XLVI.

(Vol. II, lib. IV, Cap. IX, X, XI.)

_Altro brano dello stesso Manoscritto del Violi_.

_Sesta giornata_. Del vero processo di fra Hieronimo di sua mano

scritto, e delli altri tre processi, contra di lui falsamente

scritti da’ suoi inimici.

_Soffia_. E’ mi par vedere Didimo venire molto in fretta verso casa

mia; qualche altro scrupolo gli sarà stato messo nel capo. Egli

è desso! O Didimo mio, che hai tu di nuovo che tu ne vieni così

affannoso?

_Didimo_. Io non so qualche volta dove io cammini; tanto è astratta

la mia fantasia sopra queste cose di fra Hieronimo, che bene spesso,

uscendo di casa et non pensando, io mi conduco qua a casa tua, che

a pena io me ne accorgha: et insino a tanto che io non sia resoluto

da te del tutto in queste cose, non pare che io mi possa quietare.

Tu sai che nella giornata, in che noi, parlando sopra la scomunica

fatta da papa Alessandro VI contra a fra Hieronimo, a stanza et per

suggestione di quelli cattivi di Firenze; tu incidentemente toccasti

ancora un motto del Processo che contra di lui fu fatto, e dicesti

volermene dire un altro giorno, sopra questa materia, la verità come

essa sta appunto. Et per questo io sono stato in proposito tuttavia

di tornare da te per saperne il vero, e tanto più sono spinto, perchè,

poco fa, uno di questi mia amici, che tu sai che son contrarj a questa

opera, scontrandomi, mi assaltò a parlar meco in su questo processo;

e ti posso dire che ci si fanno molto gagliardi, con dire che e’ fu un

seduttore, e che questo suo processo e la morte sua l’ha dimostrato. E

però non ti maravigliare, se io ne venivo così ratto e sopra pensiero,

e ti prego che tu mi illumini di questa cosa come mi hai fatto delle

altre, e che io sappia come io debba rispondere a questa calunnia, che

altre che calunnia non penso e non credo che la si possi essere.

_Soffia_. Tieni saldo e fermo cotesto tuo credere, che quello che

loro ti dicano sopra questa materia, non è altro che calunnia, come

io ti mostrerò in questa giornata, prima che tu ti parti da me; perchè

essendo tu venuto a posta per questo, voglio e spero per gratia di Dio

mandartene sodisfatto; e vedrai che, da uno in fuori che lui scrisse

di sua mano, tutti li altri processi sono falsissimi, e falsamente

da’ suoi malevoli composti. Et in quanto tu di’ che lo chiamano fra

Hieronimo seduttore, e che per seduttor fu morto, non te ne alterare,

Didimo mio, di questo loro parlare; perchè ancora Christo signor nostro

fu chiamato seduttore da quelli Giuda che lo feciono crucifiggere, e

per seduttore lo accusorno a Pilato e che e’ subvertiva il popolo,

e per seduttore volsono che morissi; et ancora poi che fu morto lo

chiamorno seduttore, dicendo a Pilato che lo facessi levar di croce

e custodire il sepolcro, dicendo: _seductor ille dixerat: post tres

dies resurgam_, cioè questo seduttore ha detto che resusciterà doppo

tre giorni. Però lassa pur dire questi cattivi, che io non me ne

piglio punto di scandolo, del parlare di questi cattivi; anzi ne

piglio edificatione, considerando etiam che per questa via, lui si è

assimigliato più al suo e nostro Signore, che volse ancora lui morire

per queste via, et esser chiamato seduttore, benchè non fussi vero. E

se così questi cattivi dicano di fra Hieronimo, considera, Didimo mio,

che non ha a essere maggiore e di miglior nome il servo che il Signore,

sí come disse Jesu Christo a’ suoi discepoli: _Non est maior servus

Domino suo, et si me persecuti sunt, et vos persequentur_. Ma torniamo

al proposito di quello che tu vuoi sapere del processo, et lasciamo

andare costoro che son ciechi.

_Didimo_. Sì, Soffia mio carissimo, questa cosa del processo, chè per

ora da te altro non desidero.

_Soffia_. Sappi, adunque, che quattro furno i processi che in quel

tempo furno fatti sopra di Fra Hieronimo, quando che lui stette

preso et incarcerato; et uno di questi è solo vero processo, chè lui

scrisse di sua mano, e che li fu dato da scrivere, et inpostoli che

de’ casi suoi ne scrivessi la verità sopra le interrogationi che li

furno fatte:[675] e lui così del tutto ne scrisse la verità. E questo

suo processo vero di sua mano, un nostro cittadino chiamato Giovanni

Berlinghieri, che era allora uno del numero de’ Signori, et era huomo

litterato, gli pose su le mani, et tennesi questo tal processo per

sè; nè mai, poi che fu uscito de’ Signori, volse che alcuno più lo

vedessi, nè in vita di Fra Hieronimo, nè etiam doppo che fu morto.

Questo Giovanni Berlinghieri si trovò esser de’ Signori, in quel tempo

che Fra Hieronimo fu preso, cioè d’aprile 1498, et uscì de’ signori; et

poi di maggio entrò la Signoria, al tempo della quale poi Fra Hieronimo

fu sententiato e morto; sì che Giovanni non si trovò a giudicarlo,

ma portossene quel processo vero; et vedendo come questo frate fu poi

morto, non volse mai mostrarlo poi a persona, dicendo che non l’haveva.

_Didimo_. Io non ho saputo mai più che di Fra Hieronimo, fussin fatti

tanti processi, quanti tu hai narrato; e mi son creduto sino a qui,

che quel solo processo che è fuori stampato fussi di lui fatto, e non

altro, eccetto che la esamina che di lui fece poi Romolino. Hor, perchè

tu hai detto che furno fatti di lui quattro processi, e di già mi hai

scoperto uno che tu di’ che è quel vero che ebbe Giovanni Berlinghieri;

tu mi dirai ancora come stanno questi altri, e se di questo primo tu

hai ancora che dirne altro; perchè il dire tu che questo è il vero, et

li altri no, non par che basti, se tu non me ne dimostri qualche segno

di verità.

_Soffia_. Il primo segno che io ti voglio dire, e la prima coniectura

per la quale si apparisce che questo sia la vera confessione di Fra

Hieronimo, e che tutto sia in suo beneficio, e secondo la verità da lui

prima tanto predicata; e pubblicamente detta, è questo: che Giovanni

predetto, richiestone doppo morte del frate, da molti credenti la

sua dottrina, non lo volse mai mostrare; forse per non scoprire sè, o

quelli che in tale opera erano stati adversi et persecutori di questo

frate. El che è così da presumere, che questo sia il vero processo e

l’altro no, e che questo non concordi con quello che è fuori; perchè se

questo processo fussi stato concordante con quello che hanno mandato

fuora e fatto stampare, l’harebbe Giovanni mostro ad ognuno, e non

occultato. Ad ognuno, dico, l’harebbe volentieri fatto vedere, e tanto

alli fedeli e credenti di questa opera del frate per farli chiarì,

perchè erano in errore; quanto etiam et molto più alli contrarj per

compiacer loro; e però, non l’havendo voluto mai lasciar vedere, maxime

a quelli credenti, chè ne fu ricercato da molti; questo è segno e

coniettura manifesta, che questo scritto di sua mano non concorda con

quello stampato e pubblicato, che è fuora.

_Didimo_. Questo segno che tu hai detto ha assai del verisimile,

che in quel processo scritto del frate fussi più presto cosa che

contrariassi a quel processo stampato che con quello concordassi; pur

non di manco questa è sola coniectura e non probatione, se altro non

vi si aggiugnessi, maxime non ne dicendo tu se non parole, che lui cioè

Giovanni l’habbia dinegato mostrarlo a persona alcuna.

_Soffia_. Io veggo che è forza, che io ti apra ancora più manifesto

segno, che non era mia intentione nominare persona; ma perchè io ti

veggo ancora star sospeso, son forzato pigliare animo a nominarti

qualche uno che a Giovanni ne parlò, e le parole che gli rispose.

_Didimo_. Tanto più ne rimarrò satisfatto, quanto tu più mi mostri

che Giovanni havessi questo scritto nelle mani, e che lui lo volessi

occultare.

_Soffia_. Sappi, adunque, e tieni per certo questo che adesso ti

dico: il prefato Giovanni Berlinghieri, doppo alquanti anni morto il

frate, si infermò: et gravemente; et allora sperandosi che, almanco

doppo sua morte, Giovanni fussi contento lasciar questo scritto che si

potessi vedere; vi andò a parlargli dua suoi parenti, e dirotti chi e’

furno poi che così mi costringi. Questi furno Alessandro Pucci, et Mª

Sibilla sua donna, i quali erano tutti a dua suoceri di una figliuola

di detto Giovanni, sperando per la parentela ottenere questa domanda,

et pregoronlo che dovessi mostrar e compiacerne loro di questo scritto

del frate. E dirotti ancora più oltre, da chi e’ furno mosse queste

dua persone a far questa domanda. Fra Bartolommeo da Faenza, che era

frate dell’ordine che era Fra Hieronimo, uno dei suoi credenti, ma

haveva veduto miracoli più volte; sapendo che Giovanni haveva questa

cosa, desideroso di vederla usò queste dua persone parenti di Giovanni

per impetrare questa gratia. Ma odi quel che Giovanni li rispose e

disse: nè a voi nè a persona del mondo lo mostrerrei, perchè sarei

per avventura cagione della morte di più di quaranta cittadini di

Firenze. A Dio non piaccia che io sia cagione di tanto male; habbiate

pazienza, perchè non è bene che io facci quello che voi mi domandate;

anzi voglio prima che io muoia gittarlo nel fuoco, e vederlo ardere,

chè non voglio dare occasione alla morte di persona. Hor che di’ tu

qui, Didimo; bástati questo segno della verità di questo tal processo?

Di chi credi tu che Giovanni dubitassi d’esser morti tanti cittadini,

non già delli amici del frate, che in tale scritto non havevan colpa,

nè fattovi nulla; ma sì bene delli suoi persecutori che havevono fatto

il contrario e l’opposito di quel che diceva questo processo vero, e di

man propria del frate.

_Didimo._ E’ non si può negare che questo non sia manifesto segno, che

la verità sia in questo scritto che tengano occulto; perchè le parole

di Giovanni Berlinghieri, che tu hai allegate, se le son così come tu

l’hai narrate, mostrano la malignità e la colpa grande in costoro che

dettono la morte, o furon causa della morte del frate, dubitando lui

che sarebbon morte, se questo processo si palesassi.

_Soffia_. E’ pare che tu dubiti, se questa risposta di Giovanni fu così

come io te l’ho narrata. Credi tu che io ti dicessi affermative una

cosa, della quale io non ne fussi certificato prima? Sappi che tutte

queste parole di Giovanni, io hebbi da tutte a tre quelle persone che

io ti ho narrato che richiedevano Giovanni di questa; perchè tutti

tre erano mia amicissimi, et hebbi sempre io con loro grandissima

familiarità sin che vissono.

_Didimo_. Io ti credo assolutamente, e non dubito punto che non sia

vero quello che tu mi hai detto; e tanto più ti credo, che non posso

credere haver permesso Dio, che cotesto huomo habbi serbato cotesto

scritto a caso; ma che forse un dì si habbia a palesare per testimonio

di questa verità.

_Soffia._ Ella è opinione di alcuni, che benchè Giovanni dicessi quelle

parole di voler ardere questo processo innanzi alla sua morte, che non

dimanco poi nol facessi; e però potrebbe per avventura un dì, quando a

Dio piacessi, verificarsi quello che tu hai detto.[676]

_Didimo_. Horsù tu hai detto assai di questo primo processo; e di

quest’altri tre che tu di’ che ne furno fatti, tu ne dirai quel che e’

sono, e che di loro sia seguito.

_Soffia_. Io ti ho detto che questi altri tre furno falsamente

fatti, per calunniare il frate quanto e’ potevano; volendo con tal

calunnia coprire sè e la loro cattività e maligna intentione, che

non paresse che havessino presi et morti tre religiosi, senza causa

alcuna e tanto vituperosamente, e non havendo altro rimedio a voler

dar qualche coperta alla loro iniquità che fingere questo frate uno

huomo diabolico. Ma diciamo un poco di quelli altri due, che insieme

con lui feciono morire. Di questi non hanno mandato fuori nè stampato

processo alcuno; anzi dipoi si è trovato quel che loro scrissono in

prigione, che non v’è un peccato al mondo. Immo più forte ti dico, che

viddono un miracolo espresso di Fra Domenico in prigione, innanzi che

lo mandassino a morire, come un’altra fiata io ti dirò per non uscir

qui ora di proposito. Bastiti questo per adesso, e nota bene se questo

altro segno che io ti ho detto ti scuopre la malignità, et perversità

grande di questi indiavolati et maledetti persecutori di questo frate.

_Didimo_. Chi ha punto di giudizio e ponga da canto la passione, non

sarà mai possibile che, considerato tutte le circonstantie che sono in

questo caso, che possa mai dire, se non che questa fu rabbia di questi

persecutori, e non fu cosa di iustitia, nè di verità alcuna. Ma torna

al dirmi di questo secondo processo quel che tu ne sai.

_Soffia._ Quando questi scellerati viddon da principio, di non poterne,

con tormenti nè con altro, trovar cosa da giustificarsi di haver messo

le mani violente in questi poveri religiosi, come già te ne toccai un

motto nella III giornata, che allora infra tre o quattro giorni già il

popolo nella città mormorava di loro; però fabbricorno così in fretta

fretta un processo falso di poche carte, cavato, come allora si disse,

in parte da quel (_di_) Fra Hieronimo, con certe postille aggiunte in

più luoghi, che guastavano tutto il detto suo; e le quali postille si

disse essere state fatte da ser Cecchone che fu cancelliere di quelli

esaminatori, et posonvi su qualche calunnia contra il frate, e fecionlo

stampare a un cartolaio e venderne. Ma non fu più che veduto fuora,

che etiam da quelli che erano dalla parte di questi adversarij, e de

lor savi della sapientia humana, fu giudicato cosa di poco fondamento,

e più presto con poca prudentia composta; e però subito fu mandato un

bando in fra tante hore, sotto grave pena, riportarli a quel Cartolaio

donde li havevono comperati. Hor vedi, Didimo, che processo fu questo

che lor medesimi compositori di quello processo presto sene ebbono a

vergognare.

_Didimo_. Questo che tu hai detto del mandar fuori questo tal processo,

e subito ripigliarlo, dimostra la sciocchezza loro, et insieme la

malignità; e così sempre interviene a chi non va retto a Dio, che,

benchè per far male usi l’astutia e la malitia, nondimanco sempre

par che perda il cervello, e dimostri ancora la sua astutia sicome è

scritto: _Adducam consiliaros in stultum finem_. Ma dimmi, Soffia,

donde cavi tu questo, che mandato che fu fuori tal processo, lo

facessino di subito, per bando, riportarlo donde era stato levato?

_Soffia._ Che questo fu cosa pubblica, et ancora io dissi se tu

leggessi quella cronicha del Botticello, che altra volta io ti ho

detta, tu troverresti a carte 434 che lui dice che fu messo questo

bando da parte della Signoria, o degl’Otto, che tal processo si

riportassi, e che ne fu riportati molti; ma che lui nol volse già

riportare quello che lui comperò.

_Didimo_. Horsù diciamo che questo sia abastanza quanto al secondo

processo che tu hai detto, il quale apparentemente si vede assai esser

macchiato di falsità. Venghiamo al terzo, e dimmi quale è questo terzo,

e quel che tu ne giudichi, e come tu lo intendi.

_Soffia_. Il terzo processo è questo che è fuori stampato, il quale

scrivono esser fatto e scritto sotto dì 19 di aprile 1498, il quale io

ti ho detto che è similmente falso, e mostrerotti la sua falsità in più

luoghi, se tu mi ascolterai.[677]

_Didimo_. Mostrami, e di’ quello che tu vuoi, che io ti ascolterò

sempre più che volentieri, per trovar la verità di questa cosa, chè

altro io non cerco.

_Soffia_. Cominciati da principio di questo processo, dove e’ dicano

haver cominciato ad esaminare Fra Hieronimo alli 9 d’aprile, che la

notte innanzi a detto dì 9 fu da loro preso; e dican alli 10 haverli

dato tre tratti e mezzo di fune, et a questa esamina, oltre alli

esaminatori secolari che quivi son nominati, dicano vi intervenne due

canonici commessarii del Papa. Questa per la prima è una expressa

bugia, et una manifesta falsità, perchè il frate è preso la notte

innanzi alli 9 del mese, et alli detti dì 9 lo cominciano a esaminare

secondo che è scritto in detto processo: non è possibile che in sì

breve tempo habbino mandato a Roma per la commissione, e la sia venuta

in sì poche hore, che tra l’andare e tornare son più di duegentonovanta

miglia; però si vede già che in sul principio questo processo si

dimostra falso, e Dio lo permette che le opere de’ cattivi hanno sempre

qualche cose che si scopre la lor cattività.

_Didimo_. Questa tua ragione non è talmente gagliarda che non vi si

possa rispondere; perchè potranno dir questi adversarij, che prima

havessino fatto venir tal commissione.

_Soffia_. Sciocca e stolta sarebbe stata cotesta loro risposta, se così

la dicessino, e sarebbon simili a quello stolto che ordina di desinare

la lepre avanti che l’habbi presa.

_Didimo._ Horsù ammettiamo che questa prima habbia apparentia pur

di qualche falsità, e dimmi se tu ne mostri altra miglior ragione di

questa, da convincere questi nostri amici; che ti so dire che in questo

processo fanno grandissimo fondamento, e dicano che gli è soscritto

da tante altre persone qualificate che si trovorno presenti a tal sua

confessione, in modo che io non veggo per che via si possa bene uscire

di questo. Io per me non so già cavarne i piedi, se tu non mi mostri il

modo.

_Soffia_. Ben sai se fussi vero quel che quivi è scritto, e noi lo

presupponessimo per vero, che saria difficil cosa uscire di tal laccio;

ma se io ti mostrerrò molte falsità che vi son dentro, bisognerà che

tu e loro confessino, non volendo esser protervi, che a un tal processo

pieno di falsità non se li possa nè deva prestar fede.

_Didimo_. Horsù procediamo avanti, tu ne hai già dette una di queste

falsità, benchè la non concluda molto. Séguita di dire l’altre, che

forse haranno più apparenza, e più demostratione.

_Soffia_. L’altra falsità, che si vede ancora sul principio di questo

processo, è questa: che dicano haver dato a Fra Hieronimo in tutto

tre tratti e mezzo di fune e non più, e che poi in tutte l’altre

esaminationi è stato esaminato a parole; questa ancora è un’altra gran

bugia et espressa falsità, come dopo se n’è trovato il vero. E prima

voglio che tu sappi, per giustificatione di quel che io ti dico, che

uno di quelli che si trovava ad esaminare più volte Fra Hieronimo, fu

messer Hormannozzo Deti, nostro dottore fiorentino, quale era allora

de’ Signori; e dipoi, morto il frate, trovandosi a cena una sera in

casa Guglielmo de’ Pazzi, dove era ancora alla medesima cena Schiatta

Ridolfi, amici e parenti di detto Guglielmo, e ragionandosi pure quivi

a tavola in sul frate, del quale di sua morte in quei tempi spesso

si ragionava; il prefato Schiatta interrogò messer Ormannozzo, e

disse: deh! ditemi in verità come trassinasti[678] voi Fra Hieronimo

con la fune, che ho inteso che molto egli si doleva? Rispose messer

Ormannozzo: gliene davono,[679] quando quattro tratti, e quando sei.

Allora Schiatta si volse al vescovo de’ Pazzi, che era lì a quella

cena e disse: quattro e sei fa dieci; notate Mons^{re} quel che ha

detto messer Ormannozzo, e quanto gli è contrario al processo stampato,

che non li dettono più che tre tratti di fune e mezzo. Et allora,

perchè il detto Vescovo era stato molto contrario al frate, roppe quel

ragionamento e non volse che se ne ragionassi, nè se ne disputassi

più oltre, per non scoprirsi il vero. Párti, Didimo, che questo detto

del processo sia falso e reprobato, per la testificazione di uno di

quelli che lo tormentava? Così ne disse, e feciene buon testimonio poi

Schiatta a più riprese.

_Didimo_. Non si può con verità negare, che questo parlare

dell’esaminatore non sia sufficiente probatione della falsità, in

parte, del detto processo; e non dico a questa, come io dissi alla

prima che tu allegasti, ma séguita più oltre se tu hai altra prova che

questa.

_Soffia_. Di quel che io ti ho detto, ti dovrebbe bastare la fede

e testimonianza di Stiatta che sai che fu huomo da bene; ma per più

chiarezza, io ti soggiugnerò quello che ho letto in quella cronica del

Botticello a carte 436, dove lui dice e descrive molte cose occorse in

quei tempi, et intra l’altre dice questo: che haveva parlato a un huomo

degno di fede, che si era trovato in una sera a veder dare al frate

quattordici tratti di fune, dice lui, dalla carrucola a terra.

_Didimo_. Oh! questa è ben cosa horrenda a sentirla dire, non che

provarla; et mi maraviglio come un corpo delicato come era il suo,

potessi reggere a tali tormenti in una sera, e che e’ non morissi.

_Soffia._ Io ti dico che lo lacerorno in modo, che secondo che

pubblicamente si diceva, non poteva alzar le braccia, e che bisognava

imboccarlo quando mangiava.

_Didimo._ Oh! povero frate, tu eri nelle mani de’ cani. E’ volevono che

tu dicessi a lor modo, o che tu morissi in su’ tormenti. Ma andiamo più

avanti, se ci è altro che dire in questo processo di falsità, che veggo

che non si può negare questa che tu hai narrata; dicendo loro che nel

processo che in tutte le esamine loro, che durorno dieci giorni interi

mattina e sera, non li haver dato più che tre tratti e mezzo di fune;

e tu mi mostri uno che testifica haver veduto dargliene in una sera

quattordici tratti. Questa non può esser più chiara falsità.

_Soffia_. Eccene ancora molte altre, le quali udite che tu le harai, ti

parranno ancora più chiare che questa.

_Didimo_. Horsù dimmi ancora queste altre.

_Soffia_. A voler che tu intenda, bisogna prima che tu sappia che

un ser Cechone che era in quel tempo qui nella città cancelliere de’

Dieci, intervenne a quella esamina e processo che fu fatto del frate,

e fu operato per cancelliere di quelli esaminatori. O che lui vi si

ingerissi perchè era inimico del frate, o che e’ vi fussi chiamato

io nol so; unum est che lui fu scrittore di tutta questa opera. Et

similmente hai da sapere, che doppo la morte di questo ser Cechone,

che visse pochi mesi doppo il frate, si sono ritrovati in casa sua li

scritti originali di questa esamina, di mano di detto cancelliere, che

lui scriveva dì per dì, quando esaminavono il frate; quali originali

sono in molte parte tanto varij e discordanti da questo processo che

hanno fatto stampare e publicato fuori, quanto è vario il dì dalla

notte; et ha permesso Dio che ser Cechone non li ardessi, acciochè

questa sua falsità che ha posta nel processo un dì venissi a luce, per

manifestare la verità di quanto il frate esaminato e tormentato disse.

_Didimo._ Questa sarebbe una gran riprova dello scritto suo, e

manifesta chiarezza della falsità di tale processo, se discordassi

dalla originale esaminatione; perchè si suole sempre fare che lo

esemplo concordi con lo esemplare, altrimenti si chiamerà falsamente

estratto. Ma dimmi in che modo si sono così ritrovati questi originali?

_Soffia._ Qualcuno de’ fedeli di questa opera ha havuto tanta

industria, e tanto mezzo con quelli di casa sua, che li hanno havuti;

et essene havuto copia, et io li ho visti e letti, et tamen cosa alcuna

che il frate dicessi a suo benefitio e secondo la verità, non vi hanno

posta in questo processo stampato; ma aggiuntovi quello che è paruto

loro per mostrare che il frate fussi cattivo huomo, per coprire la loro

ingiustitia di haver morto un innocente.

_Didimo_. Horsù mostrami questa varietà che tu hai detto, e questa

discordanza dal processo, per arguirne quella falsità che tu ne

inferisci.

_Soffia._ Ecco che io la dimostro nel primo capitolo di questo lor

processo stampato, dove interrogato il frate della[680] Chiesa, che

ognuno sa quanto e’ l’haveva publicata per revelatione da parte di

Dio; lor fanno e mostrano che il frate risponda e dica che non haveva

questo per revelatione: e poi più giù dicano che questi erano suoi

trovati e per suo studio, et affermano che lui dica che non parlava a

Dio, nè Dio a lui in alcun modo di quelli che Dio suol parlare a’ suoi

santi profeti; ma che affermava presontuosamente quello che non sapeva.

Questo dice in sostanza el primo capitolo di detto lor processo. Hor

odi, Didimo, quello che dicano quelli originali. Nella esamina fatta

alli 11 di aprile, circa le sue profetie et revelationi, interrogato,

dice: _Quello non è caso di stato; se io son vero profeta, o sì o no,

Dio lo mostrerrà; e detti altri Profeti sono stati in peggior termine

di me. Nessuno ha a giudicare_, dice quivi il frate, _la intentione

dell’altro huomo; ma solo lo exteriore_. Poi, poco più giù, interrogato

delle sue profetie, di nuovo dice: _Questo non appartiene a voi il

saperlo_, e soggiunge e dice: _Se io vi dirò sì, non mi crederete;

se io dirò no, io dirò le bugie._ E vedesi qui. Didimo mio, in questa

prima esamina, che lui non volse dirlo loro apertamente, in che modo

gli erano revelate queste cose che lui haveva profetato; et occultavasi

quanto e’ poteva in questa esamina delli undici dì, benchè havessi

di già havuti tre tratti e mezzo di fune il dì avanti, come dice il

processo. Vedi poi la esamina fatta alli 12 della mattina, et penso

che dovessi toccare di nuovo della fune perchè non diceva a lor modo.

Vedesi che pur lo interrogavano di nuovo sopra queste sue profezie e

revelazioni, chè la voglia loro era che le negassi. Hor vedi quello

che lui risponde, e che si vede scritto in questi originali. E’ dice

così, parlandone honestamente: _Poichè io son costretto dico, che

mi parla a voce viva come a voi_,[681] _et io a lui_; e dice vederlo

oculatamente e che egli è un Angelo. Vedi poi l’altra esamina, la sera

del detto dì 12 d’aprile, che di nuovo lo domandono sopra questo angelo

che li parlava; risponde e dice: _Che li parta con voce humana, come

noi a lui, e lui a noi_. E dimandato in che forma li appariva, e di

che vestito, risponde: _Come un giovane d’età di 15 anni incirca, et

vestito quando di rosso, e quando bianco, e di altri colori._ Queste

sono le parole e risposte di Fra Hieronimo, in questi giorni che io ti

ho detto. Guarda se nessuna di queste tu le trovi in su il processo

stampato; anzi dican quivi tutto il contrario: e però chi ha punto

di giudizio, può conoscere quanta expressa falsità sia in questo lor

processo che hanno publicato et mandato a stampa.

_Didimo._ Questo che tu mi narri della contrarietà del processo con

li originali, è tanto cosa manifesta, che non si può negare che qui

non sia stata commessa una expressa falsità. Hoimè! come è possibile

che nel processo si dica, che il frate confessi che Dio non li habbi

parlato in quel modo che Dio suole parlare alli suoi veri Profeti; e

che li originali, donde debba esser tratto il processo, dicano che

l’angelo gli parlava _a voce viva_, e di che età gli appariva, e

come era vestito? Queste due cose non stanno, e sempre più si debbe

prestar fede allo originale che alla copia et allo esemplo; e però vi

si arguisce espressamente, questo processo essere stato falsamente e

tristamente fatto. Ma séguita pure, se tu or trovi altra discrepanza,

chè quante più sono, tanto più mostrano la malignità di chi l’ha fatto.

_Soffia._ Ben sai che vi è ancora delle altre. Vedi che un altro poi

ne pone nel terzo capitolo del processo, e dice che l’intento di Fra

Hieronimo era solo la gloria del mondo, et haver credito e reputatione;

et tamen li originali della esamina fattagli nelli 11 d’aprile, dicano

che l’intento suo era buono et che ha havuto buona intentione; e così

dice nell’esamina de’ 12 dì, che l’intento suo era di condurre questa

opera sua, e soggiugne e dice: _Lassatela stare, se la sarà da Dio

la darà segno manifesto, se l’è da huomo la cadrà_; e dette loro per

consiglio quello che disse Gamalsel dell’opera di Christo. Di queste

parole non ne parla il processo cosa veruna, ma dimostra tutto il

contrario: il frate, li dice, voleva condurre l’opera sua. Séguita poi

nel 4º cap. dove si parla del governo che il frate augumentava nella

città; ser Ceccone vi aggiugne una parola et una sua chiosa, e dice:

_tutto faceva per gloria del mondo, e per haver quello voleva nella

città_. Et questa medesima chiosa et postilla la pone, nella penultima

carta del processo, a tutte le cose sue; e dice tutto esser da lui

fatto per gloria del mondo, e per esser sempre famoso: et tamen nella

detta esamina et originali delli 11, dove si parla di questo governo

non vi si vede, nè vi si legge, nè trova questa chiosa. Anzi dice quivi

il frate, che l’intento suo era indurre un vivere civile, e simile al

Venetiano, e che i buoni cittadini fussino quelli che governassino. E

poi nella esamina de’ 12, interrogato del Consiglio Grande, cioè del

nuovo governo; dice, che la[682] viene da Dio; e, pur costretto a dire

in che modo, risponde: che questo consiglio l’hebbe da chi li parla

come di sopra è detto; il che voleva dire dall’angelo, come di sopra.

_Didimo._ Deh! Soffia mio, non ne dir più di questa falsità

del processo, che tu ne hai già dette tante che sono più che a

sufficientia, a mostrare la malignità e sceleraggine di chi lo compose;

e bastava dirne una sola di queste falsità, perchè una partita falsa di

un libro, tra i mercanti, fa falso tutto il libro, e giudicasi che non

se li debba più prestar fede. Non sai tu ancora quel detto virgiliano:

_Crimine ab uno disce omnes?_ Però non bisogna che ti affatichi più a

ricontarmi altre falsità.

_Soffia._ Io tene dirò pur ancora un’altra, e poi non più. Nell’ultimo

capitolo del detto processo, presso al fine, è scritto che fra

Hieronimo disse, domandato circa lo experimento del fuoco: che non

haveva certezza alcuna che il suo frate entrandovi non arderebbe,

benchè havessi detto in pergamo che entrandovi ne uscirebbe inleso;

ma dice quivi quel processo, che lo disse per darsi reputatione,

infino all’ultimo, el più che poteva. Hor guarda qui, Didimo, che

bugia è questa; perchè in quelli originali della esamina delli undici,

interrogato, se invero voleva far quello experimento, quando e’ venne

in Piazza, risponde: _Io non vi saria venuto, se io non l’havessi

voluto fare_. E dice che era certo che il suo frate non arderebbe, e

che era ancora in animo di non lasciare ardere quello di S. Francesco,

ma sì bene lasciarlo un po’ cuocere; e poi soggiugne nell’altra esamina

de’ 12, fatta da mattina, dice così: _Che quanto allo experimento

che si haveva a fare del fuocho, che lo farebbe di bel nuovo; e che

dell’esser certo che Fra Domenico non havessi ad ardere, l’haveva da

Dio nel modo sopradetto_. E così poi nell’altra esamina, fatta da sera

del medesimo dì a hore 22, domandato se l’angelo li haveva detto dello

entrare nel fuoco; rispose di sì, e col sacramento; e dice, che questo

(_fu_) la prima o ver seconda notte avanti il caso, e che fu questa

apparitione nella sua cella. Hor vedi tu qui, Didimo, quanta gran bugia

è questa, in fine di detto processo; et quanto questo loro scritto e

stampato, si reprova dalli originali delle esamine predette.

_Didimo_. Io ti ho detto che tu non ti affatichi più in dimostrarmi

questa falsità del processo; perchè oramai la si vede più chiara che

il sole, et hotti detto, allegandoti la sententia virgiliana, che un

solo atto scoperto vitioso et maculato, manifesta tutti li altri esser

simili; e se non ti pare a sufficientia il detto di Vergilio, piglia la

legge civile che dice: _Semel malus, semper præsumitur malus in eodem

genere mali;_ et il medesimo ti arguisce la legge di Christo che dice:

_Qui in uno peccaverit factus est omnium reus;_ e però ser Cechone è

scoperto falso. In capitolo tale si ha a pensare in tutto il resto;

però non dir più di questo: passiamo a qualche altra cosa. Tu hai detto

di sopra che i processi del frate furno quattro, e di già tu ne hai

discussi tre; e però resta che tu venga al quarto, e dicane quello che

tu ne intendi.

_Soffia._ El quarto processo fu quello che fece Romolino, quando e’

venne da Roma qua mandato da Papa Alexandro, il quale giunto qui, lo

cominciò ad esaminare addì 20 di maggio, e così alli 22, et ultimo

loco alli 23 lo fe’ morire; havendo lui in questi giorni datoli tre

tratti di fune, secondo che si legge in questi residui di questi

originali rimasti qua delle esamine che ne fece detto Romolino; benchè

il processo proprio che fece qua non ne rimase copia, portandolo seco a

Roma, e presentollo al Papa; e nè lì e nè qua mai si è possuto vedere,

e stimasi l’ardessino, acciò la vergogna loro non si manifestassi,

nè la loro iniquità d’haver morto l’huomo senza peccato alcuno. Ma

questo pocho di originali qui della sua esamina fatta da Romolino,

furno scritti etiam da ser Cechone et altri, così subbrevità, che

erano presenti a tale esamine quando si faceva. Hor tu hai da sapere

che questi pochi di originali che si trovano della esamina fatta da

Romolino, sono in molti luoghi assai differenti da quelli originali,

che io di sopra ti ho detto haver veduti e letti, delli 11 et 12 dì

di aprile, delle esamine fatte da quelli cittadini primi esaminatori;

et veggo che questi variano assai da quelli altri, e forse potrebbono

haver lacerato tanto questo frate in su tormenti che l’harebbono, come

uscito fuor di sè, fattolo in qualche cosa variare, e dir quel che non

fussi.

_Didimo_. Hoimè che hai tu detto, Soffia? È egli lecito a un Profeta

o servo di Dio ridirsi, etiam che fussi tormentato? E’ si legge pur

de’ Martiri che in tanti tormenti, in quanti egli erano posti, stavano

fermi e costanti, e sopportavano non solo ogni generatione di martirio;

ma ancora la morte per non si ridire, e per mantenere la fede che e’

credevono et predicavano, e se questo fussi vero che tu di’, tu mi

metteresti il cervello a partito.

_Soffia_. Non ti scandalezzare, Didimo. Io non ho detto che sia vero,

ma ho detto che forse potrebbe essere, perchè i tormenti molte volte

cavono l’huomo del suo libero arbitrio; ma quando e’ fussi ancor vero,

che il frate paressi quanto al suono delle parole haver in qualche cosa

variato, e tu voglia sapere come simili variationi s’intendano, e se

gli è male o no, e se gli è lecito dir così o no, e se gli è differenza

da Profeti a Martiri della fede, e come questa cosa stia; eleggi una

giornata quando tu vuoi, che io credo con l’aiuto di Dio fartene andare

sodisfatto, perchè in questo giorno non disputiamo d’altro che della

validità o falsità del processo, e se noi volessimo entrare qui nella

materia del ridirsi o no, noi interromperemo il nostro quesito, e non

faremo forse bene nè l’uno nè l’altro.

_Didimo_. Ben sai, voglio intenderla bene questa cosa, perchè mi

pare che essa importi il tutto; e perchè tu hai detto che io elegga

una giornata per questo effetto, io non ci veggo la più presso ora

che domani, e così questa eleggo, se non ti è molesto per altre

occorrentie; perchè non voglio star troppo con questa pulce che tu mi

hai messa nell’orecchio.

_Soffia_. Horsù, e domani sia la giornata che lasserò stare ogni

mia comodità per satisfarti. Seguitiamo adunque questo discorso del

processo di Romolino, cioè quel che si trova in questi pochi originali

fuor di questa cosa.

_Didimo_. Horsù seguita e di’ quel che tu vi trovi.

_Soffia._ Dico che quivi si legge che giunto Romolino alli 20 di maggio

1498, si fa menare il frate nella sala superiore del Palazzo dove è la

fune, et lettoli il breve della autorità sua, e similmente el generale

lettoli il breve che haveva dal Papa, e dettoli prima una gran villania

e spaventatolo, e minacciato assai, poi Romolino lo domanda la prima

cosa se gli è vero quello che è scritto nel processo; e lui risponde:

_Io sono stato esaminato da questi Cittadini, e con tortura, e senza.

Io non so se mi interrogate di cose nuove._ E Romolino instando, disse:

_È egli vero quello che è scritto lì?_ E Fra Hieronimo risponde esser

vero. Ma nota, Didimo, e non ti facci ombra questa risposta, perchè

e’ son quattro e’ processi del frate, come di sopra io ti ho detto; e

può molto bene il frate dire esser vero el processo che lui scrisse di

sua mano, che di sopra io ti ho detto (chè quello è tutto vero), e non

importa che bene Romolino intenda d’un processo, et il frate risponda

et intenda di un altro, come io ti mostrerrò poi nell’altra giornata

quando parleremo del modo di variare le risposte, come io ti ho poco fa

promesso. Ma perchè questa risposta del frate dovette essere scura e

così tra denti, perchè era spaventato et impaurito, non dovette esser

chiara. Però Romolino di nuovo lo ridomanda del medesimo, secondo

che si legge in questi originali, et il frate, secondo che quivi è

scritto, affirmavit, e disse Fra Hieronimo: _Dio mi aiuti_. Per il che

si può presumere per queste sue parole, che fussi battuto o spaventato,

dicendo _Dio mi aiuti;_ e Romolino poi seguitando lo domanda di più

altre persone, et finaliter poi li dice: _Che ti aveva fatto il Papa

che voi dicevi che non era christiano, nè Papa?_ Et voltatosi quivi a’

ministri, comanda che sia spogliato e posto alla fune. Hor vedi qui,

Didimo, che procedere è questo, e se questi ti paion modi di justitia,

metter questo poverello subito alla fune senza cagione alcuna; perchè

se lui gli haveva risposto come e’ voleva, non accadeva, nè era giusto

metterlo a’ tormenti. Ma bisogna dire, o che la risposta non fu chiara

nè a modo che voleva Romolino, o che questo procedere non fu altro che

la rabbia e l’odio grande che li havevano posto; e però si sforzavano a

farne ogni stratio.

_Didimo._ Io veggo che tu di’ il vero, che costoro pigliavono piacere

de’ martirij di questo huomo, come di un loro inimico capitale. Ma

dimmi, se il frate disse cosa alcuna a questa tanto loro insolentia e

rapacità.

_Soffia._ Il frate, allora, nell’essere spogliato con tanta rovina, se

li destò lo spirito; et inginocchiatosi innanzi a loro, secondo che

si legge in questi originali che io ti ho detto haver visti e letti,

parlò in questa forma, e disse: _Horsù uditemi, Dio tu mi hai colto.

Io confesso che io ho negato Christo. Io ho detto le bugie. Signori

fiorentini, io l’ho negato per paura de’ tormenti, siatemi testimoni;

se io ho a patire, voglio patire per la verità; ciò che io ho detto

l’ho havuto da Dio; Dio tu mi dai la penitentia per haverti negato. Io

la merito. Io ti ho negato, io ti ho negato, io ti ho negato per paura

de’ tormenti._ E così dicendo, dice questo originale, che mostrava il

braccio manco quasi guasto, dicendo: _Jesu aiutami, questa volta tu mi

hai colto_. Hor che ti par qui, Didimo? Che di’ tu di queste parole?

Lui si vede spogliare, et andare al tormento, e confessa il vero, e non

lo vogliono credere; il che si vede, perchè lo tirano incontinente in

su la fune, e tormentanlo.

_Didimo._ Io sto stupefatto a queste parole, et considerato anco quelle

altre prima, che lui confessa nel processo, a Romolino; e dall’altro

canto veggo la rabbia di questi cani che l’hanno nelle mani, che

vogliono, o che patisca mille morte et essere a ogni hora tormentato,

o che lui dica a lor modo. Io per me non so che mi dire, ognun pensi

per sè stesso se fussi in questi termini, nelle mani de’ suoi nimici,

quello che farebbe.

_Soffia._ E si vede manifestamente, che quelle prime parole che

confessa a Romolino del processo, le disse stimando di non esser

di nuovo tormentato; ma poi che vede che non li giova, lui ritorna

a dir la verità, e confessa haverla havuta da Dio; ma che l’ha

per paura negata, per non esser tormentato. Ma come si intendano

sanamente questi variati parlari, io ti ho promesso in quest’altra

giornata satisfartene; però per al presente non ti dirò altro. E

passeremo avanti, con dirti che doppo queste parole ultime dette da

Fra Hieronimo, lo tirano in su la fune, e puoi pensare che gliene

dettono quella che volsono; per la quale, secondo che quivi si legge

in questi originali, lui disse: _Non mi lacerate; io vi dirò la verità

certo certo._ E dovette dir di nuovo a lor modo, perchè si vede che lo

domandarono perchè havete negato il processo? Risponde: _perchè io sono

un pazzo_; e soggiugne e dice: _quando io sono in su tormenti, io mi

perdo._

_Didimo_. Horsù, Soffia mio, se tu hai che dire altro in questo caso

expedisciti; che io per me da un canto non mi posso partire dalla fede,

che io ho havuta sempre in questo huomo e nelle cose sue; ed all’altro

canto, per questo parlare io ci son confuso, e parmi mill’anni che

sia domani; acciò mi chiarisca questo passo di questi variati parlari,

perchè questo è il potissimo fondamento che hanno questi nostri amici

adversarij del frate, con dir che lui si è ridetto, e però, secondo

loro, le cose che lui in vita disse restano bugie e favole.

_Soffia._ Domani mi ingegnerò di farti chiaro; hora per hoggi voglio

ancora tu noti un’altra cosa: che oltre a questa esamina detta de’

20 di maggio, pur da Romolino nella medesima sala superiore, vi è

ancora in questi originali la esamina delli 21, e dannogli in 2 volte

della fune. Hor pensa come egli stava, et ridomandato se quello che

disse e confessò hieri è vero; risponde, e dice: _Io feci come huomo

appassionato, che volevo sbrigarmi da questa briga grande; perchè

queste passioni corporali, solo a vederle, mi sono più che a un altro

dieci tratti di fune._ Gusta bene, Didimo, queste parole; che a me pare

che non voglino inferire altro, se non che quello che disse loro fu

per paura della fune, e non per la verità; benchè di nuovo qui e’ dice

quello che e’ vogliono (col tormento della fune) e fanno che scopriva

el processo di Romolino. E molto lo esaminò, per sapere se ha tenuto

pratiche con Cardinali et maxime col Cardinale di Napoli, contro del

Papa per conto del Concilio; e fannoli dir quello che non era, perchè

si vede l’altro giorno alli 22, che lui nello alberghettino, dove

non è la fune, ne dice in presentia di alcuni cittadini, secondo che

si trova scritto in questi originali; _che hieri haveva detto molte

cose del Cardinale di Napoli che non eron vere_. E qui Fra Hieronimo

pianse,[683] dicendo che haveva udito dire a Romolino, che a Roma per

una favola si dava dieci tratti di fune; e che pensassi che per cosa

d’importanza non se ne dava uno solo; e che vedendo che lo domandava

molto spesso del Cardinale di Napoli, dilatò le cose fuori del vero;

e però dice; che mai con lui tenne pratica del Concilio, anzi che

gli fu adverso nella separatione che si fece nella congregatione di

Lombardia,[684] e che però per sua conscientia si voleva ridire. Hora

se tu avvertisci, Didimo mio, bene a queste parole; tu vedrai che tutto

quello che il frate havessi confessato a questi adversarij suoi, non è

altro che confessione extorta per minacci, per paura e per tormenti, la

quale non vale, come alla giornata seguente più a lungo intenderai.

_Didimo._ Io son contento quietarmi, aspettando la giornata di domani,

maxime ancora che in questo che tu mi hai ultimamente narrato, si

vede expressamente che qui non è stato altro che rabbia, odio, forza e

violenza; ma non già via o verso di ragione, o di giustitia alcuna. Hor

se ti resta altro che mostrarmi e dirmi di questi processi, espediamoci

hora mai di questa materia tanto fastidiosa.

_Soffia_. Noi habbiamo parlato assai di tutti a quattro processi

fatti sopra di questo nostro frate, i quali io ti dissi di sopra,

nel principio di questa giornata; e solo mi resta in ultimo dirti una

testimonianza di più persone che dimostrano la espressa falsità del

processo stampato, del quale di sopra habbiamo detto che feciono quelli

cittadini esaminatori, insieme con ser Ceccone loro cancelliere.

_Didimo._ Harò caro di intendere questa testimonianza che tu di’.

_Soffia._ Sappi che questo ser Cecchone non visse molto, doppo la morte

del frate, e non aggiunse a l’anno; et in questo molto si gloriava

d’havere operato assai in queste esaminationi del frate, e dicevane

tutto il male che sapeva dire, dimostrandolo in ogni luogo per huomo

astuto o pieno di malitia, e calunniandolo in ogni cosa benchè a

torto; et intra l’altre cose diceva che Fra Hieronimo, come astuto, per

spaventarlo, li haveva detto che se non levava certe postille che gli

haveva poste di sua mano in sul processo, che e’ non viverebbe un anno.

Donde che, havendo lui una sua villa non molto discosto da Firenze,

dove spesso andava, e quivi ancora parlava del frate ogni male,

etiam col prete della parrocchia di quel popolo della sua villa. Il

quale, come credulo di questo male che udiva da ser Cecchone, venendo

un giorno a Firenze per sue faccende, et accaso scontrandosi in un

calzolaio chiamato Neri Zoppo che faceva bottega in sul Ponte vecchio,

et era una buona persona, et huomo semplice; questo prete cominciò a

dirli villania, e che gli era di quelli Piagnoni, che andava a udire le

prediche di quello heretico di fra Hieronimo; in modo che questo prete

eccitò, et inanimò tanto alcuni fanciulli, che cominciorno a trar de’

sassi a questo calzolaio, in maniera che lui si hebbe a fuggire in casa

che non lo ammazzassino. Occorse poi, che di lì a poco tempo, essendo

ser Cecchone in quella sua villa con suoi compagni alquanto indisposto;

e lì giuocando con loro alle carte in casa sua per passar tempo, se li

mosse un catarro subito che pareva che lo affogassi; e però mandato

per il detto prete, e posto ser Cechone in sul letto, il prete mandò

fuor di camera l’altre gente per confessarlo: non vi fu mai hordine che

li ne potessi parsuadere di confessarsi. Anzi sempre rispondendo: io

non posso, io son dannato per haver tradito il sangue giusto; e così

in ispatio di due o tre ore, se ne morì affogato da quel catarro. Per

la qual cosa, el prete poco stette che ne venne a Firenze, e giunto

alla bottega di questo Neri calzolaio, e gittatosi in ginocchioni gli

chiedeva perdono. Ma questo Neri non lo riconosceva, e maravigliandosi

di questo atto, il prete gli disse: Io sono quello che vi feci trarre

i saxi da fanciulli e dissivi villania, male informato da ser Cecchone

che diceva che Fra Hieronimo era un ribaldo, e voi altri che lo

seguitavi; e più usava dire, che quel frate disse: che non viverebbe

un anno, se non levava quelle postille che haveva poste di sua mano nel

processo fatto da lui; e facevasene beffe. Donde io, essendomi trovato

alla sua morte, e veduto che non si è voluto confessare; ma è morto

disperato, dicendo esser dannato per haver tradito il sangue giusto; e

però ho conosciuto che il cattivo era ser Cecchone, e non il frate, e

chieggovi perdono. Questa cosa mi recitò detto Neri a me, non una volta

sola; ma più di sei, in quel modo che io te l’ho detta. Hor guarda,

Didimo, se ti par che si debba credere che quel processo sia vero, o

falso? Che altra testimonianza vuoi tu della sua falsità, che questa

del proprio falsatore?

_Didimo_. Questa cosa della morte di ser Cecchone, non havevo io più

intesa a questo modo; qui si vede la falsità confessata, la profetia

verificata, e la pena che ne ha portata chi fece tal delitto. O

Signore, la tua parola e la tua giustitia non mancha mai. Ma dimmi che

postille erano quelle di ser Cecchone in sul processo?

_Soffia_. Io nol so, e non telo saprei dire, e si stima ben da molti

che le sieno quelle parole che, dove il frate narrava le sue visioni

e quel che lui predicava e pronuntiava, il processo dice: _e tutto era

per gloria del mondo, e per mia superbia_. E stimasi che queste fussino

le postille, e la falsificatione del processo stampato, le quali parole

si trovano in diversi luoghi scritte in quel processo stampato: ma non

si può saper di certo che postille quelle fussino. Io ho ben visto in

quelli originali una esamina, la quale[685] soscritione dice: _Io Fra

Hieronimo mi soscrivo a quanto è scritto di sopra, in 6 carte d’una

mano, benchè vi sieno in alcuni luoghi certe postille di mano di ser

Francesco di ser Barone_.[686] Ma che postille fussino, o quello che le

contenessino, questo non si sa.

_Didimo_. E’ basta assai saper (_che_) il postillatore e falsatore

habbi confessato il suo delitto, e portatone la penitentia.

_Soffia_. Tu hai inteso questa testimonianza e confessione di ser

Cecchone di haver tradito il sangue giusto, et hai inteso le parole del

Prete e di Neri quello ne hanno detto. Hor te ne voglio dare un altro

testimonio, o forse due di questa falsità chiara di tal processo.

_Didimo_. Quanto più testimoni saranno, tanto più si può prestarli

fede, quando e’ concordano in una medesima sententia.

_Soffia_. Quando fu qui Romolino a Firenze a far l’effetto che si fece,

era seco un giovane per cancelliere da S. Gimignano, il qual giovane

nella partita di Romolino, trovandosi alquanto malato di febbre, fu

ricettato da maestro Marcantonio da S. Gimignano, qui in casa sua,

medico de’ primi della città; il qual medico ricercando questo giovane

che li piacessi mostrarli quel processo che si haveva fatto Romolino

della esamina del frate, gli rispose non ce ne esser rimasto copia

alcuna, ma che Romolino l’haveva portato al Papa. Per il che il medico

lo interrogò, che almanco fussi contento dirli che peccato havessino

trovato in questo frate, per il quale havessi meritato la morte;

rispose, che non solo peccato mortale, ma etiam veniale non si era

trovato in questo huomo. Del che il medico maravigliato, replicò e

disse: oh! perchè dunque è stato morto così vituperosamente? Rispose:

per non haver voluto obedire al Papa, et andare a Roma. E di nuovo

replicando il medico: egli è pur fuori un processo stampato di lui

che conta molti mali. Al che rispose il giovane: cotesto è un bugiale

fatto qua da’ cittadini, innanzi che noi venissimo. Hor tu hai udito.

Didimo, questo altro testimonio che si trovò a tormentare il frate con

Romolino, quel che lui dice: si è pur ritrovato in fatto a tutte queste

cose, e se questa testimonianza non ti bastassi, ascolta quest’altra

del proprio esaminatore, che ti farà al tutto chiaro.

_Didimo_. Et ancor quest’altra udirò volentieri, maxime dicendo del

proprio esaminatore che, se così è, sarà da prestarli fede indubitata.

_Soffia_. Al tempo che Romolino detto era già stato fatto Cardinale,

che per questo homicidio del Profeta, o per altro che si fussi,

guadagniò il cappello da Papa Alexandro VI; era in corte di Roma messer

Piero Ardinghelli, il quale fu padre di messer Niccolò Ardinghelli

nostro fiorentino, che ancora lui hoggi usa la corte, e sperasi un dì

venga al cappello per sua virtù e sufficientia. Questo messer Piero,

desinando una mattina col cardinale Romolino; come fa l’un cortigiano

con l’altro, e ragionando pure in sul frate; li dimandò fiducialmente e

disse: Rev^{mo} Mons^{re}, se gli è lecito saperlo, che peccato grande

trovasti voi in Fra Hieronimo, che li facesti fare sì vituperosa et

acerba morte? Rispose presto quella verità che sentiva dentro, quia in

repentinis cognoscitur habitus, e disse: nullo peccato a dirvi el vero.

Allora messer Piero maravigliandosi replicò, dicendo: perchè dunque lo

facesti morire? Rispose: perchè così volse il Papa Alexandro, acciocchè

nessuno s’avvezzassi a disubbidire la Sedia Apostolica, et a non voler

comparire al papa quando è domandato con citatione; e soggiunse poi

messer Piero e disse: quel processo che è stampato fuora, dimostra pur

tanti mali. Rispose il cardinale: cotesto non è processo nostro, fu

cosa fatta da quelli cittadini là, per loro fantasia e lor cautela, et

è cotesto un bugiale. Hor vedi qui, Didimo, se questo testimonio del

proprio esaminatore ti basta? Questa interrogatione di messer Piero al

Cardinale, e questa sua risposta fu cosa nota allhora in corte, e qua

fu scritta in quel tempo da più nostri fiorentini, sì che la fu cosa

vera come io te la ho detta. Hor pensa che fede tu puoi dare a questo

tal processo, e se tu o qualunche altro che habbia punto di giudizio,

stante queste cose e testimonianze che io ti ho dette, potrà dire che

sia juridico, o da esserli potuto prestar fede alcuna, o se più presto

dirà che sia cosa subreptitia, et apocrifa, e falsificata per ogni

verso!

_Didimo_. Io confesso, et certamente credo che tu dica il vero, che

in questo processo siano state fatte mille corruptele e mille inganni,

considerato il modo con che hanno proceduto questi suoi nimici contra

questo frate, e considerato poi la morte di Ser Cecchone, et il

segnio manifesto che Dio n’ha dimostrato, e sì ancora considerato le

parole che sono uscite di bocca a Romolino, ed al suo cancelliere,

e similmente considerato la discordanza di quelli originali col

processo, e tutto raccolto insieme, non si può dir altro se non che qui

sia scritto il falso. Ma io non posso far ancora che io non vacilli

alquanto in quel che di sopra io dissi, se fussi vero che il frate

si fussi ridetto; ma perchè tu mi hai promesso domani chiarirmene, io

mi quieto aspettando domani, e perchè già il dì è assai calato, io ti

lascierò se tu non hai altro che dirmi in questa materia.

_Soffia_. Vattene in pace e torna domani a tua posta, che noi

discorreremo tutto quello che ti ho promesso, che spero che tu resterai

satisfatto. Una cosa in questo ultimo ti voglio ricordare, che tu

facci oratione e preghi Dio, e così doverrebbono fare tutti li fedeli

di questa opera, e pregare che il Signore un dì quando li piacerà

facci venir fuora, e manifestare quel processo vero di mano propria

del frate, del quale hoggi ne’ primi ragionamenti assai discorremo, e

dicemo che l’hebbe Gio. Berlinghieri; sì che preghiamo tutti che se

Gio. Berlinghieri non l’ha arso, o stracciato, il Signore un giorno

lo facci manifesto, perchè allora si vedrebbe la pura verità; e

similmente ti dirò ancora un’altra cosa, che non credo che sien vivi

al mondo hoggi tre o quattro persone al più, che la sappino. Questo

è un secreto che Fra Hieronimo confidò in una persona, quando era in

prigione, la qual persona hebbe comodità di parlargli qualche volta,

in quelli quarantanove dì che stette in carcere; e fra Hieronimo li

dette un scritto di sua mano di parecchi fogli, con commissione che

non lo manifestassi se non in certo tempo.[687] E quella persona di

poi si è morta, e non si sa a chi lei habbia lasciato tale scrittura;

e però voglio dire che simile oratione ancora si debbe fare per questo

conto, e pregare il misericordioso Dio che voglia hormai che queste

scritture che manifesterebbono la verità venghino a luce, acciò li

servi suoi non stieno più in queste tenebre et in questa oscurità, di

vedersi fuori un processo di questo servo di Dio pieno di falsità. Ma

nota bene, che quivi non si legge un peccato che habbia riscontro,

e che si possa dire: questo è vero, perchè e’ s’è riscontro esser

così la verità. Sogliono i giusti giudici, quando hanno a giudicare

un malfattore, o di furto o di homicidio, etiam che lui confessi il

delitto, volerlo prima riscontrare, e mandano a riscontrarlo; acciocchè

non si potessi dire, che non per verità, ma per tormento havessi

confessato essere delinquente, e quando così riscontrano, allora lo

giudicano e sententiano. Questi cattivi e scelerati non vi hanno posto

un delitto che possa haver riscontro; ma solo lo incolpano di peccato

di cogitatione e della mente, dicendo che tutto faceva per gloria del

mondo, e per sua superbia, e vanagloria. Guarda, Didimo, che astutia

è questa di non porre peccato che non possa havere riscontro, per non

scoprire la loro iniquità. Ma sappi che hanno fatto come dipingevano li

antichi la malitia, cioè che con la lesina alfine si dà nell’occhio,

et accicchasi: così costoro che hanno giudicato alla morte l’huomo,

per solo peccato mentale e di cogitatione, hanno manifestata la loro

iniquità et ingiustitia, perchè la legge grida: _Cogitationis poenam

nemo punit, nisi Deus_; cioè a Dio solo appartiene punire il peccato

della mente e del cuore. Nè possano scusarsi, o che questo fussi

_crimen læsa maiestatis_, perchè tutto è incontrario la verità. Perchè

questo huomo altro non faceva, che difendere la libertà che Dio haveva

data alla città, et ingegnare di guardarsi dalla tirannide e da chi

volessi violar lo stato libero di Firenze; sicchè tu vedi per tutti

i versi, Didimo mio, che processo è questo, malitioso e tristo, e

falsamente da falsi e tristi huomini composto.

_Didimo_. Io veggo che tutto è vero quanto mi hai detto e narrato; ma

andiamo alla giornata di domani che tu mi hai promesso satisfarmi, che

in questa è detto assai, e già la sera ci ha assaltati.

_Soffia_. Vattene in pace, e torna a tua posta, che io mi ingegnerò con

l’adiuto di Dio satisfarti.[688]

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2) · 第 103 / 142 题