III.

Filippo Torreforte, in fondo, avrebbe rinunziato volentieri al suo

ideale rango ornitologico d’araba fenice per prendere anche lui le

penne di un brutto uccello di rapina, come tutti coloro che volavano

continuamente attorno alla cantante insidiandone la virtù. Gli pareva

inutile di nascondere a sè stesso la viva impressione ch’ella gli avea

prodotto, che la trovava in particolar modo seducente, che pensava

a lei infine come ad un frutto assai tentante, d’un sapore ignorato

ma certo acutissimo, su cui sarebbe stato ben felice di allungare la

mano. Ma egli avea tutt’altro da fare che dimenticarsi nel giardino del

piacere, dietro a dei frutti non abbastanza alla sua portata; troppo

grave era la missione impostasi, troppo bello e ancora lontano l’ideale

al quale voleva arrivare, perchè la prima tentazione capitatagli

potesse metterlo fuori via o semplicemente fargli rallentate la sua

marcia forzata verso la mèta prefissa. E contro ogni seduzione, più

forte di qualunque stimolo, gli sorrideva il pensiero luminoso di sua

madre, della cara persona adorata che egli avea giurato di riscattare

dalla rovina e dalla tristezza!

Così, Torreforte si contentava modestamente della sua parte di amico

senza _secondi fini_, e ancora non gli avanzava tempo nè libertà

di spirito per disimpegnarsene con abbastanza zelo, tanto che ella

doveva raccomandargli di non abbandonarla troppo, e certe volte veniva

persino a fare appello alla memoria di lui con qualche bigliettino

sollecitativo — quei suoi biglietti fortemente odoranti di _corylopsis_

che lo turbavano un poco, poichè tal profumo l’avea anche sentito

addosso a lei e gli svegliava delle imagini carnali. E la prima sera

in cui dopo un’infinita serie di contrattempi e di ritardi imprevisti

la cantante si presentò al pubblico nella _Gioconda_, gli parve quasi

di farle un sacrificio andando a teatro, poichè giusto in quei giorni

l’occupava un importantissimo ricorso da discutere.

Ma come ne fu largamente compensato, come ella gli fece dimenticare

per un momento il suo ricorso, il Tribunale, ogni cosa! Rare volte

gli pareva di aver sentito una voce tanto calda e vibrante una tale

potenza d’accento! L’appassionato personaggio del dramma non poteva

vivere più intensamente in lei: la sua azione efficacissima, spesso

trascinante, secondava mirabilmente le preziose qualità della voce;

la sua figura statuaria che dominava la scena, il volto pieno d’anima

e d’espressione, i suoi occhi — quegli occhi che narravano da soli

tutto un poema d’amore, di gelosia, di sacrificio e di disperazione —

secondavano la commovente efficacia dell’azione.

Non era stato un entusiasmo solitario il suo! In certi momenti

culminanti nella parte di lei, egli aveva sentito un sussurro levarsi

nella sala, come un fremito d’ammirazione che agitava tutto quel

campo di teste nella platea. E quando ella era andata a soffiare

nell’orecchio del baritono la sua fatale promessa: “_Se lo salvi

e adduci al lido_....„ — nell’angosciosa invocazione al suicidio,

nell’improvviso scatto di funebre gaiezza all’ultimo, allorchè Gioconda

dice a Barnaba: “_Vo’ farmi più bella, più fulgida ancor!_„ — erano

scoppiati degli applausi senza fine, dei veri uragani d’applausi che

l’obbligavano ogni volta ad interrompere la scena per venire innanzi

alla ribalta, ringraziando il pubblico con un certo stanco sorriso

tutto suo, e gli occhi vaghi, quasi trasognati, che dicevano lo sforzo

penoso per uscire dall’illusione del personaggio rappresentato.

Egli la rivedeva ancora, mentre cercava di conciliar sonno nel suo

letto senza riuscirci, ritrovava nell’orecchio certi accenti d’una

tale drammatica potenza che ne avea sussultato. Gli riappariva nel

suo pittoresco costume del prim’atto, con quella veste cupamente

nera rialzata sopra la gonna cupamente rossa che dava un risalto più

energico alle linee grandiose del corpo e del volto, e poi, all’ultimo,

tutta chiusa, come l’imagine della disperazione, nel manto scuro in cui

s’avvolgeva per non vedere le carezze che il tenore e il mezzo soprano,

coll’egoismo della gente felice, si prodigavano proprio sotto agli

occhi di lei.

Dal costume di _Gioconda_ a quelle vestaglie ch’ella usava indossare

per riceverlo a casa sua, con dei lunghi strascichi, con delle

amplissime maniche di velluto, degli abiti d’un gusto teatrale e più

che vivace, il salto non era difficile. Egli la rivedeva dunque seduta

accanto a lui nel salottino dell’albergo, molto vicino, sottolineando

col languido sorriso che le era particolare un mondo di piccole cose

ingegnosamente lusinghevoli per lui.... Gli sembrava di risentire il

forte profumo di _corylopsis_ che emanava da lei, dalla sua pelle,

lo aspirava avidamente.... Poi, come la sua fantasia s’eccitava,

s’accendeva nella smania dell’insonnia, nel calduccio del letto,

egli passava a levarle d’addosso il costume del teatro e la vestaglia

di casa, la spogliava tutta cupidamente, si metteva a sezionare col

desiderio il suo nudo, salendo dalle gambe, delle quali s’indovinava

bene il contorno robusto e perfetto attraverso la veste, al seno colmo

e poderoso di cui aveva seguìto tutta la sera l’ansare scomposto e

turbante per la simulata violenza della passione, e che s’imaginava di

serrare contro il suo petto, contro il suo viso.... Gli pareva sentire

attorno al collo la stretta di quelle braccia muscolose, bianchissime,

voluttuosamente tornite, che gli avevano fatto provare un brivido lungo

la schiena allorchè ella le avea agitate ebbramente, selvaggiamente in

aria, durante il duetto con Laura, alla frase: “_L’amo come il fulgor

del creato...!_„

Infine, una notte bianca, passata a rigirarsi smaniosamente da un

fianco sull’altro, quasi avesse la febbre, piena di visioni lascive!...

Ma tutto si ridusse a questo, all’agitazione di una notte d’insonnia

provocata dall’emozione dello spettacolo e alimentata poi dal suo

sangue troppo giovane e troppo contenuto, come non di rado gli accadeva

nella sua casta esistenza di studioso e di lavoratore. E all’indomani,

recandosi a congratularsi con lei del clamoroso successo, egli era

ritornato perfettamente l’ideale amico di prima, l’araba fenice degli

amici.

Chi invece si trovava addirittura fuori delle proprie abituali

condizioni d’animo, era la prima donna. Torreforte la sorprese in uno

stato straordinario d’eccitamento e di collera: una jena addirittura,

una vera Eumenide, come amabilmente l’avea chiamata la sera avanti

_Enzo_ nell’ultim’atto di _Gioconda_!

Il giornale ch’ella avea brandito furiosamente vedendolo entrare e

che gli mise sotto gli occhi senz’altro, con la muta eloquenza del suo

furore, gli avea tosto spiegato ogni cosa: era la _Sera_, uscita con

un articolo ostilissimo di Santo Stefano dove le si rimproverava di

forzare la voce negli acuti uscendo sempre orribilmente di tono, di

cantare con pessima scuola, di rendere grottesca la parte a furia di

esagerare e di strafare — una demolizione feroce infine!

Egli le rese il giornale in silenzio, sinceramente afflitto ed

umiliato, cercando le parole per consolarla. Ella invece non badava

a cercarle, le parole, se le lasciava uscire di bocca così come le

venivano nell’impeto del suo sdegno, scagliandosi ingiuriosamente

contro il critico, con tanta maggiore veemenza che qualcuno dei suoi

appunti era tecnicamente giusto. Dal nemico passava quindi all’amico,

al quale rimproverava duramente l’esito dei buoni ufficî promessi e

interposti, la leggerezza con cui doveva essersi occupato della cosa

dopo averla rassicurata nel modo più assoluto!

Torreforte infatti ne avea parlato una volta a Santo Stefano, con

cui del resto non avea che dei rapporti d’ufficio di redazione, e

poichè questi gli avea vagamente risposto che non esisteva in lui

alcun preconcetto ostile, che avea troppo rispetto di sè per dire

nel giornale qualche cosa all’infuori della verità, egli se n’era

stimato pago e non aveva insistito altro. Così lasciava adesso la

bufera imperversare sul suo capo senza neppure sorprendersi di quel

cambiamento troppo repentino e radicale d’umore a suo riguardo;

anzi conveniva umilmente tra sè che meritava di essere rimproverato

anche dippiù. Ella era stata per lui d’una affabilità particolare e

cattivante, lo avea trattato come un vero amico, piena di stima e di

confidenza; oltre a ciò, l’incarico di disarmare il critico era stato

lui ad assumerselo, spontaneamente. E dopo che ella, persuasa, s’era

affidata a lui, egli avea dimenticato che chi prende un impegno ha

il dovere di adempierlo coscienziosamente, sino in fondo. Eppoi la

malafede e l’ingiustizia di Santo Stefano lo indignavano, sollevavano

la sua coscienza di galantuomo; il proprio facile entusiasmo,

urtandosi contro la fredda e voluta ostilità del critico, lo irritava

profondamente, lo faceva rivoltare.

Uscì di là eccitatissimo, dirigendosi alla redazione della _Sera_ dove

contava trovare Santo Stefano e sfogarsi contro di lui dicendogli il

fatto suo senz’altro. Ve lo trovò infatti, e non mancò di alleggerirsi

il cuore, mentre l’altro lo lasciava dire con un sorriso altero ed

ironico sulle labbra. Quando egli ebbe finito, Santo Stefano rispose

insolentemente che non accettava lezioni da alcuno, e come Torreforte

ribatteva, inasprito, quegli gli diede del provinciale, e poi ancora

del villano, cosicchè l’altro sentì annebbiarglisi il cervello e gli si

slanciò contro....

Delle persone presenti alla scena si frapposero riuscendo ad evitare a

tempo l’estremo delle vie di fatto — il che, naturalmente, non impedì a

Santo Stefano di credersi in diritto e in dovere di mandare una sfida,

ciò che fece sul luogo, incaricandone due amici ch’erano con lui,

mentr’egli se ne andava zufolando tranquillamente. E come ricevette

i padrini, nella stanzuccia del proto dove se l’erano condotto via,

Torreforte uscì a cercare i proprî.

Tutto questo era avvenuto con una rapidità trascinante, in mezzo ad una

febbre d’eccitazione tale che non avea lasciato a Filippo Torreforte

nè il tempo nè il modo di riflettere. Ma appena rientrato a casa

sua, dopo aver trovati i propri padrini e presi i necessarî accordi

con loro, appena rimasto solo e con gli occhi ben aperti in faccia

alla situazione creatasi, alla prospettiva di quel duello, la sua

esaltazione cadde d’un tratto, egli ebbe uno di quei risvegli pieni

di amarezza e di smarrimento che conoscono i giocatori dopo una notte

disastrosa passata alla tavola verde.

All’eccitazione che se ne andava, un senso di profondo stupore

succedeva. Egli dunque si sarebbe battuto, forse all’indomani?!

Perchè?... Per chi?... Per quella donna!... Ma che era quella donna

per lui?... Che cosa rappresentava nella sua esistenza perchè si

esponesse per essa al pericolo più grave?... Egli se lo ripeteva

duramente, con una sicurezza di coscienza che gli aumentava la

sorpresa: Nulla, nulla!... assolutamente nulla! Non aveva neppure

ambìto al suo possesso, non si era nemmeno schierato tra coloro che

pretendevano ai suoi favori, per non averle a sacrificare il tempo e

la relativa libertà di spirito che un tale atteggiamento gli avrebbe

necessariamente preso! E nonostante la sua completa indipendenza da

ogni attaccamento di qualunque specie, malgrado ch’ella gli fosse

perfettamente estranea e indifferente, doveva mettere in giuoco adesso

per lei la sua vita?...

Un grande sbigottimento lo vinse a quest’idea. Egli non si sentiva

vile, non avrebbe esitato dinanzi al pericolo, se il dovere, se un

risentimento proporzionato e legittimo ve l’avessero chiamato. Ma

corrervi incontro così, senza ch’egli riuscisse a spiegare a sè stesso

come e perchè?!...

I suoi pensieri prendevano una corrente paurosa e lugubre.... Santo

Stefano passava per una delle migliori lame tra gli amatori di scherma,

era anche assai forte al tiro, come in qualunque altro genere di

_sport_ — ed egli non avea mai messo piede in una sala d’armi, non

sapeva neppure tenere in mano la sciabola! V’erano dunque novanta

probabilità contro cento che egli sarebbe rimasto ferito nello scontro,

gravemente, mortalmente forse, anzi certo mortalmente, lo sentiva!... E

sua madre, le sue sorelle? Come avrebbero potuto sopportare quel colpo?

che sarebbe avvenuto di loro, s’egli moriva?...

Sua madre che l’adorava, ch’egli adorava, di cui era l’orgoglio, la

speranza, la dolcezza! Ella certo non avrebbe resistito al colpo!...

E forse, nel caso funesto, era meglio che fosse così, ch’ella pure se

ne andasse dietro a lui!... Perchè non soltanto ella avrebbe sentito

strapparsi l’anima, non soltanto sarebbe impazzita dal dolore, ne

avrebbe agonizzato tutta la vita, ma era ancora la rovina che si

sarebbe abbattuta su di lei, sulle sue figlie, era la miseria, era

Luciano Mascali che si sarebbe buttato avidamente addosso a loro come

sopra una preda lungamente guatata, e le avrebbe spogliate, messe in

mezzo alla via!

Si sentiva fondere il cuore da un’immensa pietà pensando a ciò, da un

delirio di pietà e di tenerezza filiale! E per reazione, una collera

sorda, una rabbia crudele lo accanivano contro quella donna di cui

s’era atteggiato a paladino!... Perchè dunque s’era fatto il paladino

di colei, perchè?... Ma egli sarebbe corso senza il menomo sforzo

da Santo Stefano per dirgli che scrivesse pure di lei quello che gli

piaceva, che la demolisse a suo talento, magari peggio ancora di come

avea fatto, perchè da parte sua non gliene importava nulla, ciò non lo

riguardava nè da vicino nè da lontano.... E non poteva far più questo

ora, e invece doveva battersi, mettere a repentaglio la sua vita, come

se gli avessero insultato le sorelle o la madre!

La collera cresceva in lui sotto l’azione esaltante della sua angoscia,

lo armava di ostilità contro colei, gliela faceva considerare come una

nemica.

Improvvisamente, una luce sinistra si fece nel suo cervello smarrito

e dolente a furia di pensare, la luce d’un presentimento funesto....

Quella donna di cui si era procurata la conoscenza non per altro che

per occupare un’ora d’ozio, alla quale non s’era per prudenza voluto

legare più che tanto malgrado i suoi sorrisi e le sue amabilità

promettenti (_ciò che non aveva impedito ch’egli stesse ora per esporre

la vita per lei!_) gli sarebbe stata _fatale_!... Egli ne avea la

lucida, la inesorabile prescienza in quel momento!... La sua fatalità

l’aspettava lì, secondo ogni probabilità, al varco di quel duello

inevitabile e così diseguale; ma anche se ne fosse uscito vivo, anche

se fosse rimasto illeso, egli sentiva ad ogni modo che non si sarebbe

salvato lo stesso, che quella donna doveva essere la sua rovina, la sua

fine!

Allora lo invase una furia di rivolta, un istinto cieco di sottrarsi

alla sua sorte, che gli faceva accarezzare delle pazze idee di fuga,

di viltà. Ma tornò presto alla coscienza della sua situazione e del

suo dovere.... Eppoi, se era davvero la fatalità che l’avea fatto

incontrare con colei e aveva decretato ciò ch’era succeduto, ciò

che succederebbe dopo, a che pro ribellarsi, dibattersi, tentar di

sfuggire?... E per tutto il resto di quella notte — una notte bianca

come la precedente, ma popolata di ben altri pensieri e di ben altre

visioni — egli rimase cupo e accasciato sotto l’oppressione del suo

sinistro presentimento, come se proprio il peso della fatalità lo

schiacciasse....

La prima donna · 第 7 / 36 题