La lieta giornata d’aprile moriva: la dolcezza di quel lungo e
tiepido bagno di sole, profumato dall’aria odorante di zágara,
esalava lentamente. Ma prima di ritirarsi là, dietro il profilo roseo
dei monti, il disco luminoso si stemperava in una densa pioggia di
pulviscoli d’oro, ed era come una nebulosa immateriale e trasparente
sospesa nell’aria, che s’allargava e si stendeva sempre più su tutte le
forme della natura e delle cose.
Contro l’onda dorata e dilagante adesso, le gelosie della finestra
dietro a cui Filippo Torreforte stava chino sui suoi libri e le sue
carte, e che avevano impedito tutto il giorno ai raggi vivi del sole
d’irrompere nella stanza, non offrivano più riparo. Ma il giovane non
si difendeva più. Dieci ore quasi ininterrotte di lavoro erano passate
sulla sua testa curva sopra la scrivania, dieci ore scorse nell’arido
studio di un processo, nella consultazione del codice e dei classici
del Diritto. E durante il lungo tempo, malgrado i suoi ventisei anni,
malgrado il suo ricco e caldo sangue, avea saputo restare sordo
e tetragono al languido invito della natura in festa, efficace ad
esaltare le carni più pigre, i sensi più tardi, non s’era lasciato
sedurre da quella carezza di sole che metteva una voglia acuta di
stendervisi sotto, da quell’alito ineffabile di primavera che voleva
essere avidamente bevuto — tanto era l’ardore che l’animava, tanta la
volontà che lo sorreggeva!
Il tramonto veniva a sorprenderlo giusto a lavoro compiuto, e la
gradita voce della propria coscienza soddisfatta, levandosi in
lui insieme alla dolcezza particolare dell’ora, lo metteva in una
disposizione beata di spirito. Appoggiato al davanzale della finestra
di cui aveva spalancate con impeto gaio le persiane, egli contemplava
l’orizzonte luminoso con gli occhi socchiusi, sorridendo dietro a certe
sue liete fantasie; attraverso quella pioggia d’oro fuso, vestita dei
suoi riflessi, la prospettiva del proprio avvenire gli appariva più
che mai lieta e promettente. Vedeva la ristretta, ma sicura clientela
che già aveva saputo formarsi dopo qualche anno di professione col
suo talento, e sopratutto con la sua attività instancabile, allargarsi
rapidamente, diventare sempre più numerosa e produttiva, procurargli
le risorse necessarie per liberare la proprietà della sua casa dai
tentacoli di piovra delle ipoteche e dei pesi d’ogni natura che la
gravavano, isterilendola, divorandosela.... Ritrovava per lui e per la
sua famiglia là, nella vecchia e lontana cittadina natale, la posizione
d’un tempo, il primato goduto senza contrasto per tradizione quasi
secolare e mutato adesso in una condizione penosa ed umiliante....
Vedeva sua madre, non più malata di tristezza e d’avvilimento, rialzare
nella gioia della prosperità riconquistata la personcina magra e curva
dal peso dei dolori, le sue due sorelle accasate e bene, ricostruito
infine l’edificio che la prodigalità del padre, negli ultimi anni della
sua vita, e una serie di speculazioni l’una più disastrosa dell’altra
avevano quasi distrutto....
Un’acuta tenerezza lo invase al pensiero della madre lontana. Gli
riappariva dinanzi agli occhi della memoria al momento del commiato,
l’ultima volta ch’era stato laggiù. Ella aveva voluto accompagnarlo,
insieme alle figlie, ancora un tratto lungo la via maestra, seguendo
la carrozza che doveva portarlo alla vicina stazione. Andava adagio,
appoggiandosi tutta al suo braccio con un abbandono pieno di dolcezza,
mentre le ragazze precedevano, bisticciandosi tra di loro come sempre,
sfogando al solito così l’acre malinconia degli anni passati a sognare
e ad aspettare invano un marito che forse non si sarebbe presentato mai
con la povera dote tutta gravata d’ipoteche che avevano. Il giovane le
parlava dell’avvenire, dei suoi progetti, delle sue rosee speranze,
le mostrava l’orizzonte sereno e lieto ch’egli si vedeva schiudere
dinanzi, ed ella gli sorrideva, approvando con la piccola e fine testa
già tutta grigia, accarezzandolo con lo sguardo amoroso.... Ad un
tratto, una nuvola di polvere e uno scalpitìo di cavalli s’erano levati
vicino a loro, e s’erano dovuti trarre da parte per lasciar passare il
_phaëton_ di Luciano Mascali, colui che aveva aiutata la rovina di casa
Torreforte. Sopra quella rovina egli avea edificato la miglior parte
della sua fortuna, prestando ogni momento al capo della famiglia larghe
somme, prendendone in affitto le terre a vilissimo prezzo, lapidandole
a furia d’iscrizioni creditorie; ed ora metteva delle arie insolenti di
signorotto feudale, sopratutto di fronte alle sue vittime, affettando
verso di loro un disprezzo da villano arricchito, gridando che volevano
rubarlo, perchè il giorno d’impadronirsi della loro proprietà non era
ancora giunto e mai come da quando Filippo s’era messo alla testa della
famiglia pareva meno vicino. E come se la mala grazia voluta con cui
aveva rovesciato la sua pomposa carrozza quasi addosso a loro non fosse
bastata, egli aveva sentito il bisogno, incontrandoli in quel punto, di
aggiungervi l’insolenza del saluto evitato con ostentazione, torcendo
lo sguardo dall’altra parte.
Istintivamente gli occhi di Filippo e di sua madre s’erano incontrati:
quelli della vecchia signora avevano un’espressione durissima e
il torbido riflesso del suo orgoglio in rivolta, l’orgoglio della
propria famiglia ch’era tra le più nobili della provincia e quello dei
Torreforte svegliati insieme. Il suo volto era diventato pallidissimo,
e le tremavano persino le labbra ed il mento per la collera e la
vergogna dell’umiliazione patita.... Poi, lentamente, come certo dentro
di lei spasimava più forte dell’orgoglio ferito il suo amore di madre,
e l’assaliva il pensiero delle sue creature, l’angoscia di saperle
alla mercè di quell’arpìa rapace, delle lacrime si misero a rigarle
le guancie sottili.... Allora egli le avea cinta col braccio la vita,
come ad un’amica benamata, e se l’era stretta contro il petto, invaso
da un tumulto di appassionata tenerezza, mentre le diceva con la voce
concitata e insieme solenne:
— Vedrai, mamma!... Dammi ancora cinque o sei anni di tempo e poi
vedrai se non vi riscatterò io da colui! Te lo prometto per la memoria
di mio padre! Vedrai mamma, vedrai!...
D’allora non era passato che poco tempo, eppure quanto cammino verso
la mèta che formava la sua ambizione ed il suo sogno! Non aveva egli
già dei clienti che non avrebbero barattata l’opera sua per quella di
un avvocato principe, tanta fiducia s’era guadagnata in loro con la
sua intelligenza e col suo zelo? Il suo bilancio di quell’inverno s’era
chiuso così felicemente che non soltanto non era costato nulla ai suoi,
ma anzi avea potuto provvedere del proprio a delle scadenze di frutti
maturati. E intanto che avanzava ogni giorno dippiù verso la conquista
del suo bel sogno, badava ad amministrare con tutto l’impegno della sua
doppia qualità d’interessato e d’uomo di legge l’intricata successione
paterna e a difenderla dalle insidie del Mascali. Dippiù non sarebbe
stato possibile fare, la sua coscienza non gli rimproverava neppure
un minuto di distrazione o di stanchezza; avea quasi scordato d’esser
giovane e ricco di vita, pareva che non fosse vissuto mai altrimenti se
non a quel modo misurato e modesto, quando il ricordo dell’esistenza
spendereccia, del fastoso lusso di provincia a casa sua, era invece
tanto recente in lui.
Così, in quel momento, ripassando mentalmente i suoi propositi, la
sua condotta, gli occhi gli ridevano di soddisfazione e di piacere.
Lo vinceva una gaiezza irrequieta, da scolare all’uscita di classe.
Pensava al desinare che l’aspettava nella modesta pensione dov’egli
era assiduo, con una piccola e comica smorfia interiore, sicuro di
trovarlo troppo magro per l’eccellente appetito che sentiva svegliarsi.
Si domandava che impiego avrebbe fatto della sua serata; voleva ben
regalarsi qualche ora di distrazione! Ma non sapeva proprio come,
poichè non aveva relazioni di società e poichè giusto quella sera, con
tutta la sua buona volontà di fare un piccolo strappo al sistema di
vita che s’era imposto, l’unico teatro aperto taceva. Allora si ricordò
d’aver ricevuto il giorno avanti la carta da visita d’una artista che
doveva cantare in quella stagione al Massimo, insieme ad una lettera
d’introduzione e di raccomandazione da parte di un vecchio suo amico
d’infanzia che s’era poi trapiantato a Milano, giornalista e critico
influente. Certo questi aveva creduto renderle un favore importante
dandole una commendatizia per lui, perchè aveva veduto il suo nome
fra i redattori della _Sera_. Filippo Torreforte infatti, era intinto
un po’ di giornalismo, ma superficialmente, senza appartenere alla
corporazione, e solo per quel tanto che riguardava la sua professione e
gli giovava a mettere meglio in vista il nome suo.
Perciò, non avea fatto quasi alcun caso della lettera ricevuta il
giorno prima in mezzo al _tran-tran_ dei suoi affari. Ricordandosene
allora, gli parve un’insperata risorsa, e risolse di dedicare la serata
ad Alice Rossati, accademica di Santa Cecilia e cantante di camera
della regina di Portogallo — come diceva il suo biglietto da visita,
profumato di _corylopsis_ così acutamente che dava al capo.