A dì 24 di aprile 1498.
Tomaso comandatore dixe: Che la domenica dello ulivo, sentendo il
rimore, se ne venne a Palagio; et essendo in capo della scala alla
catena, dixe: Che cosa è questa? Io ho inteso che il popolo diceva:
corriamo a San Marco col fuoco, che Fra Girolamo ci ha fatto morire di
fame. Et essendoci m. Bartolommeo Ciai et m. Francesco Alfani, quivi
alla presentia, m. Bartolommeo dixe: Se e’ correranno a San Marco
col fuoco, nui correremo al Palagio col fuoco. Et m. Francesco Alfani
dixe: Allhora voi non parlate con prudentia, che non havete avuto tal
beneficio dal Palagio, che doviate parlare così: e’ si vorrebbe dirlo
alla Signoria. Et che dipoi m. Bartolommeo se n’andò, scrollando il
capo, verso la scaletta, et Tommaso verso l’audientia. Et altro non
intesi allhora.
18.
Esamina di Andrea Cambini.
A dì 26 di aprile 1498.
Magnifici et excelsi signori mia. Sendo così suto richiesto da quelli
excelsi cittadini deputati sopra la examina, vedrò di redurre insieme
su questi fogli tutte le cose che in varii tempi et volte ho exposte
dinanzi alle loro Prestantie. Et prima, ricercato da loro dovessi dire
tucto quello sapevo de’ secreti et intentioni di Francesco Valori,
circa le cose della cictà et dello stato; dico che, per quello nel
praticare con lui potecti ritrarre, a me pareva che lui fussi molto
vôlto al presente modo di governo. Vero è, che diceva havea bisogno di
qualche correctione: ma affermava il tempo presente non lo conportare.
Con Piero de’ Medici havea hodio inconparabile, in maniera che pel
sospetto grande ne havea, al continovo dubitava di molti, et erane in
gelosia; et per adventura, el più delle volte, sanza probabile ragione.
In maniera che adgunto questo acidente del sospecto a la natura sua
difficile, interveniva che nel praticare era salvatico et dificile.
Al publico, per quanto a me si mostrava, era molto affectionato et
amorevole. Inteligentie o ubrigatione, testifico Dio che mai m’acorsi
o intesi che con cictadini havessi. Vidilo già confidare tucto in
Paulo Antonio et Lorenzo di Pierfrancesco.[954] Da’ casi di Bernardo
del Nero in qua, mancato la confidenza, insalvatichì con l’uno et con
l’altro; ma con Paulantonio da dua mesi in qua, per le dimostratione
fatte in favore del Frate, s’era rassodato et tornato in fede. Con
Giovan Batista Ridolfi, inanzi a la morte di Nicolò, era in grandissima
confidentia; da quello tempo in qua, benchè lo cultivassi, non trovavo
vi si confidassi come prima. Confidava ogi, più che in persona, in m.
Francesco Gualterocti et Antonio Canigiani. Mostrava etiandio confidare
molto in quelli cictadini che soctoscrisono et consentirono la morte
de’ cictadini d’aghosto passato; et usava dire, havea acquistato 150
consorti, per lo interesse haveano insieme contracto. Et mi ricorda che
sendo entrati alcuni de li amici sua, maxime dello stato presente, in
sospecto che pella morte di tali cictadini Francesco, per asicurarsi,
non cercassi nuove amicitie, et facessi qualche ristringnimento; io,
andandolo scalzando, glie ne dissi molte volte; et sempre me lo negò,
dicendo: che non si voleva fare stendardiere o capo. E così, dicendoli
io et altri, molte volte, che, havendo preso e carichi havea, viveva
troppo ad benefitio di natura; sempre neghava, e diceva: Quando a
Paulantonio e Giovan Batista e questi altri, parrà loro da fare più
una cosa che un’altra, io concorrerò con loro; ma capo non intendo io
farmi. Et mi ricordo che è circa uno mese che, sendogli decto, credo da
Nicolò suo nepote, che Piero Martelli et Alphonso Strozi haveano usato
dire che io sarei uno dì constrecto a manifestare tutti e secreti sua;
lui ridendo me lo referì, et disse: Io sarei vituperato, se havessi a
intendere quanto sciocamente io mi governo. Poi si risolveva con dire:
Che mi può egli essere fatto? Di fuora non intesi mai che con principi
havessi intelligentie o pratiche. Temeva il duca di Milano molto, et
però era vôlto a le cose di Francia. Confidava assai in Paulo Vitelli,
et sperava che in ongni sua ocorentia non li havessi a mancare. Di
Lorenzo di Pier Francesco era intrato in grande sospecto, et usava
dire che gli avea i sensali per la Italia, et maxime s’acrebe questa
suspicione in lui, dopo la venuta di Frate Lauro.[955]
Ad Frate Hyeronimo et tucta quella casa di San Marco mostrava essere
tanto affectionato quanto dire si potessi; et havea tucta la fede sua
in loro; et afermava per la salute loro esere per fare ongni cosa:
et quando acadeva ci fussi aviso e pratica alcuna apartenente a loro,
m’usava spesso per mezo a farlo loro intendere; et così loro, quando
acadeva loro bisogno di nulla, per via mia glieno facevono intendere,
et lui gli aiutava et consiglava. Et mi afermò molte volte, che era
tanta la reverentia portava ad Fra Hieronymo, che si farebe gran
coscientia a richiederlo, o fargli dire o fare cosa alcuna a stanza
sua. Et io non mi ricordo mai che a me gli facessi fare inbasciata
alcuna di cose apartenente al publico. È bene vero che a questi dì,
quando si tractò di sospendere la predica et se ne fe’ pratica, m.
Francesco Gualterocti et lui mi commisono che io gli facessi intendere,
come sendo il dì, che fu uno sabato, chiamati dalla Signoria per
questo, loro erano in parere consigliare si sospendesino; e però glie
ne facevono intendere, a ciò lui esaminassi se era meglo se ne levassi
da sè, e aspectare la resolutione della pratica. A che lui rispuose:
voleva piutosto che e Signori ne lo richiedesino, perchè da sè non
le leveria. Ricordomi ancora che l’anno passato, la vigilia della
Ascensione, sendo altercatione circa al predicare o no, Francesco
Valori mi mandò a intendere se voleva a ongni modo predicare; et
lui disse di sì: et uscita la pratica, gli fe’ intendere come era
diterminato per la Signoria, che la mactina predicassi, et che lo
poteva securamente fare.
Ancora mi ricordo che, havendo io inteso da Francesco Valori, quando
era gonfaloniere di giustizia, chi era la Signoria li scanbiava, io
la dissi a Frate Silvestro di San Marco, et ancora ad altri, maxime
a Nicolò Ridolfi, perchè lo facessi intendere a Bernardo del Nero che
era in villa: così havendo intesa di quella di Giuliano Salviati, come
si diceva (che ve ne fu molti poi non riuscirono), parlando io con Fra
Silvestro, gle ne dissi come gl’aveo inteso.
Che Francesco Valori sia andato a casa citadini privati, dico che io
non ho notitia; ma mi pare havere inteso che un dì di festa andassi
con Nicolò Machiavelli et Tommaso Guidecti a vedere Francesco dello
Scarfa, ma non lo afermerei di certo; così è ito molte volte a visitare
Antonio Canegiani malato: così andò due volte a visitare il vescovo de’
Soderini.
Sendosi l’anno passato, Francesco Valori acozato con Nicolò Ridolfi,
Lorenzo Tornabuoni et Gianozo Pucci, separatamente però, et con loro
rasectatosi circa lo sdengno haveano concecto de l’esere ritenuti in
Palazo, et esendo poi molto stimolato da loro di dovere vivere con
qualche ordine, et sapere chi erono gli amici sua; mi ricordo che,
havendo io desinato con lui una mactina, andato nello scrictoio, preso
in mano certi stracti havea, dove erano scricti tucti e veduti et
seduti[956] sino all’anno 1494, et legendogli a uno a uno, n’estrasse
circa 300 cictadini delle migliori qualità v’erono, e usò queste
parole; Quando s’avessi usare inteligentia, si vorebe esere con questi
tali; ma io non intendo entrare in queste pratiche nè farmi capo. Et
così ripuose decti stracti, nè mai più vidi ne tenessi conto.
Ancora mi ricordo che sono circa a venti giorni che, sendo io con
Francesco Valori fra la piaza del Grano et quella de’ Signori, Berto
da Filicaia lo scontrò, et tiratolo da canto, gli parlò molte parole;
et spicatosi da lui, Francesco mi disse: Che credi tu che costui
m’abia decto? costui era sul dirmi, che noi siamo disordinati, et che
noi doveremo ordinarci. Io gli ò resposto, che vadia a trovare questi
altri, Pagolantonio et Giovanni Batista Ridolfi; et dicoti, che io non
mi voglio fare stendardiere.[957]
Sono circa XV dì, che Fra Silvestro di San Marco mi dette una poliza,
havuta da uno suo frate, sulla quale era scritto come Tonmaso Capponi
havea detto sullo sportello della botegha sua, che inanzi passassino
molti giorni, le cose si chiarirebono, et che havea parlato con molti
giovani de’ Conpangnacci. Et io la mostrai a Francesco Valori, el quale
disse: Questa sarebe mala poliza, se fussi d’altri che di Tonmaso;
ma si vorebe che e’ Dieci la vedesino. Et io gli dissi: Io non voglio
questo uficio. Et così mi restò la poliza, et stracia’ la.
Similmente detto Frate Silvestro era usato, quando intendeva qualche
cosa di carico o pericolo di Francesco Valori, o di Firenze o fuori,
farmelo intendere, perchè glie ne riferissi. Et essendo, più tenpo
fa, Francesco Valori in mala opinione di molti di quelli frequentano
San Marco, che mostravono temere della grandeza et volontà sua circa
le cose publiche, mi ricordo che io ne parlai già con Fra Silvestro;
et facendogli fede della buona intentione sua, lo richiesi ne facessi
ancora lui fede a quelli gli capitavono a le mani. Simile ho usato
lodargli qualche altro cittadino di quelli non frequentano le prediche,
perchè lui gli mettessi in buono concetto: e questo a nesuno altro
effetto, se non per la benivolentia havevo con quelli tali, desiderando
fusino honorati. Et emi ancora intervenuto che, trovandomi qualche
volta con certi sviscerati di San Marco, che sapevo non legevono altro
libro; io harò lodato loro uno Piero Corsini, Filippo Buondelmonti
et Francesco Scarfi, maxime ne’ tenpi che el ghonfalone locava ne’
loro quartieri;[958] et facendo loro fede che, non obstante che non
frequentino le prediche, per essere amorevoli della cictà, senpre
farieno bene: et per questa via vedevo indurgli a prestare loro favore.
Circa a le intelligentie si dice esere in San Marco, io non intesi
mai che vi fussi altra inteligentia che una inclinatione d’animi a
benivolentia l’uno verso l’altro, di quelli a’ quali piaceva questa
opera: ma che mal vi si facessi ordine o ristringnimento alcuno,
io non hebi notitia alcuna, nè mai in pratica alcuna simile mai
intervenni. È bene vero che, usando molti di noi insieme, come era meco
uno Alexandro Nasi, Alexandro Acaiuoli, Francesco Manelli et Piero
delli Albizi, et simili; ne’ tenpi del creare i magistrati, secondo
ci trovavàno[959] insieme, andando ragionando insieme, discorrevàno
fra noi quelli si trovavono habili, et disputavàno insieme le qualità
loro, maxime di quelli non erano noti credesino al Frate, mostrandoli
l’uno a l’altro. E facto tali discorsi, dicevàno: Questi ci parebono
a proposito della cictà. E questo, come dico, era ne’ nostri parlari
familiari, secondo la sorte dava ci trovasino insieme. Et io per me,
quando ho voluto dare favore a più uno che un altro, ho preso la via
del lodarlo. Et è vero che, trovandomi questa state passata in Sancta
Reparata, et scontrandomi con Piero di Lorenzo Davanzati, che ero stato
parechi dì in casa malato, et entrati in ragionamenti della Signoria
s’avea ad fare; dissi: do’ vedeva volti gli huomini al ghonfaloniere?
et mi rispuose: non havea inteso nulla; et dove io ero vôlto, io?
Rispuosigli: che io farei ongni altro che Pier Filippo. E questo
facevo per lo odio era fra Francesco Valori et lui; et di questo ne
fu’ tanburato a’ Conservadori, et absoluto.[960] Che io non sia in
inteligentia alcuna, pare lo pruovi, che, poi si fe’ questo Consiglio,
mai octenni partito alcuno di ofitii grandi o minimi.
Ancora mi ricordo essere in varii tenpi suto domandato da molti, di
conditione maxime bassa et deboli: Che huom è, et come va il tale?
_verbi gratia_, Filippo Buendelmonti, Piero Corsini o Francesco Scarfi:
che nomino questi, perchè sono acaduti in facto. Et io respondevo: e’
sono huomini da bene, et non faranno mai se non bene.
Circa a la soscrictione si fe’ questo maggio o giungno passato in
San Marco, a richiesta di quelli frati, come dissi hieri a boca; che
era nata da lettere di ser Alexandro[961] da Roma, che scriveva che
intendeva là era suto mandato certa soscrictione di cictadini contro
al Frate, et confortava a fare loro fare testimonianza delle cose sua,
et fructi facti nelle cictà. Et e frati ne chiesero parere a Francesco
Valori et Giovan Batista, et furono confortati a farla. Et così e frati
medesimi la portorono, et fecono soctoscrivere; et io la soctoscrissi,
in fra gli altri, come testimone; nè mai ne tenni conto da poi, o
intesi quello se ne fussi; che v’era d’ongni sorta di huomini secolari,
religiosi et forestieri. Le lettere erano di ser Alexandro adiricte a
ser Bastiano suo genero, o a’ Manelli; et debono esere in piè.
Di fare loro predicare, che i cani fusino in catena,[962] o più
una cosa che un’altra; io, nè per parte di Francesco, nè mia, non
persuadecti mai loro che predicas’no più d’una cosa che altra: et loro
lo sanno.
Circa a l’arme et artiglierie erano in San Marco, io non hebi mai
notitia alcuna, nè mai intervenni a pratica di farvelo mettere; ma m’è
venuto a la memoria, che, circa uno mese fa, domandòmi Ruberto Ridolfi
se haveo arme in casa. Gli rispuosi, non haveo, o poche; et lo domandai
quello ne voleva fare. Disemi, che e frati erano ongni dì minaciati
d’essere arsi in casa; et che però crederebe fussi bene, in quelle case
intorno et nel convento, fussi qualche arme. A che gli rispuosi: che
per niente lo facesino, chè n’arebono carico, et sarebono cagione di
muovere scandolo. Nè poi ne ’ntesi altro; chè mostrò restare satisfatto
del parere mio. Simile lo dissi a Francesco Davanzati, con lui insieme,
a ciò lo obviasse; che sono vivi.
Ancora mi trovai questo anno in certa pratica, dove si tractava fare
provedimento di denari; et havendo Guido Manelli, che era nella pancata
dove io, disputato il modo gli ocoreva, et subgunto che si provedessi
non si gictasino via, et che i cictadini non se gli ’nborsasino col
comperare gli ’nstantiamenti; è vero che, sendo il dì poi con Francesco
Valori et Antonio Canigiani, et ragionando di quello s’era decto in
tale pratica, che loro ancora v’erono stati; io dissi loro quello Guido
havea decto.[963] E questo ho decto perchè ne sono suto richiesto.
Racomandomi umilmente alle Signorie et Clementie vostre; et le priego,
che, se non vogliono havere riguardo a me, che confesso non lo merito
per esere entrato in pratiche non conveniente ad me, e per haver voluto
meglio ad altri che a me; vogliate haver compasione di cinque figliuoli
mi truovo, restati su l’amatonato et condocti, havendo perduto il loro,
andare a le mercè d’altri.
. . . . . . .
_Die 27 aprilis 1498_.
Andrea di Antonio Cambini, constituto alla presentia di me ser
Francesco, disse; et prima:
Circa alla cerimonia et segreto fece Fra Girolamo in San Marcho, dixe:
che, essendo la prima domenicha dello Advento in San Marco, intendendo
vi s’aveva a fare certe divotione, vi restai insieme con Alexandro
Nasi, Francesco Davanzati, Piero Cinozi, Girolamo de’ Rossi, uno
barbieri chiamato il Frate, uno orafo, et Giovanni Spina, et Benedetto
Buomvanni: et circha a un’ora di nocte, havendo Fra Girolamo tutti li
frati parati di camici, piviali et pianete nello hospitio, lui[964]
si levò su, et fece uno sermoncello. L’effecto del quale fu, che lui
si dolse che, avendo provato con tante ragioni la verità predicava,
li huomini ogni dì diventavano più duri; et che però facessino
orationi tutto quello Advento, nel modo haveva ordinato, acciò che
Dio si disponessi, poichè gli uomini non volevano stare contenti alle
ragioni, provassi questa verità con miracoli; et che si confidava che,
facendole, senza dubio alcuno obterrebbono questa gratia. Dipoi si
volse a tutti quelli che v’erano, et inpose loro non dovessino parlare
di queste cose, ma tenessinle segrete.
Ricordomi che, sendo gonfalonieri di giustitia Francesco Valori, et
circa alla fine dell’ufficio suo, lui nel ragionar seco mi mostrò che
harebbe gran desiderio che Antonio Canigiani fussi lo scambio suo: et
parlando io dipoi con Fra Salvestro, gli conferi’ questo desiderio di
Francesco, et loda’ li molto Antonio Canigiani. Et questo facevo a fine
che Fra Salvestro, con quelli gli capitavano alle mani, lodandolo loro,
gli facessi favore. Et dicendomi Fra Salvestro, Bernardo del Nero; io
dissi: e’ sarebbe meglio Antonio. Similmente mi ricordo che nel fare
la Signoria passata, sendo, credo, nel chiostro con Fra Salvestro, et
venuto a ragionamento delli gonfalonieri v’erono da fare, io gli lodai
Francesco dello Scarfa, monstrando che era uomo da bene, et per fare
bene. Et sappiendo era affectionato a Giovanni di Iacopo di Dino, gli
dissi: E’ ci sarebbe anchora Giovanni di Iacopo di Dino, che sarebbe
buono; ma io non credo vi si conduca.
Così mi ricorda, che sendo con lui in cella, io dissi: noi habbiamo
viso di havere una mala Signoria; et s’ella è, e’ ci chacciaranno da
Firenze, et io sarò de’ primi.
Così, sendo una mactina Francesco Valori et io con Fra Salvestro,
Francesco cominciò a ghignare; et volsesi a Fra Salvestro, et disse:
Voi sapete bene che c’è chi dice, che sarebbe bene examinare Andrea
Cambini, et saperebbesi e segreti mia. Al che io risposi: Da me
chaverebbono pochi segreti, chè io non ho che dire, et sono parato
andarmene, et morire quando e’ bisognassi.
Anchora dico, che sendo quest’anno, Alamanno Salviati, Alexandro Nasi
mal contenti di Francesco Valori, credo per le cose seguite d’agosto,
et parlando di lui molto male, io ne parlai con Fra Girolamo, et
disseli: che sarebbe bene che parlassi con loro, et levassi loro quelle
albagie del capo. Così sendomi noto che Giovan Batista Ridolfi, poi fu
facto de’ Dieci, havendo voluto una mactina parlare a Francesco Valori,
et havendoli detto lui, che non poteva allora, che era con Naldo per
una sua faccenda; della quale risposta Giovan Batista era entrato in
gelosia, che Francesco non fussi di lui mal contento; io, per provedere
che salvaticheza non nascessi fra loro, ne parlai con Fra Girolamo,
et lo confortai, capitandovi Giovan Batista, a dirglene qualche cosa,
et mostrarli questo essere per la natura di Francesco, et non per
nessun’altra ragione; facendoli fede, come Francesco li portava amor
grande.
A messer Giovanni Bentivogli, quando andai a Bolognia, parlai secondo
la commessione havevo circa alle cose dei grani et della ciptà; e del
presente reggimento li parlai tanto honorevolmente quanto io seppi,
lodandoli et mostrandoli quello che pel tempo era per farsi. E mi
ricorda che dicendomi: che è del Frate? io li dissi: El Frate attende
alle prediche et alle orazioni, et li ciptadini a governare la ciptà.
Ricordomi ancora, quando tochò il gonfalonieri in Santo Spirito,[965]
l’ultima volta, Francesco Valori, nel ragionar mecho, mostrò havere
desiderio che Piero Corsini fussi facto, et molto me lo lodò. Et io
sendo a ragionamento con Fra Salvestro, li riferi’ quello che Francesco
m’avea detto.
19.
Esamina di Bartolommeo Mei.
A dì 27 di aprile 1498.
Bartolomeo di Cristofano Mei, setaiuolo minuto, dice sarebbe entrato
nel fuoco, se Fra Girolamo gle n’havessi decto.
Dice stava la nocte a San Marco, et tenevavi il giaco, et il dì del
caso se lo misse.
Circa tre anni, Fra Salvestro, che l’ha confessato cinque anni, gli
dixe nel confessarlo: Egli è buono che tu vadia con Fra Girolamo,
perchè non gli sia facto villania; perchè egli è in pericolo di esser
morto per la via. Et dice gli dixe, che anchora si dubitava il duca di
Milano era suo inimico. Et così ancora lui acceptò, et andò poi con Fra
Girolamo. Et quando si mutava uno ufficio di Otto, et lui diceva: Chome
porteremo noi l’arme? Et Fra Salvestro gli rispondeva: Andate via; e’
sono scripti quelli che hanno accompagnare Fra Girolamo.[966] Et Fra
Ruberto da Gagliano gli diceva anchora qualche volta il simile.
Il dì del caso, dice si armò circa le 22 hore col giaco, celata e spada.
Al legìo, in coro, arrecò uno arcobuso Pagolo ceraiuolo et uno altro;
uno tedesco, uno altro; et quivi trassero certi colpi. Uno colpo trasse
Pagolo, dalla porta di verso i Tessitori.
Il bando, dice, udi’ dire che era ito; ma dice, non lo intese.
Ridolfo Panciatichi gli dixe: Io sono morto.
Nicolaio calzaiuolo, dixe, era stato prima preso, et spogliato: poi
prese Lucantonio Cavalcanti, et spogliollo.
Ihesus.
Io Bartolomeo di Christofano dicho, che dipoi tornai da Roma, avendo
volontà di fare la volontà di Dio, chomincia’ d’andare in Sa’ Marcho,
et udi’ Fra Girolamo in Sa’ Lorenzo. Parendomi diciesi la verità,
presi per mezo di Fra Christiano, per chonfesoro Fra Salvestro,
et lui m’à chonfessato insino chomenciò la moria in San Marcho; et
incominciorno avere gelosia no fusi morto Fra Girolamo. Pregato io loro
l’achonpangieri,[967] e perchè mi pareva quello aveva detto, et diceva,
fusi la verità. Et io in chonfesione più volte disi: che per l’onore
di Dio et per questo suo servo meterei la vita. Dipoi incominciai
andare cho lui: eravamo tre overo quattro, cho l’arme; non per ofendere
persona, ma per difendere lui.
E perchè el sospetto incominciò a chresciere, sechondo dicevano, vene
de li altri. E quelli ufici d’Oto che sono seghuiti, quando s’andava
cho lui, diceva Fra Silvestro e Fra Ruberto da Ghagliano, potevamo
andare sichuri, per la licenza avevano da li Oto per tuti quelli
andasino cho lui. E Stefano, famiglio d’Oto, chontinovamente venuto
in nostra chompagnia, e uno tavolacino. Quelli sono venuti v’è noto
chi erano, e chi sono stati, perchè è suta chosa ciascuno vedeva chi
eravamo chiaramente.
Dipoi questa quaresima, dipoi tornò a predichare in San Marco,
parve a que’ padri fusi in magior pericholo, masime de l’esere
perseghuitato, preghomo molti di numero, cioè que’ medesimi a 6 per
sera, chontinovasimo l’andarvi, per ghuardare; e per e gharzoni di casa
di Sa’ Marcho vene, una sera[968] io v’ero, partigiane e rotelle, e
non so che targhoni quanti: Nicholaio[969] mi dise, venivano da amici
di chasa. Dipoi a forse 10 dì, per le mani di detto Nicholaio, chome
una sera vene 9 choraze; disemi el simile, da amici erano prestate: et
chosì vi vidi 4 overo 6 archibusi, o no so bene 2 overo 3 bonbardelle
picholine, e 2 schopieti: eravene uno di Nicolaio: questo so; l’altro
non so di chi fusi: e chosì v’era meze teste; lui anco sa di chi erano,
io per me non lo so.
E quando el dì si levò romore, si mesono in doso a molti; che fu uno
quello povero vuomo di Ridolfo Panciatichi: li altri non so dirvi la
verità chi erano, perchè io m’armai, e fu’ meso a l’ucio viene dalla
Sapienza, Pacholo della Robia e suo fratello ed io: vidi Francesco
Davanzati e Lionello Boni armati, et uscir fuora, no so chi, perchè
intendete dove ero. E quando ci fu detto Francesco era morto, e arso la
chasa, e che quello de’ Pechori[970] anche ispichati, e volendo vedere
dov’era Fra Girolamo, andai in chiesa. Pasando, vidi la porta ardere;
e tornai per el mantello: no trovandolo, tolsi questa ghabanella, e
ritornai in choro; e quivi in ginocchioni aspetavo esere morto. Vidi
trare a un tedesco molte volte uno archibuso, inanzi entrasi persona
drento. Di poi entrato, per romore, serorono l’uscio. A Pagholo
ceraiuolo vidi trare una volta a l’uscio de’ Tessitori, e venono a la
porta d’andar in saghrestia, dando due volte drento; un frate aperse,
e dreto a lui andò molti altri frati cho torchi aciesi in mano: e io
steti fermo ginochioni aspetando, chome è deto di sopra. Vidi andare
fra loro tre secholari, Pagholo della Robia et suo fratello, et
Girolamo Gini; et noi abbraccavamo l’uno l’altro: et passato un pezo,
tornorono; et avevamo molti per espogliati presi.[971] A loro fu fato
ghrande abraccata.[972] La porta della chiesa ardeva forte: et fu Fra
Francesco de’ Medici chon altri frati cierchamo per la chasa, e non
trovando se non quelli rachiusi, d’andare dov’era e chapi, ch’erano
el fratello di Fra Girolamo chon quelli vi disi; et insieme tornamo
in choro. Et in quello stante, vene per la porta di chiesa insino a
la porta entra in choro, e per dov’era la tela, fruchavano cho lancia
lungha; et quel frate ch’aveva la rochola tolta da uno lato, et di
là Pagholo si difendevano. Et uno frate salse dietro il chrocifiso
chon sasi: fugiron fuora. E in quello era suto portato due archibusi
in su legìo, che li traeva uno tedescho zuchone; et per el fumo e
ghrida e stracheza, cie ne andemo cho’ frati dreto a Fra Girolamo in
dormentorio; et quivi venne uno mandato da’ chomesari; dise: frati
e secholari si tirasino da parte, ch’ongniuno si perdonava: volevano
Fra Girolamo e Fra Domenico et Fra Silvestro. Alora chon forse 70 cie
n’andamo in una chapella in dormetorio, che v’era el chorpo di Nostro
Signore; e quivi stemo insino a che fumo mandati via.
E de l’avere portato imbasciate a citadino nesuno, no troverete; nè che
io sapi nesuna chosa in privato nè in pubrico di nesuno, nè da nesuno
mi fusi mai imposto alchuna chosa; salvo el dì del fuoco, che s’aveva a
fare in sulla piaza, Piero Cinozi mi mandò a lo speziale di Naldo, per
torchi per achonpangniare el chorpo di Nostro Signore.
E la chontinova usanza mia di San Marcho era per fare bene, chome stimo
vi sia noto; quella chompangnia si raghuna in Sa’ Michele per opera
di charità, et a’ malati, sepelir morti, e cho’ limosine per sovenire
e poveri a ongni loro necessità e bisongni, et a conducier qualche
fanciulla a onore cho le borse delle buone persone: et nonne io; ma Dio
tal opera atribuischo.
Se altrimenti trovate, fate di me quello vi pare. E a botegha mia non
vi si ragionava se non di chiachiere e novelle, in modo mi sono sute
danose: Idio lo sa. Me trovai così quando la presi, non ò posuto fare
altro.