Tutto il periodo iniziale del loro matrimonio passò per Torreforte
in una continua e violenta ubbriacatura di sensi. Egli si tuffava
nell’ebrezza del possesso avidamente, con una specie di cupo
accanimento, di furia rabbiosa che rasentava il delirio. Troppo egli
l’avea desiderata, troppo le avea sacrificato per averla alla fine!...
E voleva almeno ch’ella gli rendesse ora tanto di godimento, quanto
gli era costata di dolori; poichè s’era buttato ciecamente tra le sue
braccia, perdendovi tutto, voleva, non foss’altro, trovarvi un’ora
di oblio, di voluttoso abbandono! Così, egli cercava di stordirsi per
non pensare a ciò che avea fatto, nè a sua madre, nè all’avvenire, nè
più a nulla.... Ma non vi riusciva che a brevi intervalli e, dopo,
l’angoscia a cui voleva sfuggire lo riprendeva più forte di prima,
come avviene a coloro che s’alimentano di morfina. Anzi, era la
stessa scomposta furia dei suoi trasporti che recava la luce nella
coscienza di lui; s’egli l’avesse amata, se le avesse assegnato nel
cuore il posto che doveva tenervi la donna eletta a compagna della
sua esistenza, l’avrebbe dunque investita con tal brutale smania di
piacere, quasi aggressivamente, e senza abbandono d’anima, senz’ombra
di vera tenerezza?... No, egli non l’amava, non l’aveva mai amata!
Improvvisamente, in un crudo lampo di coscienza, la verità gli
appariva: egli aveva fatto di lei l’eletta, la compagna di tutta la
vita sua, solo perchè ella avea saputo abilmente resistergli, perchè
non gli s’era offerto altro mezzo per giungerne al possesso, quel
possesso che un accesso delirante, ma passeggiero di febbre, gli aveva
reso necessario. L’amante mancata di cui in capo a qualche mese di
ardore si sarebbe saziato, era divenuta la _sposa_, s’era insediata per
sempre, sino alla morte, nell’esistenza di lui, al posto di colei che
solo dal più puro amore e dalla più intima stima avrebbe dovuto esservi
chiamata....
La benda gli cadeva inesorabilmente dagli occhi, in un momento, dopo
aver loro fatto velo per tanto tempo, dopo avergli creato un’assurda
illusione d’amore e di felicità che il primo raggio di luce bastava
a distruggere! Ma egli voleva illudersi ancora, o almeno non pensare
a niente, perchè la certezza della propria irreparabile sciagura gli
faceva paura troppo. E s’abbandonava sempre più per ciò alla febbre
dei sensi, a quella malsana avidità di godimento in cui voleva trovare
l’oblio completo di sè.
Quanto a lei, non gli lesinava le carezze e non si tratteneva
dal secondare il suo ardore. Poichè l’assorbente preoccupazione
della sua voce, del pubblico, del successo, dominata sin’allora
incontrastatamente, s’addormentava in lei, la sua fibra robusta di
superbo animale ricco di sangue ed esuberante di vitalità prendeva la
rivincita. Nel vederlo preso di lei così, fino al midollo delle ossa,
tanto follemente cupido delle sue carezze, ella poteva inoltre misurare
tutta la propria forza, l’esaltante potenza d’attrazione fisica che
esercitava; questo la faceva orgogliosamente sorridere di segreta
compiacenza, la rendeva facile all’abbandono con lui, per l’intima
soddisfazione che gliene veniva. E non sospettava neppure quanto di
oltraggioso per lei ci fosse nei trasporti del marito, che torbida
feccia di amarezza, di disistima, quasi di ostilità gli restasse sul
cuore dopo quelle ubbriacature!...
Avevano passato i primi mesi della loro unione in un albergo di
campagna, presso la città; Torreforte sembrava si fosse dimenticato di
aver quivi la sua professione da esercitare, degli affari, dei clienti
rimastigli fedeli che l’aspettavano.... Finalmente, un giorno, parve
ricordarsene, e tornarono in città. Allora, la triste evidenza della
sua situazione gli s’impose nettamente. Davanti alle rovine del recente
e lieto passato — la numerosa clientela in gran parte dispersa, il buon
ordine con tanto stento rimesso nell’amministrazione della propria casa
distrutto in un momento — davanti alla muta, ma desolante tristezza
dei suoi cari lontani, alle difficoltà materiali della vita, i fumi
dell’ebrezza voluttuosa che gli annebbiava il cervello, a poco a poco
si diradavano. La sua energia, lungamente sopita, ebbe un risveglio;
egli sentì ch’era in tempo ancora per dominare la situazione, per
salvare sè ed i suoi dall’avvilimento in cui cadevano. Non voleva
esaurire il suo coraggio nella contemplazione delle proprie miserie,
non voleva pensare che a sua madre, vivere solo per riscattarla
dall’angoscia in cui la sentiva consumarsi, per la conquista del suo
dolce perdono. Anelava di rituffarsi nell’attività più febbrile e
feconda, di riprendere il suo ascendente cammino verso la prosperità
ed il sicuro avvenire promessi alla famiglia.... Ma egli non s’era
peranco messo all’opera, che un inatteso ed allarmante avvenimento
venne a distogliernelo: sua madre era gravemente ammalata, sua madre lo
chiamava presso di sè, senza indugio!
Torreforte accorse, in preda alla più crudele agitazione, conducendo
con sè la moglie. Quando si trovò dinanzi alla malata, quando vide
l’adorata testina soave così trasformata dal male, col viso gonfio e
terreo, gli occhi torbidi, le labbra come di cera sporca, egli si sentì
morire d’angoscia e l’orribile presentimento della prossima fine gli
agghiacciò l’anima. La malattia — una ipertrofia cardiaca — era assai
innanzi, e i primi attacchi risalivano al giorno in cui ella avea fatto
ritorno a casa dopo l’inutile e doloroso viaggio per persuadere la
sua creatura a rinunziare a colei, a non compiere la propria rovina. E
sempre, sino al punto in cui la malata, sentendosi perduta, non aveva
più saputo soffocare il bisogno furioso di vederlo, gliene aveano fatto
mistero per espressa volontà di lei, non volendolo affliggere e mettere
in allarme — mentre egli si abbrutiva di piacere tra le braccia di
chi lo aveva indotto a portarle quel colpo mortale!... Egli credeva di
ammattire pensando a questo; e per non perdere tutto il suo coraggio
quando più era necessario averne, gli occorreva mentire a sè stesso,
farsi illusione ad ogni costo, ad onta della troppo palese gravità
del male. Pure, nei primi giorni del suo arrivo, la malata sembrò
sensibilmente migliorare, per quanto l’emozione seguìtane, le lunghe
crisi di pianto senza dire una parola, accarezzando instancabilmente
la testa del benamato, pareva dovessero sfinirla dippiù. Ed il
figliuolo quasi incominciava a trarne, trepidando, sincero conforto di
speranza....
Contro ogni sua aspettativa, la novella sposa era stata assai
benevolmente accolta nella casa materna. Le due ragazze anzi, ancora
all’età delle sentimentali amicizie femminili, troppo solitariamente
e oscuramente vissute in quel recondito angolo di provincia per
non subire il fascino ch’ella, forestiera ed artista, esercitava
naturalmente su loro, le s’erano subito affezionate.
Ma ciò che oltremodo sorprese Torreforte fu il buon viso fatto a lei
da sua madre, mentr’egli la riteneva armata d’inestinguibile ostilità
contro la nuora. Invece, la malata s’intratteneva spesso con lei,
le prendeva anche qualche volta una mano tenendola tra le sue, si
raccomandava alle figlie perchè non le facessero mancare nulla. Era una
grande ed insperata consolazione per lui, e già egli non dubitava più
del mutamento avvenuto nel cuore di sua madre, quando, ad un tratto,
una scoperta procurata dal caso gli diede la certezza contraria.... A
guardia dell’inferma era rimasta per un momento soltanto sua moglie,
intenta a leggere presso alla finestra; egli s’era allontanato,
sentendosi soffocare da un gruppo di lacrime, poichè constatava che
il miglioramento dei primi giorni proveniva solo dall’eccitamento
dell’emozione sui nervi e che la malattia tornava a trionfare.... Ma
dalla stanza contigua, dov’era passato, poteva osservare ancora sua
madre, e allora aveva veduto che ella, credendosi non guardata, si
lasciava cadere dal viso la consueta maschera di dolcezza verso la
nuora e le fissava addosso gli occhi con tale espressione di durezza,
di disperato accanimento, da farlo rabbrividire! Quell’apparenza
di cordialità non era dunque che tutta una pietosa commedia, una
simulazione impostasi chissà a costo di quale dolorosa violenza, per
amore di lui, perchè egli non se ne crucciasse, così come prima gli
avea dato ad intendere d’essersi di buon grado rassegnata, così come
gli avea nascosto per lungo tempo la sua malattia!... Egli ne provò
uno stringimento ineffabile di cuore, ma nessuna reazione di tenerezza
verso l’altra. Tutta la sua tenerezza, tutta la sua pietà erano per la
madre; all’idea dello sforzo eroico ch’ella si imponeva nelle stato di
esaurimento e di sofferenza in cui languiva, si sentiva anzi agitare
anche lui da una sorda ostilità contro la moglie.
Un tale stato di cose sfuggiva interamente all’occhio ed all’intuito
della giovane donna. In fondo, ella trovava troppo naturale
d’essere ricevuta a braccia aperte, per non ritenere affatto sincera
l’accoglienza avuta. Si lasciava voler bene e vezzeggiare dalle due
cognate quasi passivamente, con un fare bonario di graziosa protezione.
Per distrarsi, per mostrarsi alla mano, ella teneva loro compagnia
mentre accudivano alle mille faccende di casa, le seguiva dappertutto,
dalla cucina all’orto. Le pareva di scoprire un mondo nuovo e così
curioso per lei, vissuta sempre di pensione in pensione, di albergo
in albergo, senz’alcuna nozione delle abitudini e del meccanismo d’un
interno di casa borghese. Passava dalla cucina ampia e linda, coi
fornelli continuamente accesi, provvista d’una luccicante batteria di
utensili, spesso d’incomprensibile uso per lei, alla dispensa piena di
cento cose, al lavatojo, alla stanza da stirare, sgranando gli occhi,
con un’aria attonita che incantava le ragazze. Si divertiva a vederle
andare attorno infaticabilmente per la casa disimpegnando con prontezza
e abilità le loro doppie mansioni, di massaje e di infermiere; stava
ad osservarle in cucina, tutte intente ai loro estratti di carne,
alle loro _gelées_ per la malata, con la religiosa gravità d’un
alchimista in mezzo alle sue storte.... Ma non riusciva neppure a
prestar loro qualche aiuto, sentiva che mai sarebbe stata capace di
fare altrettanto. Da bambina, da quando viaggiava con sua madre —
artista lirica anche lei — ella s’era abituata, per via della sua
vita zingaresca sempre tra un albergo e l’altro, a non darsi il menomo
pensiero d’ogni cura domestica, a lasciar perire in lei quello spirito
d’intima operosità femminile, quelle istintive attitudini casalinghe
con cui le donne nascono, e che più o meno coltivano, anche se allevate
fra gli agi e le raffinatezze. Si sentiva stranamente fuor di posto
colà, e infatti non avrebbe potuto mettere una nota più falsa e più
stridente di contrasto nell’onesto ambiente così laborioso, modesto
e raccolto di quella famiglia di provinciali, su cui la sventura
tristemente incombeva, e dove ella strascinava con pigro abbandono i
suoi abbigliamenti vistosi e teatrali, le sue abitudini d’ozio, la sua
inutilità, la caratteristica d’egoismo e di vanità particolare della
propria natura!
Qualche volta, per puro passatempo, ella si provava a dare una
mano alle cognate nelle loro faccende, e questo era sempre un
soggetto di grandi risate per le ragazze, poichè allora tutto andava
incredibilmente male. Ma accadde che un giorno le due fanciulle si
trovarono entrambe costrette al letto per un’indisposizione capitata
loro pressochè ad un tempo. Obbligata dal marito a sostituirle nella
loro opera di infermiere, ella non veniva a capo di nulla, e la malata
languiva penosamente mancando ad un tratto di tutto, e Torreforte
diventava esigente e duro, quasi fosse giusto di pretendere da lei
ciò che non sapeva fare, ciò che non aveva mai fatto in vita sua! A
quelle proteste, un fiotto amaro di acerbissime risposte gli veniva
alle labbra.... Era vero: che giustizia c’era a pretendere ciò da
lei?... Come s’ella fosse stata una donna eguale a tutte le altre,
come se avesse avuto mai senso e culto di famiglia, idea d’affetti e di
cure domestiche, come se fosse mai vissuta per null’altro all’infuori
della sua arte istrionesca, della sua morbosa vanità di cantante!...
Ma taceva, per evitare alla madre il menomo motivo di agitazione,
e si contentava di covare internamente il fuoco della sua crescente
ostilità.
Intanto il male della vecchia signora faceva terribili passi. Due
volte Torreforte avea creduto di vederla morire; egli s’era ridotto a
non dormire quasi più, ad alimentarsi appena. A misura che la malata
si sentiva finire, cresceva in lei il rancore contro la nuora, contro
colei ch’ella considerava come la rovina sua e del figlio. Non le
importava troppo di vivere, no, ma si rodeva il cuore al pensiero
della propria creatura, del suo avvenire spezzato, legato alla catena
di quella donna, la quale non avrebbe saputo che renderlo infelice,
immensamente infelice. E non le riusciva più di simulare, talchè l’odio
che l’animava le luceva adesso cupamente nei torbidi occhi, metteva un
tremito violento in tutta la sua povera carne gonfia e livida, appena
la giovane donna le si accostava.
Torreforte seguiva con un senso indicibile d’angoscia il progresso
di quel cieco odio, che divampando nel petto d’una moribonda aveva
qualche cosa di cupamente tragico, e constatava con pari orrore come
dentro di lui il sentimento materno trovasse eco ogni giorno dippiù.
Una furia quasi criminosa l’invadeva a momenti contro la moglie. Per
far piacere all’inferma, per calmare la sete di rancore da cui la
sentiva divorata, egli l’avrebbe buttata ai piedi di lei, gliel’avrebbe
percossa e torturata dinanzi. Non essendo possibile questo, cercava
ogni pretesto per umiliarla e maltrattarla a parole in presenza
della madre, l’esiliava più che poteva dagli occhi di lei, finiva
per proibirle senz’altro di entrare in camera sua. L’esclusa se ne
consolava facilmente, contenta di sfuggire all’orribile tristezza
dello spettacolo che la malata offriva, alle nausee che le procuravano
le piaghe fetide onde erano coperte le povere gambe di lei. Una volta
che avea mostrato la sua ripugnanza con una smorfia troppo energica di
disgusto, suo marito era stato sul punto di batterla.
Ella metteva tutto ciò in conto della sua disperazione; le pareva, non
adontandosene, di abbondare in generosità, di pagare ad usura il suo
tributo al dolore di lui. Se un fondo di risentimento le restava sul
cuore, se ne rifaceva sulle due ragazze, sempre espansive e premurose
attorno a lei malgrado la collera in cui questo faceva andare adesso
la madre, malgrado ch’ella costituisse una grande minaccia per le loro
eterne speranze matrimoniali. Via, ella avea troppo viaggiato, troppo
vissuto, fra continue emozioni ed ebrezze, per non trovare alla lunga
insopportabilmente noiose e ridicole quelle due piccole provinciali!...
Così, respingeva con mala grazia le espansioni e le amorevolezze delle
cognate e finiva per segregarsi completamente in camera sua. Allora,
cavava fuori i grossi _albums_ dove avea raccolto tutti i giudizii
dei giornali su lei, i gloriosi bollettini delle battaglie vinte di
palcoscenico in palcoscenico, e si assorbiva in quella lettura, si
dimenticava tutta nel proprio passato risonante d’applausi, mentre suo
marito agonizzava di dolore presso la morente.
La catastrofe si avvicinava con spaventosa rapidità. La paziente a
volte l’invocava con ardore, per finirla con le sue atroci sofferenze,
a volte s’attaccava disperatamente alla vita, non volendo lasciare
così sola ed infelice la creatura sua diletta. Giorno e notte, ella,
per non soffocare, restava su d’una sedia, addossata a una pila di
cuscini, guardando il letto candido e soffice di fronte a lei cogli
occhi dilatati d’orrore, pensando che soltanto dopo l’ultimo respiro
sarebbero tornati ad adagiarvela. L’idrope le si estendeva per tutto
il corpo gonfiandola come un otre, le piaghe le divoravano interamente
le gambe, la circolazione del sangue non si compiva quasi più.... E
Torreforte assisteva senza una lacrima a tale sfacelo, col raccapriccio
muto d’un assassino dinanzi all’agonia della sua vittima.
L’ultima notte, un’insperata tregua di calma parve apportare un reale
sollievo alla malata, che s’assopì quasi serenamente. Torreforte la
considerava col cuore sospeso; nel suo cervello turbato ed esausto
delle puerili illusioni germogliavano a un tratto in quell’estremo
momento.... Forse un prodigio poteva compiersi ancora, forse l’ultima
crisi era stata superata e segnava il principio d’una miracolosa
guarigione!... Sognava ad occhi aperti, col viso inondato di
lacrime.... Sua madre sarebbe guarita, sì, e dopo aver riconquistata
la salute, egli avrebbe saputo ridarle anche la felicità, a qualunque
costo.... Egli avrebbe riedificato per lei l’edificio distrutto,
l’avrebbe a furia di pietose menzogne convertita riguardo a sua moglie,
portando con rassegnata dolcezza la propria croce, nascondendogliela
eroicamente perchè ella non avesse a crederlo infelice ed a
crucciarsene!.... Un rantolo cupo venne a scuoterlo, mentre sognava
così; gli occhi della moribonda lo fissavano con disperata intensità,
la sua mano si levava su lui, tutta oscillante, tracciando in aria,
appena intelligibilmente il segno della croce.... E fu tutto; sua
madre era morta, morta di crepacuore, uccisa da lui ch’ella idolatrava,
ch’ella era spirata benedicendo....