Per un momento, l’illusione di aver ricuperato la calma e la serenità
dello spirito sorrise a Torreforte. La torbida febbre che gli avea
tenuto acceso il cervello tutto quel tempo, gli dava tregua per un poco
nell’espansione e nel sollievo insperato del cordiale ravvicinamento
seguìto tra loro.
Ella era stata piena d’intelligente bontà per lui, aveva avuto un’arte
delicata di allontanare da loro la memoria della critica sera, di
liberarlo da ogni sentimento d’imbarazzo, come se nulla avesse turbato
mai la perfetta intesa reciproca di prima. La resa a discrezione
di Torreforte la rendeva felice perchè realizzava appieno le sue
previsioni e solleticava dolcemente il suo orgoglio. L’orgoglio era la
corda più facile a vibrare in lei: uno strano orgoglio che avea esso
pure, come tutti gli altri suoi sentimenti, alcunchè di teatrale, e
s’attaccava più alla esteriorità che al fondo delle cose. Era un po’
la fierezza, l’attitudine melodrammaticamente altera dei personaggi
del proprio repertorio, trasfusasi in lei a furia di recitarne le
parti; ella richiamava per tale riguardo il singolare spettacolo che
offrono alla sera in palcoscenico certe comparse alle quali tocca di
rappresentare la muta, ma superba parte di imperatore od altro eccelso
personaggio, e che se ne stanno solitari e sdegnosi tra le quinte, con
l’aria di non voler derogare alla propria dignità, portando in giro
fieramente i loro falsi ermellini, le luccicanti armature di latta, le
corone tempestate di cristalli multicolori.
Torreforte, col suo brutale attacco, con quell’aria di trattarla come
la più facile delle conquiste, l’aveva ferita nel lato più sensibile,
avea sollevato la sua indignazione di donna abituata a sentirsi
sospirare ogni sera le più infiammate e deliranti frasi d’amore negli
appassionati duetti dove non le si domandava spesso altro che un bacio.
Sopratutto venendo da lui ch’ella sapeva già a mente, di cui aveva
benissimo penetrato il fondo d’ingenuità e d’inesperienza, quel brusco
attacco a tamburo battente l’avea fatta rivoltare perchè vi avea veduto
un partito preso di facile conquista, una lezione imparata a memoria e
mal digerita di libertina spigliatezza.
Ma non era stato ciò solo a farle prendere quella sera la superba posa
di sdegno e di rivolta che Lucrezia le avrebbe invidiato. Resistendo
a Torreforte, la cantante avea anche agito secondo un vago progetto
accarezzato sin da quando lo aveva sentito abbandonarsi a lei con
sincero trasporto, dopo il duello evitato: ella avea veduto in lui un
possibile marito!
Il matrimonio era la sua mèta, ma un matrimonio all’infuori del teatro,
che le permettesse di lasciare le scene anzi, malgrado le soddisfazioni
e le ebrezze trovatevi, che le facesse in società il posto ambìto di
signora della buona borghesia, stimata, rispettata, con delle visite
da ricevere e da restituire, un salotto aperto a un dato giorno della
settimana dove ella dovrebbe subire ogni volta la ressa degli amici e
delle amiche per cantare qualche cosa, e dove ritrovare i trionfi del
teatro. Torreforte le pareva possedere tutte le qualità per effettuare
un tale bel sogno ch’ella vagheggiava come la maggior parte delle
sue compagne d’arte, non escluse le _dive_, salvo a sentirsi riprese
furiosamente dalla inguaribile nostalgia del palcoscenico appena
abbandonatolo.
Per tutto il tempo ch’era durato il ghiaccio tra loro, la cantante
era rimasta tranquilla ed ironica spettatrice delle galanti imprese di
Torreforte, o piuttosto dei suoi disordini a freddo: ella sapeva bene
di esserne la tormentosa causa, e appunto per ciò l’avevano lasciata
freddamente serena, senza accenderle una sola scintilla di risentimento
e di gelosia — l’esca più facile a prendere fuoco in lei! Invece avea
aspettato pazientemente ch’egli tornasse a lei, e quando alla fine ciò
accadde, ella sentì le sue aspirazioni matrimoniali toccare la realtà!
Torreforte provava un senso d’ineffabile sollievo, sentendosi arrestare
dalla forza soave del sorriso con cui ella l’aveva accolto, sulla
china rovinosa dove s’era lasciato a poco a poco scivolare. S’era
arreso soltanto per stanchezza e paura, senza troppo contare sulla
clemenza del vincitore; l’insperata generosità di cui era stato colmato
al contrario, lo avea talmente sorpreso e commosso che tutto il suo
rancore e le sue prevenzioni ostili se n’erano andati via ad un tratto.
Anzi, era lui che si stimava condannevole adesso! Perchè ella gli aveva
resistito, mentre provava per lui una visibilissima inclinazione?...
Perchè apparteneva ad un’altra specie di donne che la polacca e
Regina Morelli, perchè era una creatura onesta! Ed egli aveva potuto
volergliene e farle una colpa d’essere onesta?!...
Così, il suo malanimo si mutava ora in un sentimento delicato e
profondo d’ammirazione e di stima che gli svegliava il più pungente
rimorso per l’attitudine ostile serbata ingiustamente tutto quel tempo
di fronte a lei, e il più vivo desiderio di farsela perdonare a furia
di devozione e di rispetto. Per la seconda volta, ella gli dava la
prova di una bontà tanto fuori del comune e toccante che il cuore
di lui non poteva restare chiuso ancora allo slancio di riconoscenza
appassionata che lo invadeva per lei.
Da un giorno all’altro, Torreforte era ritornato l’amico privilegiato
e carezzato dei bei tempi; egli riprendeva il suo posto con una gioia
di fanciullo rientrato nel favore materno dopo un castigo meritato,
senza più alcun determinato partito di conquista, abbandonandosi ad
occhi chiusi alla corrente che lo trasportava. Come il suo desiderio
esasperato e il superficiale sentimento provato sin’allora prendevano
adesso, attraverso il lume del sorriso di lei, quella sera, e per la
soave magìa dell’accoglienza sapientemente amorevole, il carattere di
una vera passione, egli si spogliava del suo scetticismo di seconda
mano, degli insegnamenti di strategìa dongiovannesca male appresi in
palcoscenico, diventava sincero e timido come un collegiale.
Era il suo temperamento sentimentale che si rivelava schiettamente
in tal modo e gli suggeriva certe fanciullesche fantasie di cui
avrebbe riso egli medesimo prima. Per esempio, egli amava di mandarle
sul palcoscenico, o a casa, dei fiori tra i più belli e costosi,
serbando l’anonimo del dono, sorridendo al pensiero ch’ella forse
avrebbe indovinato lo stesso che venivano da lui. Una fanciullaggine
di tal genere anzi, gli avea procurato la più grottesca sorpresa, un
giorno che s’era trovato insieme al deputato Ascani nel salotto della
cantante, dinanzi ad un magnifico cestello di orchidee inviate da
lui la sera avanti, per l’ultima rappresentazione di _Gioconda_. La
prima donna s’estasiava nel mostrare i fiori e raccontava, guardando
fissamente Torreforte, in modo da farlo arrossire sino alla radice dei
capelli, come non fosse riuscita a sapere da chi venissero — mentre
Ascani s’accarezzava sorridendo con intenzione la barbetta già grigia e
ripeteva:
— Hum?... chi può averli mandati?... Hum!... chi lo sa?!...
Poi, intanto che scendevano insieme le scale, Ascani aveva infilato
il braccio di lui, con un’aria di confidenza e di bonaria intimità da
camerati, dicendogli con lo stesso sorriso che avea finito di sopra per
scuotere la convinzione della cantante sulla provenienza degli anonimi
fiori:
— Dunque hanno avuto un successo quelle orchidee?... Andiamo, voi non
indovinate chi ha potuto mandarle?... Capirete, mio caro, che nella
mia posizione, avendo famiglia, mi tocca fare le cose con riserbo ed
evitare le chiacchiere!...
L’umoristico caso, non solo avea avuto per Torreforte il gustoso sapore
di comicità di cui era pieno, ma avea anche esercitato su di lui un
contraccolpo morale, spingendolo più che mai sulla via del sentimento
per reazione, per l’intimo orgoglio di sentirsi ben diverso dagli
Ascani, dai Valdora, da coloro che egli avea potuto per un momento
prendere a maestri e che muovevano alle loro conquiste con certe armi
della cui lealtà e dignità l’elegante deputato gli avea fornito un
luminoso saggio!
Da parte sua, la cantante non era mai stata con lui più seducente nè
più graziosa d’abbandono, sopratutto perchè anche lei incominciava
a scaldarsi le ali alla stessa fiamma di Torreforte, e ve l’avrebbe
volentieri lasciate se non fosse stato per la speranza che accarezzava.
La sua natura di comediante, foderata di vanità e di egoismo, non era
troppo fatta per amare, ma infine, poichè Torreforte le piaceva tanto
ogni giorno dippiù, ella gli offriva tutto il modesto capitale di
sentimento di cui poteva disporre.
Se l’offerta era povera, in compenso ella aveva un’arte profonda e
delle preziose risorse per farla valere cento volte dippiù agli occhi
di lui. A poco a poco, ella finì col creargli l’illusione di non
cantare, di non stare sulla scena che per lui, per lui solo. Qualunque
posto del teatro egli occupasse, gli occhi di lei lo cercavano dal
palcoscenico, lo raggiungevano sempre in mezzo alla folla, come se
fosse la calamita ad attirarli. Era sempre così, trovando modo di
volgere e di fissare lo sguardo verso di lui, ch’ella cantava le
più appassionate romanze, le frasi più deliranti d’amore. Torreforte
allora, si sentiva prendere da un’esaltazione dolcissima che gli faceva
battere il cuore tumultuosamente e quasi mancare il respiro: la sala
più non esisteva per lui, abolita come per incanto dall’illusione di
diretta ed appassionata corrispondenza che la corrente magnetica di
quegli sguardi creava tra loro. Le parole d’amore che ella scandiva
quasi per lui, la potente suggestione della musica, l’elettricità
dell’ambiente dove la più intensa attenzione e l’entusiasmo regnavano,
la finzione della scena, tutto infine contribuiva ad ubbriacarlo, a
farlo vibrare sino allo spasimo sotto la carezza di quei fantastici
occhi che lo raggiungevano dappertutto, attraverso la folla. Poi,
vedendo dei binoccoli che s’appuntavano su di lui, indovinando
d’occupare di sè coloro ai quali l’appassionata corrispondenza non
isfuggiva, egli si scuoteva, usciva dall’illusione formatasi.... Ma
era un’ebrezza che svaniva per lasciare il posto ad un’altra; il cuore
gli si gonfiava di dolce orgoglio sentendosi l’oggetto della curiosità
e certo dell’invidia svegliata nel pubblico dallo spettacolo della
propria felicità. Se ancora non gli apparteneva, egli però poteva
dire di lei adesso alla folla, come glien’era venuta la sete una sera
lontana: “Questa donna che solleva così la vostra commozione, il vostro
entusiasmo, i vostri applausi frenetici, non pensa che a me, non vede
che me, non canta che per me in questo momento!„
Egli, in ricambio, non avea più occhi per alcuna in palcoscenico: le
altre non esistevano nemmeno per lui. Aveva a poco a poco, anzi, rotto
tutte le amicizie annodate lassù e nelle quali il partito preso di
dispetto da cui era stato animato un tempo gli aveva fatto mettere ogni
possibile ostentazione d’intimità e di calore.
Solo gli era rimasta dell’amicizia per il contralto, una buona ed
onesta fanciulla che egli aveva preso a proteggere nelle colonne della
_Sera_, senza alcun secondo fine, e che in ricompensa gli avea dato
questo consiglio, una volta, con un accento di affettuoso interesse e
di tristezza che l’avevano turbato e commosso profondamente:
— Fuggite il palcoscenico, amico mio!... Le tavole del palcoscenico
sono troppo pericolose per i semplici ed i buoni come voi!
Era una povera e fiera creatura che s’era data al teatro per vivere lei
e la madre, ma che ci si trovava insopportabilmente a disagio, senza
potere aspirare ad una carriera fortunata e lucrosa perchè disponeva di
assai limitati mezzi vocali e senza sapersi abbassare alle degradanti
arti alle quali ricorrevano le altre nella sua situazione. Mentre
vedeva delle compagne, senza più voce di lei, ma con meno talento e
scuola, applaudite dagli amici, ben trattate dalla stampa, ella, che
non accarezzava giornalisti, che non accettava protettori e teneva la
sua casa chiusa a tutti, incontrava soltanto freddezza e ostilità.
Ciò non impediva che in palcoscenico circolassero su di lei le voci
più oltraggiose, e Torreforte aveva udito la prima donna affibbiarle
persino per amante il cameriere dell’albergo. E poichè non avea saputo
trattenersi dal protestare ch’erano calunnie, la sua amica l’aveva
investito duramente, domandandogli se avesse qualche debole per quella
gesuita, come lei la qualificava — cosicchè egli avea pensato con un
sussulto di gioia: “_Dio, com’è gelosa!_„ e subito era diventato vile,
mettendosi a ridere anche lui delle piccanti storielle ricamate sulla
pura esistenza della fanciulla.
In luogo d’imitare l’esempio di lui però, la cantante non pensava
punto a sacrificargli i propri amici. Valdora, Ascani, il direttore
d’orchestra, tutta la sua corte infine, continuavano a starle attorno,
ognuno più o meno con delle evidenti velleità di conquista, senza
lasciarsi scoraggiare per nulla dal terreno guadagnato su di loro
da Torreforte. Questi s’era dapprima consolato pensando che ella non
poteva mutar condotta da un giorno all’altro verso della gente ammessa
già alla sua intimità, e sperava che a poco a poco se ne sbarazzerebbe.
Ma rimase amaramente deluso!... Ella non gli lesinava, è vero, il
piacere di sentirgliene dir male, di regalarne a lui delle crudeli
caricature, di mostrarsi, appena aveano voltate le spalle, annoiata e
irritata della loro assiduità importuna che non permetteva ad essi di
starsene un po’ soli e tranquilli, però in realtà non faceva nulla per
allontanarli; tutto il contrario anzi.
Al giovane sfuggiva in gran parte il consumato machiavellismo di
civetteria con cui ella sapeva tenerseli tutti attaccati malgrado la
troppo evidente preferenza accordata a lui, i piccoli, intimi compensi
di un’occhiata eloquente scambiata con uno, di certe lunghe strette di
mano prodigate ad un altro.... Constatava però, soffrendone acutamente,
ch’ella non avea l’aria di respingere la corte che le facevano, e
al fuoco sottile di tale tortura il sentimento che lo possedeva — di
cui non era più possibile negare a sè stesso la natura — si maturava,
cresceva d’intensità e d’ardore.
Chi alimentava più degli altri la sua vaga, eppure mordente gelosia,
era l’intraprendente Valdora, un elegante che passava la vita tra le
quinte dove le sue avventure non si contavano più, e che disponeva
spesso, per via della propria autorità di giudice competente nei clubs,
nel pubblico speciale di turno dispari, del successo o dell’insuccesso
degli artisti. Torreforte se n’era trovato affatto liberato, con suo
profondo sollievo, all’arrivo di una nuova scritturata che passava
per essere una rara bellezza. Ma n’era seguìta una sofferenza più
acuta per lui davanti al geloso furore che s’era impadronito della
cantante vedendosi abbandonata così per l’altra. Era più forte di lei:
malgrado il calcolo prudente di non dispiacere al suo amico, malgrado
il desiderio sincero di non farlo soffrire, allorchè incontrava Valdora
tutto pieno di premure e di galanteria attorno all’altra, nè più nè
meno come avea fatto con lei sino al giorno prima, ella impallidiva,
diventava cattiva, non li perdeva più di vista un momento. E Torreforte
si struggeva accanto a lei pensando ch’ella doveva pure amare colui per
soffrirne così, domandandosi che cosa poteva esserci stato tra loro,
durante il tempo ch’egli s’era tenuto lontano!
Più tardi, aveva acquistato per caso, vedendola restare del tutto
fredda e indifferente alla improvvisa notizia di un disgraziato
accidente capitato a Valdora, la certezza che questi non contava nulla
per lei. Ma ai suoi occhi già offuscati dalla passione tale evidenza,
invece di servire a rivelargli il carattere di lei, avea preso il
valore di una grande prova d’amore, gli avea messo nell’anima il dolce
orgoglio d’esser riuscito a toglierle Valdora dal cuore, per regnarvi
solo!
Gli altri però s’incaricavano di avvelenargli simile gioia,
specialmente Masselli, il direttore d’orchestra, ch’era nelle migliori
grazie di lei perchè la sosteneva presso l’impresario e lavorava
adesso per farle assegnare la parte di Margherita nel _Faust_ — parte
ch’ella teneva a portar via alla prima donna dell’altra compagnia per
un puntiglio di vanità, malgrado non si adattasse punto ai propri
mezzi artistici. Tutti i sorrisi, le dolci parole, l’ebrezza degli
sguardi appassionati indirizzatigli dal palcoscenico, le cento piccole
attenzioni delicate ed esaltanti ch’ella gli prodigava, non bastavano
a neutralizzare in lui il morso velenoso della gelosia, così come le
amarezze di cui soffriva non erano sufficienti a fargli perdere la fede
nell’amore di lei.
Ma ne risultava un penoso contrasto, un’altalena continua di gioia e
di tristezza, di esaltazione e di accasciamento, in cui la facoltà
di ragionare, il possesso della propria volontà, gli sfuggivano, e
l’impero della passione si affermava e si estendeva col suo seguito
d’agitazione, di smanie, di debolezze, di transazioni.
L’illusione della calma ricuperata, della possibilità di non pensare
più al possesso di lei come ad un bisogno improrogabile, era presto
svanita tra le alternative d’animo nelle quali si dibatteva e la sete
di desiderio che lo riprendeva più ardente di prima. Il desiderio forse
costituiva in lui il vero focolare della febbre la quale gli accendeva
il cervello ed il sangue, ch’era della passione ma che non era l’amore,
per quanto attraverso la sua esaltazione ed il suo accecamento
paresse a lui il contrario. Come ella aveva saputo inocularglielo
gradatamente nelle vene, come avea saputo alimentarglielo a furia di
sapiente seduzione! E quando la riconciliazione era seguìta, con tutte
le sue dolcezze, gli abbandoni di tenerezza, le deliziose intimità
nel salottino di lei, quel veleno gli s’era mutato in fiamma viva
nel sangue, sopratutto perchè ella adesso obbediva, oltre che ad un
calcolo, ad un sincero trasporto e si abbandonava volentieri, però sino
al limite dopo il quale l’avvenire del suo sogno le imponeva di non
andare.
Un solo reagente poteva trionfare della sua febbre e salvarlo: il
possesso! Ma ella non si sarebbe data mai, lo sentiva; il crudele
dilemma: _O matrimonio, o nulla!_ non lo faceva più sorridere, dopo
averne sperimentato a proprie spese la dura verità. Ciò nonostante,
egli aveva ritentata ancora la prova, si era spinto altre volte ad
osare delle appassionate violenze: ella non s’era più indignata,
non l’avea duramente scacciato come allora, ma invece s’era messa
a piangere, supplicandolo di esser buono, rimproverandolo di non
avere stima per lei. Non le lacrime, non la retorica sentimentale
delle solite frasi l’aveano disarmato (gli avevano frustato dippiù il
desiderio anzi) ma la certezza che dietro a quei luoghi comuni della
virtù alle prese con la tentazione di capitolare, ella serbava la più
risoluta volontà di non cedere. E spezzandosi inesorabilmente contro la
muraglia di granito della resistenza di lei, il bisogno di averla alla
fine, che lo vessava senza dargli più tregua da quattro mesi, diventava
furore, diventava pazzia!
Egli non osava più adesso volgersi indietro, a guardare ciò che
per lui diventava quasi _il passato_, la serena e feconda esistenza
d’una volta, la calma gioia in cui lo cullavano il pensiero di sua
madre e la dolce certezza di prepararle un avvenire di benessere e
di agiatezza!... Non gli riusciva più d’occuparsi di nulla; i suoi
affari andavano a male, la clientela l’abbandonava: bastava quel soffio
di vertigine a disperdere le pazienti conquiste di parecchi anni di
febbrile lavoro!
Non poteva più pensare a sua madre senza sentirsi agghiacciare l’anima
dal rimorso; le lettere di lei, le povere lettere soavi sempre più
inquiete, sempre più angosciate — come il vigile istinto l’avvertiva
della dolorosa tempesta ch’egli attraversava e le giungeva vagamente la
voce dei suoi disordini — si portavano via tutto il suo coraggio, tutta
la sua energia, lo gettavano in uno sconforto disperato e senza fine,
quasi che avesse dinanzi a sè l’irreparabile. Egli si sentiva affatto
in balìa della sua passione, contro la quale non era più possibile
rivoltarsi e per la cui soddisfazione bisognava calpestare il cuore
di sua madre, tradirla, condannarla a languire nella povertà e nella
tristezza, rinunziare per sempre al suo sorriso, alle sue carezze, alla
sua benedizione!
Come mai quella passione, a cui erano bastati pochi mesi per
svilupparsi e dominarlo, aveva potuto snaturarlo così, soffocare in
lui a tal segno la voce di un affetto succhiato col latte, regnato
sin’allora su tutto, divenuto il culto, lo scopo della sua vita? Egli
non lo sapeva, non sapeva nulla, avea solo la coscienza d’essere
mostruosamente colpevole, eppure senza responsabilità, d’essere
vittima della propria sorte. La _sorte_ era per lui tutto il complesso
di circostanze apparentemente accidentali che l’avevano ridotto a
tanta miseria: la lettera commendatizia dell’amico di Milano, la
vertenza con Santo Stefano e la sua entrata al giornale che n’era
seguìta, sopratutto lo straordinario concorso di feste — esposizioni,
inaugurazioni di monumenti, congressi — che aveva tenuto aperti per
circa dieci mesi consecutivi i battenti del teatro, dalla primavera
all’inverno successivo, tutto il tempo che c’era voluto per alienare
dalla cara adorata il suo cuore traboccante di amore filiale, per
fondere la sua energia, per destargli quell’incendio nel sangue e nel
cervello, perchè infine la propria rovina potesse compiersi!
I continui motivi di gelosa amarezza ch’ella gli procurava, in
luogo di calmare la sua febbre e di guarirnelo, agivano su lui nel
senso opposto, facevano salire ancora dippiù il termometro della
sua esaltazione. Anzi, la fine della lotta che lo consumava, la
fase decisiva, erano state provocate appunto da una crisi più acuta
di gelosia. Ella s’era fatta accompagnare da lui una sera a teatro
per assistere così, da spettatori, alla prova di un’opera a cui non
prendeva parte. Mentre cercavano l’uscio di un palchetto di terz’ordine
di cui aveano domandato la chiave per starsene più appartati,
Torreforte, il quale teneva un fiammifero tra le dita che gli tremavano
per l’emozione di sentirsela così da presso e senza difesa nel buio
fitto del corridoio deserto, avea lasciato ad un tratto la debole
fiammella morire e se l’era attirata sul petto, cingendole con le
braccia la testa, cercando con le sue labbra avide la bocca, gli occhi,
il collo di lei.... Ella avea lasciato fare senza reagire, poichè
la sicurezza del luogo le permetteva di abbandonarsi senza pericolo
all’ebbrezza che si sentiva lei pure circolare nel sangue, mormorando
solo con un filo di voce:
— Filippo.... Filippo!...
Barcollando, tenendosi per mano, aveano trovato infine l’uscio cercato,
e s’erano installati nella discreta penombra del palchetto, vicini
vicini, con le ginocchia unite, le braccia a contatto, vibrando
all’unisono sotto la mutua carezza degli occhi gravati dal desiderio
come dal sonno, senza vedere nè ascoltare gli artisti che provavano
sul palcoscenico appena illuminato.... Entrambi cadevano in una specie
d’intorpidimento dolcissimo, d’ineffabile ebetudine che faceva loro
smarrire la coerenza del luogo, del tempo.... E quando finì l’atto in
prova, essi non se n’erano accorti neppure; e quando, improvvisamente,
dei colpetti picchiati all’uscio risuonarono al loro orecchio, il
risveglio era stato così brusco e doloroso che Torreforte s’era persino
sentito male al cuore e aveva dovuto lasciar passare un istante prima
che gli fosse stato possibile di levarsi ed aprire. Era Masselli, il
direttore d’orchestra.... Come mai aveva potuto snidarli sin lassù, col
buio fitto che avvolgeva la sala? — si domandava egli, investendo con
un’occhiata furiosa l’importuno, talmente nervoso e contrariato che
per poco non si metteva a piangere come un bambino. Il fatto sta che
Masselli li avea veduti ed era venuto a mettere al corrente la prima
donna sulla fase acuta in cui la questione della parte da lei pretesa
era entrata.
La contesa s’era fieramente invelenita perchè l’impresario aveva
preso a sostenere il buon diritto della rivale, perchè la commissione
teatrale minacciava d’intervenire pure in questo senso; ma il maestro
teneva duro, dichiarando che l’altra non era idonea alle difficoltà
della parte, che con quella egli non avrebbe mai provato l’opera.
Epperò, sentiva il bisogno, come un torneante del buon tempo antico,
di attingere dagli occhi e dal sorriso di lei l’ardore e la forza per
uscire vittorioso dalla difficile lotta impegnata, motivo pel quale
era salito a farle una breve visita, tra un intervallo e l’altro.
Ella comprendeva bene ciò: così non gli lesinava nè le occhiate,
nè il sorriso!... E Torreforte l’avea veduta, mentre ancora doveva
certo vibrare per la tempesta di desiderio che li avea sollevati
insieme, distaccarsi affatto da lui, con lo spirito come col corpo,
dimenticarsene, non occuparsi più che dell’altro, parlandogli a bassa
voce, sorridendogli con gli occhi che nuotavano ancora nel languore
infusole da lui nel sangue, lasciandoselo venire vicino.... Egli
s’era sentito soffocare dall’angoscia, aveva quasi creduto, nello
stato d’esaurimento nervoso determinato dall’eccesso delle sensazioni
provate di attraversare un momento di allucinazione; l’aveva chiamata,
supplicata con gli sguardi smarriti e imploranti!... Ma ella non se
n’era accorta neppure e aveva continuato a parlottare, a sorridere, a
civettare tranquillamente con colui....
Ebbene, Torreforte ne avea orribilmente sofferto, ma non s’era più
sorpreso. L’enigma del carattere di lei non gli restava più oscuro
adesso. Egli sentiva che quella donna non sarebbe stata mai veramente
sua, non gli sarebbe mai appartenuta nel senso intero della parola,
anche se gli si fosse data, malgrado che gli volesse realmente del
bene, l’avesse pure ella amato cento volte più di così! Ella era del
pubblico, della folla, non aveva che una sola, una vera passione in
fondo: l’applauso, il successo! — e per conquistare tale ebbrezza che
le era necessaria come l’aria, come il sole, ella doveva darsi un po’
a tutti, far commercio del suo sorriso, della sua grazia, delle sue
familiarità. Ed era questo l’insostenibile tormento di Torreforte, la
ragione del suo delirio, perchè non solo egli la voleva, ma la voleva
affatto per sè, perchè era geloso di tutti, del pubblico, della folla
per cui ella viveva! E poichè non gli si offriva che una sola via
per realizzare un simile esclusivo e troppo necessario possesso: il
matrimonio e l’abbandono del teatro — egli si decideva finalmente a
prendere tale partito, senza più indugio, sentendosi giunto all’estremo
delle sue forze, abbandonandosi alla propria sorte.
Un’ora bastava a decidere l’esito della lotta durata dei lunghi mesi,
accettata con superba sicurezza, combattuta fieramente sino alla
vigilia. La vanità di ogni sforzo per resistere ancora gli appariva
improvvisamente, portandosi via tutta la sua energia morale, rendendolo
accomodante ed ipocrita dinanzi a sè stesso. Mille argomenti in difesa
della sua caduta gli venivano suggeriti dalla coscienza divenuta
compiacente. Che cosa infine si opponeva a che egli sposasse quella
donna?!... Il non saper nulla della vita, del passato di lei?.... Ma
la fermezza e la dignità con cui gli avea costantemente resistito,
pure desiderandolo ed amandolo, non erano la miglior garanzia
dell’irreprensibilità del passato?!... Quanto a sua madre, certo ella
avrebbe sofferto di quel matrimonio così al difuori delle idee e dei
pregiudizî di provincia, nato senza l’aggradimento della famiglia,
ma poi si sarebbe consolata, avrebbe goduto di vederlo felice a modo
proprio. Egli si sarebbe rimesso a lavorare come prima, più di prima,
per la conquista del seducente avvenire promessole, avrebbe avuto
anzi una ragione e uno stimolo dippiù per riuscire nell’opera di
riedificazione della loro distrutta fortuna....
Fu appunto ciò che scrisse, che spiegò lungamente con l’eloquenza della
propria passione a sua madre, annunziandole che sarebbe andato egli
stesso subito dopo a domandarle il suo consenso e la sua benedizione.
Ma invece fu lei, la povera vecchia minacciata nella parte più
sensibile dell’anima, che accorse disperatamente, come se si fosse
trattato di disputare suo figlio alla morte, lusingandosi ancora di
salvarlo.... Il dibattito durò a lungo tra loro, supremamente doloroso
ed inutile; quando alla fine ella riconobbe l’irrimediabilità della sua
sciagura, si diede per vinta!.... E fece ritorno alla sua casa lontana
dove le due figlie l’aspettavano ansiosamente, tremando per la sorte
delle loro eterne speranze matrimoniali che dipendevano dal fratello;
andò a seppellirvisi nel proprio dolore, sotto il crollo delle care
speranze accarezzate per la sua creatura diletta. Però, prima gli avea
detto, rialzando duramente la dolce testa divenuta tutta bianca in quei
pochi mesi di agitazione e di angoscie, da grigia ch’era avanti:
— Sta bene, sposala pure _quella donna_, ma pensa ch’io non vorrò
rivederti mai più, che la mia collera ti peserà sul capo come una
maledizione!...
Ma dove mai ella avrebbe trovato la forza di tenersi a lungo in
tale attitudine contro di lui?... Egli l’avea assediata di lettere
disperate, piene di devota obbedienza, è vero, ma dove si sentiva la
volontà di finirla in qualunque modo, con qualche follìa se non fosse
riuscito a piegarla. E la madre s’era piegata alla fine, gli avea
mandato il suo consenso in una lettera che avea la desolata tristezza
di un distacco estremo....
Torreforte s’era messo a singhiozzare come un bambino, leggendola,
s’era sentito fondere il cuore.... Ma non avea tardato un minuto per
ciò a correre dalla cantante, a dirle con la voce tremante le supreme
parole che dovevano decidere di tutta la sua vita, s’ella volesse
accettare la mano di lui, s’ella volesse sacrificargli il teatro....
Uno scoppio di gioia, di gratitudine, di tenerezza fu la risposta!
Mai ella era stata così sincera, così buona, tanto piena di profondo
abbandono, come adesso che la felicità la trasformava. Ma Torreforte,
mentr’ella gli prodigava le più appassionate carezze, si sentiva
bruciare il cuore dalla lettera di sua madre: “_Figlio mio, sia
fatta la santa volontà di Dio, sposala: io mi rassegno! Perdonami le
bestemmie che mi uscirono dalla bocca quel giorno, così come io ti
perdono il colpo che mi dài e dal quale sento che non mi rileverò mai
più!_...„
Quanto a lei, non avea avuto che un pensiero, appena passato il primo
stordimento della felicità: annunziare al mondo lirico, attraverso
tutti i giornali teatrali, il suo addio alle scene, malgrado i trionfi
riportativi e che ve l’aspettavano ancora, per unirsi in matrimonio
col barone Filippo Torreforte! Allorchè questi lesse la notizia così
concepita che le trombe della pubblicità dovevano spargere in pochi
giorni per tutto il regno dell’arte, non mancò di protestare, le ripetè
come tante altre volte di non aver diritto a quel titolo poichè egli
apparteneva al ramo cadetto della famiglia.... Ma ella trovava che
erano delle sciocche sottigliezze dal momento che il titolo esisteva
bene in famiglia, e non avea voluto rinunziare per nulla a ciò che più
l’ubbriacava di vanità nel partecipare il suo matrimonio.
— Anzi — gli disse col più seducente dei suoi sorrisi — se vorrai
essere gentile, non dimenticherai di mettere in fondo alla _corbeille_
di nozze una piccola corona baronale da appuntare qui, sul petto....