LIONELLO BONI, examinato, disse circha l’arme mandò a Sancto Marco;
disse, che Nicolò calzaiuolo gli chiese arme; al quale gli prestò
cinque balestre, tre maschietti, bombardelle tre, et trenta passatoi;
le quale arme gli prestò circha uno mese fa, perchè disse le voleva
portare a Santo Marcho, perchè dubitava vi fussi fatto qualche baione.
Disse, che el dì del fuoco portò la corazza sua a Sancto Marcho; perchè
credeva havere ad venire in piazza coll’arme, la quale lasciò a Sancto
Marcho, et el di del caso se la misse. Disse, che lui la portava solo
a sua difesa, perchè el dì della Assensione,[909] non havendo arme, gli
parve havere le budelle nel catino.
Disse, che non haveva praticha nessuna, nè intelligentia alcuna fe’
mai. El dì del caso, disse, alle 23 hore si naschose su fra le camere,
con Giovanni Caccini et duo fanciulli, et uscinne el lunedì mattina.
La corazza dice si misse per difendere Fra Girolamo. Quelli de’ quali
si ricorda, v’era con arme Francesco Davanzati; con corazza et spada.
. . . . . . .
Die XV. aprilis. In dicta curia.
Item disse, che el dì del caso haveva in dosso la coraza, et uno
falcione; et che essendo in Sancto Marcho, che nella bucha dove fu,
v’era anchora Girolamo Mazinghi.
Sopra le intelligentie.
Sopra fare e magistrati et che ordini.
Che praticha haveva in San Marcho, et con chi.
El dì del caso quello fe’.
Circha la praticha haveva Fra Girolamo.
Circha le lettere, inbasciate, o altro.
Spettabili et dengnissimi cittadini. Essendo io stato già due volte
dinanzi alla presenza vostra, et da quella esaminato di più chose, ed
avendo resposto et dettovi la verità d’ongni chosa, non so che altro
dirvi, se none che replicho et chonfesso quello medesimo ho detto
l’altre volte. Ma avendomi ier sera dato questo foglio cho’ la nota di
sopra, ischriverò a parte a parte. Et primo:
Quanto alla parte della intelligienza, vi dicho di nuovo, none aver
mai avuto intelligenza alchuna; salvo, chome vi dissi, mi soscrisi a la
soschrizione di Roma, a fare fede chome lui predichava la fede di Dio
e la verità. E questo quando mi soschrissi era palese, e in pubricho.
E andando al papa, non ci pensai puncto, perchè non era chontro a la
nostra ecielsa Signoria.
Quando si faccieva i magistrati, l’ordine ch’io tenevo era questo, che
ne facievo horazione a Dio, che m’ispirassi a chi io avevo elegiere.
La praticha ch’io tenevo in Sa’ Marcho era questo, ch’io andavo la
mattina alla messa; et chom’era finito l’uficio, mi tornavo a chasa:
e chosì il dì tornavo al vespro, e legievo il mio uficio; e poi me
n’andavo a mia chonsolazione. E questo era il dì delle feste, e ’l dì
de lavorare istavo a bottecha.
El dì del chaso io andai la mattina alla messa, et dipoi me n’andai a
desinare: tornai dipoi al vespro; e detto il vespro, venne uno rimore;
di che inteso, dicievano che a Santa Maria del Fiore vi si chacciava
la gente de la predicha: e in su questo, di tratto giunse giente in
sulla piaza; che chredo io alle bocie fusino più garzonotti che uomini.
Dipoi rinforzando, esendo io quivi, mi misi la chorazza e ’l falcione
a lato, e stettemi da quello uscio che va nella Sapienza; che a me mi
pareva quello, è il vero, esere più sicuro della mia persona che luocho
vi fussi. Et quando venne il maziere da parte della nostra escielsa
Signoria, dicendoci che noi posasimo l’arme, et che se noi volevamo
uscire di quivi uscisimo, e chi voleva rimanere rimanessi, io posai
l’arme, et stettimi pel munistero: e lunedi a ore XXI o circha me ne
uscii, e andamene a chasa.
Et più mi dimandate le pratiche aveva Frate Girolamo. Io nollo so,
perchè, chome v’ò detto di sopra, udito l’uficio, io me n’andavo a fare
e fatti mia. E questo era il minore pensiero ch’io avevo.
Et più dite di lettere e inbasciate e altro, io non ne so nulla, chome
v’è detto di sopra, e l’altre chose.
Io Lionello Boni ho fatto questa fede di mia propria mano, questo dì 15
d’aprile 1498. Et alla vostra signoria mi rachomando.
8.
Esamina di Francesco Davanzati.
Die XIIII aprilis 1498. _In curia Bariselli_.
FRANCESCO di Lorenzo DAVANZATI, examinato _in curia Bariselli_, della
soscriptione, dice fe’, perchè disse che la volevano mandare a Roma,
per manifestare la sua doctrina essere buona. Circa al favore degli
ufici, dice: Qualche volta ragionando con F. S.,[910] F. B. Cavalcanti,
e con Ruberto Ridolfi, Giovanni di Leonardo Carnesecci, essere a fare
la signoria o gli Otto: e’ si vuol vedere di fare qualchuno fussi
sufficienti. E qualche volta nominavano; chome fu Filippo Buondelmonti,
quando si fe’ el gonfaloniere di iustitia.
Disse, che è circa tre settimane in circha, che Francesco de’ Medici
gli richiese qualche pezzo d’arme: perchè noi habbiamo sospetto di non
essere offesi. Il che vi mandò dodici partigiane, x meze teste, sei
rotelle, tre targoni coll’arme sua, sette targhoni bianchi, hebbe da
Matteo Strozzi; una corazza: disse per acopagnare el Fratre. Da poi,
non portando arme, la lasciò lì.
Interoghisi delle parole usò con Piero Corsini, del tagliare il capo a
20 cittadini.[911]
. . . . . . .
A dì 24 di aprile. Nel segreto, _verbis_.
Circa l’arme mandò in San Marco.
Circa quelli confortò et richiese a mandare arme in San Marco.
Circa la sobscriptione, quello ne sa, et come la passò.
Circa la inbasciata portò il dì del cimento.
Circa quello fece il dì dello scandolo; et quello dixe a Fra Girolamo
in chiostro, quando voleva venire a palagio.
Circa l’ordine del venerdì santo, hora fa l’anno.
Circa le pratiche di San Marco.
Circa il favore si facevano l’uno all’altro, nel fare delli ufici.
Circa il sapere e manifestare a Fra Girolamo le Signorie inanzi fussino
pubblicate.
Circa le inbasciate portate per conto di Fra Girolamo.
Circa l’avere detto di non rendere fave nere, se non a quelli credevano
a Fra Girolamo.
L’è interrogato de 20 capi parlatone con P. Corsini.
. . . . . . .
A dì 26 di aprile 1498.
Circha a l’arme ch’io mandai in San Marcho uno mese fa o più, che Fra
Francesco de’ Medici mi disse: Aveteci voi da prestare arme nesuna? Io
gli disi: Che arme volete voi? Lui mi dise: Quelle che voi avete. Io
gli disi: Io ò dodici partigiane, et dieci mezze teste, e sei rotelle,
e tre targhoni. E più mi dise: Sapete voi nesuno amicho quivi di casa,
che c’avesi da prestare qualche targhone? Io già disi: Matteo Strozzi
so che n’à. Lui mi dise: Io vorei che voi gli dicesi per nostra parte,
che ce ne servisi di qualchuno. Io lo trovai in Merchato nuovo, et
disigli per parte di detti frati, chome e’ vorebono che gli prestasi
parechi targhoni. Lui dise: Sì bene; mandino por esi a lor posta. Et di
poi e’ mandorono detti frati Nicholaio chalzaiuolo, et due o tre loro
fattori pelle dette arme. Et dipoi andorono in chasa Matteo Strozzi, e
ebono sette targhoni.
Circha a chi portasi arme in San Marcho, Fra Francesco detto ne
richiese Ruberto Ridolfi et Giovanni Charnesechi et Giovanni Chapegli,
et anche potrebe essere che ne richiedese Lesandro Pucci et Bernardo
Martini; pure di questi io non lo so chiaro. Ruberto Ridolfi dise,
che no ne aveva in chasa, perchè quando e’ fu podestà et fu vicario
di Valdelsa, che perdè ogni chosa; pure vedrebbe di provedercene
qualchuno. Et Giovanni Charnesechi et Giovanni Chapegli disono di
provederne. Alesandro Pucci dise, non ne avere, et che darebe qualche
danaio; stimo dicesi[912] fior. uno.
E più Giovanni Charnesechi dise, che soleciterebe Giovanni Chapegli;
che vi mandasi non so che choraze et schopietti, et polvere et
pallottole.
Circha alla soschrizione, da quella che andò a Roma in fuora, io non so
altra soschrizione, et no mi trovai mai a altra soschrizione.
Circha alla inbasciata fatta il dì del cimento, la sera dinanzi Fra
Girolamo mandò Giovanni di Iachopo di Dino per me a parlare a uno
de’ signori che desiderava avere la loggia pe’ sua frati più tosto
che la ringhiera: di che ci fu detto che era uflcio de’ X. Et andando
a’ X, e loro disono di servillo;[913] e Giovanni di Iachopo di Dino
rimase innanzi a loro pel chonto de legniame. Et dipoi Pagholo Antonio
Soderini si levò da sedere, e sì mi dise: Francesco, di’ a Fra Girolamo
che a me parrebbe che dovesi più tosto tòrre Santo Romolo, ch’è più
sicuro. Et io gli fe’ la inbaciata.
Et di poi la matina del cimento Fra Girolamo mi mandò a parlare a
qualchuno de’ X, e che ’l fuoco si dovesi apichare da uno de’ lati, et
ch’e frati entrasino da l’altro lato, et dipoi ch’eli erano entrati,
ch’el fuocho s’accendesi dietro a loro, acciochè e’ non potesino
fugire.
Di che io andai in palagio, et parlai a Pier Francesco Tosinghi; di
che vi fu presente Adovardo Chanigiani: et dipoi tornando inverso San
Marcho, ischontrai pella via tre de’ detti X, cioè Domenico Mazinghi,
Giovan Batista Ridolfi et Luigi della Stufa, se io non erro, et disi
loro quel medesimo; di che vi fu presente Adovardo detto.
Circha il dì dello scandolo, quello ch’io feci là vi fu i’ rumore: et
io m’andai a mettere la choraza ch’io v’avevo, che l’avevo anchora
sabato matina, chon chredendo andare in piazza cho l’arme; et chosì
avevo arechato uno choltello bolognese. Et Piero Francesco Tosinghi, mi
dise, che la matina non si aveva a portare arme. E tanto si è, che ’l
dì io me la mesi, e ’l choltello a lato; et steti chon esa ischoperta
circha d’una meza ora; et dipoi mi vi mesi su la mia ghabanella
paghonaza, e ’I choltello a lato, e ’l chapuccio in chapo, et veni
in sulla piaza di San Marcho in chapuccio et in ghabanella, perchè
egli era uciti fuora parechi armati; et io gli chonfortai a tornare
drento, perchè eglino stavano meglio in chasa che fuora, et più sichuri
stavano.
Et di poi mi ritornai nel chiostro, e sì mi steti pel chiostro e in
chiesa, e mai tenni in mano arme da ofendere; et tutavia teni in mano
uno chrocifiso picholo d’ottone; et quella fu l’arme mia.
Et il dì detto non mi ricorda mai che io parlasi a Fra Girolamo; che se
io gli avesi parlato, io ve lo direi.
Et di poi egli era in chiesa chol Sacramento in mano, et Fra Domenicho
aveva in mano uno chrocifiso; et tuti que’ fraticini intorno, chi
chol chrocifiso et chi cho una croce rosa in mano; et chosì v’era
qualche secholare; et quivi si chantava _Salvu’ fa’ popollo tuo, Salvu’
fa’ popollo tuo_. E Fra Girolamo diceva; Abbiate fede. Et Francesco
del Pugliese ed io eravamo fra loro frati, et chantavamo: e stimo
a questo modo insino che doveva essere dua ore et mezzo di notte
circha. Vero è che in quelle dua ore e moza incircha Fra Girolamo mi
dise due o tre volte: Che fanno questi nostri nemici? Io gli disi; E’
chombattano chome voi sentite et vedete. Et più già disi, che fuora
era di molto popollo, sechondo si diceva et sentiva. Et in effetto
alle dua ore ½, in circa, Francesco del Pugliese ed io ci partimo
di chiesa, et andamocene in chamera d’uno frate; e sì ci si aviò
dietro uno amicho di Francesco del Pugliese, che stimo sie tesitore o
divettino, povero, et e’ none aveva arme: et quivi stemo tutta notte. E
la matina in sul dì, Ghuglielmo degli Alesandri, et Piero di Francesco
Chavalchanti ce ne chavorno per loro ghrazia; et Piero Chavalchanti
m’achompagniò insino a chasa.
Circha al venerdì santo, io non ne so nulla. Vero è ch’io udi’ dire,
ch’e cholegi erano su alla porta del palagio. E se io sapesi nulla, io
ve lo direi. Ma e’ n’è vivi sei di noi; intendete da loro se lo sanno.
Circha alle pratiche di Sa’ Marcho, io per me non so pratiche nesuna.
Circha al favorire degli ufici, io nollo so per me. Vero è che
quando e’ s’aveva a fare o signoria o Otto, che Ruberto Ridolfi ed io
dicevamo: Die ci dia ghrazia che noi abiamo una buona signoria o buono
uficio d’Otto, per tuto bene della patria nostra. E questo è la verità.
Circha a sapere et manifestare a Fra Girolamo la signoria innanzi fusi
pubrichata, di questo io non ne so nulla. Accetto che, quando io fu’
de’ signori, e mi fu detto la sera dinanzi da parecchi ch’io sarei de’
signori; e la matina io andai in San Marcho a udire mesa, et trovai
Fra Salvestro; lo gli disi, ch’io stimavo la matina essere de’ signori,
et che facesi fare orazione per me. E lui mi menò a Fra Girolamo; che
questa fu la prima volta ch’io gli parlai, et disigli che preghesi
Iddio per me; e chome io stimavo essere de’ Signori. E Die ’l volesi
ch’io non lo avesi mai chonociuto.
Circha alle inbaciate portate per conto di Fra Girolamo, io non ò mai
portate inbaciate, se none quelle ch’io vi disi a Francesco Valori, che
gli faccesi rafermare la Sapienza[914] per uno altro anno: et questo
stimo mi dicesi Fra Chosimo Tornabuoni per parte di Fra Girolamo.
E questo è la verità: e se voi mi trovate altrimenti, fatemi quel ch’io
merito: e a voi mi rachomando quanto so et posso.
E più mi richorda, ch’io disi il detto dì, nel chiostro, a Nicholaio
chalzaiuolo: Istati chostì a la porta chon quarche chonpagnia.
. . . . . . .
_Die_ XXVII _aprilis_ 1497.
Francesco decto. _Inter cætera_ dice, essere vero che a quelli del
Frate, ne’ render delle fave, faceva qualche cosa meglio che alli
altri.
Die XVIII aprilis 1498.
9.
Esamina di Fra Girolamo Gini.
_Ego frater_ HIERONIMUS _Andreæ_ DE GINIS fo fede chome gli è vero,
che circa du’anni passati, essendo io usato un tempo in San Marco, e
andando a udire le prediche di Fra Girolamo, che un dì Frate Ruberto
da Ghagliano mi richiese ch’i’ dovessi fargli conpangnia quando Fra
Girolamo andava a predicare; che allora credo fussi suo compagnio; e
dimandando dell’arme, se si poteva portare, intesi essere di volontà
della Signoria, e quando degli Otto: e questo credevo, perchè molte
volte vidi degli Otto impersona, o uno tavolaccino e uno famiglio
d’Otto, el quale non mancava mai.
Et etiam è vera cosa, chome molte volte vi sono abergato, richiesto
da Frate Francesco de’ Medici, maxime da circha un mese o poco più
in qua: e veniva più persone perchè havevano sospecto non n’esser
offesi. Quegli vi venivano, ch’io mi ricordo, sono questi: Bartolomeo
Bartolomei merciaio, Nicholaio calzaiuolo, Luca d’Andrea della Robbia,
Iacopo del Bientina, Lazerello da Filicaia cioè Buonacorso, Ridolfo
Pancatichi, Diofebo della Stufa, Zanobi righattiere: e così ogni sera,
circa a 15 dì inanzi el caso, vi stava sei o otto.
E più dico che una sera, forse otto o dodici dì inanzi al caso, da
parte di Fra Francesco de’ Medici, andai con Nicholaio chalzaiuolo
a casa Francesco Davanzati, e venne dua garzoni di casa, no so o
vetturali o ortolani; e da Francesco Davanzati s’ebbe dodici partigane
cho’ manichi neri, e dieci meze teste e cinque rotelle coll’arme sua, e
tre targoni: e così andorno in casa Matteo Strozzi da l’uscio dirieto,
e io aspettai in casa Francesco; ed ebbesi sei o sette targoni sanza
dipigniere: e così si portorno in Sa’ Marco. Potetto’ essere quelle
sere abergai in Sa’ Marco, otto sere.
E così dico, el dì che fu el caso, ch’io ero in Sa’ Marco a udire el
vespro; e detto che fu el vespro, volendo andarmene in libreria, si
levò un grande romore di giente che tornavono da Santa Maria del Fiore;
e da uno, che si chiama Francesco del Beretta, intesi chome erano
stati assassati: e venendo el rimore e ’l popolo quivi, andai in una
stanza dalla porta del chiostro, che si chiama la squola, vedendovi
di molti huomini; e quivi mi messi un vestito nero di maglia e una
meza testa e una spada e una rotella; e vidi quivi parechi balestra,
e così dodici o sedici coraze in uno cassone, che non so niente donde
fussino venute. Vero è che molti corsono quivi per l’arme che in una
furia furno levate; tra’ quali vidi Diofebo, Alesso Baldovinetti,
Bartolomeo Bartolomei, Luca della Robbia, Zanobi rigattiere, uno sarto
overo orafo, el quale uscendo poi fuori fu ferito; et così vidi quivi
Nicholaio: poi vidi Francesco Davanzati con una coraza rossa, Lionello
Boni con una coraza azura, Tomaso Spini armato; et così dimolti ch’io
non conobbi. E cessato el romore alquanto, posi la rotella giù in una
camera nella scuola e mai imprima ero uscito fuori. Di poi, andando pe’
chiostri colla spada e in ghabbanella, cholle pianelle in piè, venne
la sera; dove Fra Girolamo venne in coro, e lì pigliò el Sacramento in
mano, e Fra Domenicho un crocifixo, e cominciorno a chantare: _Salvum
fac populum tuum, Domine etc_. Et così stando alquanto, fu appicato el
fuoco alla porta della chiesa e del chiostro; e Fra Girolamo disse,
che si ponessi giù l’arme: dove usci’ di coro, e andai in sagrestia,
in una corticina; e da uno pozzo che v’è lasciai la spada e la
meza testa, e ritornai in coro; dove, inginocchiato in sulle scalee
dell’altare, aspectavo tuttavia di morire, stimando morire per Cristo.
E così entrando loro dalla porta della sagrestia, fu aperta loro la
porta del coro da certi frati, e fattosi loro incontro con croce in
mano e con torchi; tra’ quali conobbi uno Fra Giuliano Maria grande,
Fra Marco Gondi, e cierti ch’i’ non conobbi: e così usci’ fuora io,
sanza arme nessuna; e Ridolfo Pancatichi, no so già s’aveva arme:
così venne drento Andreucco Calderai, armato con un pugnale in mano,
e a lui dissi che mi dessi, ch’ero sanza arme. Non mi volse dare, ma
tirossi in sulla scala, ed io da un altro fu’ ferito nella testa, che
m’uscì molto sangue, in modo no potevo appena stare impiè. Achosta’ mi
allor’a Andreucco, ch’era in sulla scala, e disigli che uscissi fuora,
perchè già erano stati spinti indrieto, che m’averia fatto piacere a
me. E così mi tornai allora in coro in s’uno cierto letuccio o pancha
a sedere, che non potevo regermi. E così vidi Ridolfo Pancatici ferito
a morte qui in terra, e Fra Domenico lo comunicò. E dipoi Fra Girolamo
andò su, e di subito tornò: e dare[915] due archibusi in coro, e uno
tedesco e uno i’ mantello e ’n capuccio, grasso.[916] Chosì poi Fra
Girolamo tornò giù, e allora allora tornò su; dove venne Ghugliemmo
degli Alesandri, e uno de’ Riccalbani, per parte de’ commessari. E
così andorno, e ritornorno; e Fra Girolamo disse di volere andare alla
Siginoria. Et così andai in una cella d’uno frate, e faca’ mi la testa,
e dalla libreria trovai Gioranni Bettini; e lui mi dimandò chome stavo
della testa. Risposi: mi dolevano più dua fiorini avevo perduto, che
allora avevo ritrovati. Chosì dimandai se potevo uscire sicuro. Disse
che, stando un poco, tutti usciremo sicuri. Et avendo auto quatr’anni
volontà d’essere frate, come le Vostre Signorie per più pruove possone
essere certi, mi vestirno. Queste sono le cagione del mio non esser
fatto frate a caso. Havevo studiato du’anni, avevo data la bottegha a
u’ mio cogniato: la pigione diceva in lui dal primo di d’aprile in qua.
Havevone richiesto Fra Domenico, Fra Girolamo, Fra Salvestro e degli
altri, più volte. E questo è quanto vi posso dire di verità.
. . . . . . .
_Die_ XVIIJ _aprilis_ 1498.[917]
_Frater Jeronimus Andree Zenobij de Ginis, nondum professus_.[918]
Che domenicha fe otto dì, era secolare in Santo Marcho, e sentendo el
romore si chavò el mantello nella scuola del convento, e quivi preso
una rotella et una spada et uno giacho di maglia e meza testa; li quali
prese per diffendere sè e frati, bisognando, e disse:
Che lui che essendo preghato prima da frate Ruberto dagliano,[919] che
coll’arme accompagnassi Frate Girolamo e che circha l’armi aria, et
allui era detto da parte della Signoria o degli Otto, potevano portare
l’arme; et questo gli disse detto frate Ruberto.
Et che la sera del caso, trovando lui Giovanni Vettori dalla libreria,
dicendo chome lui stava della ferita, et che detto frate Girolamo[920]
haveva duo fiorini in mano, dicendo: io ho più caro questi duo fiorini
che io ho ritrovato, che più mi dolevano che la ferita ho.
. . . . . . .
Jesu Christo. A dì 19 d’aprile, 1498.
Io frate Girolamo d’Andrea Gini fo fede dinanzi Addio e gli huomini
come gli è vera cosa che, essendo la domenicha dell’ulivo, cheffumo
adì VIII d’aprile 1498, nella chiesa di San Marco al vespro, nella qua’
chiesa da parechi anni in qua: sono stato la magiore parte del tempo;
effinito detto vespro sentii un romore d’uomini e donne che tornavano
da Santa Maria del Fiore, e veduto giente assai, andai in una stanza
dalla porta del chiostro, chessi chiama la scuola; e quivi m’armai di
queste arme: cioè uno pitocho forte, una rotella, una spada e una meza
testa, e mai mi partì del chiostro nè uscì fuora: et cessato alquanto
el primo romore, posi giù la rotella, e tolsi la mia gabanella elle
pianelle, e restommi la spada, e così andai per que’ chiostri. E venuto
la sare,[921] el romore crescendo, venne fra Girolamo in coro e pigliò
el Sacramento, e quivi in ginocchioni cho e’ frati, cantando: _Salvum
fac populum tuum Domine_ etc.: mi posi qui in ginochioni, ed eravi
cierti altri, a e’ quali Fra Girolamo disse, che li dovessi diponere
l’armi.[922] Per la qual cosa mi partì di coro, e andai in sagrestia,
in una corticina chevv’è appiè d’un pozo, e qui lasciai la spada ella
meza testa, e ritorna’ mi in coro e posimi quivi in ginochione in
sulle schalee dell’altare, aspettando la morte per l’amore di Christo.
Entrando all’ultimo uscio dal coro quegli di fuora, si fecie loro
incontro parecchi frati, tra quali era uno ch’a nome frate Giuliano
Maria e un altro frate Marco Gondi, gli altri in su quello non conobbi,
e avevano croce in mano e dicevano: _Viva Jesu Christo_. Ed io mi
feci inanzi, e da una pila d’aqqua benedetta mi scontrai in Andreuccio
Calderai, e allui mi offersi se mi voleva dare,[923] che era armato e
avea un pugnale in mano: non mi dette altrimenti, ma andò dalla scala
chevva su; e in quello ebbi d’una lascía o altro nella testa. Essendo
rimessi indrieto, ne fu presi e spogliati, e io parlai con Andreuccio
ch’era in su quella scala; e perchè e’ non mi aveva voluto dare,
che arebbe potuto, e perchè m’è alquanto parente, lo consigliai si
partissi; acciò non fussi guasto. Così mi tornai in coro dove trovai
Ridolfo Panciatichi ch’era in terra ferito a morte, e standomi a sedere
pel sangue m’uscii, vidi fra Domenicho comunicallo. Et così fu arecato
in coro due archibusi,[924] et uno tedesco n’era che traeva, e vidivi
Pagholo della Robbia armato e Lucha suo fratello et uno certo Grasso,
che non so el nome suo, chemmi pare forestiere o gli è stato un tempo
di fuora, e Francesco Davanzati colla coraza solamente: di poi parechi
frati presono l’arme. Eravi quivi dimolti disarmati, tra quali conobbi
Francesco del Pugliese in mantello e chapuccio, Raffaello delle Colombe
e Bartolomeo suo fratello, uno che si chiama ser Zacheria e Iacopo
del Bientina, e certi altri ch’i’ non conobbi: chosì durando la cosa,
si partirono in ultimo et andorno suso; dipoi imediato si tornò giù,
poi si tornò su, dove venne Ghuegliemmo degli Alesandri e uno de’
Ricalbani per parte de’ Commessari, e dipoi ritornorono ch’erano in
libreria, e disse di venire, dove poi trovai Giovanni Bettini chemmi
dimandò come istavo della testa: risposi che mi davano più noia dua
fiorini ch’io avevo perduti, chella ferita, e’ quali avevo ritrovati
che allora gli avevo in mano, e dimandalo se potevo partirmi sicuro:
dissemi ch’i’ stessi um pocho che saremo tutti savati. In questo tempo,
avendo io auto desiderio più di quatro anni d’essere frate; mi venne
pensiero d’adimandallo al priore e gli altri; perchè a ogni modo m’era
stato promesso in questa pasqua. E che questa sia la verità ne potrei
dare molte prove delle quale ne dirò alcuna: l’una si è che m’ero
spodestato della botteghe e avevola data a uno mio cogniato, ella
pigione dice in lui[925] dal primo di aprile in qua; l’autra che 2 anni
sono passati, o atteso apparare gramatica per venire a questo effetto,
chemmasegnato[926] Messer Niccholò priore della Sambucha, che sta a
casa in sulla piaza del Re. Ancora l’anderei io[927] affare compagnia a
Fra Girolamo quando andava a predicare, dicho ch’io ne fu’ richiesto da
frate Ruberto da Gagliano e fra Santi Rucellai, e dell’arme si portava
intendevo essere di comessione degli Otto o della Signoria; e questa
m’era agievol cosa a credere, perchè molte volte vidi degli Otto in
persona, ma uno tavolaccino e uno famiglio d’otto non manchava mai.
10.
Esamina di Bernardo Ricci.
_Die_ XVIII _aprilis_ 1498, examinato.
BERNARDO DE’ RICCI disse: Ch’è circa XV giorni, che Francesco Valori
gli disse, che haveva sentito che in casa messer Agnolo Nicolini,
e in casa que’ Nerli, e in casa di Piero degli Alberti, si faceva
raunate; sichè vorei tu ne andessi a sentire qualche cosa, perchè io
me ne risentirei colla Signoria, e ingegnere’ mi con quella. A che
Bernardo detto la ’mpose a Nicolaio calzaiuolo che ei n’andessi a
sentire e riferillo a Francesco Valori. Et ciò fece pur perchè sentissi
Francesco, che lui l’aveva commesso che tale opera seguissi.
11.