L’abboccamento dei rispettivi padrini era fissato per le prime ore
pomeridiane del giorno di poi. Torreforte adunque aspettava i suoi
per sapere le condizioni concordate per lo scontro, quando, non senza
sorpresa, li vide giungere insieme al commendator Corradi, il direttore
della _Sera_. Come avevano tutti e tre delle faccie gaiamente composte
al sorriso, egli pensò con una punta di profonda amarezza: “_Ecco il
valore che ha la mia vita per questa gente!_...„
Ma invece la sua vita doveva avere un valore grande agli occhi loro,
poichè a sua insaputa avevano lavorato con tanto zelo e col miglior
successo a mettergliela al sicuro evitando il duello. La cosa non
pareva neppure possibile a Torreforte! Una sfida era corsa; lo sfidato
l’avea subito accettata e aveva inviato senz’altro i proprii secondi
per regolare le condizioni dello scontro, con l’esplicito mandato di
andare il più alla lesta possibile.... Ebbene, dopo tutto ciò, malgrado
l’andamento brusco e decisivo preso, la vertenza stava per essere
composta sopra un terreno assolutamente pacifico, Santo Stefano era
pronto a ritirare la sfida e si sarebbe quel giorno medesimo formulato
un verbale di conciliazione onorevolissimo per tutte e due le parti, a
meno che — soggiungevano quei signori — egli non s’ostinasse a volere
ad ogni costo il duello.
Torreforte non si ostinava punto; tutt’altro! Anzi gli toccava
imporsi uno sforzo per non dare spettacolo dell’esplosione di gioia
che avveniva dentro di lui sentendo l’incubo penosissimo svanire e
la tragedia paventata mutarsi in farsa. Ma intanto era naturalmente
pieno di curiosità, aveva fretta di sapere prima di tutto come tale
scioglimento imprevisto si fosse determinato, e assediava di domande
il commendator direttore al quale attribuiva il merito della felice
composizione.
— No, — questi rispose — bisogna dare a Cesare quel ch’è di Cesare!...
Sono stato io, è vero, a piegare Santo Stefano alla conciliazione,
ma il merito dell’iniziativa non mi spetta. Anzi, — soggiunse
ridendo, con l’aria di superiorità di un uomo che s’è trovato troppo
spesso in tali circostanze per dar loro soverchio peso — io vi avrei
lasciato tranquillamente battere, se non ci si fosse intromessa una
certa gentile persona che mi ha pregato caldissimamente di evitare a
qualunque costo uno scontro.
— E questa persona chi è? — domandò vivamente Torreforte.
— La signora Alice Rossati.
— Lei?!...
Allora il commendatore spiegò che la mattina, mentre era in redazione,
gli era capitata la visita della prima donna la quale, avendo saputo
della sfida mandata e accettata la sera stessa del fatto, veniva a
scongiurarlo di mettere in mezzo tutta la sua autorità di direttore
per impedire il duello, perchè ella non avrebbe mai saputo tollerare
l’idea che per causa sua e per una sciocchezza i due giovani si
fossero battuti! Un fatto simile le avrebbe amaramente avvelenato le
lusinghiere feste prodigatele dal pubblico e, se una disgrazia fosse
accaduta, non se lo sarebbe perdonato mai, ne sarebbe ammalata, avrebbe
certo dovuto sciogliere la scrittura! Davanti alla minaccia di un tale
disastro e dinanzi all’irresistibile eloquenza di tanta interceditrice,
a quella sopratutto delle sue linee superbe — concludeva il
commendatore facendo un comico gesto di golosa ammirazione — egli non
aveva saputo rifiutarsi, era corso da Santo Stefano, e l’eccellente
ragazzo che aveva la bontà di ascoltarlo con deferenza s’era lasciato
persuadere.
Torreforte passava di sorpresa in sorpresa e di emozione in emozione.
Così, a quella donna contro cui s’era accanito tutta la notte col
cervello sconvolto dall’imprevedibile avventura capitatagli, a quella
donna egli doveva il lieto scioglimento mercè il quale veniva liberato
come per incanto da ogni noia e da ogni pericolo? Ed egli aveva potuto
essere così stupidamente ingiusto verso di lei, attribuirle con la
fantasia malsanamente accesa non sapeva più che maligno potere, che
funesta influenza sulla sua vita?
Bisognava bene ammettere — egli ne conveniva umilmente tra sè — che
l’eccitazione della scena avuta con Santo Stefano e la prospettiva
del duello imminente gli avessero dato seriamente al cervello, per
aver potuto costruire tutto quel risibile edificio di sciocchezze e
di fanciullaggini! Non riusciva più neppure a comprendere adesso come
tale stato singolare d’animo e di spirito si fosse potuto determinare
in lui. E la sorpresa di sè stesso, mista al piacere dell’insperata
soluzione, era tanta ch’egli finiva per dimenticarsi degli altri i
quali stavano ad aspettare da lui l’ultima parola.
— E così? — domandò uno dei padrini.
— Ma! — rispose Torreforte — se Santo Stefano oltre alla sfida ritira
le sue parole offensive!...
— Questa è appunto la base dell’amichevole composizione ottenuta da me,
— intervenne il commendatore. — Santo Stefano si dichiara dolente delle
parole sfuggitegli nel calore della discussione e le ritira, mentre voi
dichiarerete di esservi lasciato trasportare da un movimento istintivo
di collera, ma senza nessuna determinata intenzione di offenderlo e di
venire a delle vie di fatto.... Così sarà concepito il verbale.
— Sta bene, allora! — disse semplicemente Torreforte, mentre avrebbe
voluto invece gridare con entusiasmo ch’era felice, che non domandava
di meglio che di finirla così.
— Alla buon’ora! — concluse il commendatore. — Ecco del sangue troppo
prezioso pel paese che non sarà versato!.... E adesso — soggiunse
sul punto d’andarsene — non mi resta che a pregarvi a nome della
signora Alice Rossati di andarla a trovare stasera al suo _hôtel_
dove, profittando del riposo concessole da un abbassamento di voce
del tenore, ci invita tutti a pranzo, noi, Santo Stefano e i suoi
secondi. È un’amabile idea di donna superiore, venutale allorchè sono
passato da lei a riferirle il buon risultato della mia missione presso
Santo Stefano e nella sicurezza che non sarebbero venute da voi altre
difficoltà fuori proposito. Ci rivedremo dunque là stasera; io mi sono
incaricato di condurre e presentare gli altri tre, mentre questi buoni
amici verranno insieme a voi.
Si ritrovarono tutti infatti la sera alla tavola della cantante, dopo
che i due avversari si erano già stretta la mano negli uffici della
_Sera_ e dopo aver disteso e firmato il verbale. Santo Stefano non
aveva per nulla l’aria imbarazzata nel subire l’ostentata lezione di
superiorità che la _prima donna_, mostrando di dimenticare il torto
fattole, gl’infliggeva sotto la forma dell’invito cortese. Il suo
agile spirito gli rendeva facile la prova spinosa per un altro; egli
conservava tranquillamente la sua perfetta libertà di contegno, come se
non fosse stato lui a comporre per essa la più severa ed ostile critica
il giorno innanzi.
Quanto a Filippo Torreforte, egli navigava nella più beata disposizione
d’animo. L’idea che quell’agitante episodio era ben chiuso, che
avrebbe potuto ritornarsene sin dall’indomani ai suoi affari, alla sua
tranquilla vita di lavoratore, lo rendeva leggero e contento come un
fanciullo.
Tale propizio atteggiamento interiore determinava in lui un particolare
impulso di simpatia verso la cantante, una forte corrente di
ammirazione sentimentale che s’allargava via via, per reazione, come
più in presenza di lei lo pungevano la vergogna ed il rimorso di essere
stato così ingiusto e stupidamente cattivo a suo riguardo.
Ella, appena le riuscì d’appartarsi un momento dagli altri, gli disse
attirandolo nel vano d’una finestra:
— Perchè volevate darmi la pena e il rimorso di essere stata io a
spingervi a un tal passo?
E Torreforte rispose, con un calore assolutamente sincero poichè in
quel momento egli sarebbe tornato deliberatamente a fare ciò che aveva
fatto la sera innanzi, e senza pentirsene dopo:
— Perchè le ingiustizie mi rivoltano in generale, e se poi toccano una
persona che mi è cara come voi, mi mettono addirittura fuori di me!
A tavola, ella lo fece sedere alla propria destra e si voltava tutti
i momenti dalla sua parte, trovando sempre qualche cosa da dirgli,
guardandolo lungamente, sorridendogli.... Col buon vento in poppa
di quegli sguardi e di quei sorrisi, Torreforte navigava sempre più
a gonfie vele nella dolcezza dello speciale momento psicologico che
attraversava. Il vedersi apertamente l’oggetto dell’attenzione e del
favore di lei sotto gli occhi di quegli uomini che erano tutti, più o
meno, dei don Giovanni di professione e chissà che cosa avrebbero dato
per trovarsi al posto di lui, solleticava piacevolissimamente il suo
amor proprio, disarmava la sua rigidezza.
Pensava che ci sarebbe stato tempo poi a riprendersi, a rientrare nella
sua prudente attitudine di riserbo, e intanto s’abbandonava adagio
adagio, quasi insensibilmente, sul pendìo fiorito del sentimento.
Era come una leggera ubriacatura di cui egli si rendeva ben conto,
senza allarmarsene però, sicuro che all’indomani sarebbe sfumata, e
attraverso la quale ella gli appariva più seducente e desiderabile che
mai.
Ma v’era dippiù. Adesso egli sentiva che non soltanto quella donna
era fatta per essere desiderata, ma anche per essere molto amata.
L’interesse ch’ella avea preso per lui, l’impegno con cui s’era
adoperata per evitargli di battersi a cagion di lei, anche a costo di
tirarsi dietro dei commenti calunniosi, non potevano deporre meglio
in favore della sua sensibilità, della delicata bontà dell’anima sua.
Perchè non convenirne con sè stesso dal momento che non concepiva
la possibilità di qualsiasi transazione? Se le loro strade non
fossero state così diversamente tracciate, se fosse stato possibile
a lui deviare dalla propria, non sentirsi spinto irresistibilmente
innanzi dalla coscienza del suo sacro dovere e della responsabilità
che gl’incombeva, certo egli avrebbe potuto innamorarsi seriamente
di quella donna! Appunto perchè si stimava troppo corazzato contro
qualunque tentazione e qualunque pericolo, egli smetteva di vigilarsi
per un poco in quell’eccezionale quarto d’ora di abbandono, e si
spingeva volentieri fino a secondare il delicato armeggio sentimentale
della cantante, ricambiando i suoi lunghi sguardi, i suoi sorrisi
eloquenti, tutte le classiche tradizioni infine di un _flirt_ bene
avviato.
Gli altri prendevano la loro parte di spettatori come meglio
potevano, ma chi se ne disimpegnava con maggior successo era ancora
Santo Stefano il quale aveva indovinato nell’attitudine della prima
donna un’intenzione di fare particolarmente dispetto a lui. Egli si
salvava sostenendo inesauribilmente le spese della conversazione,
obbligando all’attenzione, alle risposte, al riso, coloro che volevano
appartarsene. Poi, alle frutta, come se obbedisse all’ispirazione d’un
capriccio improvviso, annunziò che sarebbe partito il giorno appresso
per l’estero e che sarebbe stato assente due o tre mesi.
Fu un coro di esclamazioni e di inchieste; ognuno voleva sapere
come mai quella determinazione fosse stata presa così da un momento
all’altro, e perchè partisse, e dove andasse. Allora Santo Stefano
spiegò, inchinandosi davanti alla cantante con una grazia cavalleresca
di cui l’ironia sottile non isfuggì a lei.
— Vado in pellegrinaggio a fare espiazione dei miei peccati di critico!
La verità era ch’egli aveva già precedentemente ed in silenzio disposto
tale viaggio per raggiungere a Parigi una signora forestiera della
quale era molto preso e da cui s’era appena diviso con l’intesa di
ritrovarsi all’estero; per ciò appunto aveva facilmente acconsentito
alla pacifica composizione della vertenza capitatagli così di traverso
sul punto di partire.
— E adesso chi mi scriverà le riviste teatrali? — domandava con aria
desolata il commendator Corradi.
In realtà, per quanto egli poco si curasse di ciò nel suo giornale,
affogato com’era sino al collo nel _mare magnum_ della politica e della
finanza, pure la successione di Santo Stefano nella rubrica _teatri_ lo
imbarazzava molto. Questo giornalista era un abile uomo che avea saputo
sfruttare largamente il proprio giornale, facendone l’organo ascoltato
ed autorevole delle combinazioni politiche e bancarie meglio destinate
al successo. E poichè aveva capito che il valore commerciabile del
suo giornale stava in proporzione del credito e dell’autorità che
godeva presso il pubblico, nessuno era più vigile di lui nella scelta
dei singoli redattori, nell’impedire che, all’infuori del traffico in
grande di sua privativa, il menomo mercimonio venisse praticato nelle
sue colonne. Perciò faceva posto assai volentieri a dei giornalisti
dilettanti, di valore però, al di sopra di ogni sospetto come Santo
Stefano; perciò l’abbandono da parte di costui di una rubrica che la
prodigalità degli artisti, pur di soddisfare la loro sete di lodi,
rendeva assai delicata, lo mise in quel momento in imbarazzo e gli fece
venire in fine l’ispirazione di offrire a Torreforte la successione del
critico in partenza.
Torreforte dapprima rise a quella proposta; ma, come l’altro insisteva
con la migliore serietà del mondo, egli mise avanti candidamente il
_non possumus_ della propria incompetenza in materia. Ma non servì a
nulla! Il commendatore teneva alla sua idea e ci s’era ostinato; gli
altri s’univano a lui, approvando la scelta, incitandolo ad accettare
— Santo Stefano più di tutti, con la sua aria finemente ironica che
non lasciava capire mai quando parlasse sul serio o quando dicesse per
burla. Più Torreforte si schermiva, più gli altri insistevano. Gli avea
detto il commendatore:
— Col vostro talento nulla vi può riuscire difficile!
Gli avea detto Santo Stefano, guardando la cantante con intenzione:
— Andiamo, vedrai come ti ci farai subito la mano!
Quanto alla sua amica, ella non gli avea detto nulla in proposito,
essendo troppo interessata nella quistione perchè le fosse permesso
d’interloquire, ma lo avea guardato con tali occhi, con tale persuasivo
sorriso, che in verità non avrebbe potuto essere più eloquente.
Infine, egli stesso non avrebbe saputo dir bene come si fosse lasciato
determinare, ma s’era sentito così circuito e incalzato e, nel momento
particolare d’abbandono che attraversava, si era trovato talmente
disarmato di fronte a sè stesso, ch’egli avea finito con l’accettare
quella proposta di cui un momento avanti avea sorriso, come si sorride
di certe assurde ed inammissibili cose.
Alice Rossati stentava a nascondere la propria gioia. E quando Santo
Stefano la salutò per andarsene, ella non seppe resistere al piacere
di scoccargli una frecciata, felice di scuotersi dalle spalle, alla
fine, il grave manto di dignità che la sua faticosa parte di donna
superiore le avea imposto. In fondo, se il duello fosse avvenuto, se
Torreforte avesse allungato al suo avversario una buona sciabolata, non
sarebbe certo stata lei a piangerne! Ma poichè avrebbe potuto benissimo
accadere il contrario e poichè in ogni caso non ne sarebbero venuti a
lei che noie, rancori, ostilità di partiti, ella s’era invece adoperata
col massimo zelo ad ottenere una riconciliazione, ciò che non poteva
guadagnarle che del favore e delle simpatie nel pubblico.
— Così — ella dunque disse a Santo Stefano — il vostro articolo era il
canto del cigno?!
— No! — rispose il giovanotto con una trasparentissima insolenza che
le fece mordere le labbra, tanto la colpiva giusto. — Non era che una
brutta rana la quale gracidava per l’ultima volta, avanti di cedere il
posto ad un piccolo passero delizioso!...