IV.

L’abboccamento dei rispettivi padrini era fissato per le prime ore

pomeridiane del giorno di poi. Torreforte adunque aspettava i suoi

per sapere le condizioni concordate per lo scontro, quando, non senza

sorpresa, li vide giungere insieme al commendator Corradi, il direttore

della _Sera_. Come avevano tutti e tre delle faccie gaiamente composte

al sorriso, egli pensò con una punta di profonda amarezza: “_Ecco il

valore che ha la mia vita per questa gente!_...„

Ma invece la sua vita doveva avere un valore grande agli occhi loro,

poichè a sua insaputa avevano lavorato con tanto zelo e col miglior

successo a mettergliela al sicuro evitando il duello. La cosa non

pareva neppure possibile a Torreforte! Una sfida era corsa; lo sfidato

l’avea subito accettata e aveva inviato senz’altro i proprii secondi

per regolare le condizioni dello scontro, con l’esplicito mandato di

andare il più alla lesta possibile.... Ebbene, dopo tutto ciò, malgrado

l’andamento brusco e decisivo preso, la vertenza stava per essere

composta sopra un terreno assolutamente pacifico, Santo Stefano era

pronto a ritirare la sfida e si sarebbe quel giorno medesimo formulato

un verbale di conciliazione onorevolissimo per tutte e due le parti, a

meno che — soggiungevano quei signori — egli non s’ostinasse a volere

ad ogni costo il duello.

Torreforte non si ostinava punto; tutt’altro! Anzi gli toccava

imporsi uno sforzo per non dare spettacolo dell’esplosione di gioia

che avveniva dentro di lui sentendo l’incubo penosissimo svanire e

la tragedia paventata mutarsi in farsa. Ma intanto era naturalmente

pieno di curiosità, aveva fretta di sapere prima di tutto come tale

scioglimento imprevisto si fosse determinato, e assediava di domande

il commendator direttore al quale attribuiva il merito della felice

composizione.

— No, — questi rispose — bisogna dare a Cesare quel ch’è di Cesare!...

Sono stato io, è vero, a piegare Santo Stefano alla conciliazione,

ma il merito dell’iniziativa non mi spetta. Anzi, — soggiunse

ridendo, con l’aria di superiorità di un uomo che s’è trovato troppo

spesso in tali circostanze per dar loro soverchio peso — io vi avrei

lasciato tranquillamente battere, se non ci si fosse intromessa una

certa gentile persona che mi ha pregato caldissimamente di evitare a

qualunque costo uno scontro.

— E questa persona chi è? — domandò vivamente Torreforte.

— La signora Alice Rossati.

— Lei?!...

Allora il commendatore spiegò che la mattina, mentre era in redazione,

gli era capitata la visita della prima donna la quale, avendo saputo

della sfida mandata e accettata la sera stessa del fatto, veniva a

scongiurarlo di mettere in mezzo tutta la sua autorità di direttore

per impedire il duello, perchè ella non avrebbe mai saputo tollerare

l’idea che per causa sua e per una sciocchezza i due giovani si

fossero battuti! Un fatto simile le avrebbe amaramente avvelenato le

lusinghiere feste prodigatele dal pubblico e, se una disgrazia fosse

accaduta, non se lo sarebbe perdonato mai, ne sarebbe ammalata, avrebbe

certo dovuto sciogliere la scrittura! Davanti alla minaccia di un tale

disastro e dinanzi all’irresistibile eloquenza di tanta interceditrice,

a quella sopratutto delle sue linee superbe — concludeva il

commendatore facendo un comico gesto di golosa ammirazione — egli non

aveva saputo rifiutarsi, era corso da Santo Stefano, e l’eccellente

ragazzo che aveva la bontà di ascoltarlo con deferenza s’era lasciato

persuadere.

Torreforte passava di sorpresa in sorpresa e di emozione in emozione.

Così, a quella donna contro cui s’era accanito tutta la notte col

cervello sconvolto dall’imprevedibile avventura capitatagli, a quella

donna egli doveva il lieto scioglimento mercè il quale veniva liberato

come per incanto da ogni noia e da ogni pericolo? Ed egli aveva potuto

essere così stupidamente ingiusto verso di lei, attribuirle con la

fantasia malsanamente accesa non sapeva più che maligno potere, che

funesta influenza sulla sua vita?

Bisognava bene ammettere — egli ne conveniva umilmente tra sè — che

l’eccitazione della scena avuta con Santo Stefano e la prospettiva

del duello imminente gli avessero dato seriamente al cervello, per

aver potuto costruire tutto quel risibile edificio di sciocchezze e

di fanciullaggini! Non riusciva più neppure a comprendere adesso come

tale stato singolare d’animo e di spirito si fosse potuto determinare

in lui. E la sorpresa di sè stesso, mista al piacere dell’insperata

soluzione, era tanta ch’egli finiva per dimenticarsi degli altri i

quali stavano ad aspettare da lui l’ultima parola.

— E così? — domandò uno dei padrini.

— Ma! — rispose Torreforte — se Santo Stefano oltre alla sfida ritira

le sue parole offensive!...

— Questa è appunto la base dell’amichevole composizione ottenuta da me,

— intervenne il commendatore. — Santo Stefano si dichiara dolente delle

parole sfuggitegli nel calore della discussione e le ritira, mentre voi

dichiarerete di esservi lasciato trasportare da un movimento istintivo

di collera, ma senza nessuna determinata intenzione di offenderlo e di

venire a delle vie di fatto.... Così sarà concepito il verbale.

— Sta bene, allora! — disse semplicemente Torreforte, mentre avrebbe

voluto invece gridare con entusiasmo ch’era felice, che non domandava

di meglio che di finirla così.

— Alla buon’ora! — concluse il commendatore. — Ecco del sangue troppo

prezioso pel paese che non sarà versato!.... E adesso — soggiunse

sul punto d’andarsene — non mi resta che a pregarvi a nome della

signora Alice Rossati di andarla a trovare stasera al suo _hôtel_

dove, profittando del riposo concessole da un abbassamento di voce

del tenore, ci invita tutti a pranzo, noi, Santo Stefano e i suoi

secondi. È un’amabile idea di donna superiore, venutale allorchè sono

passato da lei a riferirle il buon risultato della mia missione presso

Santo Stefano e nella sicurezza che non sarebbero venute da voi altre

difficoltà fuori proposito. Ci rivedremo dunque là stasera; io mi sono

incaricato di condurre e presentare gli altri tre, mentre questi buoni

amici verranno insieme a voi.

Si ritrovarono tutti infatti la sera alla tavola della cantante, dopo

che i due avversari si erano già stretta la mano negli uffici della

_Sera_ e dopo aver disteso e firmato il verbale. Santo Stefano non

aveva per nulla l’aria imbarazzata nel subire l’ostentata lezione di

superiorità che la _prima donna_, mostrando di dimenticare il torto

fattole, gl’infliggeva sotto la forma dell’invito cortese. Il suo

agile spirito gli rendeva facile la prova spinosa per un altro; egli

conservava tranquillamente la sua perfetta libertà di contegno, come se

non fosse stato lui a comporre per essa la più severa ed ostile critica

il giorno innanzi.

Quanto a Filippo Torreforte, egli navigava nella più beata disposizione

d’animo. L’idea che quell’agitante episodio era ben chiuso, che

avrebbe potuto ritornarsene sin dall’indomani ai suoi affari, alla sua

tranquilla vita di lavoratore, lo rendeva leggero e contento come un

fanciullo.

Tale propizio atteggiamento interiore determinava in lui un particolare

impulso di simpatia verso la cantante, una forte corrente di

ammirazione sentimentale che s’allargava via via, per reazione, come

più in presenza di lei lo pungevano la vergogna ed il rimorso di essere

stato così ingiusto e stupidamente cattivo a suo riguardo.

Ella, appena le riuscì d’appartarsi un momento dagli altri, gli disse

attirandolo nel vano d’una finestra:

— Perchè volevate darmi la pena e il rimorso di essere stata io a

spingervi a un tal passo?

E Torreforte rispose, con un calore assolutamente sincero poichè in

quel momento egli sarebbe tornato deliberatamente a fare ciò che aveva

fatto la sera innanzi, e senza pentirsene dopo:

— Perchè le ingiustizie mi rivoltano in generale, e se poi toccano una

persona che mi è cara come voi, mi mettono addirittura fuori di me!

A tavola, ella lo fece sedere alla propria destra e si voltava tutti

i momenti dalla sua parte, trovando sempre qualche cosa da dirgli,

guardandolo lungamente, sorridendogli.... Col buon vento in poppa

di quegli sguardi e di quei sorrisi, Torreforte navigava sempre più

a gonfie vele nella dolcezza dello speciale momento psicologico che

attraversava. Il vedersi apertamente l’oggetto dell’attenzione e del

favore di lei sotto gli occhi di quegli uomini che erano tutti, più o

meno, dei don Giovanni di professione e chissà che cosa avrebbero dato

per trovarsi al posto di lui, solleticava piacevolissimamente il suo

amor proprio, disarmava la sua rigidezza.

Pensava che ci sarebbe stato tempo poi a riprendersi, a rientrare nella

sua prudente attitudine di riserbo, e intanto s’abbandonava adagio

adagio, quasi insensibilmente, sul pendìo fiorito del sentimento.

Era come una leggera ubriacatura di cui egli si rendeva ben conto,

senza allarmarsene però, sicuro che all’indomani sarebbe sfumata, e

attraverso la quale ella gli appariva più seducente e desiderabile che

mai.

Ma v’era dippiù. Adesso egli sentiva che non soltanto quella donna

era fatta per essere desiderata, ma anche per essere molto amata.

L’interesse ch’ella avea preso per lui, l’impegno con cui s’era

adoperata per evitargli di battersi a cagion di lei, anche a costo di

tirarsi dietro dei commenti calunniosi, non potevano deporre meglio

in favore della sua sensibilità, della delicata bontà dell’anima sua.

Perchè non convenirne con sè stesso dal momento che non concepiva

la possibilità di qualsiasi transazione? Se le loro strade non

fossero state così diversamente tracciate, se fosse stato possibile

a lui deviare dalla propria, non sentirsi spinto irresistibilmente

innanzi dalla coscienza del suo sacro dovere e della responsabilità

che gl’incombeva, certo egli avrebbe potuto innamorarsi seriamente

di quella donna! Appunto perchè si stimava troppo corazzato contro

qualunque tentazione e qualunque pericolo, egli smetteva di vigilarsi

per un poco in quell’eccezionale quarto d’ora di abbandono, e si

spingeva volentieri fino a secondare il delicato armeggio sentimentale

della cantante, ricambiando i suoi lunghi sguardi, i suoi sorrisi

eloquenti, tutte le classiche tradizioni infine di un _flirt_ bene

avviato.

Gli altri prendevano la loro parte di spettatori come meglio

potevano, ma chi se ne disimpegnava con maggior successo era ancora

Santo Stefano il quale aveva indovinato nell’attitudine della prima

donna un’intenzione di fare particolarmente dispetto a lui. Egli si

salvava sostenendo inesauribilmente le spese della conversazione,

obbligando all’attenzione, alle risposte, al riso, coloro che volevano

appartarsene. Poi, alle frutta, come se obbedisse all’ispirazione d’un

capriccio improvviso, annunziò che sarebbe partito il giorno appresso

per l’estero e che sarebbe stato assente due o tre mesi.

Fu un coro di esclamazioni e di inchieste; ognuno voleva sapere

come mai quella determinazione fosse stata presa così da un momento

all’altro, e perchè partisse, e dove andasse. Allora Santo Stefano

spiegò, inchinandosi davanti alla cantante con una grazia cavalleresca

di cui l’ironia sottile non isfuggì a lei.

— Vado in pellegrinaggio a fare espiazione dei miei peccati di critico!

La verità era ch’egli aveva già precedentemente ed in silenzio disposto

tale viaggio per raggiungere a Parigi una signora forestiera della

quale era molto preso e da cui s’era appena diviso con l’intesa di

ritrovarsi all’estero; per ciò appunto aveva facilmente acconsentito

alla pacifica composizione della vertenza capitatagli così di traverso

sul punto di partire.

— E adesso chi mi scriverà le riviste teatrali? — domandava con aria

desolata il commendator Corradi.

In realtà, per quanto egli poco si curasse di ciò nel suo giornale,

affogato com’era sino al collo nel _mare magnum_ della politica e della

finanza, pure la successione di Santo Stefano nella rubrica _teatri_ lo

imbarazzava molto. Questo giornalista era un abile uomo che avea saputo

sfruttare largamente il proprio giornale, facendone l’organo ascoltato

ed autorevole delle combinazioni politiche e bancarie meglio destinate

al successo. E poichè aveva capito che il valore commerciabile del

suo giornale stava in proporzione del credito e dell’autorità che

godeva presso il pubblico, nessuno era più vigile di lui nella scelta

dei singoli redattori, nell’impedire che, all’infuori del traffico in

grande di sua privativa, il menomo mercimonio venisse praticato nelle

sue colonne. Perciò faceva posto assai volentieri a dei giornalisti

dilettanti, di valore però, al di sopra di ogni sospetto come Santo

Stefano; perciò l’abbandono da parte di costui di una rubrica che la

prodigalità degli artisti, pur di soddisfare la loro sete di lodi,

rendeva assai delicata, lo mise in quel momento in imbarazzo e gli fece

venire in fine l’ispirazione di offrire a Torreforte la successione del

critico in partenza.

Torreforte dapprima rise a quella proposta; ma, come l’altro insisteva

con la migliore serietà del mondo, egli mise avanti candidamente il

_non possumus_ della propria incompetenza in materia. Ma non servì a

nulla! Il commendatore teneva alla sua idea e ci s’era ostinato; gli

altri s’univano a lui, approvando la scelta, incitandolo ad accettare

— Santo Stefano più di tutti, con la sua aria finemente ironica che

non lasciava capire mai quando parlasse sul serio o quando dicesse per

burla. Più Torreforte si schermiva, più gli altri insistevano. Gli avea

detto il commendatore:

— Col vostro talento nulla vi può riuscire difficile!

Gli avea detto Santo Stefano, guardando la cantante con intenzione:

— Andiamo, vedrai come ti ci farai subito la mano!

Quanto alla sua amica, ella non gli avea detto nulla in proposito,

essendo troppo interessata nella quistione perchè le fosse permesso

d’interloquire, ma lo avea guardato con tali occhi, con tale persuasivo

sorriso, che in verità non avrebbe potuto essere più eloquente.

Infine, egli stesso non avrebbe saputo dir bene come si fosse lasciato

determinare, ma s’era sentito così circuito e incalzato e, nel momento

particolare d’abbandono che attraversava, si era trovato talmente

disarmato di fronte a sè stesso, ch’egli avea finito con l’accettare

quella proposta di cui un momento avanti avea sorriso, come si sorride

di certe assurde ed inammissibili cose.

Alice Rossati stentava a nascondere la propria gioia. E quando Santo

Stefano la salutò per andarsene, ella non seppe resistere al piacere

di scoccargli una frecciata, felice di scuotersi dalle spalle, alla

fine, il grave manto di dignità che la sua faticosa parte di donna

superiore le avea imposto. In fondo, se il duello fosse avvenuto, se

Torreforte avesse allungato al suo avversario una buona sciabolata, non

sarebbe certo stata lei a piangerne! Ma poichè avrebbe potuto benissimo

accadere il contrario e poichè in ogni caso non ne sarebbero venuti a

lei che noie, rancori, ostilità di partiti, ella s’era invece adoperata

col massimo zelo ad ottenere una riconciliazione, ciò che non poteva

guadagnarle che del favore e delle simpatie nel pubblico.

— Così — ella dunque disse a Santo Stefano — il vostro articolo era il

canto del cigno?!

— No! — rispose il giovanotto con una trasparentissima insolenza che

le fece mordere le labbra, tanto la colpiva giusto. — Non era che una

brutta rana la quale gracidava per l’ultima volta, avanti di cedere il

posto ad un piccolo passero delizioso!...

La prima donna · 第 8 / 36 题