L’attesa, nel salottino dell’albergo, cominciava a parere un po’
lunga a Filippo Torreforte. Finalmente s’udì un fruscìo, e la cantante
comparve, avanzandosi con la mano stesa e il passo lungo e in cadenza
che tradiva l’abitudine della scena. Le sue prime parole furono per
farsi perdonare l’attesa e, malgrado le proteste del giovane, ella
insisteva su questo, spiegandogli con un’intenzione di confidenza nel
sorriso e nella voce come fosse stata trattenuta al piano dal maestro
per concertare certi tagli e certe cadenze nell’opera in cui doveva
presentarsi al pubblico, troppo irta di note acute per il mezzo-soprano
che, poverina, non disponeva più di grandi mezzi vocali. Però, che
cantante di scuola e che possesso di scena!... Ella s’affrettava a
soggiungere ciò, premurosamente, indugiandosi a mettere in rilievo
il talento artistico della sua compagna d’arte, lasciando intendere,
in mezzo alle espressioni laudative, ch’era la sola risorsa che le
restasse. Successe quindi nella conversazione una pausa imbarazzante.
La cantante s’aspettava forse a questo punto che l’altro le agitasse
sotto le narici il turibolo dell’incenso a cui era abituata, le dicesse
del bel nome fattosi nel mondo lirico, del successo che l’attendeva,
dell’impazienza sua d’udirla. Invece Filippo restava a guardarla e
taceva, non sapendo che dire, come se la vena della bella eloquenza
ch’era così ricca in lui si fosse inaridita.
Per la prima volta egli, già per natura ed abito di vita tanto schivo
da contatti femminili in genere, si trovava di fronte ad una donna di
teatro. Ne avea vedute soltanto dalla platea, attraverso l’illusione
scenica e il melodrammatico convenzionalismo lirico; il fondo ingenuo
di provinciale che restava in lui malgrado l’acclimatamento cittadino
gliele faceva apparire come delle creature quasi di un altro mondo, al
quale si sentiva completamente estraneo. Aveva quindi, in quel momento,
il sentimento di subire una specie di iniziazione e ne rimaneva
naturalmente un po’ sorpreso e interdetto. Ma non era ciò soltanto:
lo paralizzava pure in certo modo l’impressione che la cantante gli
avea prodotto entrando. Sorpreso improvvisamente dalla sua comparsa,
in mezzo all’uggia dell’attesa che già degenerava in un principio di
malumore per essersi lasciato determinare da un momento d’irrequieta
gaiezza giovanile ad una tale visita troppo al difuori del suo sistema
d’esistenza, egli s’era come sentito trasportare in una sala d’opera,
avea quasi provato la rapida emozione che desta nel pubblico, in certe
scene capitali del dramma, l’apparire in iscena della protagonista
o di un altro importante personaggio muliebre, se l’artista che ne
rappresenta la parte ha quelle particolari attitudini fisiche che
il palcoscenico di preferenza richiede. Ora Alice Rossati possedeva
una figura meravigliosamente fatta per la scena. Grandiosa, ma ben
proporzionata di linee, ella aveva un busto e delle braccia superbe; i
tratti del viso non peccavano per soverchia finezza, si potevano anzi
dire comuni, sopratutto considerando la curva del naso pronunziata
oltre misura, la larga bocca dalle labbra grosse, ma pallide, e il
mento troppo forte. Ma per compenso, la sua testa, così modellata,
era piena di carattere, aveva un’energia di contorno che s’imponeva
all’occhio di chi la guardava.
Ciò che però colpiva dippiù in lei erano gli occhi, degli occhi
straordinariamente grandi e neri che avevano una singolare
intensità d’espressione, una fissità esaltante, e che parevano
covare perpetuamente il fuoco lirico della scena, riverberare
la melodrammatica luce della ribalta. Ora, perchè gli occhi le
splendessero a quel modo, perchè il suo sguardo facesse pensare a
questo, necessariamente ella doveva mantenersi sempre nell’illusione e
nell’attitudine di avere dinanzi a sè il pubblico, di non calpestare
che delle tavole di palcoscenico. Così era appunto; anche fuori del
teatro, anche nell’ambiente meno propizio, nel campo limitato d’una
conversazione senza intimità, ella non lasciava di essere _la prima
donna_. E sotto la particolare suggestione dei suoi occhi, della sua
figura, di certi atteggiamenti, di certi gesti, davanti al suo incedere
lento e in cadenza, tutta una folla di vaghi fantasmi lirici si levava
confusamente nell’immaginazione così colpita: ella era _Norma_, ella
era Valentina degli _Ugonotti_, Eleonora del _Trovatore_, la _Gioconda,
Lucrezia Borgia_ — tutta la galleria di creature appassionate
e patetiche che formavano il suo esteso repertorio di soprano
drammatico....
Tale era l’impressione che Filippo Torreforte aveva provato e che lo
faceva restare tuttavia assorto, senza troppo saper che dire. Ma poichè
il silenzio diventava imbarazzante alla lunga, la cantante riprese a
fare le spese della conversazione, avviandola sopra un terreno positivo
e sottomettendo l’altro ad un breve interrogatorio.
— Dunque, lei è tra i redattori della _Sera_? — gli domandò.
Torreforte, poichè non gli pareva il caso di diffondersi in particolari
a proposito della parte limitatissima e personale ch’egli avea nel
giornale, disse di sì senz’altro. Alice Rossati domandò ancora:
— Ed è molto intimo col suo collega della parte teatrale?
— Abbastanza. — Egli rispose, indugiandosi a fare il ritratto del
collega in questione, il quale era un giovane gran signore che faceva
del giornalismo per puro e passeggero dilettantesimo, così com’era
passato successivamente attraverso la scienza, la politica, lo sport.
Allora, la cantante gli confidò le sue pene. Le aveano riferito che
Luca di Santo Stefano, il critico teatrale appunto della _Sera_,
era stato l’amante della prima donna che avea cantato prima di lei
al Massimo, e che in seguito al fiasco e allo scioglimento dalla
scrittura di costei, il suo protettore avea giurato di far la guerra
senza quartiere nel proprio giornale a qualunque altra fosse venuta
a prenderne il posto e la parte. Questa minaccia la preoccupava
seriamente, sopratutto data l’importanza del giornale ch’era tra i più
letti e autorevoli, la rivoltava, la metteva addirittura in orgasmo.
Ella protestava di voler essere giudicata per il poco che valeva in
arte, ma giudicata ad ogni modo onestamente, senza preconcetti ostili.
Torreforte allora si credette in dovere di assicurarle che il suo
amico era assolutamente incapace di un partito preso così odioso, che
dovevano averle riportate dalle malignità senza fondamento, che poteva
vivere tranquilla da quel lato. Ma la cantante insisteva sullo stesso
tono di allarme e di toccante risentimento, pur non mettendo in forse
nel critico tutte le qualità di un galantuomo, scagliandosi invece
sulla protetta di lui, perchè, si sa, certe donne possiedono la maligna
potenza di far deviare e di accecare anche i migliori! — così che
Filippo Torreforte non potè fare a meno di dirle che ne avrebbe parlato
a Santo Stefano e che stesse tranquilla.
Ella parve sorpresa e commossa dei buoni uffici offertile; disse,
stendendogli la mano con slancio:
— Non so come ringraziarla! Il nostro buon amico di Milano non poteva
farmi un regalo più caro e prezioso indirizzandomi a lei! — E comentava
le parole col sorriso, arrovesciando leggermente il capo, socchiudendo
un poco i grandi occhi neri, così come dovea sorridere sulla ribalta in
certe scene col tenore.
Il momento d’accomiatarsi parve infine venuto al giovane. Ma prima di
lasciarlo andare, ella volle le promettesse che sarebbe tornato da lei
presto e spesso.
— Nel nostro mondo, un buon amico affabile e gentile, senza secondi
fini, è come l’araba fenice! Io vi conosco appena — gli disse, saltando
con una certa brusca grazia il fossatello di riserbo che separa
il _voi_ dal _lei_ — ma mi pare che voi sarete per me quest’araba
fenice!...