Ch’a danza e non a morte andasse.[404]

Era così esaltato che voleva, in ogni modo, intonare il _Te Deum_ ad

alla voce; ma, per le vive istanze del Battuto che gli era accanto, se

ne astenne dicendo: «Accompagnatemi, dunque, a bassa voce;» e così lo

recitarono tutto. Poi aggiungeva: «Rammentatevi bene, che le profezie

di frà Girolamo si debbono verificare tutte, e che noi siamo morti

innocentemente.»[405]

Frà Salvestro fu il primo cui venne ordinato di salire la scala del

supplizio. Quando egli ebbe il laccio intorno al collo, nel momento

stesso in cui ricevette la fatale spinta, esclamò: _in manus tuas,

Domine, commendo animam meam_. Poco dopo, il boia, legato il cadavere

colla catena; andò subito dall’altro lato della croce, per far subire

lo stesso supplizio a frà Domenico. Il quale salì rapido, con un volto

pieno di speranza e quasi di gioia, come se andasse direttamente al

cielo.

Quando il Savonarola ebbe visto morire i due compagni; toccava a lui

prendere quel posto, che rimaneva ancora vuoto in mezzo ad essi. Egli

era così rapito ai pensieri d’un altra vita, che quasi parea avesse

già abbandonato la terra. Ma, pure, come fu in alto sulla croce, non si

potè trattenere dal volgere lo sguardo alla sottoposta moltitudine, e

gli parve che ad ognuno tardasse di vedere la morte sua. Oh! quanto era

diversa, da quei giorni nei quali pendeva estatica dalle sue labbra, in

Santa Maria del Fiore. Ai piedi della croce, vide alcuni popolani coi

torchi accesi in mano, impazienti d’appiccare il fuoco. Allora, subito,

presentò il capo al boia. Il silenzio fu, in quel momento, universale,

e terribile; un fremito d’orrore sembrò invadere quella moltitudine, e

quasi i monumenti stessi che circondavano la piazza. Pure, non mancò

chi fece udire la sua voce, gridando: «Profeta! è venuto il momento

di fare il miracolo.» Tutti gl’incidenti di quel giorno, sembravano

destinati a rimanere incancellabili nella memoria, e ad accrescere

quel senso di misterioso terrore, che la morte del suo profeta doveva

eternamente lasciare nel popolo di Firenze.

Il manigoldo, credendo di compiacere alla sfrenata plebaglia, cominciò

a buffoneggiare sul cadavere che ancora si dibatteva; e nel ciò fare,

mancò poco che non precipitasse dall’alto. Quest’osceno spettacolo

mosse sdegno ed orrore nell’animo di tutti; tanto che i magistrati

mandarono severamente a rimproverarne l’autore. Allora quegli volle

darsi una grandissima fretta, sperando così che le fiamme cominciassero

a bruciare il misero Frate, prima che fosse morto del tutto. Ma gli

cadde di mano la catena, e mentre che la cercava, per rimetterla, il

Savonarola aveva già dato l’ultimo fiato. Erano le ore 10 antimeridiane

del giorno 23 di maggio 1498: moriva in età d’anni 45.[406]

Il manigoldo non era anche sceso dalla scala, per accendere il fuoco;

quando le fiamme già si levavano in alto, perchè un tale, che stava da

più ore col torchio acceso in mano, lo aveva subito appiccato, dicendo:

«Finalmente mi trovo a bruciare, chi avrebbe voluto bruciar me!»[407]

Ma ecco levarsi un vento che, per qualche tempo, allontanava le fiamme

dai tre cadaveri; onde molti retrocedevano atterriti, e gridavano ad

alta voce: «Miracolo, miracolo!» Ben presto, però, cessato il vento,

le fiamme riavvolgevano i corpi dei tre frati, e la gente di nuovo

s’avvicinava. In questo mezzo, s’erano consumate le funi che legavano

le braccia al Savonarola; onde, per l’azione del fuoco movendosi le

mani, all’occhio dei fedeli sembrò di vedere che egli, in mezzo a

quella nuvola di fiamme, levasse in alto la destra e benedicesse il

popolo che lo bruciava.[408]

I Piagnoni accennavano questa visione l’uno all’altro; e molti di loro

ne erano talmente commossi che, senza considerare al luogo ed alla

gente fra cui si trovavano, singhiozzando, piegavano le ginocchia a

terra, e adoravano colui che già avevano santificato nel loro cuore.

Le donne piangevano dirottamente; i giovani fremevano, considerando lo

stato infelice a cui erano ridotti. E mentre che da un lato v’era tanto

dolore, dall’altro si esultava. Gli Arrabbiati, vicini al patibolo,

istigavano un’orda di fanciulli che, schiamazzando e danzando, tiravano

una grandine di sassi ai tre cadaveri, dai quali si staccavano,

di tratto in tratto, dei brani che cadevano nel fuoco sottoposto.

«Piovea viscere e sangue,» dice uno scrittore che si trovò presente

a quel doloroso scempio, che da un lato cresceva le grida di gioia, e

dall’altro raddoppiava i vani rammarichii ed il pianto.[409]

Molti dei più arditi Piagnoni, fra cui delle dame travestite da serve,

si aprirono strada tra la folla nemica; e pervennero sino al patibolo

ove, in mezzo all’universale trambusto, poterono certamente raccogliere

le reliquie dei loro santi. Ben presto, però, furono allontanate dai

fanti della Signoria, la quale, temendo anch’essa che quelle ceneri

potessero operare miracoli, le fece tutte raccogliere sopra carri, e

dal Ponte Vecchio gettare in Arno. Ma non si potette impedire a molti

di raccogliere i residui lasciati nella Piazza o caduti per via; i

quali residui, gelosamente conservati in preziose custodie, furono

adorati, e per moltissimi anni mantennero viva la fede nel Frate e

la devozione al suo convento.[410] Il giovane Pico della Mirandola,

valente erudito e dotto filosofo, credette anch’egli di aver potuto

ripescare dall’Arno un pezzo del cuore stesso del Savonarola; ed

assicurava di averne più e più volte sperimentato la miracolosa

virtù, nelle guarigioni di molte malattie, nello scacciare gli spiriti

maligni, e via discorrendo.[411]

Vennero coniate medaglie, incise immagini, che da tutti i devoti

erano ricercate e tenute nascoste; perchè oggimai gli Arrabbiati

erano padroni di tutto, nè si poteva più resistere alla loro furia

insolente.[412] Le persecuzioni cominciate, allora, contro i Piagnoni,

non sembrava che dovessero aver mai fine. Fu chiuso per due mesi il

convento di San Marco; privato della contigua fabbrica della Sapienza,

ove erano i novizi; gli furono tolti, sotto vari pretesti, quei

libri di Lorenzo il Magnifico, pei quali aveva pagato alla Repubblica

3000 fiorini:[413] così avvenne ancora di moltissimi altri diritti e

privilegi che godeva da lungo tempo.[414] Nè vi mancò, pure, la sua

parte di ridicolo; perchè si fecero cinque deliberazioni[415] contro

la Piagnona, o sia campana maggiore di San Marco: per avere sonato

a martello il giorno del tumulto, essa venne esiliata da Firenze,

e portata sopra un carro, mentre il boia la frustava.[416] Molti

frati andarono in esilio, fra i quali Mariano degli Ughi, Roberto da

Gagliano, Aurelio Savonarola fratello di Girolamo, ed anche Malatesta

Sacromoro, cui il tradimento non valse a far perdonare l’amicizia avuta

col suo maestro.[417]

Grandissimo fu, poi, il numero dei cittadini perseguitati come seguaci

del Frate. Altri non pochi ebbero ordine di presentarsi a Roma; ma

si fecero ben presto assolvere, mediante danaro pagato ai commissari

apostolici.[418] Niuno, però, si poteva liberare dagl’insulti continui

d’una sfrenata plebaglia: da per tutto s’udivano canzoni oscene ed

ingiuriose contro i Piagnoni, e le loro orazioni eran di continuo

interrotte. La notte di Natale, per maggiore dispregio alla memoria del

Savonarola, fecero gli Arrabbiati correre in Duomo un vile giumento

che, poi, a furia di bastonate, lasciarono morto sulla soglia.[419]

Nondimeno, ogni anno, nella notte del 23 di maggio, quel luogo medesimo

ove i tre frati aveano sostenuto il martirio si trovava sparso di

fiori.[420] I più costanti seguaci si dettero a scrivere, in segreto,

apologie o biografie del Savonarola; dipingevano quadri religiosi,

leggevano le prediche, ed attendevano la verificazione de’ suoi

vaticinii.

Lo stesso giorno 23 di maggio, i Dieci scrivevano a Roma e ad altre

corti d’Italia, dicendo: «quei frati avere avuto fine condegno alle

loro pestifere sedizioni.»[421] I commissari apostolici, poi, non

solo chiamavano il Savonarola eretico e scismatico; ma lo accusavano

di quei delitti, di cui essi stessi lo facevano risultare innocente,

nel processo da loro falsamente compilato. «Noi abbiamo trovato,» così

scrivevano al papa, «che egli si faceva rivelare le confessioni; che

il suo fine era di mettere sedizione in Firenze, movendo i cittadini

gli uni contro gli altri. Trovammo questo Frate, o diremo piuttosto,

per non chiamarlo nè frate nè uomo, questo iniquissimo onnipede,[422]

pieno d’ogni più orrenda scelleraggine. Egli osava chiamare Iddio in

testimonianza delle sue parole; dicendo che, quando non fossero vere,

avrebbe voluto morire di laccio, ed avere le sue ceneri sparse al vento

ed alla pioggia. E noi abbiam fatto in modo, che ogni parte di questo

vaticinio sia verificato.»[423]

Da Roma, da Milano, da ogni parte vennero alla Signoria lettere di

congratulazione e d’encomio. Solamente Luigi XII, che era successo

a Carlo VIII, scriveva e pregava caldissimamente, che fosse sospesa

l’esecuzione della sentenza, per ragioni gravissime che avrebbe in

altra sua comunicate.[424] Ma il giorno in cui esso inviava quella

lettera, già le ceneri dei tre martiri erano in Arno.

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2) · 第 18 / 142 题