
Ma alla prima donna ciò non era giovato a nulla; il lungo travaglio
del parto era stato realmente disastroso per lei e le avea addirittura
devastato la voce. Talchè la sera che ella riapparve sul palcoscenico
del _Massimo_, dopo tanta attesa, fu una enorme delusione pel
pubblico e quasi un _fiasco_ per lei, tanto più umiliante, quanto
meglio gli spettatori aveano mostrato di esser disposti in suo
favore, applaudendola interminabilmente al primo vederla in iscena.
Ella pareva quasi sul punto d’impazzirne! Però, non pensava neppure
lontanamente ad arrendersi; credeva in buona fede d’essere stata
vittima di un improvviso abbassamento di voce, fors’anche delle solite
cabale di palcoscenico, e non anelava che ad una rivincita solenne,
strepitosa. Un agente teatrale che formava una grande compagnia lirica
per l’estero, le offerse di scritturarla: ella accettò con gioia.
A Torreforte, che rimaneva a fare?... Lasciarla andar via sola,
abbandonando il suo nome in balìa di lei, perchè ella ne facesse
qualunque scempio?... Si decise dunque a seguirla!
D’allora, la sua esistenza, non era stata che una corsa ininterrotta,
vertiginosa verso la rovina finale. Era come se un vortice lo
trascinasse, senza resistenza possibile, nella caduta; egli aveva
talmente questa sensazione spaventevole, che se avesse dovuto ritessere
per raccontarla ad altri tutta la triste trama del suo povero dramma,
mentre si sarebbe a lungo indugiato per illustrarne il corso dal
principio sin’allora, da quel punto in poi non avrebbe saputo trovare
che poche, sintetiche frasi per dire il resto. S’era messo a seguire
la moglie rassegnatamente, di teatro in teatro. Il termometro del
successo calava ogni giorno dippiù, e quindi era incominciata per
loro la parabola umiliante attraverso i piccoli teatri di provincia,
la vergognosa caccia all’applauso, la corte ai giornalisti, le lunghe
ed inutili attese nelle anticamere delle agenzie — un supplizio senza
nome per Torreforte, tutto il rosario di miserie della sua degradante
parte di _marito della prima donna_!... Quand’anche avesse trovato in
sè la forza d’energia necessaria per arrestarsi su quella china, egli
non si sarebbe sentito il coraggio di usarla contro di lei, tanto ella
gli faceva pietà in fondo, trascinata com’era da un vero soffio di
follìa, invasa ad ogni nuovo insuccesso da un delirio di disperazione
e di furore. Per tal modo, si abbandonava passivamente alla sua sorte,
lasciando ad ogni stazione del crudele calvario gli ultimi resti di
forza volitiva e di fierezza....
Finalmente, quel martirio aveva dovuto trovar termine, perch’ella
era stata costretta a riconoscere, malgrado ogni disperata illusione
in contrario, che bisognava abbandonare il teatro. Però, non voleva
e non poteva rinunziare del tutto all’arte sua: forzata ad uscirne
dalla porta, aveva imaginato di rientrarci per la finestra adoperando
i propri talenti musicali nell’aprire una scuola di canto. Un nuovo
avvilimento, anche peggiore, era incominciato per Torreforte. Degli
estranei aveano invaso la sua casa, vi portavano in giro a tutti i
momenti le loro faccie sconosciute ed insolenti per lui; qualche
giovanotto elegante s’era sentito nascere, per via delle forme
giunoniche dell’_ex_-prima donna, delle improvvise disposizioni pel
canto, e s’era inscritto alla nuova scuola. Tra gli altri, Santo
Stefano, ricomparso ad un tratto sull’orizzonte, figurava in prima
linea. Egli s’era fatto cordialmente perdonare i propri torti con un
apologetico medaglione della _diva_ in ritiro, pubblicato su di un
giornale a proposito della sua scuola, solleticando la vanità di lei in
tutti i modi, ed era divenuto uno degli allievi più assidui....
E Torreforte aveva accettato anche questo, non sapendo opporsi più a
nulla, adagiandosi supinamente nell’abisso scavatosi.... Tutto, tutto
egli avea subìto, impotente a ribellarsi, come un ebete; aveva vuotato
l’orribile calice della sua miseria sino alla feccia, sino a quel
giorno in cui aveva sentito di toccarne l’ultimo fondo!... Egli era
rientrato a casa sua improvvisamente. Attraversando l’anticamera, avea
riconosciuto il cappello e la mazza di Santo Stefano, ma dalla stanza
del pianoforte nessuna voce, nessun suono veniva: la porta n’era chiusa
di dentro, e ai suoi picchi nessuno rispondeva.... Allora, una collera
cieca, spaventevole, l’avea invaso, un bisogno imperioso, delirante,
di travolgere anche loro nella catastrofe che lo atterrava, ed era
corso di là, ad armarsi di una rivoltella!... Ma non era stata che una
vampata; un immenso abbandono, una disperata calma, lo aveano vinto a
poco, a poco, gli aveano mostrato l’inutilità di un delitto che solo
sarebbe servito a renderlo più miserabile di prima, aumentando l’orrore
ch’egli ispirava a sè stesso. Perchè poi — egli pensava — l’avrebbe
uccisa?... Era assurdo pretendere ch’ella fosse diversa di così, più
stimabile oggi di ieri, del giorno in cui, non riuscendogli per la
calcolata resistenza di lei di farsene un’amante, l’avea innalzata
al grado di moglie!... No, meglio valeva finirla altrimenti, sotto le
ruote del primo treno incontrato lungo un binario di ferrovia!... E se
n’era andato chetamente, lentamente, con le spalle curve, senza badare
ad asciugarsi le lacrime che gli inondavano il viso....