VIII.

Tutto il periodo iniziale del loro matrimonio passò per Torreforte

in una continua e violenta ubbriacatura di sensi. Egli si tuffava

nell’ebrezza del possesso avidamente, con una specie di cupo

accanimento, di furia rabbiosa che rasentava il delirio. Troppo egli

l’avea desiderata, troppo le avea sacrificato per averla alla fine!...

E voleva almeno ch’ella gli rendesse ora tanto di godimento, quanto

gli era costata di dolori; poichè s’era buttato ciecamente tra le sue

braccia, perdendovi tutto, voleva, non foss’altro, trovarvi un’ora

di oblio, di voluttoso abbandono! Così, egli cercava di stordirsi per

non pensare a ciò che avea fatto, nè a sua madre, nè all’avvenire, nè

più a nulla.... Ma non vi riusciva che a brevi intervalli e, dopo,

l’angoscia a cui voleva sfuggire lo riprendeva più forte di prima,

come avviene a coloro che s’alimentano di morfina. Anzi, era la

stessa scomposta furia dei suoi trasporti che recava la luce nella

coscienza di lui; s’egli l’avesse amata, se le avesse assegnato nel

cuore il posto che doveva tenervi la donna eletta a compagna della

sua esistenza, l’avrebbe dunque investita con tal brutale smania di

piacere, quasi aggressivamente, e senza abbandono d’anima, senz’ombra

di vera tenerezza?... No, egli non l’amava, non l’aveva mai amata!

Improvvisamente, in un crudo lampo di coscienza, la verità gli

appariva: egli aveva fatto di lei l’eletta, la compagna di tutta la

vita sua, solo perchè ella avea saputo abilmente resistergli, perchè

non gli s’era offerto altro mezzo per giungerne al possesso, quel

possesso che un accesso delirante, ma passeggiero di febbre, gli aveva

reso necessario. L’amante mancata di cui in capo a qualche mese di

ardore si sarebbe saziato, era divenuta la _sposa_, s’era insediata per

sempre, sino alla morte, nell’esistenza di lui, al posto di colei che

solo dal più puro amore e dalla più intima stima avrebbe dovuto esservi

chiamata....

La benda gli cadeva inesorabilmente dagli occhi, in un momento, dopo

aver loro fatto velo per tanto tempo, dopo avergli creato un’assurda

illusione d’amore e di felicità che il primo raggio di luce bastava

a distruggere! Ma egli voleva illudersi ancora, o almeno non pensare

a niente, perchè la certezza della propria irreparabile sciagura gli

faceva paura troppo. E s’abbandonava sempre più per ciò alla febbre

dei sensi, a quella malsana avidità di godimento in cui voleva trovare

l’oblio completo di sè.

Quanto a lei, non gli lesinava le carezze e non si tratteneva

dal secondare il suo ardore. Poichè l’assorbente preoccupazione

della sua voce, del pubblico, del successo, dominata sin’allora

incontrastatamente, s’addormentava in lei, la sua fibra robusta di

superbo animale ricco di sangue ed esuberante di vitalità prendeva la

rivincita. Nel vederlo preso di lei così, fino al midollo delle ossa,

tanto follemente cupido delle sue carezze, ella poteva inoltre misurare

tutta la propria forza, l’esaltante potenza d’attrazione fisica che

esercitava; questo la faceva orgogliosamente sorridere di segreta

compiacenza, la rendeva facile all’abbandono con lui, per l’intima

soddisfazione che gliene veniva. E non sospettava neppure quanto di

oltraggioso per lei ci fosse nei trasporti del marito, che torbida

feccia di amarezza, di disistima, quasi di ostilità gli restasse sul

cuore dopo quelle ubbriacature!...

Avevano passato i primi mesi della loro unione in un albergo di

campagna, presso la città; Torreforte sembrava si fosse dimenticato di

aver quivi la sua professione da esercitare, degli affari, dei clienti

rimastigli fedeli che l’aspettavano.... Finalmente, un giorno, parve

ricordarsene, e tornarono in città. Allora, la triste evidenza della

sua situazione gli s’impose nettamente. Davanti alle rovine del recente

e lieto passato — la numerosa clientela in gran parte dispersa, il buon

ordine con tanto stento rimesso nell’amministrazione della propria casa

distrutto in un momento — davanti alla muta, ma desolante tristezza

dei suoi cari lontani, alle difficoltà materiali della vita, i fumi

dell’ebrezza voluttuosa che gli annebbiava il cervello, a poco a poco

si diradavano. La sua energia, lungamente sopita, ebbe un risveglio;

egli sentì ch’era in tempo ancora per dominare la situazione, per

salvare sè ed i suoi dall’avvilimento in cui cadevano. Non voleva

esaurire il suo coraggio nella contemplazione delle proprie miserie,

non voleva pensare che a sua madre, vivere solo per riscattarla

dall’angoscia in cui la sentiva consumarsi, per la conquista del suo

dolce perdono. Anelava di rituffarsi nell’attività più febbrile e

feconda, di riprendere il suo ascendente cammino verso la prosperità

ed il sicuro avvenire promessi alla famiglia.... Ma egli non s’era

peranco messo all’opera, che un inatteso ed allarmante avvenimento

venne a distogliernelo: sua madre era gravemente ammalata, sua madre lo

chiamava presso di sè, senza indugio!

Torreforte accorse, in preda alla più crudele agitazione, conducendo

con sè la moglie. Quando si trovò dinanzi alla malata, quando vide

l’adorata testina soave così trasformata dal male, col viso gonfio e

terreo, gli occhi torbidi, le labbra come di cera sporca, egli si sentì

morire d’angoscia e l’orribile presentimento della prossima fine gli

agghiacciò l’anima. La malattia — una ipertrofia cardiaca — era assai

innanzi, e i primi attacchi risalivano al giorno in cui ella avea fatto

ritorno a casa dopo l’inutile e doloroso viaggio per persuadere la

sua creatura a rinunziare a colei, a non compiere la propria rovina. E

sempre, sino al punto in cui la malata, sentendosi perduta, non aveva

più saputo soffocare il bisogno furioso di vederlo, gliene aveano fatto

mistero per espressa volontà di lei, non volendolo affliggere e mettere

in allarme — mentre egli si abbrutiva di piacere tra le braccia di

chi lo aveva indotto a portarle quel colpo mortale!... Egli credeva di

ammattire pensando a questo; e per non perdere tutto il suo coraggio

quando più era necessario averne, gli occorreva mentire a sè stesso,

farsi illusione ad ogni costo, ad onta della troppo palese gravità

del male. Pure, nei primi giorni del suo arrivo, la malata sembrò

sensibilmente migliorare, per quanto l’emozione seguìtane, le lunghe

crisi di pianto senza dire una parola, accarezzando instancabilmente

la testa del benamato, pareva dovessero sfinirla dippiù. Ed il

figliuolo quasi incominciava a trarne, trepidando, sincero conforto di

speranza....

Contro ogni sua aspettativa, la novella sposa era stata assai

benevolmente accolta nella casa materna. Le due ragazze anzi, ancora

all’età delle sentimentali amicizie femminili, troppo solitariamente

e oscuramente vissute in quel recondito angolo di provincia per

non subire il fascino ch’ella, forestiera ed artista, esercitava

naturalmente su loro, le s’erano subito affezionate.

Ma ciò che oltremodo sorprese Torreforte fu il buon viso fatto a lei

da sua madre, mentr’egli la riteneva armata d’inestinguibile ostilità

contro la nuora. Invece, la malata s’intratteneva spesso con lei,

le prendeva anche qualche volta una mano tenendola tra le sue, si

raccomandava alle figlie perchè non le facessero mancare nulla. Era una

grande ed insperata consolazione per lui, e già egli non dubitava più

del mutamento avvenuto nel cuore di sua madre, quando, ad un tratto,

una scoperta procurata dal caso gli diede la certezza contraria.... A

guardia dell’inferma era rimasta per un momento soltanto sua moglie,

intenta a leggere presso alla finestra; egli s’era allontanato,

sentendosi soffocare da un gruppo di lacrime, poichè constatava che

il miglioramento dei primi giorni proveniva solo dall’eccitamento

dell’emozione sui nervi e che la malattia tornava a trionfare.... Ma

dalla stanza contigua, dov’era passato, poteva osservare ancora sua

madre, e allora aveva veduto che ella, credendosi non guardata, si

lasciava cadere dal viso la consueta maschera di dolcezza verso la

nuora e le fissava addosso gli occhi con tale espressione di durezza,

di disperato accanimento, da farlo rabbrividire! Quell’apparenza

di cordialità non era dunque che tutta una pietosa commedia, una

simulazione impostasi chissà a costo di quale dolorosa violenza, per

amore di lui, perchè egli non se ne crucciasse, così come prima gli

avea dato ad intendere d’essersi di buon grado rassegnata, così come

gli avea nascosto per lungo tempo la sua malattia!... Egli ne provò

uno stringimento ineffabile di cuore, ma nessuna reazione di tenerezza

verso l’altra. Tutta la sua tenerezza, tutta la sua pietà erano per la

madre; all’idea dello sforzo eroico ch’ella si imponeva nelle stato di

esaurimento e di sofferenza in cui languiva, si sentiva anzi agitare

anche lui da una sorda ostilità contro la moglie.

Un tale stato di cose sfuggiva interamente all’occhio ed all’intuito

della giovane donna. In fondo, ella trovava troppo naturale

d’essere ricevuta a braccia aperte, per non ritenere affatto sincera

l’accoglienza avuta. Si lasciava voler bene e vezzeggiare dalle due

cognate quasi passivamente, con un fare bonario di graziosa protezione.

Per distrarsi, per mostrarsi alla mano, ella teneva loro compagnia

mentre accudivano alle mille faccende di casa, le seguiva dappertutto,

dalla cucina all’orto. Le pareva di scoprire un mondo nuovo e così

curioso per lei, vissuta sempre di pensione in pensione, di albergo

in albergo, senz’alcuna nozione delle abitudini e del meccanismo d’un

interno di casa borghese. Passava dalla cucina ampia e linda, coi

fornelli continuamente accesi, provvista d’una luccicante batteria di

utensili, spesso d’incomprensibile uso per lei, alla dispensa piena di

cento cose, al lavatojo, alla stanza da stirare, sgranando gli occhi,

con un’aria attonita che incantava le ragazze. Si divertiva a vederle

andare attorno infaticabilmente per la casa disimpegnando con prontezza

e abilità le loro doppie mansioni, di massaje e di infermiere; stava

ad osservarle in cucina, tutte intente ai loro estratti di carne,

alle loro _gelées_ per la malata, con la religiosa gravità d’un

alchimista in mezzo alle sue storte.... Ma non riusciva neppure a

prestar loro qualche aiuto, sentiva che mai sarebbe stata capace di

fare altrettanto. Da bambina, da quando viaggiava con sua madre —

artista lirica anche lei — ella s’era abituata, per via della sua

vita zingaresca sempre tra un albergo e l’altro, a non darsi il menomo

pensiero d’ogni cura domestica, a lasciar perire in lei quello spirito

d’intima operosità femminile, quelle istintive attitudini casalinghe

con cui le donne nascono, e che più o meno coltivano, anche se allevate

fra gli agi e le raffinatezze. Si sentiva stranamente fuor di posto

colà, e infatti non avrebbe potuto mettere una nota più falsa e più

stridente di contrasto nell’onesto ambiente così laborioso, modesto

e raccolto di quella famiglia di provinciali, su cui la sventura

tristemente incombeva, e dove ella strascinava con pigro abbandono i

suoi abbigliamenti vistosi e teatrali, le sue abitudini d’ozio, la sua

inutilità, la caratteristica d’egoismo e di vanità particolare della

propria natura!

Qualche volta, per puro passatempo, ella si provava a dare una

mano alle cognate nelle loro faccende, e questo era sempre un

soggetto di grandi risate per le ragazze, poichè allora tutto andava

incredibilmente male. Ma accadde che un giorno le due fanciulle si

trovarono entrambe costrette al letto per un’indisposizione capitata

loro pressochè ad un tempo. Obbligata dal marito a sostituirle nella

loro opera di infermiere, ella non veniva a capo di nulla, e la malata

languiva penosamente mancando ad un tratto di tutto, e Torreforte

diventava esigente e duro, quasi fosse giusto di pretendere da lei

ciò che non sapeva fare, ciò che non aveva mai fatto in vita sua! A

quelle proteste, un fiotto amaro di acerbissime risposte gli veniva

alle labbra.... Era vero: che giustizia c’era a pretendere ciò da

lei?... Come s’ella fosse stata una donna eguale a tutte le altre,

come se avesse avuto mai senso e culto di famiglia, idea d’affetti e di

cure domestiche, come se fosse mai vissuta per null’altro all’infuori

della sua arte istrionesca, della sua morbosa vanità di cantante!...

Ma taceva, per evitare alla madre il menomo motivo di agitazione,

e si contentava di covare internamente il fuoco della sua crescente

ostilità.

Intanto il male della vecchia signora faceva terribili passi. Due

volte Torreforte avea creduto di vederla morire; egli s’era ridotto a

non dormire quasi più, ad alimentarsi appena. A misura che la malata

si sentiva finire, cresceva in lei il rancore contro la nuora, contro

colei ch’ella considerava come la rovina sua e del figlio. Non le

importava troppo di vivere, no, ma si rodeva il cuore al pensiero

della propria creatura, del suo avvenire spezzato, legato alla catena

di quella donna, la quale non avrebbe saputo che renderlo infelice,

immensamente infelice. E non le riusciva più di simulare, talchè l’odio

che l’animava le luceva adesso cupamente nei torbidi occhi, metteva un

tremito violento in tutta la sua povera carne gonfia e livida, appena

la giovane donna le si accostava.

Torreforte seguiva con un senso indicibile d’angoscia il progresso

di quel cieco odio, che divampando nel petto d’una moribonda aveva

qualche cosa di cupamente tragico, e constatava con pari orrore come

dentro di lui il sentimento materno trovasse eco ogni giorno dippiù.

Una furia quasi criminosa l’invadeva a momenti contro la moglie. Per

far piacere all’inferma, per calmare la sete di rancore da cui la

sentiva divorata, egli l’avrebbe buttata ai piedi di lei, gliel’avrebbe

percossa e torturata dinanzi. Non essendo possibile questo, cercava

ogni pretesto per umiliarla e maltrattarla a parole in presenza

della madre, l’esiliava più che poteva dagli occhi di lei, finiva

per proibirle senz’altro di entrare in camera sua. L’esclusa se ne

consolava facilmente, contenta di sfuggire all’orribile tristezza

dello spettacolo che la malata offriva, alle nausee che le procuravano

le piaghe fetide onde erano coperte le povere gambe di lei. Una volta

che avea mostrato la sua ripugnanza con una smorfia troppo energica di

disgusto, suo marito era stato sul punto di batterla.

Ella metteva tutto ciò in conto della sua disperazione; le pareva, non

adontandosene, di abbondare in generosità, di pagare ad usura il suo

tributo al dolore di lui. Se un fondo di risentimento le restava sul

cuore, se ne rifaceva sulle due ragazze, sempre espansive e premurose

attorno a lei malgrado la collera in cui questo faceva andare adesso

la madre, malgrado ch’ella costituisse una grande minaccia per le loro

eterne speranze matrimoniali. Via, ella avea troppo viaggiato, troppo

vissuto, fra continue emozioni ed ebrezze, per non trovare alla lunga

insopportabilmente noiose e ridicole quelle due piccole provinciali!...

Così, respingeva con mala grazia le espansioni e le amorevolezze delle

cognate e finiva per segregarsi completamente in camera sua. Allora,

cavava fuori i grossi _albums_ dove avea raccolto tutti i giudizii

dei giornali su lei, i gloriosi bollettini delle battaglie vinte di

palcoscenico in palcoscenico, e si assorbiva in quella lettura, si

dimenticava tutta nel proprio passato risonante d’applausi, mentre suo

marito agonizzava di dolore presso la morente.

La catastrofe si avvicinava con spaventosa rapidità. La paziente a

volte l’invocava con ardore, per finirla con le sue atroci sofferenze,

a volte s’attaccava disperatamente alla vita, non volendo lasciare

così sola ed infelice la creatura sua diletta. Giorno e notte, ella,

per non soffocare, restava su d’una sedia, addossata a una pila di

cuscini, guardando il letto candido e soffice di fronte a lei cogli

occhi dilatati d’orrore, pensando che soltanto dopo l’ultimo respiro

sarebbero tornati ad adagiarvela. L’idrope le si estendeva per tutto

il corpo gonfiandola come un otre, le piaghe le divoravano interamente

le gambe, la circolazione del sangue non si compiva quasi più.... E

Torreforte assisteva senza una lacrima a tale sfacelo, col raccapriccio

muto d’un assassino dinanzi all’agonia della sua vittima.

L’ultima notte, un’insperata tregua di calma parve apportare un reale

sollievo alla malata, che s’assopì quasi serenamente. Torreforte la

considerava col cuore sospeso; nel suo cervello turbato ed esausto

delle puerili illusioni germogliavano a un tratto in quell’estremo

momento.... Forse un prodigio poteva compiersi ancora, forse l’ultima

crisi era stata superata e segnava il principio d’una miracolosa

guarigione!... Sognava ad occhi aperti, col viso inondato di

lacrime.... Sua madre sarebbe guarita, sì, e dopo aver riconquistata

la salute, egli avrebbe saputo ridarle anche la felicità, a qualunque

costo.... Egli avrebbe riedificato per lei l’edificio distrutto,

l’avrebbe a furia di pietose menzogne convertita riguardo a sua moglie,

portando con rassegnata dolcezza la propria croce, nascondendogliela

eroicamente perchè ella non avesse a crederlo infelice ed a

crucciarsene!.... Un rantolo cupo venne a scuoterlo, mentre sognava

così; gli occhi della moribonda lo fissavano con disperata intensità,

la sua mano si levava su lui, tutta oscillante, tracciando in aria,

appena intelligibilmente il segno della croce.... E fu tutto; sua

madre era morta, morta di crepacuore, uccisa da lui ch’ella idolatrava,

ch’ella era spirata benedicendo....

La prima donna · 第 12 / 36 题