Sin dalla sera appresso, nella sua doppia qualità di critico teatrale e
di amico della prima donna, Filippo Torreforte incominciò a frequentare
il palcoscenico. Ella gli avea detto:
— Venite a trovarmi in camerino....
E Torreforte era andato, senza farselo dire due volte, senza adombrarsi
di fronte a sè stesso per tale novità pericolosa. Insensibilmente,
passando attraverso una serie graduale di piccole transazioni
interiori, un certo rilassamento di coscienza e di volontà avveniva
in lui. Egli non cessava un minuto di fissare la mèta vagheggiata,
ma si sorvegliava meno, allentava un poco le cinghie di ferro tra
le quali costringeva la sua giovinezza a languire, per respirare più
liberamente. Cominciava a trovarsi eccessivo, a sentirsi un tantino
ridicolo anche nel tiranneggiarsi in tal modo, nell’essere così rigido
verso sè stesso. L’esempio di tanta gente che in mezzo alla febbre del
lavoro più assiduo e assorbente trovava pure il tempo di godere, di
vivere, era lì per provargli come la difficile e bella impresa ch’egli
s’era assunta si potesse conciliare con qualche distrazione e con un
po’ di esperienza del mondo. E, mano mano che la sua vigile coscienza
si assopiva, degli appetiti lungamente repressi si svegliavano in lui
e un’ardente curiosità, un bisogno tormentoso di penetrare quel mondo
nuovo e seducente che la cantante avea schiuso all’imaginazione e al
desiderio di lui.
Il palcoscenico gli appariva come un luogo favoloso, pieno d’eccitante
mistero e di malsana attrazione; egli v’era salito col cuore che gli
batteva, la fantasia in tumulto e una vaga sensazione di sgomento.
Dapprima fu una delusione; tutto il lavorio della sua imaginazione
cadeva davanti allo spettacolo che gli offriva, tra un atto e l’altro,
il vasto e freddo ambiente attraversato dagli operai affaccendati che
attendevano a disporre la scena, popolato di coristi, di comparse, di
impiegati. Ma un segreto istinto gli diceva che la sua iniziazione
incominciava appena, che presto i suoi occhi, maggiormente abituati
all’ambiente, avrebbero veduto dippiù e di meglio!
Quando si trovò nel largo corridoio che mette in comunicazione tra
loro i camerini delle prime parti, una grande timidezza lo vinse. Degli
artisti stavano là seduti, in costume, degli altri finivano di vestirsi
e di _truccarsi_ per la scena, senza preoccuparsi d’esser veduti
attraverso la cortina mal tirata, chiacchierando con qualche amico in
visita o provando la voce con dei vocalizzi. Sul suo passaggio, tutti
gli sguardi gli si posavano addosso curiosamente, squadrandolo in un
modo imbarazzante, e gli ci volle tutto il proprio coraggio per farsi
indicare l’uscio della prima donna.
Picchiò debolmente; _Gioconda_ disse: avanti! Sì, era _Gioconda_ che
gli stava dinanzi adesso, non l’amabile amica alla cui tavola avea
pranzato la sera prima.
Il distacco pareva grande e reale a lui, trovandosele accanto ora dopo
averla ammirata dalla platea per due atti consecutivi, dopo aver diviso
col pubblico per lei la commozione e l’entusiasmo, dopo essersi tanto
interessato al personaggio ch’ella rappresentava.
_La cantatrice errante_ era pronta per andare alla festa di _Alvise
Badoero_, dove ella avrebbe fatto tranquillamente il suo ingresso
insieme a qualche figlia di doge. Ella era superba nel suo fastoso
costume di raso e di velluto azzurro; le magnifiche braccia uscivano
dalle ampie maniche aperte come da una guaina; la ricchezza del seno
era messa sontuosamente in evidenza dal larghissimo taglio dell’abito
sul petto. Aveva degli occhi più grandi ancora del solito, degli occhi
enormi, cupi e fantastici a guardarli così davvicino, per via della
larga striscia di bistro che li contornava al di sotto e del rosso
messo senza risparmio sulle palpebre. Tutti i tratti del viso, posti
sapientemente in luce e in ombra con del rosso o del bianco, prendevano
un rilievo straordinario, e le grosse labbra, coperte di carminio, si
aprivano sulla composta maschera del volto come un ardente e mostruoso
fiore.
In luogo di rompere il suo incanto, come avviene guardando da presso
una decorazione scenografica, la cantante conservava così agli occhi
di lui il proprio fascino strano fatto d’illusione: ella era più che
mai l’appassionata e pietosa amante di Enzo, veduta così davvicino.
Quel viso acceso e pallidissimo ad un tempo, come se la febbre della
passione lo consumasse, quegli occhi di fantasma, quelle labbra
sanguinanti, le davano il melodrammatico suggello del personaggio
rappresentato, erano l’imagine parlante dei sublimi trasporti di amore,
di gelosia, di sacrificio dai quali era agitata sulla scena!... Ma ella
lo riconduceva alla realtà, parlandogli della sera avanti, di Santo
Stefano, del giornale, ritornava per lui la buona amica, la signora
Alice Rossati.... Poi ancora, fra qualche minuto, all’avviso del
_buttafuori_ di rientrare in iscena, ella si sarebbe trasformata agli
occhi suoi, sarebbe ridiventata la _Gioconda_, l’eroica fanciulla che
si votava alla salvezza di Laura e di Enzo, che faceva fremere d’orrore
e di pietà tutta la sala allorchè andava a mormorare all’orecchio
del baritono la sua fatale promessa!... Era un singolare innesto del
fittizio sul reale che produceva una doppia personalità di cui l’una si
sovrapponeva all’altra alternativamente, procurando l’illusione di una
metamorfosi a vista.
Tale appunto era la sensazione che Torreforte provava in quel momento
e che gli faceva pregustare tutto il sapore acuto e particolare con
cui quella donna avrebbe deliziato il palato d’un amante. Mai la
sazietà — egli pensava — sarebbe stata possibile con lei poichè ella
era così varia, così mutabile, poichè ella incarnava in sè ad un
tempo tante diverse imagini ed anime di donne! E mai il suo possesso
avrebbe ingenerato la stanchezza perchè mai possesso sarebbe stato meno
pieno e durevole, perchè ad ogni momento ella si sarebbe ripresa per
trasformarsi in un’altra creatura ch’era ancora lei e che non era più
lei, che apparteneva tutta al pubblico e punto all’amante....
Vennero ad avvisarla che toccava a lei d’entrare in iscena; ella si
diede un rapido sguardo allo specchio, ingoiò un sorso di camomilla,
mise in bocca una pastiglia di liquirizia, e si salvò stringendo in
fretta e distrattamente la mano a Torreforte.
Questi rientrò nella propria parte anonima di spettatore, riprendendo
il proprio posto in platea. Ma le sue idee ripigliavano insensibilmente
il corso incominciato nel camerino della cantante. Gli applausi che il
pubblico le prodigava freneticamente gli mettevano un curioso brivido
addosso, come s’ella gli appartenesse e il successo di lei fosse pure
il suo. Pensava all’ebbrezza che doveva dare all’uomo del quale ella
fosse l’amante, lo spettacolo di quella folla in delirio, presa per
lei da un tal furore d’entusiasmo!... Che orgoglio doveva gonfiare il
cuore di colui che potesse dire tra sè: “Questa donna che solleva così
la commozione, l’entusiasmo, gli applausi di forse duemila persone, è
mia, mi appartiene anima e corpo, io la terrò nelle mie braccia mentre
ancora durerà l’eco delle ovazioni suscitate!...„
E di nuovo, il rimpianto già altre volte vagamente provato all’idea
che l’indeviabile cammino tracciatosi non gli consentisse di dedicarsi
anche per poco alla cantante, lo pungeva, ma più acutamente, più a
lungo, facendogli sentire per la prima volta la gravezza del fardello
che s’era addossato sulle spalle.
A poco a poco, diventò uno degli assidui del palcoscenico che
incominciava a non avere più segreti per lui e ad inoculargli nel
sangue il sottile veleno di lussuria che vi si respira. Per un nuovo
iniziato come egli era, lo spettacolo dentro le quinte prendeva in
certi momenti qualche cosa di veramente fantastico. Ad ogni passo,
s’incontravano delle coppie intente a parlottare a bassa voce, con
degli occhi animati e dei languidi sorrisi. Dietro una quinta, un
elegante in marsina poneva l’assedio al contralto che aspettava
le toccasse d’entrare in iscena; più in là era un giornalista che
domandava al mezzo soprano la meritata ricompensa del suo articolo
immeritamente laudativo; poi un tale che approfittava del _bis_ che il
pubblico domandava dell’aria del baritono — il quale aveva una moglie
assai carina e la stupidaggine d’esserne gelosissimo — per ripetere
all’orecchio di costei la propria aria; — e la serie continuava
ancora, sino al corista in vena di galanteria con qualche compagna
del coro, sino all’umile comparsa in intimo colloquio con qualche
dama o contadina di parata, arruolata come lui in mezzo alla strada. E
l’allegro battaglione leggero delle ballerine, sparso di qua e di là in
attesa della _battuta_ del coreografo, animava e completava il quadro,
raccogliendo e ricambiando sul passaggio delle frasi e delle amenità
da corpo di ballo, senza curarsi del direttore del palcoscenico e
delle multe della commissione teatrale che erano roba da ridere per la
maggior parte di loro....
Torreforte aveva finito col non mancar mai di fare la sua regolare
comparsa nel camerino di Alice Rossati tutte le sere ch’ella cantava.
Il giovane era più che mai nelle grazie della prima donna dopo gli
articoli entusiastici seguìti nella Sera all’acerba critica di Santo
Stefano; ella non gli avea prodigato mai quanto allora tanti sorrisi
luminosi, tante occhiate eloquenti, rendendolo oggetto dell’invidia e
della gelosia di coloro che frequentavano assiduamente come lui il suo
camerino.
La cantante amava molto di tenere circolo in quell’angusta e nuda
stanzina dove non c’era neppure modo di sedersi in più di due o tre per
volta, sopratutto quando non le toccava di mutare costume da un atto
all’altro e non era di prima scena. Ella era là come nel proprio regno,
come in soglio, e i suoi ammiratori venivano devotamente a metterle
sotto il naso l’incenso del loro desiderio velato di galanteria,
dell’adulazione e della maldicenza. Sentirsi desiderata, essere adulata
e fare della maldicenza alle spalle delle altre: ella aveva bisogno di
queste tre cose per vivere!
Torreforte non poteva meglio nè più rapidamente compiere altrove il suo
nuovo tirocinio come nel camerino di Alice Rossati. Tutto il bagaglio
delle idee generalmente professate in fatto di doverosa cavalleria
con le donne, di riserbo, di discrezione, era stimato vieto e stupido
colà. Vi convenivano sopratutto alcuni consumati don Giovanni di
palcoscenico che erano per lui il più sorprendente modello di cinica
disinvoltura. Non aveva egli udito l’irresistibile Valdora rispondere
tranquillamente, davanti a tutti, alla prima donna che gli domandava
sorridendo, con intenzione, notizie del mezzo soprano — un’alta e
magra bionda, molto elegante, ma già sul tramonto, la quale passava per
essere l’amante di lui:
— Ah, non me ne parlate! Quella lì è un terribile _crampon_, e non
sogno che di trovare chi me ne liberi!...
Alice Rossati fingeva di non volere ascoltare simili orrori sulle sue
compagne, si spingeva sino a recitare la commedia dell’indignazione
e della severità, ma in fondo non si compiaceva d’altro. I suoi
amici lo sapevano e non risparmiavano nè le insolenti indiscrezioni,
nè i frizzi, nè le malignità più sanguinose davanti a lei, anche
all’indirizzo di donne molto desiderate e corteggiate da loro, presso
le quali assai probabilmente ripetevano il medesimo giuoco a spese sue.
Torreforte osservava curiosamente tutto ciò e cercava di apprendere
meglio che poteva. Ma egli sentiva che la sua era ancora un’educazione
interamente da fare e che mai, forse, sarebbe giunto all’altezza dei
meno abili. Se ne accorgeva, per esempio, dinanzi alla ripugnanza, anzi
all’impossibilità di lasciar credere a proposito di lui ciò che i più
pensavano in presenza della significante ed ostentata preferenza che
la prima donna gli accordava su tutti gli altri. La cosa aveva delle
apparenze tali che, quando egli negava di essere in intimi rapporti con
la cantante, gli altri stimavano che si tenesse chiuso per discrezione
e lo trovavano stupido per avere di simili delicatezze.
Egli pure si trovava stupido all’eccesso con quel suo spirito di
cavalleria così mal collocato, ma sopratutto a cagione delle irrisorie
apparenze di un fatto a cui non dipendeva che da lui il dare tutta
la inebriante consistenza della realtà. Perchè dunque non era ancora
l’amante di quella donna che pareva non desiderasse di meglio, che
sin dal primo giorno gli aveva fatto chiaramente capire quanto egli
le piacesse, che non s’era stancata di fare tanti passi verso di lui,
mentr’egli era sempre rimasto scioccamente inchiodato al suo posto?...
Le sue paure e i suoi scrupoli di prima gli parevano adesso puerili
ed assurdi, sia per la progressiva evoluzione compiutasi in lui sotto
la sapiente opera di seduzione della cantante, sotto la dissolvente
influenza dell’ambiente, e sia perchè l’esempio di facilità e di
leggerezza negli amori di palcoscenico che gli veniva da tutte le
parti, lo rassicurava sulla possibilità di ogni pericolo pel suo
avvenire. Che cosa poteva rimetterci? Un po’ di tempo e di attività
rubati ai suoi affari, alla sua professione, di cui si sarebbe rifatto
dopo raddoppiando di zelo! Perchè dunque tardava ancora a prendersi
quella donna?...
Il desiderio lungamente covato del possesso, diventato ora bisogno
violento, s’imponeva a lui come una necessità improrogabile, non
lo faceva più per nulla esitare davanti alle probabilità maggiori o
minori di successo ch’egli avrebbe avuto uscendo ad un tratto dal suo
riserbo per osare un colpo d’audacia. È vero ch’ella gli aveva spesso
ripetuto, a proposito di passioni ispirate e non corrisposte da lei,
di assedî postile e vittoriosamente respinti: “_Con me, o matrimonio,
o nulla!_„ Ma non era che un ritornello conosciuto certo da tutti gli
amanti ch’ella aveva avuto, la parola d’ordine della sua virtù avanti
di capitolare!... Che avrebbero fatto Valdora, l’onorevole Ascani, i
vecchi topi di palcoscenico infine, s’ella avesse messo loro dinanzi
un tal dilemma? Certo ne avrebbero riso e sarebbero divenuti più
intraprendenti di prima. Ora egli si credeva abbastanza formato alla
loro scuola, e non voleva più apparire sciocco agli occhi loro!...
Così una sera, dopo un’ora di deliziosa intimità nel salottino di lei,
seduti sul medesimo divano, con le ginocchia che quasi si toccavano,
sentendo il sangue montargli al capo e ingorgargli il cervello, egli le
afferrò ad un tratto le mani cingendosene la vita e le avventò un lungo
bacio sulla bocca.... La cantante si svincolò, balzò in piedi con uno
scatto di dignità oltraggiata e in rivolta, additandogli la porta con
un gesto solenne della mano e stendendo l’altra verso il bottone della
soneria elettrica. S’ella avesse serrato un pugnale in quel momento,
avrebbe fatto certamente pensare, tanto drammatica era la sua posa, ad
Elvira dell’_Ernani_ nell’atto di respingere il suo reale aggressore
— benchè in verità Torreforte, tra la sorpresa, la vergogna e lo
sconvolgimento della sua esaltazione bruscamente rientrata, non avesse
nulla di maestoso in tal frangente, ma piuttosto l’aria dimessa di un
cane frustato.
— Vi credevo migliore degli altri.... — gli disse mentre egli, dopo
aver balbettato qualche scusa, si disponeva ad andarsene non sapendo
che fare di meglio. — Mi sono ingannata!