Esamina di Giovanni Cambi.[947]

A dì XXIII di aprile MCCCCLXXXXVIII. Nel secreto, a parole.

Giovanni di Nicholò Cambi, domandato della lettera per lui scripta allo

Imperatore circa il concilio, chome passò, rispuose ad questo modo.

Sono giorni circa quaranta, che standomi in casa ocioso, mi venne in

animo di mandare allo Imperatore il libro del _Triompho della fede_

fatto da Fra Girolamo, havendo inteso che era bello libro; et mandavolo

al decto Imperadore chome a huomo docto, et che si dilecta di cose

simili. Et così feci una lettera a Sua Maestà, nella quale narravo

chome il detto Fra Girolamo era gran profeta et prediceva cose future;

maxime la conversione de’ Turchi, la ruina d’Italia e la renovatione

della Chiesa. Et che non era dubio la Chiesa stava male, come Sua

Maestà può ben sapere; et che a Sua Maestà prefata s’apparterrebbe

rimediare, chome si faceva pe’ tempi passati, per mezo de’ concilii.

Dipoi andai con tal mia lettera a San Marco, non per trovare Fra

Girolamo, ma per fare scrivere tal mia lettera in latino: e trovati

Fra Salvestro et Girolamo Benivieni, la lessi loro. Dipoi la lasciai a

Girolamo Benivieni, perchè la facessi latina; et lui così mi promisse

di fare. Dipoi a tre giorni andai a San Marco, et mi fu decto che io

facessi motto a Fra Girolamo, che mi voleva parlare. Et così andai a

lui; et inginocchiatomegli inanzi, e’ mi dixe: Io ho vista la boza

della tua lettera allo Imperadore; sia contento non l’havere per

male. Poi sobgiunxe: La sta secondo il gusto mio, o poco mancha. Et

che vi voleva agiugnere alchune parole, et darmi copia di una lettera

havea scripto al papa, perchè ve la includessi. Et io rispuosi essere

contento a tucto. Dipoi non li ho parlato. E tornatovi dopo alchuni dì,

trovai facta la lettera, et sobscripsila; et quivi la lasciai a’ frati,

i quali la mandorono, secondo intesi poi, per via di Vinegia, col decto

libro del _Triompho della fede._ Et questo fu circa XX giorni innanzi

pasqua.

Questa cosa io non la comunichai con persona, excepto la donna mia,

perchè Fra Girolamo mi avea decto che io non la comunicassi con

persona. Credevomi al tucto che Fra Girolamo fussi vero profeta; et

havevo in tristo concepto chi non gli credeva. Hora mi ridico et ne

chieggo perdono.

Alla sobscriptione facta in San Marco per mandarla a Roma, mi

sobscripsi. Venne per me un giovane vestito di mantello et cappuccio

pagonazo, che non lo conosco, et dixemi andassi a San Marco. Et io

vi andai, et credo facessi motto a Fra Salvestro. Fummi monstro decta

sobscriptione, et io mi vi sobscripsi. Altro non ne seppi poi. Et così

circa altre pratiche di San Marco non ne so altro.

Hassi a mandare per lui, et farsi dare copia delle lettere scripse allo

Imperadore.[948]

14.

Esamina di Baldo Inghirlami.

_Yhs. Die_ XXIII _aprilis_ 1498.

Essendo richiesto io Baldo di Francesco Inghirrani, minimo dottore

di legge, da quegli prestantissimi ciptadini deputati dagli excelsi

Signori alla examina di Fra Ieronimo Savonarola da Ferrara, che io

scriva sopra certi capitoli datimi in loro presentia da ser Francesco

di ser Barone loro cancelliere, che di mia propria mano scriva la

verità; volentieri l’ò fatto, in testimonio della verità, e per la mia

innocentia, questo dì 23 d’aprile 1498.

Quanto al primo capitolo, sopra alla inibitione fatta a uno vicario,

credo da Urbino, che qui veniva rimandato indrieto per lo offitio degli

Otto, e della venuta del vicario Perugino; dico essere la verità, che

essendoci stato imposto allo offitio degli Otto da’ nostri excelsi

Signori, che sedevano al presente, che venendo un certo vicario da

Urbino, e dubitando che essendo lui amico d’un m. Felino auditore

di Ruota, amicissimo alla casa de’ Medici, non fussi al proposito

del presente pacifico stato; e dicendoci la Signoria avere scripto

lettere all’arcivescovo nostro che rimandassi il vicario Perugino, il

quale non era deposto dallo arciveschovo; io insieme con quegli mia

maggiori dell’ofitio degli Otto, tutti d’acordo, per ubidire a’ nostri

excelsi Signori, per partito del nostro ofitio, mandamo ser Bartolomeo

di Banbello nostro coitatore che andassi incontro a detto vicario, e

gli dicessi, che si ritornassi indrieto, e che e’ s’era scripto allo

arciveschovo per e nostri excelsi Signori, circa a’ casi del vicario,

la loro intentione: e fumo meri executori de’ nostri Signori, e io non

v’ebbi cattiva intentione.

Circa al vicario Perugino, chome a bocha dissi alle vostre Prestantie,

pigliando scusa che Fra Ieronimo in su la sua examina[949] diceva che

mi disse, che facessi favore al vicario Perugino, di tal cosa non mi

parlò, e maraviglia’ mene; ma che e’ fu m. Bartolomeo Redditi e uno

ser Gabriello di vescovado, e uno altro non mi ricordo chi, che mi

parlorono, che non essendo rimosso il vicario Perugino, e soprastando

a Roma, che io parlassi a qualcuno de’ Signori che scrivessino di

nuovo in suo favore allo arciveschovo che lo rimandassi. E intendendo

detto vicario essere buono e dotto e severo nel fare iustitia, et

maxime per la buona relatione che fece ser Stefano di veschovado allo

ofitio nostro, della dottrina e sufficientia sua molto lodandolo, chome

potete da lui intendere; ne parlai una parola a Giuliano Salviati e

Alexandro Accaiuoli e a Francesco del Pugliese, che di nuovo scrivessi

la Signoria allo arciveschovo, e tutto a buona intentione. E da detto

m. Bartolomeo e ser Gabriello potete intendere chi lo favoriva; e ser

Stefano sollecitò le lettere della Signoria insieme con m. Bartolomeo

Rediti. E tutte le lettere e risposte dell’arcivescovo in commendatione

di detto vicario, apariscono nella cancelleria.

Sopra al capitolo del vicario de’ Medici qui, ciò è di messer Lionardo

substituto del vicario Perugino, dico: Che essendo venuto Francesco

Valori, e non so chi altri, non in mia presentia, allo offitio degli

Otto, e narrando quanto si doveva operare che quegli e quali potevono

operare qualche cosa in favore de’ ribelli della casa de’ Medici non

avessino qualche commodità, per mantenimento di questo pacificho stato;

ricordò essere a Prato uno vicario del cardinale, amicissimo loro;

e qui è uno de’ Medici vicario, il quale lui e’ fratelli erano stati

familiari del cardinale de’ Medici; ed essendo Guliano a Bologna, e

per questo mezo operare per la via de’ preti qualchosa. Ne conferimo

co’ nostri excelsi Signori, e facemone praticha di più cittadini,

chome è noto; e inteso il loro parere, di fare di torne l’occasione a

chi volessi malignare contro al presente stato; e atteso una lettera

di mano propia di Guliano de’ Medici, mandata in que’ dì a uno de’

Fortini, credo confinato a Rimini, la quale lui proprio mandò agli

Otto, che conteneva che stessi di buona voglia, che presto tornerebbono

in Firenze; e mostrossi detta lettera a’ Signori da’ Dieci. Dipoi

l’oblio degli Otto mandò per detto messer Lionardo sustituto vicario,

e sì gli dicemo: che lui non risedessi più vicario, per buona cagione,

essendo lui della casa de’ Medici. Non che lui fussi in dolo alcuno;

ma per tôrre la suspitione si poteva avere di lui. A parole, senza

partito, facemo che lui non facessi offitio, confortandolo che e’

si faceva per lui e per la casa sua; e achadendo nulla, al vicariato

sarebbe messer Lodovico Adimari, il quale era substituto ancora lui,

e non era persona suspetta al presente reggimento. E la intentione mia

non fu altro, che fare quanto eravamo stati consigliati da’ cittadini

della praticha, a retta intentione.

Circa al capitolo delle intelligentie de’ cittadini di San Marcho, e di

fave, e d’ufitii, e di manifestare le Signorie in San Marcho; a questo

rispondo, non ne sapere cosa alcuna nè di cittadini, nè di ufitii, nè

di fave; nè mai avere inteso cosa alchuna, e solamente lo andare mio a

San Marcho a prediche o a messe o a confessione era a buona intentione,

e non per fare cosa alchuna tornassi o contro al publico o privati, ma

solo per la salute dell’anima mia. Dello avere manifestate Signorie,

cioè il segreto, in San Marcho, non feci mai; e trova’ mi al segreto

quando fu’ de’ Signori, nè mai ad alchuno _etiam_ per cenni lo dissi,

nè _etiam_ quando fu’ de’ Signori andai mai in San Marcho.

Circa a la presura di Fra Pagolino, dico: andando un dì allo ofitio,

Simon del Nero disse: Io ò fatto pigliare Fra Pagolino, per rispetto

che e’ faceva ragunate di gente, e diceva pazie, per levare scandolo; e

operai che sanza partito fussi relassato sanza fargli nulla.

Circa alla provisione dell’arme di San Marcho, non seppi mai nulla ve

ne fussi; nè io vi mandai mai arme, chome potete riscontrare.

E intorno al dì del caso di San Marcho, quello vi facevo, dico: Che ero

ito al vespro, chome v’era molti altri; e volendomene uscire dopo il

vespro, che si levò il romore, in sulla piaza, da certi, mi ritornai

drento nel chiostro; e uscendo, certi armati che v’erano, fuora,

operai che ritornassino drento a posare l’arme; dicendo loro che e’

facevano male, e davano caricho a San Marcho, e che le cose di Dio non

si difendevano coll’arme: e quello vi stetti, chome potete intendere

da chi v’era, non adoperai mai arme alchuna. E come prima potetti il

dì, con un maziere e tre tavolaccini, con certi cittadini, usci’ dallo

uscio dell’orto, e andai a casa; e d’ordine o di nulla vi fussi, non

seppi nulla.

Circa al capitolo della subscriptione di Roma, a che fine, e chi ne

fu mezano e sollecitatore, rispondo: Che essendo una mattina a San

Marcho alla messa, uno ser Benedetto da Terrarossa, overo ser Filippo

di Cione, mi disse: Vieni nello hospitio. E quivi andai. Ed eravi

credo Fra Ruberto da Gagliano, e uno altro frate, non so chi; e sì

mi dissono: Io credo che tu sappia che egli è stato mandato overo

scripto da certi, chome Fra Ieronimo predica falsa dottrina et heresia.

E per questo, a chiarire la mente del papa della verità della sua

dottrina, avendo letto la epistola s’aveva a soscrivere al papa per

justificatione della sua dottrina, e non a cattiva intentione di cosa

alcuna, e vedendo molti dottori soscripti, e maxime messer Domenico

Bonsi e messer Antonio Malegonelle, semplicemente la soscrissi, chome

dico, non a mala intentione. E senpre quando ne sono stato domandato,

l’ò detto, e il contenuto della epistola; e per iustificatione della

sua dottrina l’avevo fatto. Nè mai poi di tale subscriptione ne intesi

nulla, o non arei saputo contare venti de’ soscripti.

Circa al capitolo delle arme di Corbizo da Castracaro, che si missono

in casa mia quando Corbizo ci fu; mi maraviglio di tal cosa, conciosia

che io non conoscha Corbizo, nè mai gli parlai; nè per lui in casa dove

abito, nè in chasa e mia fratelli fu messe arme, nè da altri, chome

potete da detto riscontrare.

Circa al capitolo de’ frati che uscirono di casa dall’uscio dirieto,

rispondo: Che tornandomi in casa con Girolamo mio fratello, il quale

à donna e molti fanciulli, e confessando lui e la donna e’ figliuoli

in San Marco, ed essendo stati malati in casa, de’ detti frati si

sono confessati e vicitati qualche volta, e tutto a bene; e sono forse

usciti dallo uscio dirieto che riesce nella via della Stufa, per loro

commodità, chome facciamo noi.

Circa alla domanda fatta d’alchuni delle vostre Prestantie, della

auctorità datami dal vicario Perugino, o allo offitio degli Otto, sopra

a’ preti, dicho: che non è vero nulla; nè tal cosa arebbe mai acceptato

l’ofitio degli Otto, per non ci inpaccare de’ preti e cheriche, se non

per casi atroci o di stato.

E questo è tanto quanto m’occorre in rispondere a’ capitoli fattimi per

le vostre Prestanzie. E tutto quello che io ò scripto in questo foglio

di mia propria mano, è la mera verità; e sempre troverrete che io arò

auto buona intentione e mente; e lo andare a San Marcho o a prediche,

tutto per utilità della anima mia a buona fine: e di queste cose ne

starò a ongni cimento; e solo mi resta racomandarvi la mia innocentia

alle vostre Prestantie etc.

15.

Esamina di Simone del Nero.

Die 23 aprilis 1498.

A dì 23 di aprile 1498. Nel secreto, a parole.

Simone di.......[950] Del Nero, domandato circa la lettera pel concilio

scripta a Niccolò suo fratello, rispuose a questo modo.

A dì 24 di marzo passato, Giovanni Spina venne a me a casa, et

dixemi per parte di Fra Girolamo, che io gli facessi motto. Onde io

subito andai a lui a San Marco; et andato nella infermeria, trovai

Fra Girolamo con lo imbasciadore di Ferrara. Et lui, lasciato decto

oratore, si voltò a me, et dixemi, dopo alchune parole: Tu sai che

io ho predicato la renovatione della Chiesa et la conversione delli

infideli; Dio vuole che questa opera vada innanzi. Io voglio che tu

scriva una lettera a Niccolò tuo fratello, oratore vostro in Spagnia,

della quale te ne darò una minuta; adfine che havendosi a monstrare poi

là, la sia di qualità che si possa monstrare. Et così anchora ti darò

copia di una lettera che ho scripto al papa, perchè la mandi con decta

lettera tua. Rispuosigli: Nicholò non vi sarà, perchè sono più mesi

gli mandai la licentia. Oltra questo, Nicholò m’ha scripto, che quelli

re sono volti alla impresa di Affrica. Et Fra Girolamo mi replichò:

E’ bisognia che e’ faccino prima questa. Infine io gli promissi di

scrivere, et fare quanto mi havea decto, secondo quella minuta. Et così

mi parti’. Dipoi la sera medesima Fra Girolamo mi mandò per uno frate

(el quale io non conobbi) la decta minuta, con la copia della lettera

scripta al papa. Et io ne feci dua copie, et manda’le a Nicholò per dua

vie. Questa cosa non comunicai mai con persona; perchè Fra Girolamo me

la commisse in confessione.

Alla sobscriptione per Roma mi sobscripsi in San Marco, la quale per

me non mi piaqque. Pure lo feci, perchè prestavo fede a fra Girolamo:

non obstante che da lui mi tenni ingannato, quando egli acceptò uno

mio figliuolo che vi si fece frate. Venne per me, quando mi sobscripsi,

Piero Cinozzi.

Di intelligentie o altre pratiche di San Marco non so ragionare; ben

confesso che io vi andavo alle prediche, et erovi fervente; perchè,

come ho detto, prestavo fede a Fra Girolamo.

La copia della lettera che io scripsi a Niccolò mio fratello, sarà con

questo scripto, et è quella propria mi mandò Fra Girolamo.

16.

Esamina di Alessandro Pucci.

A dì 24 di aprile 1498. Nel secreto, _verbis_.

Alexandro di Antonio Pucci dice che circa venti giorni sono, andando

lui a San Marco, Francesco Davanzati gli dixe: Noi habiamo inteso che

questa compagnia de’ Compagnacci vuol venire una nocte a San Marco;

e bisognia provedervi di arme. Ha’ ne tu? A cui, dice, rispuose di

no; ma offerse dargli uno scudo per comperarne. Et Francesco, dice,

gli rispuose; Se e’ bisognerà, noi te lo dirèmo. Et che di questo

medesimo ne ragionarono un’altra volta. Dice vi era presente Giovanni

Carnesecchi et Ruberto Ridolfi; ma che altre arme non vi mandò. Ruberto

Ridolfi dixe di mandarvene anch’egli. Giovanni, il medesimo.

Il dì della domenica dello ulivo, dice, quando da principio i fanciulli

cominciarono a trarre saxi a San Marco, lui per uno uscì fuora, et

trasse certi saxi contra chi ne traheva a San Marco: et che dipoi visto

il maziere, dice si ritirò in chiesa, e non s’impacciò poi di altro.

Domandato se Fra Girolamo volle uscire fuora; dice di sì, col

Crocifixo, secondo intese da altri.[951]

Di chi pigliassi l’arme, dice: Lionello Boni, Deiphebo della Stufa,

Pagolo della Robbia, Francesco di Lorenzo Davanzati. Pagolo ceraiuolo

traheva l’arcobuso: videlo trarre dal leggio in chiesa, et uno altro

anchora, che non lo conobbe. _Item_, vi vide Leonardo Cambini, Cambio

o vero Benedecto Bonvanni, Giuliano da Gagliano, in mantello et

cappuccio, disarmati: Giovanni Caccini in corazza. _Item_, Francesco

del Pugliese in mantello et cappuccio, che dice soffiava come uno

thoro. _Item_, dice vi vide certi altri giovanetti che piagnevano;

et lui gli confortava dicendo: noi andrèno a cena con Dio. _Item_,

delli altri ch’egli vide da principio, poi non gli rivide; chome

Francesco Villani, Giovan Baptista Ridolfi, Alessandro Nasi, Alexandro

Acciaiuoli; Adovardo Rucellai, dice intese era in sul tecto. Francesco

Davanzati, dice, dixe che harebbe targoni da Mateo Strozi, secondo vuol

ricordarsi. Anchora gli parve dicessi, harebbe mezzo di haverne dalla

Parte Guelfa.[952]

17.

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2) · 第 122 / 142 题