XLV.

(Lib. IV, Cap. VII.)

_Due brani dell’opera di Lorenzo Violi, cioè il fine della terza ed il

principio della quarta giornata, dove si ragiona dell esperimento del

fuoco_.[665]

_Soffia_. Ecco che io tel dirò che nuova trappola fabbricorno, per

sviare la moltitudine delle persone del[666] credito (_dal_) seguito

che haveva il frate. Ordinorno con i frati detti zoccoli,[667] che

per invidia s’eron fatti contrarii, che un loro frate, chiamato fra

Francesco di Puglia, predicassi in contrario alle cose che diceva

fra Hieronimo. Et messonlo nella chiesa di S. Croce a predicar

pubblicamente, e dire che queste profezie del frate erano sogni, e

che non eron vere; senza mostrarne per[668] ragione alcuna del suo

detto. Ma perchè allora non predicava fra Jeronimo (che aveva posato

il predicare, per rispetto de’ Brevi e minacci del Papa, e perchè

così ancora aveva per il meglio la Signoria terminato che posassi

alquanto, per non irritare il Papa contro la città), ma predicava fra

Domenico da Pescia suo compagno, perchè al popolo et a’ fedeli non

mancassi al tutto del verbo di Dio; nacque che, predicando questi duo

frati in contrario l’uno dell’altro, quel de’ zoccoli, non potendo

mostrare ragione alcuna del suo dire che le profetie di fra Hieronimo

non fussino vere, si messe a dire in pergamo una mattina, o pur

vennegli detto, che con lo adversario era parato farne experimento con

entrare seco nel fuoco. Il che avendo[669] rapportato a fra Domenico,

e vedendosi provocato, volentieri, per difesa della verità, accettò

l’invito; dicendo: per amor di Cristo e della sua verità esser parato

a questo experimento, con fiducia certa di uscir del fuoco, inleso e

senza pericolo alcuno. Ma poi questo frate mutò parlare; e disse non

volere entrare a questo experimento con fra Domenico predetto; ma che

v’era un altro frate de’ zoccoli, che entrerebbe con seco a questa

prova. Et messon su un fra Giuliano Rondinelli nostro fiorentino,

uomo più presto di poco giudizio che di prudenza assai; del quale

questi nostri Fiorentini maligni ne possettono meglio disporre, che

del Pugliese predetto; e feciongli dire che entrerebbe nel fuoco con

fra Domenico, per far questo experimento. Ma, vedi s’egli era suo di

che diceva,[670] e così scrisse che arderebbe; ma non se ne curava di

ardere insieme con fra Domenico, per liberatione della Città.

_Didimo_. Sciocco mi par veramente questo suo parlare, come tu hai

detto; perchè a tale experimento si ha da andare con fede certa di

vincere, chi crede aver la verità del suo, come in simil caso hanno

fatto delli altri Sancti passati.

_Soffia_. Fra Domenico, sentendo quest’aura offerta di quest’altro

frate zelante di difender la verità, la accettò come la prima. Donde,

seguitando questo ragionamento, si convocorno un dì insieme dinanzi

alla Signoria; et quivi se ne stipulò un contratto, per mano del

Cancelliere della Signoria, fra tutta dua questi frati: et che si

facessi un fuoco in su la piazza de’ Signori per il tal giorno (e quivi

fermonno quanto la capanna del fuoco dovessi esser lunga) e che, alla

tal’ora del tal giorno, ognuno di loro quivi si presentassi, et dovessi

entrare in detta capanna, e quivi serrati si mettessi fuoco: e chi di

loro ne usciva illeso, s’intendessi avere la verità dal suo.

_Didimo_. Tutto questo ordine che tu hai narrato, di voler fare questo

experimento, l’ho inteso dire ancora da altri; ma che alfine nulla

ne fu fatto. Et questi nostri amici, adversarii di questa opera del

frate, dicano che dalla parte di fra Hieronimo rimase, che non si venne

all’effetto et allo experimento predetto.

_Soffia_. Tutto il contrario è vero, e cotesto che lor dicono è falso;

e questa fu la trappola et ultimo tradimento, che questi fraudolenti

usorno, come qui di sopra io ti ho detto; chè, per venire all’intento

loro, fintamente e fraudolentemente facevan dire a un lor frate di

voler fare quello che lui non voleva fare. Credi tu, Didimo, che la

intenzione di cotesti maligni fussi che si facessi lo experimento?

Non lo credere; chè mal per loro se si faceva. Credi tu che i frati di

S. Francesco volessino che il loro frate, che scioccamente diceva che

arderebbe in quel fuoco, vi entrassi, e che egli ardessi; che sarebbono

stati incontinente lapidati, o almanco vituperati, se non morti? Non

lo credere; ma sappi del certo che, da chi guidava questa danza, e

da Compagniacci e da Doffo Spini capo loro, era stato promesso che lo

experimento del fuoco non si farebbe; chè non faceva per loro a venire

a simil prova. Ma li promessono che al frate loro non sarebbe fatto

nocumento alcuno, e che metterebbono tante dispute e cavillationi a

campo, che al cimento del fuoco non si arebbe a venire; e bastava loro

che quel frate de’ Rondinelli dicesse a parole di volervi entrare, ma

non in fatto, nè in verità. Questo fu il tradimento Che loro usorno,

come io ti ho detto.

_Didimo_. E ’l punto sta qui, in che modo tu mi mostri e provi che

questo, che tu hai detto, sia vero; e che la intenzione loro fussi di

non venire a tal cimento, ma metter tante dispute e cavillationi, che

allo experimento non si avessi a venire.

_Soffia_. Io te lo mostrerrò, e proverrò in più modi che così fu

vero. Et il primo modo, per il quale io te lo dimostro è questo: che

colui, che così l’ordinò e che lo fece, l’ha detto lui proprio, che

era capo e guida do’ Compagniacci; uomo ardito e baldanzoso; o non si

curava di dire il male, poi che l’aveva fatto, anzi si vanagloriava,

Doffo ti dico: che, poi che il frate fu morto, più e più volte, et

in più luoghi, se ne vantava de’ modi e dell’astutie che aveva usate

di levarsi dinanzi quel frate. Et in fra le altre volte che così

diceva, te ne dirò per ora un luogo, dove più volte e’ lo disse, et

adveravanlo.[671] Lui usava molto in bottega di un dipintore, che si

chiamava Sandro di Botticello; uomo molto noto nella città, per essere

allora de’ primi eccellenti Pittori che ci fussino; et in bottega

sua era sempre un Accademia di Scioperati, come uno ne era il prefato

Doffo. E quivi più volte, ragionando in su la morte del frate, Doffo

disse che non fu mai intentione loro mettere il frate di S. Francesco

nel fuoco, e che lo assicurorno di questo; ma bastava loro che gli

facesso giuoco tanto, che, col dilungare la cosa, loro venissino a

loro intento di spegner queste cose del frate, e levarlo di qua. Donde

che, parlandone così Doffo più volte in detta bottega di Sandro, e

sendovi ancora presente Simone, fratello di detto Pittore, ne fece

memoria nella sua cronica;[672] cioè a un suo libro, dove il prefato

Simone descrive tutte le cose notabili di quelli tempi. E parendogli

che questo detto di Doffo fussi da notarlo, per scoprir la verità che

era occulta di questa materia, lo scrisse a questo suo libro legato

in asse, che è come cronichetta delle cose occorrenti in quei tempi in

Italia: et io ho visto detto libro e letto. Hor vedi, Didimo, se questo

ti basta a mostrarti questa verità, ch’io ti ho detta.

_Didimo_. E’ non si può negare che questa non sia assai sufficiente

prova a mostrare, che il capo proprio di questa Compagnia, che guidava

il tutto, sia quello che l’abbi confessato e scoperto quel che a li

altri era occulto: e tanto più si può prestar fede, quanto che sia

stato scritto, come cosa da notare, in quella Cronachetta, che di’ aver

vista e letta.

_Soffia_. E se questo libro non ti basta, el successo della cosa come

ella seguì in quel giorno, che era ordinato per lo experimento (se tu

lo gusti bene, e se tu hai punto d’ingegno) ti dovrebbe bastare, e far

chiara la mente tua; che dal frate nostro non mancò punto, anzi da li

adversarii, che non si facessi lo experimento detto.

_Didimo_. Se tu mi dirai quel che successe in quel giorno, poichè

s’erano fatte le promesse da tutti e dua quelli frati, col contratto

che tu di sopra hai detto; io per adventura potrò esser più chiaro di

vedere e giudicare, se fu vero o no, quello che dicano questi nostri

amici: che restassi dalla parte di fra Jeronimo di non ultimarsi questo

esperimento.

_Soffia_. Sta attento, che io ti narrerò appunto il vero come andò

questa cosa: chè fui al tutto presente. E tu, inteso che avrai il modo

con che si precedette per questa parte, farai giudizio, se il lume

dell’intelletto in te non sarà spento. Questo dì, che le parte avevano

stipulato d’essere in piazza de’ Signori a fare questo effetto, era

il Sabato dell’ulivo di quella Quaresima del 1498. Venne il primo

fra Hieronimo a hore 21, che era l’ora promessa in sul contratto, con

tutti i suoi frati in processione, che credo fussino più di 200; parati

quasi tutti con pianete e piviali, e colla Croce innanzi: e lui e fra

Domenico nelli ultimi. Haveva fra Domenico indosso pianeta e piviale

col camice, e con un crocifisso di legno in mano, in croce, alto quasi

due braccia; e fra Hieronimo con un piviale e col vaso del Sacramento

in mano, e con molte torce e lumi in mano di cittadini intorno al

Sacramento: et io fui uno di quelli che lo accompagnai. Et entrammo

nella loggia de’ Signori, che era partita per il mezzo con asse;

et a questi di San Domenico fu assegnata quella parte verso Mercato

nuovo. Venne poi l’altra parte de’ frati de’ zoccoli (et entrorno in

quella parte della loggia verso il Palazzo) senza processione, senza

paramenti, senza lumi; come se havessino andare a vedere una giostra:

hor gusta tu, Didimo, questo per il primo segno. Giunto ognuno nel

luogo suo, fra Hieronimo posò il vaso del Sacramento in su uno altare,

che quivi era stato ordinato in quella loggia, con molti lumi intorno;

et mandò subito alla Signoria, che facessi entrare e’ frati l’uno e

l’altro nel fuoco, come e da chi la Signoria aveva quivi ordinato, e

che lui e li sua erano quivi parati. E stato così un poco, risposta non

veniva; e fra Hieronimo di nuovo manda a sollecitare. Et eccoti venire

quattro cittadini a fra Hieronimo, tra quali il più vecchio era Pier

degli Alberti, et a lui per la età toccò a parlare e disse, da parte

de’ frati di S. Francesco, che non si contentarono che fra Domenico

portassi allo experimento del fuoco quella pianeta o piviale, che aveva

indosso; per rispetto che tal vestimento potrebbe essere incantato,

o maleficato che non ardessi: e che però fussi contento fargliene

cavare. Hor piglia, Didimo, per il secondo segno, volendo poi poter ben

giudicare.

_Didimo_. Questi mi paion segni di poca fede delli adversarij in sin

qui; ma procedi più oltre, e dimmi quel che rispose fra Hieronimo.

_Soffia_. Rispose e disse in sustanza, e quasi in questo effetto:

Magnifici Cittadini, Voi sapete che non per altro si è fatto il

contratto per mano del Cancelliere della Signoria, se non perchè,

fuor di quello, nessuna parte possa domandare altro. Questo è fuor del

contratto: habbiate patientia; io non voglio innovare altro che quel

che ha ordinato la Signoria. E da altra parte vi dico, che questa non

è domanda da veri cristiani. Noi non usiamo, nè temiamo d’incanti;

la fiducia nostra è solo in Dio. Dite a quelli vostri Padri di S.

Francesco, che loro credono che l’incanti vaglino in questo caso,

che ne ponghino addosso al loro frate quanti e’ vogliono, che non

li stimiamo cosa veruna. Allora Piero replicò e disse: O Padre fra

Hieronimo, che fa a voi, andare il frate vostro più con una veste che

con un’altra? Oh! se loro chiedessino una gran cosa che diresti voi?

Questa è una piccola cosa; siate contento concederla. E così ancora

quelli altri cittadini, per esser piccola cosa, ne lo confortavano; in

modo che lui disse, per non stare a disputatione e passare il tempo: io

son contento; pigliate un’altra pianeta o piviale di questi mia frati

che son qui, e mutatela; con questo inteso, che non chieghiate altro.

E così si fece; e mutossi quivi questa vesta di sopra; et partironsi

commendando assai fra Hieronimo, che così avessi fatto e conceduto.

_Didimo_. Questa risposta di fra Hieronimo fu saviamente detta. Ma che

seguì poi, e che fine ebbe questa disputatione?

_Soffia_. Non creder che qui si fermassino con le loro cavillationi,

ma mettendo tempo in mezzo, che era già passato 22 hore, nulla si

spediva: donde fra Hieronimo mandò di nuovo a sollecitare. Et ecco

di nuovo tornare la medesima ambasceria, et il prefato Piero degli

Alberti, con parole adulatorie verso di fra Hieronimo, dicendo: Padre,

voi siete stato assai commendato di quel che, per vostra humanità,

havete compiaciuto a questi frati di S. Francesco; e tanto più sarete

commendato, se voi concederete ancora un’altra cosa, che vi adomandono.

Rispose il frate: Piero, egli è meglio che voi non la diciate, perchè

sapete, poco fa, dissi non voler concedere più altro, e fusti contento;

e come hora vi mutate? Replicò Piero: Padre, non vi turbate; ella è

quasi la medesima, che la prima. Dicano i nostri frati che il medesimo

sospetto è nell’altre veste di fra Domenico d’esser maleficate, che era

in quella mutatasi; e che vogliono che si spogli del tutto. Hor nota

qui, Didimo, per il 3º segno; e giudica tu, se ti piace, che costoro

volessin venire allo esperimento, o cavillando fuggirlo.

_Didimo_. Io ti dirò il vero: considerando questi modi, che tennon

costoro, mi fanno credere che fussi vero quel che poco fa dicesti che

havea detto Doffo Spini; di metter tante cavillationi a campo, che

non si verrebbe allo esperimento. Vedesi che questi andamenti non sono

altro che subterfugii per non far nulla; ma che disse fra Hieronimo?

_Soffia_. Rispose: o Piero, che cose adimandate voi? Volete voi che

questo huomo vadia ignudo? che così volete che si spogli del tutto.

Questo religioso ha portato tanti anni l’abito di San Domenico, e non

lo lascierà mai insino alla morte, se non li sarà tolto per forza.

_Preterea_, come poco fa vi dissi, questo non è combatter da cristiani,

aver fantasia all’incanti. Io vi dico da parte di tutti nostri frati,

che non vogliamo far altro, che quel che dice il contratto che ha fatto

far la Signoria; e siamo parati a observare e venire allo esperimento,

e per noi non sta.[673] Replicò Piero molte parole; e che si poteva

mutare altre veste e non andare ignudo. E _tandem_ non potendo avere

altro, questi ambasciatori si partirno, et andorno su alla Signoria

a querelarsi. Et intanto si avvicinava a 23 hore. E stando così

un poco, venne ambasciata dalla Signoria, che fra Hieronimo fussi

contento, siccome havea fatto mutare la prima vesta a fra Domenico,

così lasciassi mutare le altre. E fra Hieronimo fu contento obbedire

la Signoria; e disse, che questi frati di S. Francesco eleggessino

uno, chi volevono di questi di S. Domenico (che ve n’era quivi più

di cento), e spogliassinlo, e rivestissino fra Domenico de’ panni

di quell’altro; con questo inteso che, se chiedessono più altro, che

non lo concederebbe. E così rimasono; e venne quivi incontinente un

de’ loro frati de’ zoccoli, chiamato fra Piero della Strada, et andò

sguardando tutti quei frati di S. Domenico, e scelsene uno a suo modo,

che era frate Alexandro Strozzi. Il quale, come si vidde pigliare

da quel frate, credette esser eletto per andar nel fuoco; e tutto

lieto corse a’ piedi di fra Hieronimo, chiedendo la benedizione per

entrar nel fuoco. Al quale fra Hieronimo rispose: questo non tocca

a voi; avete andare con fra Domenico, e spogliarvi, e rivestirvi de’

suoi panni e lui de’ vostri: E così andorno in Palazzo nella Camera

dell’Arme, e spogliorno fra Domenico insino alle calze, scarpe e

calcetti et ogni cosa; e, così rivestitosi de’ panni di quell’altro,

due frati di S. Francesco lo ricondussono nella loggia, dove era prima,

col suo crocifisso in mano con che escinne; e quivi lo guardavono,

acciocchè forse non si fussi mutato altri panni. Vedi che segno ti par

questo altro. Et hor fatto questo, fra Hieronimo manda a sollecitare

che s’entri allo experimento, chè di già si avvicinava la sera. Et

eccoti tornare la medesima imbasceria la 3ª volta. E quel venerabil

cittadino Pier degli Alberti, cominciò a parlare a questa volta con

un altro colore rettorico, che non aveva fatto insino a qui: e tu,

Didimo, da questo suo parlare potrai haver l’altro segno da fare il tuo

iuditio. Hor questo Piero disse prima male de’ frati di S. Francesco,

per captare benevolentia dall’altra parte; e disse: Padre fra

Hieronimo, questi frati di S. Francesco son troppo importuni. Io l’ho

detto loro; pure habbiate patientia. Voi n’havete più discritione, et

havete usato più urbanità di loro. E’ ci resta solo una cosa, e questa

si è: quel Crocifisso, che fra Domenico ha in mano, non vorrebbono che

’l portassi seco nella capanna del fuoco, per il medesimo rispetto

sopradetto. Hor come fra Hieronimo ebbe udita questa proposta,

si volse e disse: Piero, non v’ho io detto che questi vostri non

combattono da Cristiani, ma da infedeli? Come ardiscono loro proibire

che Cristo nostro e lor Signore non si porti in sua difensione? In

che dunque confidano questi vostri, se non voglion Cristo? _Preterea_

voi havete, poco fa, due volte promesso non chieder altro; et hor

tornate con nuove domande. Questo vuol dir altro. Credete voi che noi

siamo senza intelletto? e che noi non veggiamo che non volete venire

allo experimento ordinato; ma volete consumare il tempo con queste

cavillationi, per condurci a notte, alfine di far qualche altro male?

No, che io non ne voglio sentir altro; chè, consentito questa volta, ne

verresti all’altra. Noi vogliamo osservare il contratto, chè quel più

vi haviamo concesso. Noi non andiamo con incanti, nè con superstitione

alcuna; ma semplicemente, confidandoci in Cristo e non in altro; e con

fede, anzi certezza, entrando nel fuoco, di uscire inleso; e chi, per

la parte nostra entrerrà, che non si arderà un capello, non pure un

pelo della Cappa o della vesta; perchè la nostra fiducia è tutta in

Cristo crocifisso per noi; e con lui vogliamo star nel fuoco e fuor

del fuoco, nè lo vogliamo lasciar per nessun modo. Anzi fra Domenico,

non solamente con quel crocifixo che lui ha in mano; ma _etiam_ col

Sagramento, che è qui in su l’altare, andrebbe nel fuoco, se li paressi

di portarlo. Donde, finito questo parlamento, quelli cittadini, che

non potevono haver altro da fra Hieronimo, si partirono. Ma lui mandò

dire alla Signoria che, per lui non mancava, nè per li sua frati, di

osservare quanto avevono promesso, e che eron parati a obedir quanto

lei comandava. Per il che la Signoria, vedendo che gli era presso a

notte, dettono licentia a ognuno che se n’andassino: che senza licenzia

questi frati non si sarebbon partiti. E però, vedendo la Signoria

che il tempo della notte forse e senza forse arebbe dato occasione di

scandolo, volse che ognuno, senza far altro experimento, se ne partissi

innanzi che fusse scurato il giorno. Hor giudica tu, Didimo, se questi

tua amici dicano il vero o la bugia, che da fra Hieronimo rimanessi a

far lo experimento del fuoco, o dall’altra parte. Tu hai inteso hora

tutto il vero; chè a tutto quel che io ti ho detto mi trovai presente.

Hor, se tu hai preso e gustato tutti li segni et il procedere di questa

materia, giudica tu quel che te ne pare.

_Didimo_. Io veramente credo che non si troverrà persona di cervello

e senza passione, che avessi veduto tutti questi andamenti e modi

dell’esser proceduto per l’una e l’altra parte in questo caso, che mai

possa dire con verità che sia restato dalla parte di fra Hieronimo; ma

più presto dall’altra, vedendosi sempre con nuove cavillationi haver

fuggito lo experimento, con dilungare il tempo sino a notte. E questo

è il giudizio che ne fo. Ma io ti voglio ben dire una cosa di mia

fantasia, in che mi pare che quella Signoria manchasse. Se io fussi

stato allora de’ Signori, io arei fatto pigliare l’un frate e l’altro,

e messili in quella capanna e messovi fuoco; se io avessi avuto

concorso di tanti delli altri Signori, che fussino stati della mia

opinione; et haremo veduto questo miracolo.

_Soffia._ Tu hai ben detto, se tu avessi auto tanto concorso delli

altri Signori; ma sappi che v’era chi l’arebbe fatto dalla parte de’

frati di S. Domenico; ma il concorso non vi era, perchè e’ più di loro

erano macchiati d’una medesima pece. Et anco sappi, che ben conoscevano

che loro andavono contro la verità, e non potevono sperare cosa buona

per loro del miracolo; anzi ne avevono da temere, e fortemente: che

così bisogna dire che il rimorso della coscientia, che mai non falla,

gliene dimostrassi. Bastava loro tenere tali modi, che finalmente

con loro astutie e cavillationi e bugie dessin la colpa ad altri, che

aveano loro; intanto che avessino il frate nelle mani, e guastassino

quel governo. Questo era lo intento loro, e non il cercare il miracolo.

Ma questi Compagniacci, che havevono preso l’arme, et erano lì quel

giorno in piazza, non ebbono però tanto animo, che mettessino le mani

addosso al frate; perchè vi era la guardia grande ordinata dalla

Signoria[674] (che era pur officio loro provedere alli scandoli e

tomulti); et ancora vi era tanti altri cittadini da bene, proveduti in

favor di questa parte, che superavano assai i Compagniacci. E però non

si mosson per allora, benchè molte parolaccie usassino. Ma la notte

seguente, che fu il Sabato dell’Ulivo, come è detto, non attesono ad

altro che sollevar gente della plebe e popolaccio con dire: che gli

era rimasto da frati di S. Domenico di non voler fare lo experimento.

E l’altro dì, che fu la Domenica dell’ulivo, verso la sera, assaltorno

la chiesa di S. Marco: dove non era guardia, nè preparatione di difesa

alcuna. E quivi, messo fuoco nelle porte, tanto vi si combattè sino a

mezza notte, che ebbono alfine, d’accordo, il frate nelle mani. Hor

eccoti qui, Didimo mio, narrato di tutto quello ricercomi in questa

giornata di voler sapere: donde e come nacque tant’odio contro il

frate, e che lo perseguitassino insino alla morte. Et io te l’ho dette

tutte le ragioni, intanto che tu vedi che gli è preso, et è nelle mani

de’ Farisei e de’ suoi nimici. E, se io ti volessi dire il resto, e

li strazzi che li feciono, e quanti versi tennono per farlo morire;

bisognerebbe un’altra giornata, e tu vedi ch’egli è già sera, e non è

tempo da finirti et explicarti l’altre cose.

_Didimo_. Io veggo che gli è vero quel che tu di’, e che non ci è

tempo, e che l’ora è tarda; però io ti lascierò per oggi, et un’altra

giornata tornerò a rivederti, e fornire questo restante di questo servo

di Dio. Che veramente, per quanto insin qui mi hai detto, non posso

credere se non che fussi un servo di Dio; e però non posso fare che non

mi doggha, vedendo che già è preso da sua nemici. Ma, se oggi noi lo

lasciamo qui nelle mani de’ Farisei, un’altra volta lo lascieremo in

Paradiso, dove arà la sua perpetua pace e quiete. E partendomi da te,

con Dio ti lascio.

_Soffia. Vade in pace._

_Didimo. Et tu quoque vale._

_Dell’Apologia in modo di Dialogo, in diffusione delle cose predicate

in Firenze dal Rev.º fra Hier.º Savonarola da Ferrara._

_Quarta giornata_. Delle cagioni allegate dolorosamente e

falsamente da’ Compagniacci e da’ cattivi, dell’aver preso fra

Hieronimo per farlo morire, come feciono; apponendoli che voleva

metter Cristo nel fuoco et arderlo, e che gli era eretico et

scismatico e scomunicato dal Papa. E qui appresso si pongano le

risposte a tutte queste calunnie.

_Didimo_. Nell’ultimo giorno, che noi fummo insieme a parlamento delle

cose del nostro Reverendo fra Hieronimo, tu mi narrasti lungamente

che tanto fu ostinata e dura la persecutione, che feciono quelli

Compagniacci, insieme con li altri cattivi cittadini di Firenze, che

alfine lo presono et ebbenlo nelle forze loro; e dicestimi che il resto

che seguiva poi di questa captura lo riserbavi in altra giornata. E

però io son tornato di nuovo a darti molestia: e so che tu mi harai

scusato, per il tanto desiderio che io ho d’intendere il tutto, sino al

fine d’ogni cosa, di questo Padre.

_Soffia_. Tanto quanto allora dissi, tanto voglio osservare.

_Didimo_. Io comincierò a interrogarti sopra una parola, che nel fine

quasi del parlare tuo ti uscì di bocca; e questa fu che, narrando tu

la sua captura fatta da Compagniacci, dicesti che l’ebbono d’accordo.

Io non intendo che accordo fussi questo; chè per allora, essendo sera,

non vi fu tempo da dimandartene. Arò caro, se ti piace, che mi dichiari

meglio questa parola, e che accordo fu questo.

_Soffia_. Io tel dico. Doppo che fu combattuto quivi un gran pezzo,

da vespro quasi insino a mezza notte in circa, che vi era de’

Secolari, benchè pochi (che forse erano quivi rimasti doppo vespro,

et combatterno assai per difensione di quelli frati di quel convento,

che tutti erano ridotti in coro), si cominciò per qualcuno a cercare

di posare il combattere. E dissono alcuni di questi Compagniacci, tra’

quali fu uno Guglielmo Alexandri, di voler parlare, da parte della

Signoria, o a fra Hieronimo, o a qualcuno di quelli frati. E fu fra

Malatesta, che s’intromisse a parlare con loro; e’ quali dissono che

la volontà della Signoria era, che fra Hieronimo venissi in palazzo

alla Signoria. Al che fu risposto che ne mostrassino il partito della

volontà della Signoria. Et uno di loro, che fu il detto Guglielmo

Alexandri, disse: La Signoria fa a nostro modo; non ne dubitare

punto che il partito c’è; e doppo altre parole fecion venir quivi un

Mazziere, over comandatore de’ Signori, con le fave nere in mano del

partito della Signoria. Il qual partito se fu della Signoria o no,

Dio lo sa; e fra Malatesta venne, e a fra Hieronimo et a tutti i frati

che già s’erono poi ridotti in Libreria, e mostrò, o per timore o per

voglia che’ egli havesse, che la cosa era in gran pericolo; e che e’

bisognava andare, o che i frati sarebbono quivi tutti morti: e così

spaventò assai tutti i frati. Donde quelli de’ Compagniacci che erano a

tal parlamento, come fu Duccio Adimari, e detto Guglielmo, et il Grasso

de’ Medici et altri, affrettando la cosa, promessono con larghissime

parole a’ frati tutti di condur salvo il frate alla Signoria, e così

salvo ricondurlo al suo convento: che forse, se si aspettava il giorno,

sarebbe stato soccorso da molti, che, per esser notte e non veder che

cosa fusse, non si mossono. E così con questi patti si dette loro nelle

mani; e fra Domenico da Pescia volse andare et andò con seco in sua

compagnia. E questo fu l’accordo, che io volsi ieri dire quando così

parlai; et hora che mi hai ricerco che tel dichiari, come ho fatto,

sappi ancora che molti de’ suoi frati, in questo suo partire, volevano

andar con lui, _etiam_ che credessino andar alla morte; ma lui non

volle che nessun vi andassi, se non fra Domenico. I quali, prima che

di lì si partissino, tutti a dua si comunicorno quivi l’un l’altro per

viatico; quasi aspettando la morte ad ogni punto. E bisognò che il

frate a qualcuno di questi suoi frati comandassi per obedienza, che

non si partissi, e che non lo seguitassi: tant’era accesa in loro la

carità verso del loro Maestro. E così questi Compagniacci, in quella

notte, lo menorno via preso _cum fustibus et lanternis_, con tante

grida e strida di quel popolaccio, quanto si può pensare che sia

nell’Inferno: e chi gli dava pugna e calci, e chi lo chiamava frataccio

e chi fra Cipolla e chi in un modo e chi in un altro, con tanti strazii

e villanie che, se tu l’avessi sentite, ti parrebbe che fusse stata

molto simile questa captura a quella del nostro Salvatore. E così lo

condussono al Palazzo dove erano congregati li Farisei, che con gaudio

lo aspettavono, per fare ogni male: e quivi, in cambio di rimenarlo

al suo convento, come havevon promesso l’altro giorno, cominciorno a

tormentarlo e darli della corda, perchè non rispondeva a lor modo, a

quello di che lo esaminavono et interrogavano. E quivi furno eletti

16 esaminatori, tra’ quali era un Doffo Spini capo de’ Compagniacci,

come ti dissi nell’altra giornata. Hor pensa tu com’egli stava, tra 16

cani arrabbiati con tanto ardire, che ponessino alla fune e tormenti un

religioso, senza causa e senza aver licentia da alcuno suo superiore.

E benchè dichino in su quel processo, che è fuori, che vi fu la

commissione del Papa in due Canonici, non fu vero, e non può essere,

perchè nel medesimo processo si riprova. Perchè dicano averli dato,

alli 10 di Aprile, 3 tratti e mezzo di fune, et _tamen_ il frate non

entrò prima in Palazzo che la mattina de’ 9 di Aprile; e non poteva, in

sì poco tempo, haver mandato et esser venuto lettera, o licentia alcuna

da Roma.

_Didimo._ Io veggo, per quello che mi racconti, in prima la bugia

di questi Adversarij, e poi quanto stratio costor feciono di questo

povero frate; dove si manifesta quanto odio et veleno loro havevono

conceputo contro di lui. Ma io non veggio già che cagione o delitto

li apponessino, di sì subita presura e tormenti; perchè non si essendo

venuto alla prova del fuoco, che di sopra io ti dissi, non potevon dire

che l’avessin trovato in dolo, nè in fraude alcuna.

_Soffia._ Chi ha voglia di venire a una fine ec.

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2) · 第 102 / 142 题