Esamina di frate Roberto Ubaldini da Gagliano.[928]

_Ad veritatem manifestandam, pro gloria Dei omnipotentis. Die xxi

aprilis 1498._

_Requisitus ego Frater_ ROBERTUS UBALDINUS _de_ GAGLIANO, _civis

florentinus, et frater professus, licet indignus, sacri ordinis

Predicatorum, in conventu Sancti Marci Florentie, a magnificis Dominis

Florentinis et ab eorum commissariis, in secreto aule Magni Consilii

populi Florentini, facio fidem:_

_Qualiter de anno Domini_ MCCCCLXXXXVII, _et de mense iunii, seu iulii,

vel alio veriori tempore, cuius memoriam puntualiter non retineo_;

essendosi ordinato in San Marco di mandare al Sommo Pontefice una

attestatione in nome de’ Frati della congregatione di Sancto Marco

predecto, in favore di Fra Hieronymo da Ferrara, allora vicario

di decta congregatione, testificando che lui, el quale era stato

excommunicato per causa di predicare errori et doctrina pernitiosa

et suspecta di heresi, non era heretico nè seditioso, et che la sua

doctrina non era pernitiosa, nè induceva il suo predicare divisione in

la città, ma sì bene unione et pace; et però supplicandosi di grazia

al Sommo Pontefice che absolvessi decto Fra Hieronymo; offerendo, se

la testificatione di circa 250 frati non bastassi, la soscriptione di

molti cittadini nobili et buoni della terra; et che se anche quella non

bastassi, promettendone dipoi non solo molte centinaia, ma etiamdio

migliaia; ser Benedecto da Terrarossa et ser Philippo Cioni notai

fiorentini, mia amici, sapiendo che io facevo assai buona lettera,

mi feciono scrivere questa tal cosa in carta buona di mia mano,

et loro haveano a esserne rogati. Et soscripto che vi fu Francesco

Valori et messer Domenico Bonsi et messer Francesco da Jesio, mi fu

da Fra Silvestro commesso che io attendessi con diligentia a tale

soscriptione; et io acceptai la commissione et attesi alla opera

stando nello hospitio, et in presentia quando di ser Benedecto, quando

di ser Philippo, et quando di tuct’a dua; et alcuna volta di qualche

altro che vi si trovava, così frati come seculari; et leggevo tale

capitulo a’ cittadini che venivano a soscrivere, et ad alcuni dictavo

la soscriptione, et alcuni no, che voleano scrivere a loro modo, et io

gli lasciavo dir come voleano. Erano condocti quivi, chi da sè, chi da

qualche frate, chi l’uno amico da lo altro, et chi da Giovanni Spina

et Francesco suo fratello, chi da Giovanni Carnesecchi, Andrea Cambini,

Benedecto Buonvanni et altri amici che lo ricordavano loro.

Et essendovisi soscripti alcuni in quel tanto tempo che io non mi

vi trovavo, come è quando andavo a dire la messa o altro, che erano

persone ignobili, come fu, credo, non so che barbieri et notaii;

et essendo scriptosi Piero Mascalzoni, Niccolò di Ghardo, et non so

chi altri; Fra Silvestro, leggendoli, me ne riprese dicendo: Che io

attendessi a soscrivere huomini da bene et nobili, come di sopra era

promesso nel capitolo; che questi huomini di poca auctorità non erano

al proposito, non rispondendo a quel che di sopra si prometteva.

Onde io ne mandai via molti, che io non lasciai poi soscrivere: ma

anche poi in me pensando che si dovessino scandalizzare, ne lasciai

soscrivere d’ogni sorta. Alcuni si soscrivevano, et dicevano: questo

è il Vangelio di Sancto Giovanni; io voglio menare il tale et il tale;

et poi ne menavano detti altri, chi sì et chi no. Anche io mandai per

alcuni miei parenti et amici, che non vi volsono venire; come fu messer

Giovanni Cerretani, Ghuglielmo Altoviti, messer Giovanni Buongirolami,

et altri che io non mi ricordo al presente. Alcuni vi vennono, et

soscripsonlo. Fecilo, perchè stimavo bene fare testimonianza alla

verità, havendo io scientia di questo, secondo e theologi, et _de

iure_, essere obligato parimente[929] chi non dà testimonio al vero

quando bisogna, et chi iura el falso: et sapevo che la doctrina di Fra

Hieronymo era solida el sana, et non heretica. Alcuni vi soscrivevano,

et promettevano poi di menarvi di quelli adversarii di Fra Hieronymo,

de’ quali ora non mi ricordo. Bene ho a memoria che Piero di Lucantonio

delli Albizi promisse menare Piero delli Alberti, che li aveva decto

venire, et poi non vi venne. Alcuni dixono di farvi venire Alphonso

Strozi; alcuni dixono di Iacopo di Tanay; alcuni, Philippo Giugni,

dicendomi se noi li accepteremo, che loro dubitavano. Io rispondevo,

che gratiosissimamente, et che faremo loro sempre ciò che la charità

richiede, et che habiavamo ognuno per amico; et andavo in verità di

cuore. Non vi venivono poi questi tali. Bene vi venne Iacopo Stiattesi,

et non so chi altri; che non haremo mai credutolo. Partivomi alle

volte di quivi, et restavavi de’ frati, che a caso vi si abbattevano.

Vennonvi alcuni, che non si volsono soscrivere; come fu Antonio

Giraldi, Luca d’Antonio delli Albizi, Gianozo Pucci et il Bucto de’

Medici,[930] et alcuni altri, a’ quali Fra Silvestro poi parlava da

parte, et Fra Domenico; et chi convertivano a soscrivere, et chi no.

Fra Silvestro conduxe Giannozzo Pucci, el quale a me parve che la

soscrivessi forzato et molto malvolentieri.[931] Mandossi a casa a

messer Agnolo Niccolini: non la soscripse, ma dixe che voleva venire a

Sancto Marco, et dire che non stava bene a dire male de’ cittadini, et

che poi la soscriverebbe; ma che farebbe una soscriptione cavillosa,

che non ci farebbe fructo. Quelli notaii si maravigliorono di tal

risposta, et lasciaronlo stare. Mandossi a casa Giuliano Salviati; et

non la soscripse, se io non mi ricordo male. Mandossi a casa Lorenzo

Tornabuoni, per Fra Cosimo.[932] Dixe, avere per male d’essere stato

delli ultimi richiesti, che credeva essere de’ primi; et soscripse

di sopra in certi spatii che vi erano piccoli. Ma innanzi a lui erano

scripti forse 200 o più. Non si finì tal cosa, et rimase imperfecta,

perchè la pestilentia ci venne in convento appuncto alhora. Commissesi

a Andrea Cambini che conferissi con Francesco Valori quanto era

seguito; et intesi io poi da Andrea, che Francesco rispose: Che la

si ardessi, che mai non se ne trovassi copia alcuna, et per niente

che la non si mandassi a Roma. Dicendolo a Fra Hieronymo, non mostrò

farne molto conto; et credo che per inadvertentia così si restassi. Io

credendo fare bene, et per obedientia, attesi a tal cosa, non solo di

Fra Silvestro, ma di Fra Hieronymo; el quale, inteso che io havevo tale

opera in mano, fu contento che io la tractassi, perchè havevo notitia

delli huomini.

Circa la mia compagnia et conversatione con Fra Hieronymo; nacque

prima da la lectione che mi leggeva, che ero suo discepolo; et oltre

a questo, suo adiutore a scrivere, maxime quando componeva alcuna cosa

et opera o tractati della fede et _De Simplicitate Christiane vite_, et

tucte le altre sue opere. Et ne’ primi tempi scrivevo buona parte delle

sue lettere, che mandava a frati, a prelati, a monasterii o al generale

o al Conte della Mirandola, et cose di non molta importantia; perchè

le cose di grande importanzia lui le scriveva da sè, o le faceva fare a

Fra Domenico. Accompagnavolo fuori alla predica, et di fuori, et quasi

per tucto, et servivolo in molte cose necessarie a uno simile prelato.

Andai a Pisa, a Lucca, a Pistoia et Prato con lui, andandovi lui a

predicare, innamorato della sua doctrina et optimi et honesti costumi:

et da presso a tre anni in qua, o due anni, et più, non mi sono

impacciato di sua faccende; maximamente di lettere, che le ha fatte Fra

Niccolò da Milano. El resto della sua persona faceva Fra Baldassarre

Bonsi et Fra Francesco de’ Medici; et io stavo al mio studio, et a

mia devotione, servendo alle volte in alcune commissione impostemi per

obedientia.

Ma parechi anni sono mi mandò a Roma, tornato che io fu’ da Sancta

Maria del Saxo, pel caso della separatione; con lettere del nostro

reverendissimo generale dell’Ordine, et con lettere del Cardinale

de’ Medici, et altre raccomandatorie della causa nostra; et, se io

non erro, di messer Guidantonio Vespucci al Cardinale di Napoli:

et finalmente, quella obtenuta dopo uno certo tempo, havendoci Fra

Hieronymo decto che tal cosa era la volontà di Dio per riformare la

nostra relligione, et per fare gran cose, et che haveva a venire tanto

Spirito Sancto, et in tanta abbundantia che noi stupiremo, et che

haveva a essere una congregatione perfectissima, alla quale havevano

a correre li huomini stupefacti, et di ogni relligione haveano a

venire a noi, et seculari huomini di gran cervello et credito, et

che la haveva a essere la più perfecta di tucte le relligione, non

mi parendo a me vedere a tante promesse larghissime rispondere così

larghi effecti quali io mi haveva concepti: benchè io in questo ero

troppo indiscreto, che poi quando lo fece in processo di tempo, molti

frati si infirmavano, et non si poteva reggere,[933] bisognò, maxime

per rispetto de’ giovani, ricorreggere. Pure vedendo io maxime una

cosa di scandalo, cioè essersi facti tre gran maestri in casa, lui

et Fra Domenico et Fra Silvestro, et haversi usurpato ogni dominio

et libertà et exemptione; nè essere in alcun modo subiecti, come si

richiedeva, alla professione loro; et veduto che ogni cosa fra loro

tre si concludeva et diffiniva; benchè vi si aggiunse un quarto, che

pur si consigliavano molto con uno Frate Antonio de Holandia tedesco,

che è padre di religiosa vita; et poi che li altri padri et frati

vi restavano per dire di sì a quello che loro facevano; mi ristrinsi

mormorando, et dolendomi di tal cosa, et con Fra Hieronymo, chiamando

la loro, una tyrannide, et con alcuni altri frati e quali trovavo

havere le medesime tentatione che io: maxime uno predicatore frate

Antonio da Radda; et per questo fumo poi sempre tenuti bassi, maxime

io, et fummi tolto in casa et fuori ogni credito et opinione: di che

io ringratio Dio, perchè mi torna più utile alla anima. Questo credo

solo fussi, perchè io non havessi ardire a contradire loro; excepto che

pure Fra Hieronymo saviamente, con piacevoleze con ogni mansuetudine et

humilità allegando molte ragioni, concludendomi mi teneva quieto; et

io vedendo molti buoni frutti et unione d’animi et relligiosa vita in

communi, havevo poi scrupolo di conscientia, et stavomi in mia quiete

per non contradire alle opere di Dio; che Fra Hieronymo mi metteva

scrupolo, dicendo che io li havevo facta resistentia a molte cose che

mi haveva decto, che così era stata la volontà di Dio: et humiliavomi a

lui, domandandoli perdono. Et pure queste dubitatione mi ritornavano,

maxime vedendo Fra Silvestro tucto el dì consumare pe’ chiostri con

circuli di cittadini a torno, et chiachiere; il che io dannavo, et

dispiacevami: et pure di nuovo me ne doleva, et mormoravo con diversi

padri et frati; ma finalmente bisognava havere patientia: et simile

di Fra Domenico, el quale credo sia huomo di buona purità, ma di

dura cervice, et troppo credulo a revelatione et sogni di donne et di

capi deboli et stolti; et chi non li credeva, era tra noi in continuo

martyrio: et questi tali rarissime volte venivano a stare con li altri

a cose comune, per essere occupati in queste loro faccende, che a me

erano tucto scandalo.

Quanto a le arme, che venissino in convento, non ve ne so dire

nulla; se non che, due anni fa, veniva ser Giovanni Vitelli prete,

et lasciavami sempre in cella uno suo falcione a serbo, perchè ogni

mattina accompagnava Fra Hieronymo con meco alla predica: et io non

havevo scrupolo a serbarlo, perchè Fra Hieronymo et Fra Silvestro mi

dettono licentia; che io serbavo anche uno suo mantello, che adoperava

Fra Hieronymo quando havea predicato, essendo sudato. D’altre arme non

so nulla.

Quanto allo havere io altra soscriptione in fogli o quaterni secreta,

questo non è già vero. Io non seppi mai, nè so d’altra soscriptione,

fuor di quella che sopra ho scripta.

Quanto al predicare io per Fra Hieronymo; io predicavo per obedientia,

non già che lui mi dicessi mai: Predica così o così; ma io predicavo

lo Evangelio, et non predicai mai di Stato. Chi mi ha udito, lo sa. Io

exponevo le sacre Scritture secondo e sacri doctori. Bene è vero che,

credendo io alle prophetie di Fra Hieronymo, io exposi molte figure

(non le extorcendo) del Testamento vechio, ad tale proposito.

Et predicavo la excomunica non valere, sostenendola con ragione assai

efficace et probabile, secondo che alhora mi pareva, havendo el falso

fondamento in mente mia, che Fra Hieronymo fussi huomo mandato da

Dio: di che mi dolgo et pento, et ho domandato la absolutione. Et

offersimi andare nel fuoco, et sarevi andato senza alcuno dubio, se

me lo imponeva: et, a quel che io vegho, rimanevo ingannato, et sarei

arso, se già Dio non mi faceva misericordia per la mia rectitudine et

innocentia et pura intentione.

Quanto alle confessione, sono ito puramente, non tractando altro che

cose appartenente alla coscientia; nè mai loro me ne richiesono, che

io facessi pratiche o altro; nè io lo harei facto, se me ne havessino

richiesto, dispiacendomi tal cose. Una mactina, in questa quadragesima,

Giovanni Minerbecti havendo udito la predicatione di Fra Hieronymo, et

dire che si tractava di fare in Firenze uno tyranno, essendo mio noto,

mi domandò se io sapevo che fondamento havessi tale cosa; dicendo,

che molto gli dispiacerebbe et dorrebbe el vivere tyrannico, ma che

molto amava la libertà della sua patria, et il vivere popolare et bene

comune. Risposigli: Che io senti’ dire a Fra Hieronymo, che non credeva

che havessi havere effecto, perchè non erano molti huomini da bene in

numero quelli che lo cercavano, nè di molta prudentia. Et lui lo hebbe

caro, et consolossene, et stectesene. Et un’altra volta, più tempo fa,

Andrea Larioni voleva parlare a Fra Hieronymo; et non si potendo, mi

fece domandarli se Piero Capponi andava male contro al consiglio o al

ben comune,[934] perchè erano stati richiesti da lui d’alcune cose che,

s’e’ li andava male, non le volevano fare. Fra Hieronymo mi rispose,

che non sapeva nulla di male di Piero Capponi, ma più tosto bene:

pure, che costui fussi cauto in vedere se questo, in che era richiesto,

era bene o male; et se erano richiesti contro al consiglio o al bene

comune, nol facessino, perchè capiterebbono male. In simil sententia et

così dixi a lui. D’altre pratiche, o parole appartenenti a epse, non mi

ricordo havere havute.

Quanto a soscriptione di danari, io non lo senti’ mai dire più da

persona, se non hoggi da voi; ma io non ne so nulla: excepto che io so

bene, che havendo noi facta una compera di libri[935] da li uficiali

de’ rubelli, et prima da la Signoria per ducati tremila larghi, et

restando debitori di ducati mille larghi, Bernardo Nasi gli promisse

per noi, per tempo di 18 mesi a monsignore d’Argentona[936] in Francia:

et noi facemo fare poi da altri promessa al decto Bernardo per decto

tempo; et non habiavamo[937] disegno di pagarli, altro che cercarli

da diverse persone nostri amici: et questo so perchè l’ho tractate

io tucte queste cose, che già cinque anni sono stato librerista in

San Marco. Et potrebbe essere (benchè io nol so) che Fra Domenico, o

qualche altro, per prevedere che al tempo si potessi pagare, harebbono

richiesti alcuni amici, et forse fattoli soscrivere ciascuno a qualche

parte per pagare tal debito; ma dicolo da me, pensando come possi

essere questa cosa: intendetelo da loro, che io per me non ne so altro.

Ricordomi d’essermi trovato con Fra Cosimo Tornabuoni, che mi tolse per

compagno a caso, sono circa otto mesi o più, in casa de’ suoi fratelli,

con m. Alexandro friere, che alhora andava a Roma; et a richiesta del

detto Fra Cosimo scrivendo io, faremo una cyfera, con la quale decto

m. Alexandro tenessi avvisato della excomunica et delle cose da Roma,

Fra Hieronymo, della dispositione del pontefice, del protectore, del

procuratore, de’ cittadini di là propitii, o prelati, o de’ contrarii,

fra’ quali ne fu nominato uno, credo che lo chiamassino Antonio de’

Pazi. Et in convento nostro era uno certo nome, che non si potessi

troppo fidare di decto m. Alexandro. Hora, se Fra Hieronymo se ne

fidava, o sì o no, io nol so; ben so io, che vi venne più volte a

parlargli.

Che io sappi o habbi veduto pratiche di cittadini con Fra Hieronymo, o

altri. Io usavo pure con Fra Hieronymo assai, et mai, fuora di comune

cose, non potetti notarlo di simile secreti o tractati o intelligentie,

nè mai credetti che in convento si facessino intelligentie. Et invero,

Fra Hieronymo sapeva pochi nomi di cittadini, che non ne conosceva

molti. Ma Fra Silvestro era quello che ne haveva sempre atorno uno

cerchio, piena la cella o chiostri o l’orto, dato che a tucti ci

dispiacessi. Chi si fussino quelli che con lui usavano, sarebbe lunga

cosa a raccontarla: ma vienmi a mente Benedecto Buonvanni, Andrea

Cambini e Lionardo Cambini, Mazeo Mazei, Ruberio Ridolfi, Antonio

Giraldi, m. Francesco da Yesi, ser Niccolò Michelozi, Francesco

Davanzati, Antonio Berlinghieri, Lionello et Francesco Boni, Francesco

del Puglese, Bernardo Carnesechi, m. Luca Corsini, Girolamo de’ Rossi,

Giovanni Carnesechi, Bernardo Martini, m. Bartholomeo Redditi, Marcello

Vernacci, Raphaello Picti, Piero Federighi, Girolamo Benivieni,

Antonio Megliorocti, Carlo del Benino, Thomaso Spini, Lionardo Strozzi,

Raphaello Strozzi, Berto da Filichaia, Francesco Rinuccini, Domenico

Mazzinghi, et quasi innumerabili altri huomini da bene erano quivi

tutto el dì, e quali credo che venissino tucti a buon fine, et drieto

alla buona doctrina presi, come noi altri, secondo che noi estimavamo.

Bene è vero, che poi che vi si predicò, vi usorono alcuni di questi più

reputati cittadini, Francesco Valori, et altri dei Dieci, degli Octo,

et Uficiali di Monte, et molti altri pure: io non potevo coniecturare

che venissino per altra causa, che per communione et processione et

prediche. Se male veruno ci era, loro lo sanno. Et da le suspitione

che di sopra ho decte in fuora, le quale anche furono poi tolte via,

come ho decto, quando vidi ristringere le austerità, et il bene vivere

della relligione moltiplicare; io non potetti mai notare Fra Hieronymo

di nulla, ma sempre vidi in lui gran segni di sanctità et devotione,

humiltà, oratione, buone parole et optimi costumi et exempli, et

conversatione mirabile, et doctrina sana et firma et solida; in tanto

che io per tale cosa attestare mi sarei messo a ogni morte. Ma poichè

sì sottilmente ci ha simulato et ingannato, ringratio Dio et le Vostre

Signorie che ci ha chiariti;[938] et preghianvi che vogliate mantenere

quelli buoni figliuoli là, che non sieno dispersi, ma adiutarli et

mantenergli che possino perseverare nel cominciato bene insino al fine.

Et perchè hieri ci fu decto che Vostre Signorie volevano rimandarci

a casa Fra Domenico et Fra Silvestro; sappino Vostre Signorie, che

noi facemo consiglio tutti insieme di non gli rivolere più, perchè

sono scandalosi: tenetegli voi, et fate quel che vi pare bene, con

misericordia: o el pontefice o el generale, a chi si appartiene,

dispongano, et Vostre Signorie; ma noi non vorremo maculare la nostra

innocentia col peccato d’altri.[939] Et tucto ciò che io vi ho decto, è

la pura et nuda verità.

12.

Esamina di Domenico Mazzinghi.

A dì XXIII d’aprile 1498.

Domenicho di.... Mazinghi, domandato a parole chome passò la lettera

che lui scripse a Giovachino per la cosa del Concilio, rispose chome

appresso.

Circha il fine di marzo passato, Fra Girolamo mandò per me, et dissemi;

Io vorrei da te uno piacere; io so che tu se’ affetionato all’opera di

Dio; io vorrei che tu scrivessi una lettera a Giovachino, della quale

ti farò dare la minuta; et voglio che tu v’interchiuda drento copia

d’una lettera ch’io ho scritto al pontefice. Risposigli, ero presto

a fare quello volessi, che fussi bene et l’onore di Dio. Dipoi il

seguente dì, Fra Nicholò da Milano mi diè la detta minuta, colla copia

della lettera di Fra Girolamo al papa. Io dipoi scripsi detta lettera

di mia mano; et oltre a quello che si contiene in detta minuta, di

mio capo v’aggiunsi anchora, chome qui il dì di carnasciale s’erano

confessati et comunicati più di tremila persone, quando gli altri

attendono a dissolutioni.[940] Et così la mandai a Giovachino. Et

inoltre gli scrissi un’altra lettera da chanto, per la quale narravo

la vita di Fra Girolamo, et e frutti che faceva; et che per questo

la città era in divisione; et che aveva bisogno dell’aiuto di Dio;

agiugnendo, che quando vedessi il tempo commodo, mostrassi quella prima

lettera al re di Francia.

Da Giovachino ò havuto la risposta. Monstra havere havuto a grado il

mio scrivere, et per essere morto il re, che non ha potuto mostrargli

la mia lettera; et questa cosa non l’ò mai comunicata con persona.

Circha le subscriptione fatte in San Marcho per mandare a Roma, dicho:

Che io non ne seppi altro, se non che io fui richiesto da Fra Salvestro

ch’io le subscrivessi; et chosì le sobscrissi: che n’era già subscritti

circha 200.

Circha il dar favore nel fare detti uffici più a uno che a un altro,

dicho; non me ne essere impacciato. È ben vero che qualche volta,

quando s’haveva a fare el ghonfaloniere di giustitia, trovandomi con

Fra Salvestro, quando a solo et quando con dua o con tre di quelli

usavono in San Marcho, dicievamo: e’ sare’ buono il tale. Et di quelli

che intervenivono a questi ragionamenti non mi ricordo hora.

Di soldati che Fra Girolamo m’habbi rachomandati che si soldassino,

dico; non mi ricordare, se non d’uno da Ferrara, del quale non si fece

poi altro.

Dello havere provisto San Marcho d’armi, dicho: non ve n’havere mai

vedute, nè sapere mai che ve ne fussi; nè _etiam_ ve n’ho mandate,

o datone ordine, chomessione o licentia a persona che ve ne mandi. È

ben vero che, circa XXV giorni sono, io schontrai in sulla schala del

palagio Giovanni Cappegli, il quale mi disse che haveva certe coraze in

casa, che le voleva mandare in San Marcho. Et io gli risposi: Tienle in

casa tua. Et di chi fussino dette corazze non intesi allhora altro da

lui; nè Giovanni mi ragionò d’altre arme.

Francesco di Lorenzo Davanzati, circa XX giorni innanzi cho Fra

Girolamo fussi preso, mi disse: E’ sarebbe bene mandare a San Marcho

dua pezzi d’artiglierie per difesa di quegli frati. Et io gli risposi:

Io non me ne voglio impacciare.

. . . . . . .

A dì 24 d’aprile 1498.

Di nuovo il decto Domenicho, domandato in presentia di Giovanni

Cappelli, delle parole havute con detto Giovanni circa il mandare

dell’arme a San Marcho, rispose a questo modo.

In primo luogo, io raffermo una volta il medesimo detto per me; ma

havendo di nuovo ripensato, mi voglio ricordare, che poi ch’io hebbi

detto a Giovanni Cappelli che si tenessi in casa le coraze di che

m’avea parlato, io gli dissi, alzando il capo: Io ne lascio el pensieri

a te; fa’ ciò che tu vuoi. È ben vero, che io non intesi se non di

corazze. E il concetto mio era d’havergliene dato licentia per queste

parole.

. . . . . . .

(_Seguono le due lettere di cui s’è fatto parola nell’esamina_.[941])

✠ Jhs. A dì XI d’aprile 1498. In Bles.

Amantissimo et honorando mio Domenicho. Nelli mia affanni di chorpo

e di mente m’è venuto un gran contento di due vostre lettere, avendo

l’una il dì de’ 29 passato, che m’ànno dato tanta consolazione, che da

poi sono fuori di chostì non n’è auto la simile; tanto per vedere che

di me vi ricordate et sietevi dengnato spendere il tenpo in farmi due

grande lettere, quanto ancora per darmi notizia di quanto in esse si

chontenghono; che non potevo intendere materia, che più mi confermassi

l’oppinione auto del nostro padre Fra Girolamo. Che se non fussino

queste persechuzioni, et da’ principali, io non lo terrei tanto vero

servo di Dio; però che li buoni et le loro buone opere sono senpre

inpungnate dal nimico di Dio e nostro: et lo fa fare il più delle

volte da i sua seghuaci. Io attendo con grandissimo disidero quello

sarà seghuito dentro della città, per le chontroverxie vi sono tra chi

vuol vivere bene et chi male, et chome il papa l’arà seghuitata; se

la lettera schritali il padre Fra Girolamo l’arà umiliato o indurato

il chore per volontà di Dio, come fece a Faraone. Alsì, chome aran

determinato loro quistione et promesse i frati sottoschritti d’entrare

nel fuocho; che certamente choxe seghuono a’ nostri tenpi ch’è di gran

secholi non credo sien sute. Io ò fatto noto di qualchuni, e farollo

dove crederrò abbi a giovare. Ma a quello a chi voi disideravate, arete

intexo essere defunto,[942] e forxe ora patiscie pena d’avere operato

quel non dovea, e d’avere ommesso quello a che Idio l’avea chiamato, et

che per i servi di Dio li era stato detto. Questo ch’è ora suciesso nel

rengno, ò in lui buona speranza; ma ancora non so ne può dare troppo

giudizio per esere novello. Ma la sua volontà mostra essere buona,

secondo vedrete per le lettere publiche. E io, se arò modo e chomodità,

li farò intendere queste cose; et voi priegho non vi gravi tenermi

avixato di tuto, chè non potrei avere coxa più grata.

Le pratiche nostre di qua son supite, sendo manchato chon chi l’avamo

a fare. Il quale ci trattava in modo, che ora credo se ne penta; che

m’à fatto consumare, non mi vedendo fare choxa utile alla mia patria, e

averci condotti in istremità. E ora che avea mostrato dovere fare qual

choxa,[943] li è mancato la vita. Costui[944] inanzi facci quello dice

avere in animo di fare, passerà tenpo; e noi aremo bixogno di presteza.

Mandavi a confortare: però chredo penserete alla vostra salute, et

chredo che qualchuno vi stimerà più; perchè à ora da più pensare.[945]

Sendo stato per vostro introdotto et volontà che ’l mio prete sia ne’

luogho dove i ghovernatori del Cieppo l’ànno messo, non posso eserne

altro che chontento, stimando abiate tuto bene esaminato: bixogna hora

l’aiutiate coll’orazione a fare che facci il debito suo.

Domenicho mio caro, e’ mi pare esere dileggiato a avere eletti tanti

schanbi; et datomi tante volte speranza del mio ritorno, e nulla viene

a seghuizione. Parmi non vi sia charità nè dischrezione avermi tenuto

qua il terzo anno,[946] e non avere considerazione a la mia brighata e

fanciulle da marito, e a le mie coxe che vanno in disordine, et alla

mia età, che non sono quel solevo; e bixongnerebbe esere di ferro a

regiere a tanti disagi; e se non fusi la gratia di Dio, io non regievo

mai uno anno. E vegendo io che chi è chostà non v’ubidiscie, piglerò

io alsi sichurtà a ritornarmene. Io vi priegho per l’amor di Dio, che

operiate la mia licenza, e farete l’utile della città; chè io ci son

stato poco profittevole, et hora sarei tanto meno, quanto è la mia

chontenteza.

Preghovi mi rachomandiate a que’ mia padri di Santo Martino, e choxì

a quelli servi di Dio di San Marcho, et masime al venerando padre Fra

Girolamo. Et vi precho vi richordiate di me ne le vostre orazioni,

preghando Idio ve le esaldischa, et ci dia grazia ci riveggiamo presto.

Idio vi confermi ne la sua grazia.

A dì 12.

Vostro GIOVACHINO GHUASCHONI, oratore.

. . . . . . .

_Spectabili viri Dominico Mazinghi, florentiæ_.

_Spectabilis vir_ etc. Intenderete per le lettere ho scripto allo

ufficio, in che termine si riduchono le cose. Et veramente crediatemi,

che molto più sanza comperatione iudicheresti quando qui fussi, essere

da temere questa cosa; e non solo non ci essere speranza di poterci

far fructo alcuno, stando ferma questa contraditione et inobedientia,

ma al continuo non ci si ode se non derisione, minacci et pericoli

gravissimi, et publici et privati. Sapete quanti inimici, et di che

ragione, ci sono: et se per questo modo la cosa va al loro proposito

e in modo, che chi si truova qui; si dovrebbe più maravigliare quando

qui non venisse qualche furia, maxime da rebelli Pisani, Sanesi et

altri disperati, che ce n’è molti, che se altra cosa seghuisse. Se

adunque qui non è da farsi cosa utile al proposito, ma più presto si

vede acquistare charico, mi pare che si doverrebbe ragionevolmente per

ogniuno giudichare essere molto meglio revocarmi di qui, che tenermi

con tanto pericolo, et maxime essendo la spesa sì grande. Et di questo

vi priego et gravo quanto posso me ne prestiate fede, che in nessuno

modo posso sopportare tanto peso; chè sono certissimo, se sapessi la

metà, ne haresti tale compassione, che a ogni modo ne provederesti. Et

poi che sanza fructo tanto pericolo et spesa sopporto, con ogni sicurtà

vi priegho et gravo, che prima bene consideriate ogni cosa; et mettiate

voi nel luogho mio; et dipoi considerando non ci essere publica utilità

(se altrimenti non rimediate), se è bene io così rimanghi qui. Nè altro

per hora. Iddio ti ghuardi.

Romæ, die 19 martii 1497.

Vostro DOMENICO BONSI, oratore.

13.

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2) · 第 121 / 142 题