V.

Sin dalla sera appresso, nella sua doppia qualità di critico teatrale e

di amico della prima donna, Filippo Torreforte incominciò a frequentare

il palcoscenico. Ella gli avea detto:

— Venite a trovarmi in camerino....

E Torreforte era andato, senza farselo dire due volte, senza adombrarsi

di fronte a sè stesso per tale novità pericolosa. Insensibilmente,

passando attraverso una serie graduale di piccole transazioni

interiori, un certo rilassamento di coscienza e di volontà avveniva

in lui. Egli non cessava un minuto di fissare la mèta vagheggiata,

ma si sorvegliava meno, allentava un poco le cinghie di ferro tra

le quali costringeva la sua giovinezza a languire, per respirare più

liberamente. Cominciava a trovarsi eccessivo, a sentirsi un tantino

ridicolo anche nel tiranneggiarsi in tal modo, nell’essere così rigido

verso sè stesso. L’esempio di tanta gente che in mezzo alla febbre del

lavoro più assiduo e assorbente trovava pure il tempo di godere, di

vivere, era lì per provargli come la difficile e bella impresa ch’egli

s’era assunta si potesse conciliare con qualche distrazione e con un

po’ di esperienza del mondo. E, mano mano che la sua vigile coscienza

si assopiva, degli appetiti lungamente repressi si svegliavano in lui

e un’ardente curiosità, un bisogno tormentoso di penetrare quel mondo

nuovo e seducente che la cantante avea schiuso all’imaginazione e al

desiderio di lui.

Il palcoscenico gli appariva come un luogo favoloso, pieno d’eccitante

mistero e di malsana attrazione; egli v’era salito col cuore che gli

batteva, la fantasia in tumulto e una vaga sensazione di sgomento.

Dapprima fu una delusione; tutto il lavorio della sua imaginazione

cadeva davanti allo spettacolo che gli offriva, tra un atto e l’altro,

il vasto e freddo ambiente attraversato dagli operai affaccendati che

attendevano a disporre la scena, popolato di coristi, di comparse, di

impiegati. Ma un segreto istinto gli diceva che la sua iniziazione

incominciava appena, che presto i suoi occhi, maggiormente abituati

all’ambiente, avrebbero veduto dippiù e di meglio!

Quando si trovò nel largo corridoio che mette in comunicazione tra

loro i camerini delle prime parti, una grande timidezza lo vinse. Degli

artisti stavano là seduti, in costume, degli altri finivano di vestirsi

e di _truccarsi_ per la scena, senza preoccuparsi d’esser veduti

attraverso la cortina mal tirata, chiacchierando con qualche amico in

visita o provando la voce con dei vocalizzi. Sul suo passaggio, tutti

gli sguardi gli si posavano addosso curiosamente, squadrandolo in un

modo imbarazzante, e gli ci volle tutto il proprio coraggio per farsi

indicare l’uscio della prima donna.

Picchiò debolmente; _Gioconda_ disse: avanti! Sì, era _Gioconda_ che

gli stava dinanzi adesso, non l’amabile amica alla cui tavola avea

pranzato la sera prima.

Il distacco pareva grande e reale a lui, trovandosele accanto ora dopo

averla ammirata dalla platea per due atti consecutivi, dopo aver diviso

col pubblico per lei la commozione e l’entusiasmo, dopo essersi tanto

interessato al personaggio ch’ella rappresentava.

_La cantatrice errante_ era pronta per andare alla festa di _Alvise

Badoero_, dove ella avrebbe fatto tranquillamente il suo ingresso

insieme a qualche figlia di doge. Ella era superba nel suo fastoso

costume di raso e di velluto azzurro; le magnifiche braccia uscivano

dalle ampie maniche aperte come da una guaina; la ricchezza del seno

era messa sontuosamente in evidenza dal larghissimo taglio dell’abito

sul petto. Aveva degli occhi più grandi ancora del solito, degli occhi

enormi, cupi e fantastici a guardarli così davvicino, per via della

larga striscia di bistro che li contornava al di sotto e del rosso

messo senza risparmio sulle palpebre. Tutti i tratti del viso, posti

sapientemente in luce e in ombra con del rosso o del bianco, prendevano

un rilievo straordinario, e le grosse labbra, coperte di carminio, si

aprivano sulla composta maschera del volto come un ardente e mostruoso

fiore.

In luogo di rompere il suo incanto, come avviene guardando da presso

una decorazione scenografica, la cantante conservava così agli occhi

di lui il proprio fascino strano fatto d’illusione: ella era più che

mai l’appassionata e pietosa amante di Enzo, veduta così davvicino.

Quel viso acceso e pallidissimo ad un tempo, come se la febbre della

passione lo consumasse, quegli occhi di fantasma, quelle labbra

sanguinanti, le davano il melodrammatico suggello del personaggio

rappresentato, erano l’imagine parlante dei sublimi trasporti di amore,

di gelosia, di sacrificio dai quali era agitata sulla scena!... Ma ella

lo riconduceva alla realtà, parlandogli della sera avanti, di Santo

Stefano, del giornale, ritornava per lui la buona amica, la signora

Alice Rossati.... Poi ancora, fra qualche minuto, all’avviso del

_buttafuori_ di rientrare in iscena, ella si sarebbe trasformata agli

occhi suoi, sarebbe ridiventata la _Gioconda_, l’eroica fanciulla che

si votava alla salvezza di Laura e di Enzo, che faceva fremere d’orrore

e di pietà tutta la sala allorchè andava a mormorare all’orecchio

del baritono la sua fatale promessa!... Era un singolare innesto del

fittizio sul reale che produceva una doppia personalità di cui l’una si

sovrapponeva all’altra alternativamente, procurando l’illusione di una

metamorfosi a vista.

Tale appunto era la sensazione che Torreforte provava in quel momento

e che gli faceva pregustare tutto il sapore acuto e particolare con

cui quella donna avrebbe deliziato il palato d’un amante. Mai la

sazietà — egli pensava — sarebbe stata possibile con lei poichè ella

era così varia, così mutabile, poichè ella incarnava in sè ad un

tempo tante diverse imagini ed anime di donne! E mai il suo possesso

avrebbe ingenerato la stanchezza perchè mai possesso sarebbe stato meno

pieno e durevole, perchè ad ogni momento ella si sarebbe ripresa per

trasformarsi in un’altra creatura ch’era ancora lei e che non era più

lei, che apparteneva tutta al pubblico e punto all’amante....

Vennero ad avvisarla che toccava a lei d’entrare in iscena; ella si

diede un rapido sguardo allo specchio, ingoiò un sorso di camomilla,

mise in bocca una pastiglia di liquirizia, e si salvò stringendo in

fretta e distrattamente la mano a Torreforte.

Questi rientrò nella propria parte anonima di spettatore, riprendendo

il proprio posto in platea. Ma le sue idee ripigliavano insensibilmente

il corso incominciato nel camerino della cantante. Gli applausi che il

pubblico le prodigava freneticamente gli mettevano un curioso brivido

addosso, come s’ella gli appartenesse e il successo di lei fosse pure

il suo. Pensava all’ebbrezza che doveva dare all’uomo del quale ella

fosse l’amante, lo spettacolo di quella folla in delirio, presa per

lei da un tal furore d’entusiasmo!... Che orgoglio doveva gonfiare il

cuore di colui che potesse dire tra sè: “Questa donna che solleva così

la commozione, l’entusiasmo, gli applausi di forse duemila persone, è

mia, mi appartiene anima e corpo, io la terrò nelle mie braccia mentre

ancora durerà l’eco delle ovazioni suscitate!...„

E di nuovo, il rimpianto già altre volte vagamente provato all’idea

che l’indeviabile cammino tracciatosi non gli consentisse di dedicarsi

anche per poco alla cantante, lo pungeva, ma più acutamente, più a

lungo, facendogli sentire per la prima volta la gravezza del fardello

che s’era addossato sulle spalle.

A poco a poco, diventò uno degli assidui del palcoscenico che

incominciava a non avere più segreti per lui e ad inoculargli nel

sangue il sottile veleno di lussuria che vi si respira. Per un nuovo

iniziato come egli era, lo spettacolo dentro le quinte prendeva in

certi momenti qualche cosa di veramente fantastico. Ad ogni passo,

s’incontravano delle coppie intente a parlottare a bassa voce, con

degli occhi animati e dei languidi sorrisi. Dietro una quinta, un

elegante in marsina poneva l’assedio al contralto che aspettava

le toccasse d’entrare in iscena; più in là era un giornalista che

domandava al mezzo soprano la meritata ricompensa del suo articolo

immeritamente laudativo; poi un tale che approfittava del _bis_ che il

pubblico domandava dell’aria del baritono — il quale aveva una moglie

assai carina e la stupidaggine d’esserne gelosissimo — per ripetere

all’orecchio di costei la propria aria; — e la serie continuava

ancora, sino al corista in vena di galanteria con qualche compagna

del coro, sino all’umile comparsa in intimo colloquio con qualche

dama o contadina di parata, arruolata come lui in mezzo alla strada. E

l’allegro battaglione leggero delle ballerine, sparso di qua e di là in

attesa della _battuta_ del coreografo, animava e completava il quadro,

raccogliendo e ricambiando sul passaggio delle frasi e delle amenità

da corpo di ballo, senza curarsi del direttore del palcoscenico e

delle multe della commissione teatrale che erano roba da ridere per la

maggior parte di loro....

Torreforte aveva finito col non mancar mai di fare la sua regolare

comparsa nel camerino di Alice Rossati tutte le sere ch’ella cantava.

Il giovane era più che mai nelle grazie della prima donna dopo gli

articoli entusiastici seguìti nella Sera all’acerba critica di Santo

Stefano; ella non gli avea prodigato mai quanto allora tanti sorrisi

luminosi, tante occhiate eloquenti, rendendolo oggetto dell’invidia e

della gelosia di coloro che frequentavano assiduamente come lui il suo

camerino.

La cantante amava molto di tenere circolo in quell’angusta e nuda

stanzina dove non c’era neppure modo di sedersi in più di due o tre per

volta, sopratutto quando non le toccava di mutare costume da un atto

all’altro e non era di prima scena. Ella era là come nel proprio regno,

come in soglio, e i suoi ammiratori venivano devotamente a metterle

sotto il naso l’incenso del loro desiderio velato di galanteria,

dell’adulazione e della maldicenza. Sentirsi desiderata, essere adulata

e fare della maldicenza alle spalle delle altre: ella aveva bisogno di

queste tre cose per vivere!

Torreforte non poteva meglio nè più rapidamente compiere altrove il suo

nuovo tirocinio come nel camerino di Alice Rossati. Tutto il bagaglio

delle idee generalmente professate in fatto di doverosa cavalleria

con le donne, di riserbo, di discrezione, era stimato vieto e stupido

colà. Vi convenivano sopratutto alcuni consumati don Giovanni di

palcoscenico che erano per lui il più sorprendente modello di cinica

disinvoltura. Non aveva egli udito l’irresistibile Valdora rispondere

tranquillamente, davanti a tutti, alla prima donna che gli domandava

sorridendo, con intenzione, notizie del mezzo soprano — un’alta e

magra bionda, molto elegante, ma già sul tramonto, la quale passava per

essere l’amante di lui:

— Ah, non me ne parlate! Quella lì è un terribile _crampon_, e non

sogno che di trovare chi me ne liberi!...

Alice Rossati fingeva di non volere ascoltare simili orrori sulle sue

compagne, si spingeva sino a recitare la commedia dell’indignazione

e della severità, ma in fondo non si compiaceva d’altro. I suoi

amici lo sapevano e non risparmiavano nè le insolenti indiscrezioni,

nè i frizzi, nè le malignità più sanguinose davanti a lei, anche

all’indirizzo di donne molto desiderate e corteggiate da loro, presso

le quali assai probabilmente ripetevano il medesimo giuoco a spese sue.

Torreforte osservava curiosamente tutto ciò e cercava di apprendere

meglio che poteva. Ma egli sentiva che la sua era ancora un’educazione

interamente da fare e che mai, forse, sarebbe giunto all’altezza dei

meno abili. Se ne accorgeva, per esempio, dinanzi alla ripugnanza, anzi

all’impossibilità di lasciar credere a proposito di lui ciò che i più

pensavano in presenza della significante ed ostentata preferenza che

la prima donna gli accordava su tutti gli altri. La cosa aveva delle

apparenze tali che, quando egli negava di essere in intimi rapporti con

la cantante, gli altri stimavano che si tenesse chiuso per discrezione

e lo trovavano stupido per avere di simili delicatezze.

Egli pure si trovava stupido all’eccesso con quel suo spirito di

cavalleria così mal collocato, ma sopratutto a cagione delle irrisorie

apparenze di un fatto a cui non dipendeva che da lui il dare tutta

la inebriante consistenza della realtà. Perchè dunque non era ancora

l’amante di quella donna che pareva non desiderasse di meglio, che

sin dal primo giorno gli aveva fatto chiaramente capire quanto egli

le piacesse, che non s’era stancata di fare tanti passi verso di lui,

mentr’egli era sempre rimasto scioccamente inchiodato al suo posto?...

Le sue paure e i suoi scrupoli di prima gli parevano adesso puerili

ed assurdi, sia per la progressiva evoluzione compiutasi in lui sotto

la sapiente opera di seduzione della cantante, sotto la dissolvente

influenza dell’ambiente, e sia perchè l’esempio di facilità e di

leggerezza negli amori di palcoscenico che gli veniva da tutte le

parti, lo rassicurava sulla possibilità di ogni pericolo pel suo

avvenire. Che cosa poteva rimetterci? Un po’ di tempo e di attività

rubati ai suoi affari, alla sua professione, di cui si sarebbe rifatto

dopo raddoppiando di zelo! Perchè dunque tardava ancora a prendersi

quella donna?...

Il desiderio lungamente covato del possesso, diventato ora bisogno

violento, s’imponeva a lui come una necessità improrogabile, non

lo faceva più per nulla esitare davanti alle probabilità maggiori o

minori di successo ch’egli avrebbe avuto uscendo ad un tratto dal suo

riserbo per osare un colpo d’audacia. È vero ch’ella gli aveva spesso

ripetuto, a proposito di passioni ispirate e non corrisposte da lei,

di assedî postile e vittoriosamente respinti: “_Con me, o matrimonio,

o nulla!_„ Ma non era che un ritornello conosciuto certo da tutti gli

amanti ch’ella aveva avuto, la parola d’ordine della sua virtù avanti

di capitolare!... Che avrebbero fatto Valdora, l’onorevole Ascani, i

vecchi topi di palcoscenico infine, s’ella avesse messo loro dinanzi

un tal dilemma? Certo ne avrebbero riso e sarebbero divenuti più

intraprendenti di prima. Ora egli si credeva abbastanza formato alla

loro scuola, e non voleva più apparire sciocco agli occhi loro!...

Così una sera, dopo un’ora di deliziosa intimità nel salottino di lei,

seduti sul medesimo divano, con le ginocchia che quasi si toccavano,

sentendo il sangue montargli al capo e ingorgargli il cervello, egli le

afferrò ad un tratto le mani cingendosene la vita e le avventò un lungo

bacio sulla bocca.... La cantante si svincolò, balzò in piedi con uno

scatto di dignità oltraggiata e in rivolta, additandogli la porta con

un gesto solenne della mano e stendendo l’altra verso il bottone della

soneria elettrica. S’ella avesse serrato un pugnale in quel momento,

avrebbe fatto certamente pensare, tanto drammatica era la sua posa, ad

Elvira dell’_Ernani_ nell’atto di respingere il suo reale aggressore

— benchè in verità Torreforte, tra la sorpresa, la vergogna e lo

sconvolgimento della sua esaltazione bruscamente rientrata, non avesse

nulla di maestoso in tal frangente, ma piuttosto l’aria dimessa di un

cane frustato.

— Vi credevo migliore degli altri.... — gli disse mentre egli, dopo

aver balbettato qualche scusa, si disponeva ad andarsene non sapendo

che fare di meglio. — Mi sono ingannata!

La prima donna · 第 9 / 36 题