Fu un amaro e crudele risveglio per Filippo Torreforte. La brusca scena
inattesa lo aveva lasciato tutto stordito, senza forza di rialzare
il capo sotto il peso dell’umiliazione patita. Una voce insistente
dentro di lui gli diceva di profittare della dura prova attraversata
per lasciare la pericolosa e malsana strada in cui s’era cacciato,
per rimettersi sulla via maestra tracciatagli dal dovere, ritornando
alla sua vita di lavoro e di fortificante solitudine, ai propri affari
che lo reclamavano e che già egli avea incominciato a trascurare in
modo allarmante. Gli pareva che fosse la cara voce di sua madre a
parlargli così internamente, di sua madre che già aveva intuito, col
vigile istinto della maternità, l’alterazione avvenuta in lui, che non
osava lagnarsi delle sue lettere meno frequenti e distratte, ma se ne
inquietava, e voleva sapere ogni volta se stesse perfettamente bene
in salute, se non avesse qualche preoccupazione per il capo.... Egli
sentiva che là, su quella strada dove s’era trovato spinto innanzi
quasi di sorpresa, non avrebbe incontrato che amarezze e dolori.
L’esperienza fattane con la cantante era lì per provarglielo; troppo
il fondo del suo carattere era semplice e schietto, troppo egli era
ingenuo ed inesperto per navigare con successo in quel pelago di
falsità, di malizia, di perfida astuzia. Eppoi, quand’anche così non
fosse, dato pure che il palcoscenico non gli avesse procurato che
ebbrezze di piacere e di vanità, non doveva egli egualmente fuggirlo?
La sua fibra non era abbastanza forte per permettergli di dividersi
tra il dovere e il piacere, non gli consentiva di praticare l’uno
senza escludere l’altro. Egli non disponeva che di una energia morale
limitata, della quale il segreto stava nella sua solitaria ed austera
vita di lavoratore, al di fuori d’ogni distrazione pericolosa e
d’ogni tentazione. In tal modo avea potuto percorrere tanto cammino in
pochissimo tempo e trovarsi non troppo lontano dalla mèta sospirata. Ma
rotto l’equilibrio, alterata la severa regola impostasi, la sua forza
lo abbandonava, si disperdeva, non riusciva più a lui di ritrovare
la propria ammirabile attività e di concentrarsi nel lavoro. Se non
gli era bastato che di affacciarsi appena alle porte di quel mondo,
così seducente e così pieno di pericoli ad un tempo, per rimanerne già
turbato e scosso, che avverrebbe se vi si inoltrasse ancora, se vi si
ingolfasse del tutto?...
Egli prevedeva tutto: la caduta delle sue ambizioni, l’impossibilità di
fare più un passo avanti se non pure la possibilità di perdere tutto
il terreno guadagnato, la povertà per sua madre, per le sue sorelle,
per lui!... Il solo pensiero di sua madre, l’idea di rendersi spergiuro
dinanzi a lei mancando al voto fatto, non dovevano bastare a corazzarlo
contro ogni tentazione, a dargli la forza di voltare sdegnosamente le
spalle se anche gli si aprissero dinanzi gl’incanti di un eden?...
Eppure no, non bastavano più adesso ad allontanarlo dal palcoscenico,
a strapparlo dal malsano ambiente di cui i suoi polmoni avevano
già assorbito l’aria viziata! Egli non si rivoltava ancora contro
sè stesso, non pensava alla possibilità di abiurare alla propria
religione, ma rimandava ancora il ritorno definitivo alla sua raccolta
e feconda esistenza di prima, si lasciava scivolare sempre più per
la via delle transazioni e degli accomodamenti di coscienza. Poichè
ce n’andava di mezzo tutto il suo avvenire egli contava bene di
allontanarsi dal teatro, di seppellirsi un’altra volta, come sino a
due mesi avanti, tra i processi ed i classici del Diritto.... Sì, ma
_dopo_! Dopo, voleva dire per Torreforte non prima di aver messo anche
lui le labbra alla coppa del piacere a cui tutti bevevano avidamente,
largamente lassù, sul palcoscenico, non prima di avere preso egli pure
la sua parte, per quanto modesta, al grandioso festino di lussuria che
si svolgeva ogni sera sotto i suoi occhi affatto esperti adesso. Non
invano aveva avuto la rivelazione di quel mondo ignorato e seducente al
di là della sua imaginazione, non impunemente s’era sentito accendere
nel sangue la febbre di desiderio che lo spettacolo di tanti amori
annodati liberamente, quasi ridendo, di tutte le tentazioni offerte e
le concupiscenze destate produceva su lui, perchè potesse andarsene
così com’era venuto, senza avere appagata ed estinta la smania di
godimento che gli era entrata nel cervello.
Ma non era questo soltanto. L’umiliazione inflittagli da Alice Rossati
gli scottava le carni; l’indegnità della condotta di lei a suo riguardo
l’avea furiosamente irritato, mettendogli addosso un pungente bisogno
di ostilità e di rappresaglie. Il giuoco di lei gli appariva adesso
lucidamente: l’avea attirato, lusingato, sedotto sin dal primo giorno
per servirsene secondo il proprio interesse, per sfruttarlo con
sapiente calcolo. La sua collera era tanto più violenta in quanto egli
sentiva di desiderarla ancora, più di prima anzi! Voleva farle dispetto
ad ogni costo, porre l’assedio, e con successo, ad un’altra sotto i
suoi occhi per mostrarle che non si curava di lei, che piaceva ed era
desiderato altrove!
Per ciò solo, Torreforte si volse dalla parte di Regina Morelli, il
biondo e tramontante astro lirico in chiave di mezzo soprano di cui il
folgore passato dava tanto fastidio agli occhi della prima donna. Ne
fu accolto nel modo più incoraggiante; ella era furiosa contro Valdora
che la trascurava sempre più indegnamente, e peggio d’una vipera verso
la Rossati che ne godeva e glielo portava via accettando la sua corte.
Ignorando ciò ch’era passato tra Torreforte e la propria rivale, non
avendo avuto il tempo di accorgersi del cambiamento sopravvenuto nelle
loro relazioni tanto manifestamente cordiali che i più parlavano
di rapporti intimissimi, ella credette di regalarsi l’acuta gioia
di rubarlo all’altra, di prendersi una solenne rivincita. Perciò
fu felice, e se l’ebbe come un omaggio offertole in prova d’amore,
allorchè, durante un breve periodo di malattia attraversato dalla prima
donna, Torreforte il quale avea conservato delle apparenze d’amicizia
con lei ma non metteva più piede nel suo appartamento, s’era astenuto
all’incontro di tutti gli altri, dal farle una sola visita. Di ciò
ella avea potuto benissimo assicurarsi poichè dimorava nel medesimo
albergo della prima donna, e grazie al reciproco sistema di spionaggio
stabilito tra loro per mezzo dei camerieri. E un giorno che Torreforte
si trovava da lei e la convalescente era scesa a prendere per la
prima volta l’aria e il sole liberamente nel giardinetto sottostante
dell’albergo, ella avea voluto che il giovane s’affacciasse pure al
balcone, perchè l’altra li vedesse insieme, a due passi da lei, e
sentisse di più l’affronto della condotta del giovane a suo riguardo in
quella circostanza....
Torreforte non si piegò al maligno capriccio, vergognoso in fondo di
prestarsi passivamente a tal giuoco. Invece la obbligò a rientrare
dal balcone, le sedette vicino vicino, dicendole ch’era una sciocca a
crederlo capace di occuparsi ancora di colei, di averla presa mai sul
serio — e la ebbe così, ripetendole che l’altra era una donna volgare
come era una volgare cantante, che sapeva solo abbaiare, che stonava
maledettamente!...
Con sua grande sorpresa, Torreforte si ritrovò, dopo il possesso
della sua nuova amica, senza nè ardore nè entusiasmo. Il fatto non
poteva non sorprenderlo e non turbarlo, perchè Regina Morelli era una
donna assai seducente ancora, d’una eleganza difficile ad incontrarsi
in palcoscenico, e nell’oscura esistenza di lui, simile a quella
di un povero studente di provincia, rappresentava la più luminosa e
inebriante conquista, forse l’unica. Quanto alla donna, ella non si era
data a lui che per il piacere di sentirlo parlar male della nemica....
Ma la loro relazione non dovea avere che un’effimera durata. Poco dopo,
la diva sul tramonto si presentò al pubblico nella _Favorita_, uno
dei suoi ex-cavalli di battaglia.... Fu un fiasco enorme, umiliante, e
all’indomani ella ottenne, molto facilmente del resto, lo scioglimento
dalla scrittura, e partì per Milano, non volendo restare neppure
ventiquattr’ore ancora nella città odiata alla quale avrebbe appiccato
volentieri il fuoco, se avesse potuto.
Torreforte si ritrovò dunque libero quasi all’indomani. Il poco sapore
trovato in questa prima avventura non era bastato a guarirlo dalla
febbre che si era impadronita di lui, gliel’accendeva di più anzi,
sopratutto davanti all’esasperante indifferenza di colei ch’egli aveva
sperato d’irritare e di offendere.
Una seconda avventura seguì presto alla prima, e senza che egli
neppure l’avesse cercata; Torreforte era alla redazione della _Sera_,
allorchè gli capitò la visita d’una nuova scritturata al Massimo, una
polacca che cantava da soprano leggero e che tornava da un insuccesso
clamoroso al teatro San Carlo di Napoli. Questa cantante, senza voce
nè scuola, era la vittima d’un disonesto speculatore che aveva saputo
accendere e alimentare in lei le più folli speranze e le avea fatto
abbandonare la famiglia, sciupare tra maestri e impresari a Milano il
suo modesto, ma sicuro patrimonio. Era una bionda alta e forte, quasi
fulva, assai desiderabile, ciò che faceva dire con un cinico sorriso
ai frequentatori di palcoscenico ch’ella avea sbagliato carriera.
Ma la polacca invece si credeva sicuramente destinata a diventare
una stella di prima grandezza nel firmamento lirico, malgrado che i
pubblici da lei affrontati sin allora, raramente si fossero astenuti
dal dimostrarle il contrario. Tra la paura del fiasco e la manìa del
successo, ella viveva in una specie di continua febbre; per un’ovazione
in teatro, per un articolo laudativo sopra un giornale importante,
sarebbe passata persino sul corpo di sua madre!
Tutti i giornali avevano avuto la sua visita o una carta di lei, subito
dopo arrivata, ma al critico della _Sera_ che contava tra i giornali
più letti ed autorevoli d’Italia e avea trenta mila copie di tiratura,
era riserbata una visita speciale. Torreforte dovette ascoltare per
mezz’ora il racconto degli imaginari trionfi artistici riportati da lei
nella sua breve carriera, delle feste straordinarie prodigatele per le
sue beneficiate: un volo di fantasia che non s’arrestava più. Ma poichè
era una piacente creatura, egli stava ad ascoltarla volentieri e glielo
lasciava naturalmente vedere.... Allora la cantante si mise a parlare
del suo recente insuccesso al teatro San Carlo, protestando d’esser
caduta vittima di un’odiosa congiura di palcoscenico, dell’impresario
che aveva voluto sbarazzarsi di lei per dare la sua parte ad una
esordiente la quale non gli costava nulla, ma anzi lo pagava perchè
la facesse cantare.... Ricordando l’infame cabala che diceva esserle
stata ordita, ella si eccitava, si commuoveva, la voce le s’affiochiva,
il petto le ballava con ansare convulso.... Improvvisamente gettò
un debole grido e si abbandonò sopra una poltrona del salotto di
redazione, colle braccia inerti e gli occhi chiusi, côlta da uno
svenimento.
Torreforte, imbarazzato, le avea spruzzato un po’ d’acqua sul viso, le
avea sbottonato il colletto dell’abito, l’avea scossa.... Ma ella era
presto ritornata in sè, guardando il giovane con dei languidi occhi,
dicendogli nel suo bastardo italiano:
— Ah, signore, perdonarmi!... Io così, troppo sensibile! Nostra arte
grandi gioie, ma anche grandi dolori! Mia testa gira tanto! Volete
avere bontà accompagnarmi in mia casa?...
E Torreforte l’aveva aiutata a scendere le scale, l’aveva ricondotta in
carrozza a casa, ed era corso da un farmacista per un cordiale.... Al
suo ritorno, l’aveva trovata in letto, un pochino meglio diceva lei, in
un delizioso disordine del quale ella pretendeva anche doversi scusare.
Allora, egli s’era costituito suo infermiere, le avea somministrato la
mistura calmante, s’era installato al suo capezzale.... e il resto!
In capo a due settimane, Torreforte s’era trovato già stanco della
polacca. E poichè aveva odorato nell’aria che il suo successore era
pronto nella persona dell’impresario, a cui la cantante, nella speranza
di una riconferma, riserbava forse qualcuno dei suoi improvvisi
svenimenti, egli ruppe senz’altro, prendendo la cosa in ridere, come
avrebbe fatto uno che avesse avuto dieci anni d’esperienza più di lui
con le donne in genere, e con le donne di teatro in ispecie.
Di giorno in giorno, Torreforte diventava agli occhi proprii un
soggetto di crescente sorpresa. Donde veniva a lui, vissuto sempre
in astinenza e a distanza dalle donne, tale profondo distacco, tale
mancanza d’appetito e di vanità che gli faceva prendere, di fronte a
delle conquiste ch’egli non avrebbe neppure osato vagheggiare un poco
innanzi, l’atteggiamento di stanchezza e di sazietà di chi ha avuto
troppe avventure nella propria vita?... Egli lo sapeva, donde veniva
lo strano e inquietante fenomeno! Ma si rifiutava, per orgoglio e
per paura insieme ad accettarne l’evidenza, non voleva confessare a
sè stesso che se era rimasto freddo e indifferente in cospetto delle
amorose fortune capitategli, era perchè lo perseguitava l’imagine e
il desiderio di un’altra donna, perchè la sferzata che Alice Rossati
gli avea applicata al viso, respingendolo in quel modo inaspettato e
avvilente, avea invelenito in lui più che mai la febbre del possesso!
E per non pensare a ciò, per stordirsi e per dimenticare, egli si
abbandonava sempre più al disordine entrato nella sua esistenza,
cullandosi nell’illusione di riprendersi presto, di attraversare
soltanto una crisi passeggiera e senza conseguenze.
Non solamente trascurava i suoi affari adesso e si alienava a poco a
poco la propria clientela, ma, peggio, per soddisfare ai bisogni della
sua nuova maniera di vivere, alle istintive velleità d’eleganza, alle
mille piccole spese a cui l’obbligavano i suoi doveri di galanteria,
egli s’era trovato squilibrato e avea preso a contrarre dei debiti.
Sua madre, ora, cominciava timidamente a levare la voce, a
rimproverarlo dolcemente, con certe lettere piene di tenera e inquieta
sollecitudine che gli mettevano il cuore in tumulto, ma lo spingevano
sempre più, per reazione, sulla via in cui s’era ingolfato, perchè egli
voleva finirla, perchè voleva estinguere in lui, a furia di ubbriacarsi
altrove, la sete di quella donna! Sospinto innanzi così, irritato
invece che calmato dall’inefficacia dei diversivi trovati, egli avea
cercato persino di abbrutirsi nel piacere più facile e volgare, dietro
ai succinti gonnellini del corpo di ballo....
Il risultato ottenuto era stato unicamente di trovarsi più che mai
indebitato e bisognoso di danaro, in modo da non sapere come andare
avanti. A questo punto, Luciano Mascali, il cattivo genio della sua
famiglia, era intervenuto, aveva ripreso a tessere attorno a lui la
terribile tela di ragno dove suo padre s’era perduto, dove tutta la
proprietà dei Torreforte doveva finire, prestando qualche migliaio di
lire e allargando in cambio la cerchia divoratrice delle sue ipoteche.
Torreforte, naturalmente, non avea lasciato costituire il nuovo vincolo
che sulla propria quota ereditaria. Ma egli non sapeva essere ipocrita
con sè stesso, non si dissimulava che più la loro comune proprietà
sarebbe lapidata a furia di iscrizioni, e meno sarebbe possibile
contrastarne la rapina finale a colui che stava a spiarne il momento.
Così egli, da protettore, da redentore della sua famiglia, come avea
sognato di essere, diventava il complice di Luciano Mascali, cooperava
anche lui all’opera odiosa di spogliazione! E non c’erano voluti che
pochi mesi, appena il tempo di abituarsi all’ambiente dove la sua
maligna stella lo avea fatto capitare, perchè la mostruosa evoluzione
fosse stata possibile in lui! Dove sarebbe andato ancora?!...
Allora, egli si sentì preso da una folle paura e da una folle
angoscia; il sentimento della salvezza gli s’impose! Ma in luogo di
cercarla nel ritorno alla sua esistenza d’una volta, parve a lui che
l’avrebbe trovata col riavvicinarsi ad Alice Rossati, ottenendo da
lei la fine di quello stato di tensione e di sorda ostilità tra loro
che, per reazione, lo spingeva verso la propria rovina. E una sera
che la cantante attraversava il palcoscenico alla fine dell’atto per
rientrare in camerino, egli la fermò, nell’angolo più oscuro e deserto
della scena, risolutamente, ma col cuore che gli batteva con violenza
spasmodica.
— Non dimenticherete e non mi perdonerete mai, dunque, un momento di
debolezza e di vertigine? — le domandò con la voce che gli tremava.
Ella tacque un istante; poi disse:
— Io non domando di meglio che dimenticare!
E gli sorrise dolcemente nell’ombra.